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GIORNALE STORICO
LETTERATURA ITALIANA
SUPPLEMENTO
ITO lo-ll.
GIORNALE STORICO
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
DIRETTO E REDATTO
FRANCESCO NOVATI E RODOLFO RENIER
SUPPLEMENTO
isro lo-ii.
, '^'^y<o^
TORINO
Casa Editrice
ERMANNO LOESCHER
1908
PROPRIETÀ LETTERARIA
Curino — ViMOtMio Bona. Tip. di S. M. e de' KR. Principi.
LE FONTI DEI MANOSCRITTI
DI
LEONARDO DA VINCI
CONTRIBUTI
So bene che, per non essere io lit-
terato, che alcuno prosuntuoso gli
parrà ragionevolmente potermi bia-
simare, coll'allegare io essere omo
sanza lettere.
Leonardo, Cod. Atlantico, f. 119 r.
Al Lettore.
Non mi propongo in questo studio di indagare la genesi delie
teorie del Vinci, ciò che io ho già fatto occasionalmente nei
miei Studi e nei miei Nuovi Studi sulla filosofia naturale di
Leonardo.
Il mio fine è assai più modesto e faticoso. Ho voluto compiere
un atto, per dir cosi, di onestà letteraria; rintracciare attraverso
ai Manoscritti ciò che si deve all'ingegno di Leonardo, e ciò che
è pura e semplice trascrizione dagli scritti altrui ; dare un filo
conduttore per distinguere l'originale dalla copia, il frutto della
meditazione e della riflessione diretta dagli appunti tolti di peso
negli scritti di autori antichi, medievali e rinascenti.
Ho perseguito ogni frammento leonardesco di dubbia autenti-
Giomale storico. — Sappi, no 10-11. 1
2 E. SOLMI
cita, sospettosamente, fra le righe di centinaia e centinaia di
vecchi volumi polverosi, oggi dimenticati ed un tempo famosi e
letti, con pazienza e tenacia forse degne di miglior causa. In tal
genere di lavori, secondo la sentenza vinciana, « chi non dubita,
« poco acquista ». Non tutto ho ritrovato, ma molto ho faticato
per ritrovare. E per scoprire una fonte spesso ho dovuto sag-
giarne inutilmente molte.
Per la singolare natura degli scritti di Leonardo, che egli
stesso ha riassunto nella frase: «nota ogni cosa! », ho dovuto
registrare fra le fonti anche la viva voce dei contemporanei,
dei quali, secondo la testimonianza del Maestro, egli si è fatto
per un istante discepolo, e dai quali, come egli stesso ci avverte
qua e là, ha chiesto ed appreso qualcosa, perchè « questa be-
« nigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu
« trovi dove imitare ». Gli accenni, a tal riguardo, qui imperfetti,
per la tirannia dello spazio, saranno da me sviluppati nella mono-
grafia su Gli amici e i discepoli di Leonardo da Vinci, dove,
non con le arguzie dell'ingegno, ma con il testimonio della
storia, mostrerò la vera e reale efficacia dell'opera leonardesca
nella vita e negli studi presenti.
Dalla conclusione di queste mie ricerche è risultata chiara
l'originalità straordinaria del genio di Leonardo, e credo che
pochi autori (anche modernissimi !) resisterebbero ad un lavorio
di demolizione simile al mio. Per il Vinci si può ben dire che
colui che distrugge, egli medesimo edifica. Ciò che l'artista ha
trascritto è piccola cosa, in proporzione di ciò che ha scritto;
ciò che ha ricevuto è minimo, di fronte a ciò che ha dato, che
è massimo. Di tanti maestri o supposti maestri, che io andrò
segnalando, e greci e latini e arabi e scolastici, uno solo resta
vero e autorevole per lui ; la Natura. Sotto un disegno di certi
quadretti di legno che, posali su un piano a breve distanza, al
cader dell'uno addosso all'altro, tutti successivamente cadono, il
Vinci ha scritto con filosofica tristezza: « l'un caccia l'altro:
« per questi quadretti s'intende la vita e gli studi umani ». Ai
maestri mortali, Leonardo preferi la sola Immortale Maestra.
LE FONTI hi LEONARDO DA VINCI S
Egli, a buon drillo, potè sotloscri versi nel Codice Atlantico:
€ Leonardo da Vinci, discepolo della sperienza ».
E. S.
INTRODUZIONE
1. La questione della originalità delle opere di I^onardo. —
II. Leonardo conosce la lingua latina. — III. Medita le leggi
del volgare italiano. — IV. Studia la lingua greca. — V. Suo
entusiasmo per la lettura delle opere antiche. — VI. Domanda
con insistenza agli amici, anche lontani, i libri che desidera
leggere. — VII. Com£ gli umanisti, raccoglie una libreria nella
sua casa. — VIII. Frequenta le biblioteche di San Marco e di
Santo Spirito in Firenze, la libreria Visconteo-sforzesca di
Pavia; entra nella biblioleca di Alessandro Sforza a Pesaro,
in quelle d'Urbino e di Rom/i. — IX. Metodo e limiti del pre-
sente studio.
I. — La ricerca delle fonti scientifiche e letterarie dell'o-
pera di Leonardo da Vinci è di gran momento, non solo perchè
può spiegarci la formazione di quella mente universale di artista
e di scienziato, e portare luce sulla quantità e qualità delle sue
conoscenze, ma anche, e sopra tutto, perchè è un presupposto
necessario per qualunque studio si voglia imprendere sugli ap-
punti del sommo Fiorentino. I Manoscritti, restandoci in forma
di note preparatorie e sconnesse, ci presentano insieme a ciò
che è frutto della mente di Leonardo, ciò che non è se non una
semplice copia di opere oggi dimenticate, ma nei secoli XV e XVI
note e diffuse. Riconoscere e discernere l'originale dal derivato,
l'espressione dell'idea propria dalla trascrizione delle idee altrui,
4 E. SOLMI
è la questione preliminare, che si presenta a chiunque intra-
prenda lo studio dei Manoscritti (1).
E quanto più si penetra nella conoscenza della natura speci-
fica Jel genio di Leonardo, tanto più cresce il dubbio sulla ori-
ginalità di frammenti, che non hanno nulla a che fare con quella
natura specifica; e nasce l'idea che i Codici Vinciani, come
quelli che rispecchiano la vita intellettuale dì un uomo in un
periodo di ben più di quaranta anni, ci serbano non solo il frutta
delle ricerche dell'artista e investigatore, ma anche le traccie
delle sue molteplici letture, durante le quali Leonardo segnava,
nel suo libro di note, i concetti che egli desiderava conservare»
sia per la loro importanza scientifica, che per la loro bellezza
estetica o saggezza pratica.
Un grave dubbio è stato sollevato a proposito delle carte vin-
ciane. Accanto al Miintz, che proclamava Leonardo l'autodidatta
per eccellenza, son sorte molte voci discordi, che han sussurrato
che i suoi zibaldoni potevan essere, per la maggior parte, ap-
punti di letture fatte e di note prese da opere altrui. A risolvere
questo problema di capitale importanza per determinare il valore
(1) Tale necessità fu riconosciuta fin dal 1873, quando il dotto bibliofilo
milanese Gerolamo D'Adda illustrava brillantemente, se non sempre giusta-
mente, una nota all'ematite del Codice Atlantico, la scarsa importanza della
quale apparirà nel seguito di queste ricerche. Gfr. G. D'A., Leonardo da
Vinci e la sua libreria, note di un bibliofilo, Milano, 1873 e Richter, The
literary Works of Leonardo da Yinci, Londra, 1883, voi. II, p. 442 sgg.
Dopo d'allora la necessità di indagare le fonti leonardiane fu ripetuta dal
Morpurgo, dal Renier, dal Mazzoni, dal D'Ancona e da altri moltissimi, fra
i quali voglio citare il compianto Mììntz, L. d. V. et les savanls du moyen
óge in Revue scientifique, Parigi, 1901, voi. II, p. 513. « Un problème pré-
«judiciel à résoudre, c'est la détermination de ce qui, dans l'ceuvre scien-
ti tifique du Vinci, lui est personnel, et de ce qu'il a simplement rapporté
« à titre de citation. II est aujourd'hui avere qu'il lisait et compilai! enor-
mi mément. Souvent il se bornait à copier sans crier gare , des recueils
« anciens, dont ses historiens lui ont par la suite généreusement fait hon-
« neur ». L'opera del Duhem, Etudes sur Léonard de Vinci. Ceux quii a
lus et ceux qui l'onl lu, Paris, 1906, riguarda solo i rapporti degli scritti
di Leonardo col De coelo et mundo di Alberto di Sassonia, con la Scienlia
de Ponderibus, già noti, e quelli, ingiustificati, con Timone figlio dell'Ebreo.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 5
dei manoscritti son rivolte queste ricerche, le quali, essendo per
loro propria natura quasi direi infinite, han preso il nome di
contributi.
Si deve, scorrendo l'immenso materiale di note e di disegni d'in-
dole scientifica, approvare o respingere il giudizio che recente-
mente formulava a Parigi, in una seduta dell'Accademia delle
Scienze, il celebre chimico Berthelot, il quale, cogliendo occasione
da uno studio sopra Leonardo, volle sfrondarne la fama come
scienziato ? A suo avviso, Leonardo sarebbe stalo semplicemente
uno spirito « curiosissimo », che leggeva mollo, e molti appunti
trascriveva dal libri consultati ; di modo che, per una ventesima
parte soltanto, i suoi manoscritti dovrebbero riguardarsi come
opera originale, il rimanente essendo costituito da note trascritte
dagli autori contemporanei o del sec. XIV. Secondo il Berthelot,
le invenzioni di Leonardo si ridurrebbero quindi a ben poca cosa,
€ quanti lo esaltarono avrebbero commesso l'errore di non tener
conto delle sue fonti.
La questione non è di poca importanza e involge in sé la stima
del valore dei manoscritti e dell'ingegno del Vinci. Ed io mi
propongo di risolverla con quel rigore medesimo, del quale il
Maestro ha dato costantemente prova nelle sue discussioni : senza
paure, senza reticenze, « sine lassitudine ».
Leonardo ha fatto eccezione alla legge di continuità, secondo
la quale l'opera di ogni genio si riconnette col passato, e più un
genio si innalza, più le sue radici si profondano, e spaziano nel
terreno circostante? Tutto ciò che egli sa, lo deve esclusivamente
alle sue esperienze e alle sue meditazioni ?
Ben spesso quelli che han salutato in lui, con religioso entu-
siasmo, l'inventore e il creatore, han trascurato di indagare le
fonti, alle quali egli ha potuto e dovuto attingere. A che scopo
rintracciare per le vie nebulose del passato quelli, che gli avreb-
bero potuto servir da precursori? Non vivevano essi in quell'o-
scurissimo Medio Evo, in cui la parola di Aristotele teneva il
posto del pensiero degli intelletti ? Come mai questa sterile sco-
lastica avrebbe potuto scoprire, al grande artista da Vinci, le
6 E. SOLMI
idee nuove e feconde, che abbondano nelle sue note? Convinti
di queste premesse, affermavano, con fanciullesca ingenuità, che
la quercia dalle verdi frondi, non si ricollega con nessun legame
al suolo arido sul quale essa è cresciuta. No: se i rami della
quercia sono si estesi, se le sue foglie han tanto rigoglio, e of-
frono una si dilettevole frescura nelle giornate afose de' nostri
tempi, è che le radici, vigorose e molteplici, ma nascoste agli
sguardi indiscreti, vanno ad assorbire nella profondità del suolo
i succhi accumulati dalle antiche vegetazioni.
Solo a chi sconvolge il terreno è dato di porre allo scoperto
ciò che si cela. Io mi son proposto qui di segnalare il maggior
numero delle radici, affidando poi ai singoli scienziati il com-
pito di valutare fino a che punto hanno servito alla genesi delle
più meravigliose idee del Vinci.
II. — La prima questione, che si presenta a chi imprenda
a indagare le fonti della colossale opera vinciana, è quella che
si è soliti lasciare all'arbitrio personale degli studiosi, se cioè
Leonardo abbia conosciuta la lingua latina (1). È evidente che
dalla risposta positiva o negativa a questa domanda dipendono i
limiti, che si devono tracciare alla coltura dell'artista fiorentino:
se il Vinci non conosceva il latino, un gran numero di opere di
scrittori antichi, medievali e suoi contemporanei gli dovettero
rimanere, quasi interamente, inaccessibili.
Le prove che Leonardo conosce il latino sono di vario genere
e di varia importanza. La più diretta, e, a parer mio, la più va-
lida, è che nei Manoscritti JI ed I della Biblioteca dell'Istituto
di Parigi si assiste giorno per giorno agli esercizi sulle declina-
zioni e coniugazioni (2). Senza pretendere di determinare la data
(1) Il suddetto bibliofilo milanese suppone, a priori ed erroneamente,
come si vedrà più oltre, che Leonardo ignora il latino; e tal pregiudizio lo
conduce molte volte fuor di strada.
(2) Les manuscrits de Léonard de Vinci publiées en fac-similés photo-
typiques avec transcriptions littérales, traductions franqaises, aoant-propos
et tables méthodiques. Paris, Quantin, 1881-1891 , voi. IV, Manoscritto H,
{. 133, 136, 142, ecc.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 7
di questi Manoscritti certamente essi appartengono alla età ma-
tura di Leonardo, quand'egli aveva già trascorsi i suoi trenta
anni (1).
Gli studi grammaticali dei Manoso^tti H ed I (allo stesso modo
della lista di parole volgari del Codice Trivulziano) (2) hanno già
da gran tempo attratta l'attenzione dei biografi del "Vinci. Sem-
brava a tutti assai strano che questa mente geniale, nel fiore
della propria attività, scendesse a coniugare e declinare verbi
e nomi latini, allo stesso modo di un giovinetto dodicenne.
Come si spiegano dunque gli studi grammaticali latini dei Ma-
noscritti {e implicitamente il glossario volgare del Codice Tri-
vulziano) ?
La coltura di Leonardo dovette essere originariamente assai
scarsa, e quale si dava ai pittori del tempo suo. La Scuola di
Abbaco, le botteghe del Verrocchio e del Lippi, la Compagnia
dei pittori furono le sorgenti prime della cultura del Vinci (3).
Ma, crescendo, per l'impulso naturale, il desiderio di conoscere,
si allargò nell'artista fiorentino il desiderio di apprendere. Negli
ultimi anni della sua dimora in Firenze, e durante e dopo la sua
dimora in Milano, alla osservazione frammentaria e diretta il
Grande cercò di aggiungere la conoscenza delle opere, che at-
traevano la sua attenzione, e che potevano rispondere alle mol-
teplici questioni naturali, che la sua mente al continuo si pro-
poneva d'investigare. Avvicinare uomini di scienza, conoscere le
opere della antichità e del tempo suo fu allora il desiderio do-
minante di Leonardo.
Ampliandosi, per forza delle ricerche personali, la somma delle
conoscenze, non fu più sufficiente per il Vinci la notizia dell'a-
(1) Nel Manoscritto H, f. 49 verso, vi è, per esempio, la data € a di 17
« d'ottobre 1497 >.
(2) Il Codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe Tri-
vuhio, trascritto e annotato da Luca Beltrami. Riprodotto in 94 tavole
eliografiche da Angelo della Croce, Milano, Dumolard, 1891, f. 4, 5, 10,
12, ecc.
(3) Cfr. Solmi, Leonardo, Firenze, 1900, pp. 6-20.
8 E. SOLMI
ritmetica e della geometria elementare, quella dei principi mec-
canici, ottici e anatomici, che correvano per gli studi dei pittori,
ma l'Artista sentì anche il bisogno di avvicinarsi ai grandi del
passato. Quanto più brillava nella sua mente il concetto del
Trattato della pittura, e poi quello più grandioso del Libro
delle cose naturali, tanto più gli sembrava necessaria una cono-
scenza degli scritti allora in voga, che avevano attinenza con la
pittura e con la fisica nelle sue varie parti filosofiche e cosmo-
grafiche, meccaniche e idrauliche, ottiche e mediche. E sebbene
Leonardo si professi « omo sanza lettere », conscio che l'inferio-
rità dell'arte del disegno di fronte alle altre arti liberali, dipen-
deva dal non essere stata ancora trattata in modo scientifico,
egli, artista, si volge ai librai, alle librerie e agli amici, con la
avidità e l'interesse di un letterato. Allora il Vinci si rivolse agli
autori, non per farsi servo delle loro idee, ma per stimolare la
propria mente alla risoluzione dei casi più ardui e più difficili
di natura. Per far ciò era indispensabile la conoscenza del la-
tino, allora unica e sola lingua dei dotti. Leonardo, adunque,
quand'egli ormai aveva più di trent'anni, esempio mirabile, de-
siderò di rendere più solida quella conoscenza, che aveva già
forse prima solo praticamente acquistata, della lingua latina. Fu
e rimase sempre un latinista mediocrissimo, quest'è certo, ma
egli ne sapeva tanto che bastasse per leggere correntemente le
opere scientifiche. Il Gellini, con esatta e giusta sentenza, ci dice
che da Francesco I di Francia aveva saputo il Vinci possedere
« qualche cognizione di lettere latine » (1).
Non posso raccogliere qui le note grammaticali dei Manoscritti H ed I,
che ricompaiono poi sparse qua e là anche nel Codice Atlantico e nei fogli
di Windsor: vi è un'intera grammatica latina, che comincia dalle diverse
parti del discorso, dalla declinazione dei nomi sostantivi ed aggettivi, passa
agli avverbi, ai numerali, ai pronomi, ai verbi, e contiene anche qualche
(1) Gfr. Gellini B., / Trattati dell'oreficeria e della scultura, Firenze,
1857, p. 226.
LE FOSTI DI LEONARDO DA VINCI 9
appunto di sintassi, relativo alle regole della concordanza, alla teorica dei
casi, dei modi e dei tempi.
Al folio 358 recto del Codice Atlantico troviamo, per esempio, queste note :
Qaot sunt partes orationis: 8: nomen, verbam, participium et pronomen,
praepositio, adverbium, interiectio et conjunctio.
Nomen; quot accidunt: 5: species, genus, numerus, figura et casus.
Accidentia verborum sunt 5: activo, passivo, neutro, comune e deponente.
Tempora verborum sunt 5 : praesens, imperfetto, piucheperfetto...
Nello stesso manoscritto al f. 326 verso si trovano queste note :
quod quid quod quae
qui quod quae
qui quod quae
il quale el quale la quale
omo cosa femina
[ . ] di modo
con modo imperocché
qui quae quod | ego som bonus hom et datis
petrus qui amo et
petrus qui amat quod qui* cuius
cui queni a quo ■ ^o quo am(at)o
cupio
cupio concupio con
Nel manoscritto I al folio 40 recto:
no quis vel qui que quod vel quid
g* cuius
d" cui
a° quem quam quod vel quid
ab° a quo vel a qui a qua vel a qui a quo vel a qui
n» qui que que
g» quorum quarum quorum Quia [in lapis]
do quis vel quibus
a" quos quas que
ab° a quis vel a quibus.
Altre note grammaticali si trovano nello stesso manoscritto 1 ai fogli 38 v-,
39 r., 50 r. fino al 55 verso, 80 r., 123 v. fino al 126 r., 134 v., fino al 138 r.
Nel Manoscritto H al folio 126 v.
n. ic. ec. oc. legens hi he (tes) hec tia
g. vius . tis orum arum orum. tium tum
10
E. SOLMI
d. uic . ne ti
is bus
a. hunc. . ne (ten) hoc ens
hos has (tes tis h
u. 0. . . ens
tes 0 tia
a. ab hoe. ao. hoe te.
ti.
ab. bis. bus.
n. leetus. ta tum
ti te ta
g. ti te ti
orum arura orum
d. to te ti
tis
a. tum tam tum
tos tas ta
vo. tus ta tum
ti te ta
a. to ta to
antis
n. legendus da. dum
di de da
g. di de di
orum arum orum
d. do de do
dis
a. dum dam dum
dos das da.
vo. 0 de da dum
a. a do da do.
Coniugazioni latine si trovano nello stesso manoseritto ai f. 1 r., 2 r., 3 v.,
4 r., 133 V., 136 r., 137 r., 138 r., 142 r.
Nel Manoscritto I al folio 38 v.
som
eram
fui
fueram
ero
sis
esto tu
essem
fuissem
sim
sim
essem
fuerim
fuissem
fuéro
esse
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
11
fuisse
ens participio.
Altre coniugazioni si trovano nel
Nei codici inediti di Windsor, nella
Chéval al f. 5 verso :
Manoscritto I al folio 39 recto,
raccolta Croquis et Dessins sur le
amo
amatur
amer
amabam
amabar
amatus snm
amaris
amatum es
amatus eram
amabo
amabitum eris
amabor
amabitur
amare
ama amer
ametur
amator tu
amator eris etur
amator
amarer
amare
amaretur
amatus essem
amaujsse
amatam esset
amer
amem
amer
amer
amarem
amarer
amarer
amaverim
amatam sit
amatus sim
amavissem
amatus esset
amatus essem
araevero
amatus erit
amatus ero
amare
amaris
amari
ama visse
amatum esse
amatum ess^
amans
amatum iri
amatum iri
amaturus
amatus i
amatus
Leonardo conosce opere non tradotte in volgare, trascrive ta-
lora interi brani in latino, tal'altra egli, « omo sanza lettere »,
si azzarda ad esprimere qualche frase nella lingua dei dotti (1).
III. — La lingua di Leonardo da Vinci è tuttavia il volgare,
che egli ama e cura : con l'artista e scienziato fiorentino la lingua
italiana parlò, e splendidamente, per la prima volta di scienza.
(1) Archimede, Euclide, Nemorario, il Peckham, Vitellione, tutti i testi
fondamentali di Leonardo non erano nel XV secolo tradotti in italiano. Passi
latini si trovano trascritti, per esempio, in II Codice Atlantico della Biblio-
teca Ambrosiana di Milano riprodotto e pubblicato dalla R. Accademia
dei Lincei sotto gli auspici e col sussidio del Re e del Governo, Milano,
Hoepli editore, 1901-1904, f. 72 verso e 83 verso. Tentativi di scrivere lati-
namente possono vedersi nel Manoscritto F al recto della copertina.
12 E. SOLMI
Desideroso di determinare con precisione il significato dei voca-
boli volgari, il Vinci rivolse allora la mente a formarsi un'espres-
sione precisa e costante dei termini italiani, come lo esigeva la
scienza sperimentale di cui egli si sentiva l'iniziatore. Come gli
studi grammaticali dei Manoscritti H eà 1 si riferiscono al mo-
mento nel quale il Vinci si senti indotto ad approfondire le sue
scarse conoscenze linguistiche del latino, cosi la lista di parole
del Codice Trivulziano ci presenta lo sforzo compiuto dall'ar-
tista per farsi un chiaro concetto delle parole d'uso più fre-
quente nelle scienze. Conoscere il latino per i propri usi scien-
tifici, maneggiare con sicurezza e precisione l'italiano, sono
l'intento delle note grammaticali dei Manoscritti H ed I e les-
sicali del Codice Trivulziano, e non già un preteso e assurdo
insegnamento che il Vinci avrebbe dato, secondo molti biografi, al
giovinetto'principe Massimiliano Sforza, egli, «omo sanza lettere»,
in un secolo di umanisti e di dotti (1).
Senza rivolgerci al codice Trivulziano, dove gli esercizi di lingua italiana
son tutti insieme raccolti, offrirò qualche esempio tratto dal Codice Atlantico
e prima dal folio 213 verso :
bella donna.
Pronomi : tu, quello, voi, noi, io Antonio.
Preposizione.
Percotere divellere, dimenarsi, frugare,
cadere diradicare, levarsi, inremissibile,
saltare, precipitare, abbassarsi,
gittare, ruinare, piegarsi,
battere, isbalzare, dirizarsi,
(1) La peregrina notizia fu un parto dell'Amoretti, poi piacque e fu ripetuta.
Ma valga il vero: le note grammaticali dei Manoscritti H ed 1 o son scritte
da Leonardo come preparazione all' insegnamento o per i discepoli : se son
scritte come preparazione, non è cosa ridicola che un insegnante di latino
abbia bisogno di appuntarsi in iscritto gli aggettivi, i pronomi, i verbi? Se
son scritte per i discepoli, di grazia, come faceva Leonardo a por sott'occhio
agli scolari la declinazioni e coniugazioni latine vergate con le parole rove-
sciate, da destra a sinistra? Ma a che confutare gli assurdi! Che del resto
furon sostenuti da un dotto leonardista ancora nel 1899.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 13
urtare, dis(pa)battere, torciersi,
spingiere, sdrucciolare, divincolarsi,
tirare, scorrere, tremare,
stracinare, fagire, crollare,
rotolare o burlare, sfuggire, ristrigniersi,
rivolgiere, diripare, allargarsi,
{burlare), dismontare, sgambetti. re,
movere, spianarsi, calcitrare,
correre, scotersi, sollevarsi,
sbattere.
Nello stesso Codice Atlantico al folio 109 verso si trova questa sequenza:
rancore
odio
ira
ecesso
sucesso
strage, uccisione.
E al folio 367 :
amare
odire
esaudire
fastidio
djectivo -~
adiettivo: bello
sostantivo : omo
nominativo : Giovanni
verbo : pingie
relativo antecedente o precedente : il quale, del quale, per Io quale Giovanni.
{Cito, avverbio).
nome: Antonio,
verbo : operazione,
participio, studiando, che è nome verbo.
{Prepo)
Pronome : quello eh' è in lo [coj del proprio nome : tu, voi. noi.
Preposizione : quella che si prepone o antepone all'altre cose, come : tolli
da Antonio.
Adverbio : quello sta appresso al verbo, come : dire bene (io so), Lionardo
14 E. SOLMI
fa bene.
Interjectione, come dire: eimèì io vorrei andare.
Congiunzione : io et tu.
{Nome, Verbo)
Antonio, studia.
nome: Antonio,
verbo: studia
agiectivo : bella
sustantivo : donna
relativo : per lo quale
antecedente : giovane
toccare
ornare
portare, ecc., ecc., ecc.
Al f. 361 verso prima del passo : « infra le dannose cagione delli umani
beni, a me pare, i fiumi, con le superchie e impetuose inondazioni, tenere
il principato » questa significante serie di parole :
terrore nefande
inesorabile li orribili,
repentina e conquassabili,
precipitante.
Nel codice Trivulziano vi sono al meno 7 o 8000 parole diverse, distri-
buite su quattro o cinque colonne, che talora si succedono senza nessuna
regola, tal altra son messe in ordine alfabetico, spesso in ordine di sinonimia,
€ qualche volta hanno anche accanto una breve esplicazione. Il Muntz
(p. 281) paragona queste sequenze con quelle del Pantagruel di Rabelais:
mignon, moignon, de renom — laité, feutré, calfaté, — moulu, morfondu,
dissolu etc. {Pantagruel, eh. XXVI, XXVIII), ma hanno evidentemente un
tutt' altro scopo. Leonardo segna le sue note non ad edificazione degli altri,
come il Rabelais, ma a propria istruzione.
Belicoso, glorificato, rifrancare, unità, imaculata —
ameno, piacevole e dilectevole,
stupefacto e smarrito,
sadisfatione,
intento,
origine,
fondamento,
cierchare,
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 15
trovare,
intendere ecc., f. 11 verso.
silogisrao parlare dubioso,
soffismo parlare confuso il falso per lo vero,
norma, divisione.
spetioso, bello apparente,
turbine, la tempesta del mare e deiraria,
turbo, revoluzion di vento.
torenti, fiumi che secano la state,
teorica, scienza senza pratica,
vortici, i ritrosi dell'acqua, f. 12 recto.
macchina — edifizio,
obbietto, opposto a riscontro,
ostentazione, voler parere quel che non è, f. 12 verao.
equinotio, quando di e notte son pari,
globo, retondità della terra, f. 13 recto.
scientia, notitia delle cose che sono possibili, passate e presente.
prescientia, notitia delle cose, eh' è posibile, che possin venire, f. 17 recto.
IV. — Leonardo nei suoi studi latini si è servito della
grammatica del Donato, e degli scritti fors'anche di Nonio Mar-
cello, di Pesto Pompeo e di Marco Terenzio Varrone, della ret-
torica di Guglielmo di Saona, di quella di Alessandro Gallo e
del vocabolario latino e italiano « utile e necessario a molti » di
Giovanni Bernardo.
Non sarebbe inoltre difl3cile dimostrare che anche alla lingua
greca Leonardo rivolse la sua mente. Secondo ciò che il Gellini
apprese in Francia, poco dopo la morte del Vinci, questi essendo
« abbundante di tanto grandissimo ingegno », non solo aveva
« qualche cognizione di lettere latine » ma, aggiunge, anche di
lettere greche (1). E i codici vinciani vengono a confermare
(1) Cfr. Cellini, l Trattati^ p. 226. < E perché egli era abbundante di
tanto grandissimo ingegno, avendo qualche cognizione di lettere latine e
greche, il re Francesco, essendo innamorato gagliardissimamente di quelle
sue gran virtù, pigliava tanto piacere a sentirlo ragionare, che poche gior-
nate dell'anno si spiccava da lui: qual fumo causa di non gli dar facultà di
poter mettere in opera quei suoi mirabili studi, fatti con tanta disciplina >.
16 E. SOLMI
questa notizia; parecchi passi greci son scritti di pugno del Vinci
nei Manoscritti e principalmente nel Codice Atlantico :
i. 97 V. TTpooi|Lii(iaai (b fivOpuiite 'ASrivAc;... f. 124 v.: iràvTiJUv àvTiaiuqpXiiuv òùo...
€Ù0e!ai èTriaxaupoOvTai ; irpooiiaidoai 00 fivGpujne 'AGrivat; xotq eeo!(; ò^xoMO»
f. 178 V., TtpooiMidoai d) fivBpuune rota 0eol<; béxoiaai... f. 171 v. 0 greci, io
non penso eh' i miei fatti vi siano da[ ] tare, però che voi li avete veduti :
dica [ ] gli suoi, che gli fa senza testimoni, de' qua[li] è sola consapevole
la oscura notte....
Reputo tuttavia che Leonardo nello studio della lingua greca non
sorpassasse la parte puramente elementare.
V. — Bisogna tener ben presente che nel suo insaziato de-
siderio di conoscere, Leonardo non solo ricorre alla esperienza
e agli uomini, ma anche allo studio delle opere antiche e me-
dievali di scienza. « Della lettura dei buoni libri, scrive egli nelle
« sue Profezie : felici fien quelli che presteranno orecchio alle
« parole de' morti : leggere le bone opere e osservarle » (1). E « dei
« libri che insegnano precetti » dice : « i corpi sanz'anima ci da-
« ranno, con lor sentenzie, precelti utili al ben morire » (2). « Le
« penne leveranno li omini, siccome gli uccelli, inverso il cielo,
« cioè per le lettere, fatte da esse penne ». E scherzosamente :
« Delle pelli delti animali, che tengono il senso del tatto, che
« v'è su la scr'itlura. Quanto più si parlerà colle pelli, vesti
« del sentimento, tanto più s'acquisterà sapienza ». « Le cose di-
'si sunite s'uniranno e riceveranno in sé tal virtù, che renderanno
« la persa memoria alli omini : — cioè i papiri, che son fatti di
« peli disuniti, e tengono memoria delle cose e fatti delli omini» (3).
Nessuna umana operazione è più nobile dello studio. « Sì come
« il ferro s'arruginisce sanza esercizio, e l'acqua si putrefa, e nel
« freddo s'addiaccia, così lo ingegno, sanza esercizio, si guasta (4).
« La pietra essendo battuta dall'acciardo del foco, forte si ma-
(1) Leonardo, Manoscritto 1, f. 64 recto.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 365 recto.
(3) Leonardo, Manoscritto 1, f. 64 recto e verso, 65 verso.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 289 verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 17
« naviglio, e con rigida voce disse a quello : — che presunzion
* ti move a darmi fatica? Non mi dare affanno che tu m'hai
« colto in iscambio, io non dispiacei mai a nessuno. Al quale
« l'acciarolo rispose: — se starai paziente, vedrai che maravi-
«glioso frutto uscirà da te. — Alle quali parole la pietra, datasi
« pace, con pazienzia stette forte al martire, e vide di sé na-
« scere il maraviglioso foco, il quale, colla sua virtù, operava in
« infinite cose. = Detta per quelli, i quali paventano ne' prin-
« cipii delli studi, e poi che a loro medesimi si dispongano pò-
« tere comandare, e dare con pazienzia opera continua a tali
« studi, di quelli si vede resultare cose di maravigliosa dimo-
« strazione » (1).
Bisogna fuggire la vanità per seguire la verità. Il difetto,
avrebbe detto Leonardo, non è la mancanza di lumi, ma la
scarsezza della luce. « Andando il dipinto parpaglione vagabundo,
« e discorrendo per la oscurata aria, li venne visto un lume, al
« quale subito si dirizzò, e con vari circuii quello attorniando,
« forte si maravigliò di tanta splendida bellezza, e non istando
« conlento solamente al vederlo, si mise innanzi per fare di
* quello, come delli odoriferi fiori fare solea, e dirizzato suo volo,
« con ardito animo, passò presso lume, il quale gli consumò li
« stremi delle alle, e gambe, e altri ornamenti ; e caduto a pie
< di quello, con ammirazione considerava esso caso, donde inter-
ne venuto fusse, non li potendo entrare nell'animo, che da sì bella
« cosa male o danno alcuno intervenire potesse, e restaurate al-
< quanto le mancate forze, riprese un altro volo, e passato at-
« traverso del corpo di esso lume, cadde, subito, bruciato nel-
* l'olio, ch'esso lume nutria, e restogli solamente tanta vita che
« potè considerare la cagion del suo danno, dicendo a quello : —
« 0 maledetta luce ! Io mi credevo avere in te trovata la mia
« felicità, io piango indarno il mio matto desiderio, e con mio
« danno ho conosciuto la tua consumatrice e dannosa natura.
(1) LEONARDO, Codieé Atlantico, f. 257 rècto.
Giornali $torieo. — Snppl. no 10-11.
18 E. SOLMI
« Alla quale il lume rispose : — così fo io a chi ben non mi sa
« usare. = Detta per quelli i quali veduti dinanzi a sé questi
« lascivi e mondani piaceri, a similitudine del parpaglione, a
€ quelli corrono, sanza considerare la natura di quelli, i quali da
« essi omini, dopo lunga usanza, con loro vergogna e danno, cono-
« scinti sono » (1).
« Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della
€ tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo
« la sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vec-
« chiezza non manchi il nutrimento » (2).
Nel vasto e confuso vortice delle note manoscritte corrono
misti alla pura acqua della sorgente primitiva i passi dovuti allo
studio di opere d'altri scrittori. Le esercitazioni fatte dal Vinci
sulla lingua latina non sorpassarono, è bene notarlo, la parte
puramente elementare, e i principi indispensabili sui verbi, sui
nomi e sulle parti del discorso. Un passo del Manoscritto B in-
fatti, attinto dal Valturio, ci mostra nella più chiara luce l'im-
perizia di Leonardo latinista (3). Ma è certo che con una cono-
scenza della lingua latina, anche ristretta e incerta, l'artista si
trovò in possesso di uno strumento prezioso, e potè attingere
nozioni sulla natura e sull'uomo a un gran numero di libri, che
recavano il frutto di esperienze secolari.
VL — Il Vinci domanda con insistenza ai suoi amici le
opere che desiderava conoscere. « Messer Vincenzio Aliprando,
« che sta presso all'osteria dell'Orso, ha il Vetruvio di Jacomo
« Andrea » (4). E altrove : « Fatti mostrare, a messer Fazio, Di
(1) Op. cit., ivi.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 112 recto.
(3) Valturio R., De re militari, lib. XII ad Sigism. Pandulfum Mala-
testam, Parisiis, 1534, p. 230. Volendo tradurre « Ghelidonium auctores
« vocant ipsi falcastrum , ecc. » , Leonardo scrive : « Auctori, secondo dice
«Gelidonio ». -Lo sproposito è significante! Gfr. Leonardo, Manoscritto B,
f. 9 verso.
(4) Leonardo, Manoscritto K, f. 109 recto. Son qui nominati, come ho dimo-
strato nel Leonardo, pp. 79-80, Giacomo Andrea di Ferrara e Vincenzio Ali-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 19
<propoì'tione »: < le Proporlìoni d'Alchino colle considerazioni
« del Marliano da messer Fazio » ; < il libro di Giovanni Taverna
< che ha messer Fazio ». « Alcitn^a ch'è apresso i Marliani fatta
« dal loro padre *(1). « Libro di Qian Giacomo » (2). « Maestro
< Giulian da Marliano ha un bello Erbolaro, sta a riscontro agli
« Strami legnamieri » (3). « Fatti mostrare al frate di Brera De
* ponderìbus » (4). « Libro di Maso ». « Libro di Giovanni Benci » (5).
« Un nepote di Gianangelo dipinctore ha un Libro d'acque, che
< fu del padre» (6). « Il Vespuccio mi vuol dare un libro di Geo-
« metria » (7). « Eredi di maestro Giovan Gheringallo hanno opere
< del Pelacano » \'è). « Libro di maestro Pagolo Infermieri » (9).
« Messer Ottavian Palavicino pel suo Vetruvio » (10). « Alberto,
prandi. Cfr. anche sul primo Uzielli G., Ricerche intomo a Leonardo da
Vinci, Torino, 1897, p. 377 sgg., e sul secondo Argilati, Bibliotkeca scrip-
torum mediolan. cui accedit J. A. Saxi kistoria letterario-typographica
mediolan., Mediolani, 1745. voi. Ili, P. II, p. 40; Mazzucchelli G. M., Gli
scrittori d'Italia cioè notizie storiche e critiche intomo alle vite ed agli
scritti dei letterati italiani, Brescia, 1753-1763, voi. I, P. I, p. 498.
(1) Lkonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto. Son qui nominati, secondo le
ricerche del mio Leonardo, pp. 81-85, 85-86, Fazio Cardano, padre di Ge-
rolamo, i figli di Giovanni Marliani. Gerolamo e Pier Antonio, e Giovanni
Taverna.
(2) Leonardo, Windsor Library, f. 141 verso. Cfr. Richtbr, The literary
Works of Leonardo da Vinci cit., parte II, n» 1435.
(3) Leonardo, South Kensington Museum IH, f. 55 recto. Cfr. Richter,
Op. cit., II, n» 1386. Solmi, Leonardo, p. 86.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, i. 225 recto. Il frate di Brera è probabil-
mente fra Filippo, come congetturai nel Leonardo, p. 112.
(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 121 recto. Su Maso e su Giovanni Benci
cfr. Solmi, Leonardo, pp. 132-133.
(6) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.
(7) Leonardo, British Museum, f. 132 verso. Cfr. Richter, The literary
Works of Leonardo da Vinci cit., II, n^ 1452. È Bartolomeo Vespucci, come
ho dimostrato nel Leonardo, p. 153.
(8; Leonardo, South Kensington Museum III, f. 13 verso. Cfr. Richter,
Op. cit.. Il, n" 1496.
(9) Leonardo, British Museum, f. 191 recto. Cfr. Richter, Op. cit.. Il,
n» 1454.
(10) Leonardo, Manoscritto F, recto della copertina; Richter, Op. cit.. Il
no 1421.
20 E. SOLMI
« De celo e mundo da fra Bernardino » (1). « Fa tradurre Avi«
« cenna De^ giovamenti » (2). « Il Dante di Niccolò della Croce » (3).
< Grammatica di Lorenzo de' Medici * (4). « Borges ti farà avere
* un Archimede dal Vescovo di Padova e Vittellozzo quello dal
« Borgo a San Sepolcro » (5), « Archimede dal Vescovo di Pa-
€ dova » (6). « Archimenide è intero appresso al fra tei di monsi-
« gnore di Sancta Giusta in Roma : disse averlo dato al fratel
« che sta in Sardegna, era prima nella libreria del Duca d'Ur-
• bino, fu tolto al tempo del Duca Valentino » (7).
VII. — Erano pochi tuttavia i libri che il Vinci poteva
avere dagli amici per appagare il suo desiderio di conoscere. Vis-
suto negli anni in cui la stampa faceva le sue prime prove, Leo-
nardo fu uno dei più appassionati compratori di volumi. Da una
nota del Manoscritto F si scorge il Vinci intento a far venire
le più recenti pubblicazioni da Venezia : « Libri da Venegia » (8).
In un'altra nota del Codice Atlantico non solo son registrati i
libri a stampa acquistati, ma anche il loro prezzo:
S. 68. nella Cronica.
61. in Bibbia.
119. in Aritmetica di maestro Luca (9).
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.
(2) Leonardo, Windsor Anatomy, IV, f. 167 recto. Richter, The literary
Works of Leonardo da Yinci, II, 1434.
(3) Leonardo, Manoscritto F recto della copertina. Su Niccolò della Croce
il mio Leonardo, p. 179.
(4) Leonardo, British Museum, f. 191 recto. Richter, The literary
Works of Leonardo da Yrnct, II, 1454.
(5) Leonardo, Manoscritto L, f. 2 verso. Borges non può essere che il « reve-
« rendo episcopo di Burges, fradelo del zeneral di Normandia e cugnato di lo
* episcopo di Samallò, orator francese, qui in corte de Roma (anno 1513) ».
Sanuto, Biarii, Venezia, 1889, v. XXIV, pp. 149-50. Cfr. anche pp. 167,
245, 365, 454, 522, 582, dove si parla del Borges, cioè Bohier o Boyer An-
tonio, arcivescovo di Bourges, cardinale del titolo di S. Anastasia in Roma.
(6; Leona-rdo, Manoscritto L, f. 94 verso. Il vescovo di Padova qui citato
è Pietro Baroccio, come ho dimostrato nel mio Leonardo^ p. 137.
(7) Leonardo, Codice Atlantico, f. 349 recto.
(8) Leonardo, Manoscritto F recto della copertina.
(9) Leonardo, Codice Atlantico, f. 104 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 21
Leonardo non solo si fece prestare i libri dagli altri, ma egli
stesso li prestò agli amici. « Messer Battista dall'Aquila cameriere
« segreto del Papa ha il mio libro nelle mani De Vocio »(!).« Libro
« dell'acque a messer Marco Antonio » (2). « Lascia il libro a
« messer Andrea Tedesco » (3). « Il mio mappamondo che ha Gio-
« vanni Benci ». « Mappamondo di Giovanni Benci * < Mappa-
< mondo de' Benci ». « Giovanni Benci il libro mio •» (4). e Mostra
« al Serigatto il libro, e fatti dare la regola dell'orologio » (5).
Le botteghe de' librai e i mercati de' libri videro più di una
volta il grande artista aggirarsi, come i dotti umanisti suoi con*
temporanei, fra i banchi delle opere manoscritte o a stampa, che
eran poste in vendita. « Cerca di Vetruvio, scrive Leonardo, tra'
« cartolai » (6). « Paesi di Milano in istampa. Libri di mercato ».
« Libro che tratta di Milano e sue chiese, che ha l'ultimo car-
« tolaio, che sia inverso il Gordusio » (7). « Pianta d'Elefanta di
« India, che l'ha Antonello mereiaio » (8).
Vili. — Ma i libri prestati dagli amici e comprati non po-
tevano bastare per il non troppo facoltoso artista. Leonardo pe-
netra nelle biblioteche pubbliche e private, in mezzo al garrulo
sciame degli umanisti. La nota « Vitolone in sancto Marco » (9) ci
mostra il divino pittore AqW Adorazione de" magi nelle lunghe
(1) Leonardo, Codice Atlantico, i. 287 recto. È il trattato leonardesco De
Vocie.
(2) Leonardo. Windsor Anatomy, IV, f. i53 recto. Richtbr, The literary
Works of Leonardo da Vinci, li, n" 1433. Per Marco Antonio della Torre
cfr. il mio Leonardo, pp. 188-89.
(3) Leonardo, Manoscritto F cop. r. Richter, Op. cit., II, n» 1421.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 121 recto. Manoscritto L, f. 1 verso.
(5) Leonardo, British Museum, f. 191 recto. Richter, The literary Works
of Leonardo da Vinci, li, n» 1454. Su Francesco Sirigatti vedi il mio Leo-
nardo, p. 153.
(6) Leonardo, Manoscritto F verso della copertina.
(7) Leonardo, Codice Atlantico, f. 83 recto.
(8) Leonardo, Manoscritto F recto della copertina. Cfr. Codice Atlantico,
{. 83 recto, e II pian di Pisa che ha Giorgio cartolaio ».
(9) Leonardo, British Museum, f. 29 verso. Richter, The literary Works
of Leonardo da Vinci, II, n*' 1507.
22 E. SOLMI
corsie della biblioteca di San Marco in Firenze, curvo sul me-
raviglioso codice deWOpticae thesaurus di Vitellione, sul quale
aveva meditato poco avanti il matematico Luca Pacioli. « Libreria
« di Sancto Marco » « I libri incatenati » (1).
L'altra nota « libreria di Sancto Spirito » ce lo fa imaginare
nelle belle sale fabbricate dalla munificenza di Niccolò Niccoli,
a sfogliare le opere scientifiche e letterarie, quivi raccolte e con-
servate (2).
Anche Milano era abbondante di codici e di libri nelle case
private e nei monasteri ; ma più che le biblioteche milanesi at-
trasse Leonardo la gran libreria di Pavia fondata da Gian Ga-
leazzo Visconti, « dove i greci e latini scrittori, che giacean
« quasi sommersi e naufraghi, aveano trovato un sicuro ricetto,
< e quivi potean essere ammirati da tutti e letti » (3). « Fa d'a-
« vere Vitolone, scrive Leonardo parlando di uno de' suoi autori
< prediletti, ch'è nella Libreria di Pavia, che tratta di mate-
« matica » (4).
E quando nel 1502 il Vinci per incarico del Duca Valentino
era intento alle fortificazioni delle Romagne, dell'Emilia e del-
l'Umbria, ritraendosi ai suoi prediletti studi, in mezzo al fragor
delle armi, ricordava nel suo libretto di note : « di primo di
« agosto 1502 a Pesaro la libreria » (5). Alessandro Sforza, signore
di Pesaro, aveva poco tempo prima raccolta una magnifica bi-
blioteca con spese ingenti. « Mandò a Firenze », scrive Vespa-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 120 recto.
(2) « Libreria di sancto Marcho, libreria di sancto Spirito ». Leonardo,
ivi, f. 293 verso. Gfr. Mehus, Vita Ambrosii camaldolensis, Firenze, 1770,
p. 378; MÙLLER, Neue Mittheilungen ùber J. Lascaris und die mediceische
Biblioteh, Leipzig, 1884, p. 88; Giornale Storico della Letteratura Italiana,
voi. X, p. 413 e Philologus, I, p. 202.
(3) TiRABOSGHi, Storia della Letteratura Italiana, Venezia, 1796, voi. V,
p. 105; Argelati, Bibliotheca scriptorum mediolan. cit., II, p. 2106; Ma-
genta, / Visconti e gli Sforza, Parma, 1883.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.
(5) Leonardo, Manoscritto /, f. 94 recto. Gfr. G. D'Adda, Indag. stor.
art. e bibl. sulla libreria Visconteo-Sforzesca, Milano, 1875-79.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 23
siano da Bisticci, parlando dello Sforza di Pesaro, < e fece com-
« prare tutti i libri degni che potè avere ; di poi, che si togliessino
« tutti gli scrittori, che si potessino avere, non guardando a spesa
€ ignuna. Volle tutti i libri de' quattro dottori latini, e di più
« volle tutti i libri, che si potevano avere de' Greci, tradotti in
« latino, tutte l'opere di santo Tomaso e di Bonaventura , Ales-
« Sandro, Scoto, e il simile tutti i poeti , tutte le istorie, libri
« in astrologia, medicina, cosmografia, che aveva bellissima, di
< grandissima ispesa » (1).
Anche nella libreria d'Urbino, raccolta da Federico e Guido-
baldo, Leonardo rivolse i passi, ammirando la bellezza del sito
e la maestà delle sale. In tempo più tardo, in Roma, rammen-
tava ancora con desiderio un Archimede tutto intero, che « era
< prima nella libreria del Duca d'Urbino, e fu tolto al tempo del
€ Duca Valentino » (2).
La Biblioteca Vaticana infine, sotto la custodia, allora, di Tom-
maso Fedro Inghirami (17 luglio 1510 — 5 settembre 1516) e
quella di Francesco I, gran radunatore di begli ingegni e di bei
libri italiani, accolsero Leonardo negli estremi anni della vita,
quando ancor non languiva in lui il pensiero e la meditazione
degli eterni veri.
IX. — È ormai tempo di determinare con precisione quali
libri Leonardo conosce, e quali sono i passi dei suoi manoscritti,
che furon cavati da altri scrittori. Opera estremamente delicata,
nella quale sarà bene procedere non sul molle e infido terreno
delle congetture, ma su dati veramente sicuri.
A questo fine io mi sono servito essenzialmente di due mezzi :
(1) Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri, Bologna, 1892, p. 327.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 349 recto. Cfr. C. Guasti, Inventario
della libreria urbinate compilalo nel sec XY da Fed. Veterano nel Gior-
nale Storico degli archivi toscani, Firenze, 1862, VI, p. 127, 1863, VII,
pp. 46, i:^; G. Dennistoun OF Dennistoun, Memoirs of the Duhes of Ur-
bino, Londra, 1850, I, 154. 422; Schmarsow, Melioszoda Forlì, Berlino, 1886,
pp. 54, 81, 94 ; E. Muntz e P. Fabre, La Bibliothèque du Vatican au
XV siècle, Paris, 1887.
24 E. SOLMI
le indicazioni e le citazioni di autori e di libri, fatte da Leonardo
stesso; la trascrizione testuale da opere scientifiche, filosofiche e
letterarie. Vi sarebbe anche un terzo mezzo: l'analogia, su cui
si è appoggiato il Duhem per istituire confronti con libri proba-
bilmente non mai veduti o letti da Leonardo, buon'occasione per
molti, onde trasformare l'opuscolo in volume, ed il volume in mon-
tagne di carta, ma io l'ho lasciato, quanto più ho potuto, da parte.
Il primo mezzo è assai semplice : data l'indicazione di Leonardo
è facile stabilire la fonte. Ma pur troppo il Vinci non cita quasi mai.
Il secondo mezzo è di grande difficoltà: dato un passo, che si
sospetta non sia di Leonardo, si tratta di determinare, donde l'ha
cavato e rintracciarne l'originale. Questo problema è arduo in
grado sommo. Pronunziare una frase e rintracciarla fra gran
numero di volumi, donde probabilmente è stata attinta, è talvolta
opera addirittura disperata. Spesso la frase e il passo sfuggono
anche quando' si sa l'autore ed il libro, che ne è stato l'origine.
Ma se questo mezzo è difficile esso è nello stesso tempo fecondo,
perchè una volta rintracciata la fonte si ha un elemento pre-
zioso in mano per distinguere, nella immane congerie degli ap-
punti leonardeschi, quali sono i passi originali e dovuti all'os-
servazione diretta, da quelli, che non lo sono, ma costituiscono
appunti presi da opere lette e trascritte.
Lascio da parte le analogie, che si potrebbero rinvenire con
libri usciti in vari tempi e in vari paesi, metodo altrettanto op-
portuno per sfoggiare l'erudizione libraria, quanto discutibile,
incerto e il più delle volte fallace. Innumerevoli sono le opere
da me confrontate coi testi del Vinci, senza ch'io v'abbia tro-
vato un solo punto di sicuro contatto. Di tutto questo immane
lavoro preparatorio non ho voluto apparisse traccia, intento solo
ai risultati sostanziali, per quanto fosse stata lunga e faticosa e
difficile la via per arrivarvi.
Certo i raffronti di concetti, di passi, di semplici frasi, sareb-
bero numerosissimi (1). Ma già si sa quanto delicata sia questa
(1) Il Duhem (Bulletin Italien, 1907, p. 192) attribuisce agli scritti di
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 25
ricerca delle fonti, non essendovi nulla più facile del trovare
espressioni simili in due scrittori, e nulla più difficile del deter-
minare se queste espressioni non assumano in ciascuno di essi
un valore diverso, cosa a cui non ha guardato il Duhem.
li metodo del Duhem è indefÌDibile, e tale, per la sua arbitrarietà, da ser-
vire a giustificare i più asaardi riavvicinamenti. Con tal metodo qualunque
opera può essere segnalata come fonte del Vinci, anche quelle che, con
ogni probabilità, non furon mai né lette, né studiate dall'artista. In qxial
opera infatti non si può scorgere qualche analogia con gli appunti enciclo-
pedici di Leonardo? Con questo sistema il Duhem ha potuto fare dei rav-
vicinamenti sul genere di questo, che riferisco integralmente.
< Nous voyons par cet exemple que la lecture des ceuvres de Nicolas de
« Cuse permet d'interpréter telle pensée obscure de Léonard, de justifier tei
« rapprochement d'aspect incohérent: elle permet aussi de restituer leur sens
« véritable et compiei à des passages qui, pris en eux mémes, sembleraient
« réflexions sans importance, voire méme plaisanteries de goùt douteux.
€ De ce nombre est le passage suivant. que nous reproduisons tei que
< Liéonard Va écrit.
e ' Demetrio solca dire, non essere diferentia dalle parole e voce dell'inperiti
< ignioranti chessia da soni e strepidi causati dal ventre ripieno di superfluo
« vento.
« ' Ec questo non senza cagion dicea impero chellui non reputava esser dif-
« ferentia da qual parte costoro mandassino fuora la voce o dalle parti infe-
< riori o dalla bocha chelluna ellaltr» era di pari valimento e substantia '.
« Qu'est-ce là ? Une grossière boutade singuliérement déplacée en ce Cahier
Niccolò Cusano il proverbio leonardesco : « La vita bene spesa lunga è »
(che per adattare meglio alla lettera del Cardinale traduce : « La vie bien
€ remplie est courte » (Codice Trivulziano, f. 34 recto). Invano si cerca nel
Idiotae liber tertius: De mente cap. XV. De ludo globi lib. Il una frase
testuale simile, ed é naturale ! Cosi la frase « Ogni azione bisogna che
€ si eserciti per moto» {Cod. Trivulziano, f. 6 recto) è fatta risalire al
Excitationum ex sermonibus liber VII : ex sermone: Non in solo pane vivit
homo, ove è detto « Naturae opera requirunt motum ut perficiantur », frase
che può trovarsi in mille altri testi, e che Leonardo ha preso da Aristotile.
Egualmente la frase di Leonardo « Ogni nostra conoscenza principia da'
« sentimenti » (Codice Trivulziano, f. 20 verso) si fa derivare dal Cusano
< Nihil est in intellectu, quod non prius fuerit in sensu ». ma anche
questo riavvicinamento, con tutti quelli che lo circondano, non è troppo con-
vincente.
26 E. SOLMI
« dont toutes les notes, hors celle-là, ont trait aux sujets les plus relevés ?
« Nous le pourrions croire si nous ne recourions à Nicolas de Cuse.
« En son Dialogue sur la Genèse (Dialogus de Genesi), Nicolas de Cuse
« veut expliquer quels sont les trois degrés qu'il établit en la connaissance
€ humaine : La connaissance sensible, la connaissance rationnelle, la con-
« naissance intellectuelle; voici Tingénieuse comparaison qu'il déyeloppe :
« La parole que le maitre prononce implique elle-méme trois ordres
« distincts.
« Tout d "abord cette parole est sensible. Elle peut ètre recueillie par le
« simple organe de l'ouìe, par des gens qui ignorent absolument le sens
« des mots dont elle se compose. G'est là la manière bestiale de la recevoir.
« Toutes les bétes. en effet, sont en cela semblables à Thomme qui ignore
« le sens des mots; elles entendent seulement des sons articulés.
« Après cela vient la parole rationnelle, celle qu'entendent les hommes in-
« struits du sens des mots. La raison seule comprend le sens des mots, en
« sorte que la parole rationnelle du maitre est entendue par les hommes,
« et non par les bétes.
« Mais il peut arriver qu'un grammairien entende le discours du maitre
« et ne saisisse pas la pensée méme de ce maitre, si celui-ci, par son discours,
« s'efforce d'expliquer une idée mathématique ou théologique. Vous voyez
« donc que la parole du maitre est encore rationnelle, mais d'un ordre supé-
« rieur. G'est l'ordre intellectuel.
« Comprend-on maintenant le sens profond de la pensée de Léonard ?
« N'est-elle pas une comparaison, brutale assurément, mais bien capable de
< mettre en lumière ce qu'il faut entendre par la parole purement sen-
« sible ? » (1).
Per porre un rapporto tra il sublime pensamento del Gusano e il volgare
passo di Leonardo ci vuol l'arbitrario e assurdo metodo del Duhem, col
quale si potrebbe istituire qualunque altro ravvicinamento, anche il più pazzo.
Fortunatamente vi è la prova che fra questi due frammenti di Niccolò da
Gusa e del Vinci non esiste alcun rapporto, nel fatto che noi conosciamo
(1) Duhem, Léonard de Vinci et Nicolas de Cuse in BuUetin italien,
Bruxelles, 1907, pp. 207 sg. Gol nome di collezione Rouveyre mi riferisco alla
opera in 23 volumi Feuillets inédits de L. d. V. accompagnés de plusieurs
milliers de croquis et rfessms ; a quella ancor incompiuta in 15 volumi dei
Manuscrits inéjlits de L. d. V. accompagnés de plusieurs milliers de
croquis et dessins, e a quella in tre volumi dei Carnets inédits de L. d. V.
accompagnés de plusieurs centaines de croquis et dessins, iniziata da
E. RouvEVRE in Parigi nel 1901.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 27
benissimo la fonte del passo leonardesco, che fu da me segnalata fin dal
1898. La nota di Leonardo è copiata ad litteram dal De re militari del
Valturio, e con ciò cadono tutte le fantasie del Duhem.
Mi sarebbe facile dimostrare come tre quarti dei ravvicinamenti fatti dal
Duhem nei suoi Études sur Léonard de Vinci, Ceux quii a lus et ceux
qui l'ont lu, son fatti con lo stesso procedimento, che non si potrà mai de-
plorare abbastanza.
A furia di confrontare si finisce col vedere dei rapporti tra
forme e concetti i più disparati, o almeno così comuni, da non
potersene tirare nessuna conseguenza per le attinenze speciali
degli scrittori presi in esame (1). Il mio scopo è molto più mo-
desto: stabilire se le scritture del Vinci sono originali, come
preparazione all'Ediziun Nazionale delle sue opere.
Bisogna tener ben presente la universalità straordinaria della
mente dell'artista. Per stabilire le fonti occorreva compulsare
libri senza fine, cominciando dalle umili grammatiche e dizionari
quattrocentistici sino ad opere di prosa e di poesia, di matema-
tica, di medicina, di filosofia naturale e morale.
Nessuna via rimase intentata. Ed era necessario aver sempre
innanzi alla mente tutta l'immane congerie degli appunti leonar-
deschi, gran parte dei quali dovetti attingere dai manoscritti ine-
diti, con infinite fatiche e ostacoli, e di questi si ricercarono ben
spesso le origini e i testi primitivi, senza nessun filo conduttore.
Indagini di simil fatta esigono tempo e travagli senza numero,
poiché qui non si tratta della ricerca delle fonti di un poema
0 di una leggenda, limitati a opere di un sol genere e di un de-
terminato ciclo, ma di rintracciare le sorgenti di scritture en-
ei) Il Duhem (Bulletin Italien, 1907, p. 192), attribuisce alla influenza
delle Subtiles doctrinaque piene abhreoiationes libri physicorum edite a
prestantissimo philosopho Marsilio Inguen doctore Parisiensi, s. 1. n. a.,
39 f., non numerati, verso, la frase di Leonardo: « L'acqua che tocchi del
« fiume è l'ultima che andò e la prima di quella che viene, così il tempo
«presente» (Codice Trivuhiano, f. 34 recto). Ma Marsilio d'inghen óice:
€ Il presente è la fine del passato e il principio del futuro», il che è ben
diverso.
28 E. SOLMI
ciclopudiche, dove la filosofia, le scienze e l'arti tutte compaiono
alla rinfusa, e si intrecciano senza alcuna legge manifesta.
Certo non mi lusingo di aver scoperte tutte le fonti. Io tuttavia
posso affermare di aver data una risposta esauriente alla que-
stione mossa sulla originalità dell'opera manoscritta del Vinci
nel suo complesso. Se tal questione non è stata fatta e presen-
tata in tal guisa, per nessun altro scrittore, è perchè gli scritti
di nessun altro scrittore si trovano nello stato di quelli di Leo-
nardo.
La novità del problema e la difficoltà dell'impresa spiegano e
giustificano i difetti di queste mie ricerche. Questo lavoro, da
lungo tempo meditato, ho più volte abbandonato, ripigliandolo
poi a più riprese, quando alle mie ricerche risultava qualche
nuovo elemento, che stimava mi potesse aiutare al consegui-
mento dello scopo. E per quanto anche ora ritenga che il
presente scritto sia lontano dall'ideale che me n'ero formato,
pur tuttavia l'amore che vi ho posto e le fatiche e i sacrifizi
che mi è costato, me lo fanno tener caro sopra ogni altro dei
lavori, coi quali da quasi dieci anni mi son sforzato di portar
qualche nuovo contributo allo studio della vita e delle opere del-
l'impareggiabile Leonardo (1).
Guardando la gran somma dei codici vinciani ben si comprende
come quattro secoli abbiano dovuto trascorrere dalla morte del
Vinci, prima che lo spirito critico si sentisse in grado di accin-
(1) Vedi principalmente Studi sulla filosofia naturale di Leonardo da
Vinci. Gnoseologia e Cosmologia, Modena, 1898 ; Frammenti letterari e
filosofici di Leonardo da Vinci, trascelti, Firenze, 1904 (9» edìz.); Leonardo,
Firenze, 1908 (2* ediz.); La festa del Paradiso di Leonardo da Vinci e
di Bernardo Bellincione, Milano, 1903; Documenti inediti sulla dimora
di Leonardo da Vinci in Francia, Milano, 1904: Nuovi studi sulla filo-
sofia naturale di Leonardo da Vinci. Il metodo. L'astronomia. La teoria
della visione, Mantova, 1905; Il trattato di Leonardo da Vinci sul lin-
guaggio («De vocie *), Milano, 1906; Frammenti autobiografici inediti di
Leonardo da Vihci in Miscellanea di Studi critici dedicati dai discepoli a
Guido Mazzoni, Firenze, 1907; Ricordi della vita e delle opere di Leonardo
da Vinci raccolti dagli scritti di Gio. Paolo Lomazzo, Milano, 1907.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 29
gersi ad analizzarne e ad apprezzarne il valore. Scorgere nella
congerie confusa delle noie vinciaue l'originale della trascrizione,
Tespressione dell'idea propria dalla copia delle idee altrui è com-
pito indispensabile p^r gli ulteriori studi, che si volessero prose-
guire sul Vinci.
Le fonti.
I.
Abano (di) Pietro. Il Conciliator differentiarum di Pietro
d'Abano, benché sia un trattato compiuto di medicina teorica e
pratica, per i vari e molteplici nessi che lo studio dell'uomo nor-
male e delle sue alterazioni patologiche presenta eoo molte
scienze natuiali, risulta, nello stesso tempo, quasi un'enciclopedia
del sapere medievale. Quando Leonardo, nel 1506. recandosi da
Vaprio in Milano per sollecitare dallo Ghaumont la restituzione,
promessagli, della vigna fuori Porta Vercellina, che gli era stata
donata fin dal 1499 da Lo<lovico il Moro e poi confiscata, scrive
in un foglio, che oggi si trova a Windsor: « Ricordo: andare in
« Provvisione per il mio giardino. Giordano De pondet^bus e '1 Con-
* cUiaior de flusso e reflusso del mare » (1), con le ultime parole
si riferisce al Conciliator differentiarum philosophorum et pre-
cipue medicorum edito in Venezia fin dal 1471, poi in Mantova,
in Venezia, in Pavia, in Padova ed ancora in Venezia, nel quale
intendeva di leggere precisamente i capitoli 1 e III della diffe-
renza LXXXVIII, che del flusso e riflusso del mare trattavano
diff*usamente, come certo correa fama a que' tempi (2).
(1) LioNARDO, Windsor Library, f. 141 verso. Richtkr , The literary
Works of Leonardo da Vinci, II, n" 1436.
(2) Conciliator differentiarutn philosophorum et precipue niedicorum
clar. viri Petri de Abano patavini. Venetiis apud Octavianum Scotum
MCDXXl. Altre edizioni Mantue, 1472; Venetiix, 1476, 1483; Papiae^
30 E. SOLMI
La luna, a cui appartiene una speciale signoria sulle acque,
avrà letto senza dubbio Leonardo, esercita, nelle sue diverse
quadrature, maggiore o minore attrazione sugli umori del nostro
organismo, ma più manifestamente sulle acque del mare. Per la
copia e la purezza loro, per la salsedine che le conserva, sono
le acque de' mari più suscettive dell'azion lunare, come anche
affermano il Centiloquio di Tolomeo e V Introduttorio di Geofar,
onde si producono a periodica distanza i flussi e reflussi, e tal-
volta le maree straordinarie per durata e per mole. Del resto
una determinazione diligente e rigorosa del tempo e della forza
di questi fenomeni non si riesce a dare, perchè non sempre si
avverte subito l'effetto della presenza di qualche altro fattore,
mentre, pure, cause diverse dalla luna possono produrre con
essa 0 ritardare il flusso: l'azione, per esempio, di altri pianeti
e le congiunzioni celesti (1).
Tale era la spiegazione che dei moti periodici del mare aveva
data Pietro d'Abano, e, sebbene Leonardo procedesse nello studio
di questo fatto naturale, per vie, come ho dimostrato altrove (2),
interamente diverse, lo scienziato fiorentino ritenne, più che
opportuno, doveroso leggere la spiegazione, che proponeva quel-
l'opera che era chiamata allora « divina », della quale tuttavia
non resta alcuna traccia nei manoscritti del Maestro, fuorché in
questo sottile e impercettibile legame, che congiunge lo speri-
mentatore di genio al dotto medico del Medioevo.
Appassionatissimo per tutto ciò che riguardava le scienze oc-
culte, Pietro d'Abano aveva consacrato ogni momento libero che
l'arte medica gli concedeva allo studio della fisonomia, della
1490; Patavii, 1490; Venetiis, 1496, 1504, tutte anteriori al ricordo di Leo-
nardo. Ho innanzi l'edizione « Conciliator: Conciliator differentiarum phi-
€losophorum et medicorum, ecc.». Venetiis, 1520, p. 127 verso.
(1) Ferrari S., / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d'Abano, Genova,
1900, pp. 270 e ^71.
(2) Per la spiegazione del flusso e riflusso del mare secondo Leonardo,
vedi i miei Nuovi studi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci,
Mantova, 1905, pp. 82, 88.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 31
chiromanzia e della astrologia : « scienze vane e piene di er-
« rori ». griderà severamente I^eonardo. E forse questa non fu
l'ultima causa della scarsa efficacia del Conciliator differentiarum
sui manoscritti vinciani.
II.
Abbaco. È la prima delle opere segnate dal Vinci nella famosa
nota all'ematite del Codice Atlantico (1), e forse fu la prima delle
opere che Leonardo tenne fra le mani da fanciullo, uno di quei
testi sui quali, secondo la tradizione, < egli, in pochi mesi che
« v'attese, fece tanti acquisti, che movendo di continuo dubbi e
« difficultà al maestro, che gl'insegnava, bene spesso lo confon-
« (leva » (2).
Facilmente si tratta di un'opera manoscritta, senza tuttavia
escludere che Leonardo abbia potuto possedere in tempo più
tardo, e conservare presso di sé, VAbbaco stampato in Treviso
nel 1478, che il Boncompagni reputava scritto da Gerolamo e
Giovanni Antonio Tagliente o altra opera analoga posteriore (3).
È assai probabile che con la parola « abbaco » Leonardo si
riferisca ad uno scritto di non grande importanza scientifica
(come sono in generale tutti i libri elencati nel foglio 210 del
Codice Atlantico); senza escludere che il Vinci abbia potuto co-
noscere il Liber abaci di Leonardo Fibonacci detto il Pisano,
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(2) Vasari, Le vite, p. 445.
(3) Incomincia una practica molto bona e utile a ciaschaduno chi vuole
uxare Varte de la merchàdantia chiamata vulgarmente Tarte de T Abbaco.
A Tnviso a di 10 Dece b. MCGCGLVIII in 4» die. 62. Si crede comune-
mente questo il più antico trattato di aritmetica dato alle stampe, ma non
è vero, perchè fu preceduto dall'Ars num.erandi, stampata da Ulrico Zeli
circa nei 1471. Gfr. Boncompagni, Intorno ad wn trattato d aritmetica
stampato nel 1478, negli Atti delF Accademia dei Nuovi Lincei, t. XVI,
ann. 1862-1863, p. 1. Gerolamo e Giovanni Antonio Tagliente furono anche
compilatori di un Libro de abaco che insegnia a fare ogni raaone marca-
dantile, Venetia 1515.
32 E. SOLMI
la più grande opera di aritmetica del Medio Evo, dove, olire
l'uso dei numeri arabici, si risolvono le equazioni di primo
grado, alcune di secondo e si stabiliscono le regole per le equa-
zioni indeterminate (1), oppure le Recholuzze del maeslro Pa-
gholo aslrolacho (Dagomari), dove si trova per la prima volta
l'uso, adottato da F.eonardo, della virgola destinata a distinguere
i grandi numeri in gruppi di tre per facilitarne la lettura (2). Il
Vinci conobbe anche, senza dubbio, l'estesa opera Abbaco di Piero
Borgi, (in fine) Venetia per Errardo de Augusta, 1484, in-4»
(altre edizioni venete 1488, 1491, 1501, 1509, 1517, 1518) (3).
(1) Sul Liher abbaci, la Practica geometriae e il Liber quadratorum
del Fibonacci si veda Gantor, Vorlesungen ùber Gesch. der Mathematih,
Leipzig, 1892, voi. I, cap. XLI e XLII e principalmente Giesing, Leben
und Schriften Leonardos da Pisa, Dòbeln, 1896, pp. 32 e sgg. e gli scritti
del WoEPCKE negli Atti dell" Accad. pontificia dei Nuovi Lincei, Roma, 1861,
voi. XIV, pp. 342 e 348, e nel Journal de Liouville del 1854, p. 401. Per
l'introduzione delle cifre arabiche in Occidente Gfr. Woepcke, Sur Vintro-
duction de V arithmétique indienne en Occidente Roma, 1859; Sur Vhistoire
des Sciences mathématiquee chez les Orientaux, Paris, 1860; Mémoire
sur la propagation des chiffres Indiens, Paris, 1863.
(2) Recholuzze del maestro Pagliolo astrolacho. Bibl. Magliab. di Fi-
renze. Mss. 85, classe XI, f. 1. « Se vuoi relevare molte fighure, a ogni
« tre farai uno punto dalla parte retta inverso la manca ecc. ». Gfr. Libri,
Histoire, 1. II, p. 205; Boncompagni, Intorno ad al-
cune opere di Leonardo Pisano, ecc., Roma, 1852,
p. 38; Narducci E., Poesie inedite di Paolo dell" Ab-
baco (1281-1374), Roma, 1864. Introduzione. È assai
probabile che a questo «Pagolo» (Dagomari) si riferisca
la nota del Manoscritto I, f. 28 recto. « Disse Pagolo
«. che nessuno strumento, che mova un altro strumento
« a lui contingiente, che non potrà fare che non sia
« moso da lui, come se la rota move la sua rocca an
<i cera la rocca moverà essa rota. Ma tale cosa non è generale perchè se "1
« dente n mone la rota essa rota non moverà il dente n in volta infera >.
(3) Piero dal Borgo, chiamato da Leonardo « Piero Borgo » (Ricther, The
literary Works, II, p. 415), sul quale si può vedere il Mazzucchelli, Gli
scrittori d'Italia, t. II, P. III. p. 1735 e il De Morgan, Arilhmetical Boohs,
pp. 99-100, nel .suo trattato : « Qui comenza la nobel opera de arithmetica
« nella qual se tracta tutte cosse a mercantia pertinente facta et compilata per
« Piero Borgi da Venesia, [in fine] Ne la incleta cita de Venetia a gorni
« 2 augusto 1484 fu imposto fine a la presente opera >, ha tentato un libro di
divulgazione, che a' tempi del Vinci ebbe fortuna a dirittura straordinaria.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 33
Nessuno degli scritti da me esaminati, tanto a stampa che a mano, con-
tiene questo frammento, che Leonardo stesso dice di aver copiato da un
Abbaco, e che qui si riporta dal Codice Atlantico a commodo degli studio».
< Abbaco. Dammi Va <1'ud quarto, tolli un numero che abbi terzo e quarto,
< il quale troverai subito col dire : 3 vie 4 che fa 12; adunque essendo 3
< il quarto di 12 e T 1 è il terzo di 3, dirai che esso 1 si dimandi ^n^.
« Dammi '/s d' Ve- D' : 5 vie 6 fa 30, e '1 minor numero che fu 5, è quello
« che s' à qui adoprare, adunque 1 è '1 quinto di 5, il quale ara nome Vm-
< DamfmiJ '/a ^^ Vv ^^ V^^ oome di sopra moltiplicando, ciò eh' è sotto
< le linee, e dì : 3 vie 4 fa 12, e V4 di 12 è 9, e V3 di 9 è 6 ».
Ul.
Abicl Nella Biblioteca Trivulzio vi è un Abici, codice fatto
pel piccolo Massimiliano, figlio di Lodovico il Moro, nel quale
vi sono due quadretti , uno rappresentante il detto principe
nell'atto di complimentare l'imperatore Massimiliano, l'altro lo
stesso fanciullo, che sul far della sera sta guardando il volo degli
uccelli col suo ajo. In un'altra pagina si vedono Massimiliano e
il fratello seduti a desinare. L'Amoretti (1) e il Calvi (2) dicono
che questi disegni sono di Leonardo; l'Uzielli e il Miintz (3) ri-
tengono che non son del Nostro, ma forse di qualche suo scolaro.
IV.
Agostino (Sant'). Quante volte giunse all'orecchio di Leonardo
il nome di Sant'Agostino, accanto a San Paolo il più bel genio
che abbia onorata la Chiesa con la varietà della sua scienza e
con il suo ardente amore per la verità, dalle opere del quale
poco prima del XV secolo Bartolomeo Carusio aveva raccolti e
(1) Ahoretti, Memorie della vita e delle opere di Leonardo da Vinci,
pp. 62 e 63.
(2) Calvi, Notizie di artisti, Milano, 1865, II, pp. 33 e T7.
(3) UziKLU, Ricerche (1884), p. 384.
Mn-Noii «<sr*eo. — Suppl. no 10-11. 3
34 E. SOLMI
disposti per ordine alfabetico i detti in materia di fede e di
scienza nel suo Milleloquium. Nella seconda metà del secolo XV
il De Civitate Dei, quest'opera più famosa che letta, più celebrata
che ben fatta, dove, più che in qualunque altro scritto del
sommo Padre della Chiesa, si manifestano i difetti di una ret-
torica e di una dialettica spesse volte vuota e inconcludente,
era stata edita tanto in latino (1), quanto in italiano (2), ma
Leonardo si riferisce al testo originale quando scrive nel Codice
Atlantico: « XVI e. 6 de Civitate Dei, esse antipodes » (3), dove
è a notare che il Vinci commette un errore, perchè non al ca-
pitolo 6, del libro XVI, ma al capitolo 9 si fa la questione
« an inferiorem partem terrae , quae nostrae habitationi con-
« trarla est, Antipodas habere credendum est». E si conclude:
« Quod vero et Antipodas esse fabulantur, id est, homines a con-
« traria parte terrae, ubi sol oritur, quando occidit nobis, ad-
« versa pedibus nostris calcare vestigia, nulla ratione credendum
« est » (4), Leonardo arrivò, anche in questo punto, a tutt'altra
conclusione, né, come è naturale, altra traccia si riscontra nei
manoscritti editi ed inediti delle idee di Sant'Agostino, che per
(1) De civitate Dei libri XII sub anno a nativitate Domini MCCCCLXVII
die vero duodecima mensis Junii s. 1. grande in folio a 2 col. Altre ediz.,
Romae, 1468; Venetiis, 1470, ecc.
(2) Questo libro de Santo Angustino de la cita di Dio s. I. n. d. Altre
edizioni s. 1. 1472, 1473, 1475, ecc.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 332 verso. Richter, The literary
Works of Leonardo da Yinci, li, n" 1565.
(4) Ho dinanzi Augustini, De civitate Dei, Venetiis, MDGGXLIl, tomo II,
p. 237. Gfr. BiEGLKR, Die Civitas Dei des heilige Augustin in ihren Grund-
gedanhen dargelegt, Padeborn, 1894, pag. 87. La biblioteca comunale di
Mantova possiede questa bella e rarissima edizione da me esaminata : Aur.
Augustini, de Civitate Dei Libb. XXII. Venet. 1470 [in fine]. Qui docuit
Venetos exscribi posse Ioannes Mense fere trino Centena volumina pieni.
Et totidem Magni Ciceronis Spira libellos: Ceperat Aureli: subita sed
morte perventus Non potuit ceptum, Venetis finire volumen Vindelinus
adest eiusdem frater: et arte non minor: hadriacaq. morabitur urbe, in
fol., in carattere rotondo, di bella forma, in carta grande, senza cifre, segna-
ture e richiami, colle iniziali miniate a oro, e coi titoli manoscritti in ca-
rattere rosso. Questa edizione fu detta dal Glement « estremamente rara ».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 35
tanti secoli avevan tenuta una signoria incontestata sugli spiriti,
ai quali il Santo aveva magistralmente indicata la via della sal-
vazione e della grazia.
Le opere del vescovo di Ippona danno prova di una vasta eru-
dizione, di una conoscenza profonda ed estesa della filosofia
antica, di uno spirito agile, penetrante, entusiasta e sincero. Ciò
che Sant'Agostino aveva sentito maggiormente era stato il bi-
sogno incessante di rendersi conto delle proprie credenze, di
penetrare profondamente neirintelligenza del Dogma: lo studio
della natura per lui non era stato altro che una introduzione,
una preparazione necessaria alla conoscenza dell'anima e di Dio,
che costituisce la vera saggezza. Sotto questo rispetto Leonardo
si trova veramente agli antipodi di Sant'Agostino. « Le cose men-
« tali, che non son passate per il senso son vane e nulla verità
« partoriscono, se non finzione, e tal discorsi nascono da povertà
« d'ingegno. Poveri son sempre tal discorsori, e se saran nati
« ricchi e' moriran poveri, nella lor vecchiezza , perchè pare
« ch'essa natura si vendichi con quelli » (1).
V.
Agostino Vaprio di Pavia. Fra i pittori più notevoli del se-
colo XV, e fra i cultori della prospettiva, vien rammentato « mae-
« stro Angustino Vaprio di Pavia » (2). Una sua pittura, ricordata
spesso per la condotta del disegno e per la fusione ed armonia
delle tinte, si conserva ancora in San Primo di Pavia, nella
prima cappella a destra di chi entra, con la data « 1496 : die IX
« septembris Augustinus de Vaprio pixit ». La chiesa di San Mi-
chele di Pavia aveva nel secolo scorso una pittura con la firma :
(1) Lbonardo, Fragments d'étud^ anatomiques. Recueil B (Coli. Rott-
veyre) f. 7 verso.
(2) Casati C, Vicende edilizie del Castello di Milano, ecc., Milano, 1876,
p. 24; Calvi, Notizie di artisti, Milano, 1865, II, p. 96 sgg.
36 E. SOLMI
« Augustinus pinxit vipriensis doctus in arte — 1486 » ; e di altro
dipinto di Agostino di Pavia, che nella città ricordala adornava
già ab antiquo l'oratorio di S. Giovanni in Gonfalone, reputasi
avanzo la bellissima lunetta in tavola, che si vede ora nella
chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Non vi ha dubbio. Agostino
Vaprio è quel medesimo che nel 1490 vien chiamato da Pavia
per ordine del Moro insieme a Leonardo da Vinci per le opere
di pittura nel Castello di Milano. Il segretario ducale Bartolomeo
Calco VS settembre 1490, mediante una lettera circolare chiama
a raccolta da Treviglio, Como, Tortona, Novara, Lodi e Monza
i dispersi artisti lombardi , fra i quali Bernardino de Rossi , lo
Zenale, il Buttinone da Treviglio, Troso da Monza e infine, da
Pavia, « magistro Angustino et magistro Leonardo » (1). Ammesso
ciò, non vi ha dubbio che Agostino Vaprio è quel medesimo che
sulla fine di gennaio del 1491 « in casa di Messer Galeazzo San-
« Severino » dona a Leonardo una pelle turchesca , che poi fu
rubata da un discepolo, l'incorreggibile Giacomo: « Item, scrive
« il Vinci di proprio pugno, essendomi da maestro Agostino da
< Pavia, donato in detta casa una pelle turchesca da fare uno
« paro di stivaletti, esso Jacomo infra uno mese me la rubò, e
« vendella a un acconciatore di scarpe per venti soldi, de' qua'
« denari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici,
« confetti ecc. » (2).
VL
Alberghetti Giannino. Il poeta Bellincioni, volendo celebrare
gli uomini eccellenti, che adornavano la Corte del Moro, finse
poeticamente in un sonetto, che attorno ad una gemma lavorata
dal Caradosso, si fermassero un giorno estatici il grecista Giorgio
Merula, il pittore Leonardo da Vinci e il fonditore Giovannino
(1) Gasati C, Vicende edilizie del Castello di Milano, toc. cit.
(2) Leonardo, Manoscritto C, f. 15 v.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 37
Alberghetti ferrarese (1). Che questi due ultimi fossero legati da
rapporti scientifici, ce lo mostrano oggi i maaoscritti, dove l'ar-
tista fiorentino scrive di proprio pugno: « Ricorda a Giovannino
« bombardiere del modo come si murò la torre di Ferrara, sanza
« buche » (2).
Il nome di Giannino, oltreché nelle Rime del Bellincioni e nei
Manoscritti di Leonardo, si trova anche sulla leggenda di uno
dei cannoni presi a Rodi da Solimano nel 1522.
VII.
Alberti Leon Battista. Le opere di Leon Battista Alberti,
che potevano interessare Leonardo, sono fra le volgari, il Trat-
tato di proiettiva, quella della Pittur^a e della Statua, V Ar-
chitettura, i Cinque ordini di Architettura, i Ludi matematici
e l'operetta Be' pondi, fra le latine il De re aedificatoria, il
De pictura, gli Elemento picturae, la Statica, la Descriptio
urbis Romae, il De equo animante, il De componendis cifris,
il Liber navis e VAlfforismus.
È fuor di dubbio che il Vinci ha conosciuti gli scritti di pit-
tura, scultura e architettura dell'Alberti, ma è notevole il fatto
che il primo, oltre a procedere per vie proprie ed indipendenti,
non ha mai nei suoi manoscritti riferito testualmente alcun passo
del secondo. Nel Manoscritto 2037 della Biblioteca Nazionale di
Parigi è ricordato dal Vinci un « telaro o rete di dipintori >, che
Gian Paolo Richter dice suggerito da un passo del Trattato
della Pittura dell'Alberti (3). Ciò non si esclude in modo asso-
luto; ma la descrizione di Leonardo è tanto lontana da quella
(1) Angklucci, Docvme^ci inediti sulla storia delle armi da fuoco in
Italia, Torino, 1865, pp. 278 e sgg. Gfr. Bellinctone, Rime (1493), a carte
e in verso.
(2) Lkonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.
(3) Leonardo, Manoscritto 2037, f. Il recto; Richtbr, The literary
Works of Leonardo da Vinci, 1, p. 261.
38 E. SOLMI
che si trova in quest'ultimo libro, che sarebbe troppo arrischiato
affermare un rapporto diretto (1). L'intento del Nostro è soltanto
di perfezionare uno strumento d'uso comune fra i pittori. Egual-
mente i raffronti istituiti dal Brun nel Repertorium fùr
Kwnstwissenschaft di Vienna fra Leonardo e l'Alberti sono sem-
plicemente congetturali, e non costituiscono mai una evidente
dimostrazione di certezza (2).
Dell'Alberti il Vinci ha conosciuto profondamente i soli Ludi
matematici e fors'anche il libretto, oggi perduto, De nave.
Basta gettare soltanto lo sguardo sui Ludi matematici per
rilevare il grande interesse che i soggetti trattati avevano
per Leonardo. 1. Del modo di misurare l'altezza d'una torre
da un luogo discosto, ma che la si veda. 2. Come possa mai mi-
surarsi l'altezza di una torre da un luogo discosto, ma che di
quella si veda la cima. 3. Altro modo d'aggiugnere il medesimo
scopo. 4. Come possa misurarsi l'altezza d'una torre non acces-
sibile, ma di cui si vegga il suo pie e la sua cima. 5. Come possa
misurarsi il largo di un fiume d'in su la sponda. 6. Come si
giunga a sapere quanto sia alta una torre, di cui solo apparisca
la cima. 7. Modo per misurare la profondità d'un pozzo insino
(1) Alberti, Trattato della pittura (ed. Janitschek), Vienna, 1877, p. 101.
(2) Brun, Leonardo da Vinci und Leon Battista Alberti in Repertorium
fùr Kunstwissenschaft, Vienna, 1892, p. 267. Per ulteriori confronti, paragona
Leonardo, Trattato d. pittura (ed. Manzi), p. 141, con Alberti, Trattato
d. pittura, p. 67; Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci, 1,
p. 297, con Alberti, Dell" Architettura, Milano, 1833, I, p. 349. Per il Trat-
tato di prospettiva dell'ALBERTi basta ricordare che egli, in modo differente
dal Vinci, e seguendo servilmente Alhazen, divide tutta la materia in tre
parti: nella 1» tratta della visione diretta; nella 2* della visione riflessa;
nella 3» della visione rifratta. La seconda parte si presta a qualche raflfronto
nella teorica delle imagini prodotte dagli specchi piani, concavi e convessi.
Cfr. Leonardo, Codice Atlantico, f. 142 verso, 244 recto. Nella terza parte
l'Alberti, fra le altre cose, dimostra per qual causa il sole apparisca mag-
giore da mattina e da sera che da mezzodì; e perchè la luna e le stelle in
oriente ed in ponente appariscano maggiori, e più presso che nel mezzo del
cielo, in modo analogo a Leonardo, Manoscritto F, f. 25 verso, 33 verso ;
Manoscritto C, f. 3 recto; Manoscritto A, f. 64 verso, 2 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 39
all'acqua. 8. Modo bellissimo a misurare la profondità di qua-
lunque sia mare. 9. Modo assai bello e giocondo di fare orivoli
a vento, i quali consistono in una sì fattamente artificiata fonte,
che getta acqua per forza d'aria. 10. Altri orivoli per misurare
il moto del sole e delle stelle: come si facciano. 11. Modo di co-
noscere l'ore della notte col solo vedere. 12. Del modo di misu-
rare i campi: comesi possa ottenere una buona squadra. 13. Modo
molto commodo a regolare le acque correnti. 14. Come facciasi
a misurare un peso enormemente maggiore di quel che possa
comportare una stadera. 15. Uso dell'equilibra nel dirizzare i
colpi di cannone. 16. Modo di misurare il circuito o ambito d'una
terra. 17. Modo di misurare le gran distanze. 18. Invenzione
molto semplice e bella d'un compasso itinerario per misurare le
distanze di terra. 19. Altro compasso itinerario per misurare le
distanze di mare (1).
Traccio più o meno evidenti dei primi capitoli relativi alla
determinazione delle distanze si possono riscontrare nei mano-
scritti vinciani là dove si cerca di indagare l'altezza di una
torre o di un monte, la larghezza o la profondità di un fiume, ecc.,
per mezzo della costruzione di triangoli simili, nei quali la lun-
ghezza da valutare è il quarto termine di una proporzione di
cui gli altri tre termini sono conosciuti.
Ricordi, evidentissimi, degli altri capitoli ho potuto rintracciare
nei codici inediti di Leonardo, che si conservano a Windsor, e
che qui riferirò testualmente per il grande interesse che essi
offrono, e per l'esser sconosciuti.
Leonardo. Albkbti.
Dice Battista Alberti, in una sua Questa equilibra misura ogni peso
opera mandata al signore Malatesta in questo modo. — Quanto el filo
da Rimini, come quando la bilancia piombinato A E si scosta dalla cera
a b e à le braccia b a e b e in doppia D, tanto quel peso a cui sarà più
proportione, che ancora li pesi a lei vicino pesa più che l'altro dell'altro
(1) Le opere volgari di Leon Battista Alberti (ed. Bonucci), Firenze, 1847,
voi. Ili, pp. 406 e sgg.
40
E. SOLMI
attaccati, che in tal proportione la
dispongano, sono nella medesima pro-
portione che sono esse braccia, ma
e converso cioè il peso maggiore nel
minor braccio. Alla qual cosa l'espe-
rienza li risponde esser falsa, ma riu-
scire il suo proporre quando al braccio
minore s'accrescierà la lunghezza del
braccio maggiore, come di sopra si
dimostra (1).
Dice Battista Alberti, in una sua
opera Ew ludis rerum mathemati-
carum, che quando la bilancia a b e
ara le braccia b a e b e in quella
proporzione, che ancora li pesi alli
sua stremi attaccati, che 'n tal modo
la dispongano, son nella medesima
proportione che sono esse braccia;
ma e conversa cioè il peso meggìore
nel braccio minore : alla qual cosa la
sperienza e la ragione [. . .] li mostra
essere falsa propositione, perchè dove
lui mette li pesi oppositi 2 contro a 4
nella bilancia, che in sé pesa 6 libre,
vole essere 7 contro a 2, e cosi resterà
la bilancia ferma con equale potentia
di braccia. E qui erra esso allora per
non fare mentione del peso dell'aste
della bilancia, ch"è ineguale di peso.
Quante volte il minor braccio di
tal bilancia entra nel maggiore, tante
il maggiore de' pesi che 'n tal modo
la dispongano, riceve in sé il suo
minora, secondo Battista Alberti (2).
capo. Gonoscesi quando e' sia cosi,
quante volte dal capo del dardo fino
al filo D E entra nella parte che resta
del dardo, tante volte l'uno di questi
pesi entra nell'altro. Verbigrazia sia
il dardo lungo braccia 6, e sia dal
capo B uno peso di libbre 4 e dal
capo G uno peso di libbre 2. Trove-
rete il filo A D sarà vicino alle lib-
bre 4 tanto che quella parte sarà di
braccia 2 e l'altra sarà di 4 braccia
E sievi ricordo quanto vi dissi
testé qui sopra, che la parte più
(1) Manuscrits inédits de Léonard de Vinci accompagnés de plusieurs
milliers de croquis et dessins (British Museum, London), II, f. 31 verso.
(2) loi. III, f. 66 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
41
lunga della trave A B, quante volte
ella empie la minore — tante libbre
porta a numero una libbra, che gli
vien posta in capo. E la taglia simile
quante volte la fune sta giù e su,
tante volte si parte il peso ; per
modo che una libbra porta quattro e
sei secondo lo aggirarvi cioè 'I nu-
mero (1).
Una guida altrettanto sicura ci è otferta da un altro passo
dei manoscritti parigini, nel quale il Vinci, dopo aver descritto
l'odometro di Vitruvio (2) riferisce quello di Leon Battista Alberti :
Leonardo.
Del moto del mobile. Del cogno-
sciere quanto il navilio si move per
ora. Ecco un altro modo, fatto colla
sperientia d'uno spatio noto da una
isola a un'altra, e questo si fa con
un asse o lieva percossa dal vento,
che la p)ercuote più o men veloce, e
questo è in Battista Alberti. — 11
modo di Battista Alberti è fatto sopra
la sperientia di uno spatio noto da
una isola a un'altra. Ma tale inven-
tione non riesce, se non a un navilio
simile a quel dove è fatta tale spe-
rientia, ma bisogna che sia col me-
desimo carico e medesima vela, e
medesima situation di vela, e mede-
sima grandezza d'onde; ma il mio
modo serve a ogni navilio ecc. (3).
Quella cosa che più sì profonda nel-
Albkrti.
A conoscere quanto navighi una
vela, ponete il vostro pennello, fatto
non di piume, ma di legno, fìtto in
la sua astola, abbiate un'assicella
sottile quanto un cuoio, lunga un pie,
larga quattro dita, appiccata con dua
gangheretti, giù basso alla coda del
pennello ultimo, in modo ch'ella si
mova non qua et qua verso, ma a
destra e a sinistra, quel fa il suo pen-
nello e come fanno gli usci, i^a su
e giù come fanno le casse, quando
le aprite e serrate, e sievi una parte
d' un arco qual penda in giù attac-
cata in modo che quando questa as-
sicella starà più alta o più bassa voi
possiate ivi nel detto arco tutto se-
gnare (4).
(1) Alberti, Le opere volgari. Ili, 427 e sgg.
(2) VrrRDvio, L'Architettura, Udine, 1830-32. p 62 e sgg.
(3) Leonardo. Manoscritto F, f. 82 recto.
(4) Alberti, Opere volgari, III, p. 436. È notevole anche il fatto che
42 E. SOLMI
l'acqua meno è mossa dal vento, che
percote quella parte d'essa cosa, che
è for dell'acqua. Contro a Battista
AlbertijChe dà regola generale quanto
il vento cacc(i) per ora un navilio (1).
Il passo vinciano: «vedi De navi messer Battista » è un evi-
dente richiamo al Lìber Navis dell'Alberti, oggi perduto, ma
assai divulgato nel secolo XV e XVI (2); da ultimo la Tavoletta
di Leonardo « il liglio e il fiume » ha qualche affinità con una
attribuita a Leon Battista Alberti e intitolata appunto « il giglio
et il fiume », ma è un'affinità puramente accidentale* e non so-
stanziale (3),
Non è piccolo pregiudizio quello di voler vedere in Leon Bat-
tista Alberti il Precursore di Leonardo. Le somiglianze fra i due
ingegni sono meramente esteriori. Il Vinci e l'Alberti hanno solo
questo tratto comune, di esser stati indagatori teorici ed opera-
tori pratici. L'uno e l'altro investigarono i segreti della natura,
studiarono la geometria, l'astronomia, la musica, la prospettiva,
l'architettura, la pittura e la scultura, e fecero nello stesso
tempo di propria mano opere di pennello, di scalpello, di bulino
e di getto. Ma se si penetra nell'intimo de' loro geni si trova
una diflferenza essenziale: Leon Battista Alberti è un compilatore
di cose altrui, Leonardo è un inventore di nuovi veri, fondati
sulla indagine della natura, madre di tutte le scienze e di tutte
le arti, e sull'applicazione assidua ed indefessa delle matematiche.
Entrambi avidi di imparare nuove cose, qualunque uom dotto
sapessero essere giunto nella città, cercavano di renderselo amico,
Leonardo, ad imitazione di Leon Battista Alberti, voleva scrivere un Ludo
geometrico.
(1) Leonardo, Manoscritto G, f. 54 recto. Cfr. Niccolò da Cosa, Opera,
Basilea, 1565, p. 177.
(2) Leonardo, Manoscritto Leicester, f. 13 recto; Gessner C, Bibliotheca,
Tiguri, 1583, in fol., p. 20; Baldi, Cronaca de matematici, Urbino, 1707, p. 98.
(3) Leonardo, Manoscritto E, f. 44 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 43
e da chiunque apprendevano volentieri ciò che prima non ave-
vano saputo. Continuamente erano intenti a meditare qualche
cosa, ed anche sedendo a mensa andavano ognor meditando, ed
erano per ciò sovente taciturni e pensosi. Ma l'Alberti mostra
una desolante superficialità ne' suoi scritti; Leonardo una mira-
bile profondità, sempre vìgile e critica di ciò che apprende ed
indaga, che lo fa assurgere alle teorie più elevate, e discendere
alle applicazioni pratiche più ingegnose. L'uno è un divulgatore,
non uno scienziato, ama il sapere per renderlo poi di pubblica
utilità, comune e noto; l'altro è un vero scienziato, tutto assorto
al raggiungimento del vero, sdegnoso del pubblico, dell'utilità,
della privativa, del monopolio. Egli provava una gioia sufficiente
ad aver participato ad un segreto, ad aver divinata una cosa
profonda, toccata una realtà sacra. Conoscere gli basta; espri-
mere gli sembra già qualcosa di profano; divulgare al popolo
delle intelligenza i suoi trovati gli ripugna, come ripugnava al-
l'antico sacerdote sollevare un lembo del velo di Iside onnipo-
tente, perchè la vertigine della contemplazione fulmina quello
che percepisce il grande mistero.
Vili.
Alberto Magno. Alberto Magno, lo scrittore più fecondo e lo
scienziato più universale che abbia prodotto il Medio Evo, è, ac-
canto ad Aristotile e ad Archimede, l'autore che a Leonardo ha
offerto maggior agio di meditazioni e di studi. Meravigliati del
suo straordinario sapere, che si estendeva alla teologia, alla filo-
sofia, alla storia naturale, alla fisica, all'astronomia, all'alchimia,
a tutti i rami dello scibile umano, i contemporanei avevano con-
siderato Alberto di Bollstàdt come un mago, e Leonardo si era
più volte accostato alla gran mole delle sue opere con curiosità
mista a venerazione. Il Manoscritto I ci mostra il Vinci assorto
in questioni di meccanica : « di moto in comune — che cosa è
« il moto in sé — che cosa è quella eh 'è più atta al moto — che
44 E. SOLMI
€ cosa è impeto — che cosa è la causa dell'impeto e del mezzo
« ove si crea — che cosa è percussione — che cosa è la sua
« causa — che cosa è la incurvazione del moto retto e sua
«causa». Quante affannose domande! Leonardo segna allora i
libri, ai quali pensa di ricorrere per avere le definizioni cercate:
« Aristotile 3° della fisica e Alberto e Tomaso e li altri de risal-
« tatione in 7° della fisica » (1).
L'Alberto qui citato non può essere che Alberto Magno nato a
Lauingen nello Schwaben nel 1193 e morto a Kòln nel 1250, il
doctor universalis, spirito laborioso e infaticabile, che per primo
espose l'intera filosofia aristotelica in ordine sistematico, inter-
pretandola conformemente ai dogmi ecclesiastici, e il libro cui
Leonardo si riferisce è il Commentum in libros physicorum
Arislotelis (2).
Nel verso della sopracoperta del Manoscritto F è scritto di
pugno del Vinci « Alberto de celo et mundo da fra Bernar-
« dino » (3), ma non si può determinare se sia questo un accenno
al Liber de cielo et mundo del grande poligrafo di Bollstàdt,
come vuole il Ravaisson, oppure all'opera col medesimo titolo
di Alberto di Sassonia, detto comunemente Albertuccio, come
pretenderebbe il Duhem.
Né la nota del Codice Atlantico « Alberto Magno » (4) ci lascia
(1) Leonardo, Manoscritto I, f. 130 verso. Veggansi le parole Aristotile .
Alberto di Sassonia, Tomaso d'Aquino in questo stesso libro.
(2) Si confronti infatti Alberto Magno, Opera omnia, Lugduni, 1651,
voi. II; Commentarium in libros physicorum, libro III, Trattato /, cap. 2,
testo 3 e sgg. e libro VII, Trattato I, cap. 3, testo 10 e sgg., dove in modo
speciale si parla delle « quatuor species motus localis, a motore extrinseco,
« scilicet pulsio, tractio, vectio, vertigo •».
(3) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. E la solita lista di libri, che
il D'Adda, non so con che fondamento, qui identificava con le seguenti
opere di Alberfo Magno: 1) Libro de le virtù de herbe et prede quale fece
Alberto Magno; 2) Incomensa el libro chiamato della vita, costumi, na-
tura et omne altra cosa pertenente tanto alla conservatura della sanità,
quanto alle cause et cose humane.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 45
maggior certezza, benché da alcuni indizi par che debba riferirsi
al Cornpendmm pertUiie oc insigne opus philosophiae naluralis
di Alberto Magno.
Certo è che gli scritti del dotto scrittore medievale De gene-
ratione et cot^ruptione. De metfieoris. De mtneraltbus, De na-
tura locorum, De rerum proprietaiibus. De animalibus ave-
vano tutti tant'interesse per Leonardo, che questi vi riccwre più
di una volta per indagare le idee del vecchio scrittore sul mondo
e sull'uomo, sulla materia, sulla forma, sull'accidente, sull'eter-
nità, sulla durala, sul tempo (1).
A prova di ciò non starò a citare le innumerevoli vaghe ana-
logie che si potrebbero riscontrare fra le opere del poligrafo e
i manoscritti vinciani, citerò piuttosto alcuni passi del Codice
Atlantico la cui derivazione dai Meteororum IfbìH di Alberto
Magno è di evidenza ineccepibile, ed un notevole passo del Ma-
noscritto H, tratto con certa libertà e indipendenza dall'Opus
de antnialibus.
LxoNABDO. Alberto Magno.
Il vapore del vento si genera ed è Causa autem efBciens omniam reo-
percosso e acacciato dal freddo, il tonim in communi est, quod cum
qual freddo se lo caccia innanzi, e volvitur sol in orbe aao, et radius
dond e cacciato il caldo riman freddo; ejus directe opponitur terrae et ap-
onde il vapore eh' è cacciato non pò propinquat terrae, quantum potest, di-
tornare in su per lo freddo, che lo recta oppositione, tunc elevat vapo>
caccia in giù, e non può tornare in rem ex ea: et cum elongatur et
giù per lo caldo che lo lieva in su, oblique respicit terram, tunc incipit
onde è necessario che vada in tra- vincere frigus in aere ; et ideo vapor
verso; [e io per me giudico che non elevatus percntitar a frigore, et in-
(1) Ai tempi di Leonardo eran state edite le seguenti opere di Alberto
Magno: il De generatione et corruptione nel 1495. il De metheoris nel
1488 e 14W, il De mineraltbus nel 1476, 1491 e 1495, il De natura locorum
nel 1514 e 1515, il De rerum prcprietaUbut nel 1478, 1479 e 1495, il De
animalibus nel 1478. Per l'importanza che potevano avere per Leonardo
questi scritti cfr. He^tung, Albertus Magnus und die Wissensehaften
seiner Zeit, in Bistor. polit. Blàtter, Berlin, 1874, voi. LXXUL p 485 e ^g.
46
E. SOLMI
abbia moto, perchè le predette po-
tentie essendo eguali , equalmente
servano il lor mezzo, e se pure fugge,
el fuggitivo esala, e fugge per ogni
verso, a similitudine della spugna
piena d'acqua, la quale è premuta,
che l'acqua fugge per ogni linea dal
centro della predetta spugna, adunque
il vento settentrionale fia generator
di tutti i venti in un medesimo tempo].
Il vento settentrionale viene a noi
di lochi alti e diacciati, e però non
po' spiccarne umidità, e però è puro
e netto, perchè è freddo e secco, e
per questo in sé è molto lieve, ma
la sua velocità lo fa potente nelle sue
percussioni.
Il vento australe non trae puro, e
perchè è caldo e secco risolve la gros-
sezza del vapore acquoso, che esala
dal Mediterraneo mare, i quali poi
seguitano in corso del predetto vento,
perchè con quello s'infondano, onde
per tal causa esso vento, quando
percote l'Europa, viene a essere caldo
e umido e di grossa natura, e benché
il suo moto sia pigro, la sua percus-
sione non è men potente che il vento
settentrionale (1).
spissatur, et resolvitur in aquam, sicut
vapor propter fi igus, quod super aè-
rem dominatur, eo quod sol elongatur
ab ipso non quidem quoad spatium
quod sit inter solem et terram, sed
frequenter ad obliquitatem radii, qui
incidit in terram.
Septentrio ventus est frigidus et
siccus : est autem frigidus eo quod
oritur a locis aquosis frigidissimarum
aquarum... Loca autem per quae fiat
non sunt calida, et ideo nihil adhaeret
ei ex eisdem vaporibus elevatis, sed
pervenit ad nos purus.
Egressio autem Austri non est
pura, sicut etiam diximus: et hoc
patet ex ipso loco, qui dicitur lymi-
nien, et ex ilio descendit ad nos;
locus autem ille calidus est et tur-
bidus ; unde ventus Austri, exiens
ex ipso, turbidus et crassus quodam-
modo et pinguis aurae pervenit ad
nos et commovit pluvias (2).
TlGRO.
Questa nascie in Ircania, la quale
è simile alquanto alla pantera per le
De tigro.
Tigris animai est hircanorum re-
gionibus generatum mire velocitatìs
(1) C. Leonardo, Codice Atlantico, i. 169 recto. È ovvio osservare che,
al solito, questi passi non sono una traduzione, ma piuttosto un'interpreta-
zione e commento, e, talvolta, una critica acuta.
(2) Alberto Magno, Opera, Lugduni, 1651: voi. I. Metheororum libri,
Libro III, Trattato I, cap. 4 e 2.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
47
diverse macchie della sua pelle, ed
è animale di spaventevole velocità.
Il cacciatore quando truova i suoi figli,
li rapiscie, subito ponendo specchi
nel loco donde li leva e subito sopra
veloce cavallo «i fugge. La pantera
tornando truova li specchi fermi in
terra, ne' quali vedendose li pare ve-
dere li sua figlioli, e raspando colle
zampe scuopre l'inganno, onde me-
diante l'odore de' figli seguita il cac-
ciatore, e quando esso cacciatore vede
la tigra lancia uno de' figliuoli e
questa lo piglia e portalo al nido e
subito rigiugne esso cacciatore, e fa
simile insino a tanto ch'esso monta
in barca (1).
et ferocitatis ad quantitatem lepo-
rarii canis et amplius excrescens. Est
autem varium nigri coloris fulvis
virgulis quasi undatim intereptis et
è (uncarum) unguium et acutorum
dentium et in multa fixa pedis et
multorum partuum quos cum aliquis
venator accepit non nisi presidio na-
vis eflFugere poteri t et si longe navis
destiterit et eum raater tigris inse-
cuta fuerit unum catulum de multis
propeexistenti matri proicit cum quo
dum ad antrum referendo occupatur
venator procedit longius et si secundo
rediens iterum venatorem insequens
iterum unum de pluribus reddit et
tandem in toto recedens aliquos re-
tinet de filiis, aliqui etiam venatores
speras vitreas secum habentes matri
obiciunt in quibus natorum similitu-
dines apparent sicut in speculo cum
mater ad speram aspicit et sicut spe-
ram post speram abicientes deludunt
matrem que spere mota filium mo-
veri putat, .sed cam spera confrin-
gens pedibus filium lactare querit
delusam se deprebendit et multoties
fit delusa venator vel ad civitates
vel ad naves coadit et illa natos
perdit (2).
Dai confronti di questi passi si può concludere con certezza
che Leonardo ha lette e rilette le opere di Alberto Magno, ma
(1) Leonardo, Manoscritto fi, f. 23 e 24. Gfr. Goldstaub u. Wkndriner,
Ein toscovenetianischer Bestiarius, Halle, 1892, p. 308, n. 1.
(2) Alberto Magno, Opus de animalibus, Roma, t478; Tractatus II de
quadrupedibus, cap. 1. Ho anche dinanzi Alberti Magni, De animalibus,
[in fine] Mantue per Paulum lohannes de Butschbach alamanum Magun-
48 E. SOLMI
nello stesso tempo bisogna constatare con quale indipendenza di
giudizio egli si comportava con gli autori, che, più che trascri-
vere, interpreta, corregge e critica con l'intelletto sempre vigile
e alacre.
Se l'originalità presso Alberto Magno pareggiasse l'erudizione,
la storia delle scienze offrirebbe pochi nomi superiori al suo.
Ma lo studio delle sue opere prova ch'egli aveva più pazienza
che genio, più scienza che inventiva. Frutto di una immensa
lettura, le citazioni si accumulano a casaccio ne' suoi scrìtti; le
questioni, faticosamente dibattute, vi son quasi sempre risolte
col peso delle autorità, raramente vi si nota l'impronta di uno
spirito vigoroso, che si appropria le opinioni stesse delle quali
non è l'autore diretto, e le traduce nel linguaggio del proprio spi-
rito (1). Sotto questo rispetto per la vastità del genio e l'origi-
nalità delle scoperte, per la profondità e l'altezza delle idee
Leonardo si eleva di gran lunga sopra Alberto Magno.
IX.
Alberto da Imola. Alberto da Imola? Chi era costui? Nes-
suno degli eruditi imolesi rammenta questo nome, che Leonardo
scrive con tanto interesse ne' suoi manoscritti: « Alberto da Imola,
« Alcibra cioè insegna come numero e cosa s'aguaglia alla
« cosa e numero » (2).
Chi sia questo studioso di matematica non è facile identificare,
perchè non ce ne resta alcuna memoria, se pure in esso non si
deve vedere l'ignoto imolese autore del raro e sconosciuto opu-
tinensem dioces. Sub anno domini millesimo quadringentesimo septuage-
simo nono, in fol., con annessa l'opera di Alberto Magno, De muliere forti,
manoscritta.
(1) IoACHiM SiGHART, Albertus Magnus, sein Leben und seine Wissen-
schaft, Regensburg, 1857, p. 102; Prantl, Geschichte der Logik in Abend-
lande, Leipzig, 1855, III, pp. 89 sgg.
(2) Leonardo, Manoscritto G,t 13 verso; Richter, The Uterary Works
of Leonardo da Vinci, n" 90.
LE FONTI DI I EONARDO DA VINCI 49
scolo della Biblioteca Comunale di Bologna intitolato: Qui apresso
e inàci col nome di dio inlèdo di traclare e scriuere alquàii
modi e reffote sopra l'arte del numero allrimèti chiamato
algoi^ismx), più traclare de la alfjibra mochabile altrimenti
chiamata regola della cosa: e più traclare alquàto de geo-
metria altrimenti chiariiato mesura : e di traclare di ciascuno
altro modo, fase, in fol. di car. 35 senza numeri.
Se Alberto da Imola e l'ignoto autore di questi^ libretto sono,
come è probabile, la medesima persona, allora Leonardo si rife-
risce, senza alcun dubbio, ad una copia manoscritta dell'opera
suindicata. Ma invano abbiamo cercato nei manoscritti vinciani
e nel codice bolognese qualche argomento di certezza! (1).
X.
Alberto di Sassonia. Alberto di Sassonia è uno dei dottori
più possenti e originali che, nel XIV secolo, abbiano illustrata
la Scolastica. La tradizione de' suoi insegnamenti fu di lunga
durata. I maestri della Scuola, alla fine del Medio Evo e al prin-
cipio del Rinascimento, Nifo, Soto, Toleto, citano spesso i suoi
(1) Sull'algebra antica e medievale cfr. Cossali, Origine, trasporto in
Italia, primi progressi in essa dell'Algebra, Parma, 17y7-99, 2 voi.; Nessel-
MANN, Die Algebra der Griechen, Berlino, 1842; Malthiessen, Grundzùge
der nntiken und modemen Algebra der litteralen Gleichungen, Lipsia,
1878. Nessuna traccia nei manoscritti fin qui editi di Leonardo ho potuta
rinvenire dell'opera di Prosdocimo de' Beldomandi di Padova (cfr. Fa taro,
Intorno alla vita e alle opere di Prosdocimo de Beldomandi, in Bol-
lettino di bibliografia e di storia delle sciente matematiche e fisiche, Roma,
187P, voi. XII, pp. 1 8gg., 115 sgg.), così importante per Io svolgimento
dell'algebra. Prosdocimi de Beldaniandis Algorismi tractatus perutilis et
necessarius foeliciter incipit, qui de generibus calculationum speciem pre-
terii nullam quam saltem necessaria ad huius artis cognitionem fuerat,
[in fine] Algorismus. Prosdocimi de beldomandi, una cum minuciis lohan-
nes de liveriis hic felicitar finit. Impressus Padue 1483 die 22 februarii.
Volentibus alium modum operandi in hanc arte qvuim. istum, studeant se
exercere in algorismo lohannis de sacro busto.
Gtornaìt itorieo. — Soffi, n* 10-11. 4
50 E. SOI. MI
scritti e se ne ispirano. Le sue dottrine non ebbero minore in-
fluenza sui pensatori, che la Scienza positiva preoccupava più
della Filosofia e della Teologia ; Biagio da Parma, Cardano, Co-
pernico, Guidubaldo dal Monte e Galileo han subita questa in-
fluenza, di cui le loro opere portano una traccia riconoscibile.
Pur tuttavia, non ostante gli sforzi del Thurot e del Duhem, il
nome di Alberto di Sassonia è appena pronunciato oggi nella
storia della Filosofia e in quella delle Scienze della natura (1).
Fra i libri manoscritti, cui Leonardo ha affidato giorno per
giorno le sue riflessioni, e che son conservati in Francia dalla
Biblioteca dell'Istituto, uno dei più importanti è quello segnato
con la lettera F. Per una felice e troppo rara circostanza
questo manoscritto è datato. In testa al primo foglio si legge
questa indicazione, scritta secondo la costante abitudine di Leo-
nardo da destra a sinistra: « Goraenciato a Milano addi 12 di
« settembre 1508 ».
Il verso della sopracoperta è anch'esso pieno di diverse scrit-
ture: vi si vede, fra l'altro, una lista, una specie d'inventario
di oggetti appartenenti a Leonardo da Vinci. Questa lista co-
mincia con queste parole: «Libri da Venegia ». E vi si trova
infatti accanto a degli « specchi concavi » e dei « coltelli di
« Boemia », dei titoli di libri o a stampa o manoscritti, quali
€ Vitruvio » « Archimede De centro gravitatis » « Anatomia di
« Alessandro Benedetto » « il Dante di Niccolò della Croce ».
È in seguito a questa lista che si decifra questa linea:
« Albertuccio e '1 Marliano de calculalione ».
Con la parola Albertuccio si designa, giusta il costume del XV
e XVI secolo, Alberto di Sassonia (Albertutius o Albertuccius)
e il libro qui indicato è il Tractatus proportionum, la cui se-
(4) DuHEMf Albert de Saxe et Léonard de Vinci, in Études sur Léonard
de Vinci, Paris, 1906, I, p. 3: Ueberwig-Heinze, Grundriss der Geschichtè
der Philosophie, Berlin, 1898, voi. II, pp. 310, SII, 312; Thurot, Recherches
historiques sur le principe d' Archimede, in Revue Archéologique , nuova
serie, Parigi, 1869, t. XIX, p. 119.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 51
conda parte è intitolata Tractatus de pt^oportione velocitatum
in motibus analogamente al libro di Giovanni Marliani (1).
Che Leonardo abbia conosciuto il Tractatus proportionum
risulta certo da un passo del Manoscritto / e da confronti rela-
tivi, che ne discendono, fondati sul vecchio assioma peripatetico
che la velocità di un mobile è proporzionale alla forza che muove
questo mobile, contro il quale il Vinci scrisse una delle sue pa-
gine più meravigliose e sensate.
Leonardo. Albbrtuccio.
De moto. Dicie Alberto di Sassonia Tertia conclusio est quod si poten-
nel suo Di proporzione che se una tia moventis ad suum mobile fuerit
potentia move un mobile in certa proportio dupla, eadem potentia mo-
velocità che moverà la metà d' esso vebit medietatem moti precise in
mobile in doppio velocie, la qual cosa daplo velocius (3).
a me non pare (2).
Ed ecco nel Manoscritto F interi passi calcati sul Tractatus
proportionum.
(1) Logica Albertucii perutilis. Logica excellentissimi sacrae theologiae
professoris maestri Alberti de Saxonin, ordinis Eremitarum divi Augu-
stini, per Mayistrum Aurelium Sanutum Venetum, Venetiis, MDXXIl;8ul
qual libro vedi Prantl, Geschichte der Logxh m Abendlande, voi. IV,
pp. 60 sgg. Cfr. Pacioli, Snmma de aritmetica, Venezia, 1474, e. 76", n° 68.
€ Albertutius àcora de Saxonia profondo filosofo e sacro doctore de lordine
«nostro seraphico: trattato particulare còpose de la proportione, el qual
« molto per le scole ala tempesta nostra se riuolta ».
(2) Leonardo, Manoscritto I, f. 120 recto.
(3j Alberto di Sassonia, Tractatus proportionum Venetiis, mandato et
expensis nobilts viri domini Octaviani Scott civis Modotientis 1496 quarto
hai. Decembri per Bonetum Localellum Bergomensem, f. 51 verso. Sa
quest'opera vedi F. Iacoli, Intorno ad un comento di Benedetto Vettori, me-
dico faentino, al Tractatus proportionum di Alberto di Sassonia, in Boll.
de Bibliografia e di Storca delle scienze matematiche e fisiche, Roma, 1871,
voi. IV, pp. 493 sgg.; Baldassarre Boncompagni, Intorno al Tractatus pro-
portionum di Alberto di Sassonia, ivi pp. 498 sgg., che enumera tutte le
edizioni di questo trattato come quelle di Padova del 1482 e 1484, di Ve-
nezia del 1494, 1496 e 1497, ecc.
52
l" Se una potentia move un corpo
un alquanto spazio, la medesima po-
tentia moverà la metà di quel corpo
nel medesimo tempo due volte quello
spatio.
2° Overo la medesima virtù moverà
la metà di quel corpo per tutto quello
spatio nella metà di quel tempo.
3° A. Over la medesima virtù mo-
verà la metà di quel corpo per tutto
quello spatìo nella metà di quel tempo.
4» H E la metà di tal virtù moverà
la metà di quel corpo tutto quello
spatio nel medesimo tempo.
5' H E quella virtù moverà due
volte quel mobile per tutto quello
spatio in due volte quel tempo, e mille
volte tal mobile in mille tanti tempi
tutto esso spazio (1).
E. SOLMI
Prima conclusio : si a potentia mo-
tiva moveret b mobile aliquod spa-
tium, movebit medietatem ejus in
duplo velocius.
Quinta conclusio: si fuerit aliqua
potentia quae moveat aliquod mobile
aliqua velocitate ad quod sit in pro-
portione dupla, medìetas motoris mo-
vebit medietatem mobilis equali ve-
locitate (2).
Tali passi si riscontrano anche nel De velocitate motuum
F. Alberti de Sassonia opus redactum in epiiomen a F. Isi-
doro de Isolanis ord. praed. Mediolani. MCDLXXXII, e forse di
qui li attinse direttamente Leonardo.
Non meno evidenti e sicuri sono i riavvicinamenti che si pos-
sono fare fra i Manoscritti vinciani e le Questiones in Aristotelis
libros de coelo et mundo di Alberto di Sassonia, anzi, secondo
il Duhem, con pale.se esagerazione, tutto il Manoscritto F sarebbe
stato ispirato dall'opera del vecchio professore della Sorbona.
Senza accennare le particolari concordanze, che si potrebbero
porre in rilievo, mi fermerò a riferire i passi di Albertuccio e
del Vinci relativi alle macchie lunari, passi, che, oltre a Leo-
nardo, ha dovuti tener presenti anche Dante nel redigere il suo
secondo canto del Paradiso, come appare manifesto.
(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 26 recto e f. 51 verso.
(2) Alberto di Sassonia, Tractatus proportionum, i. 51 verso.
LE FONTI ni LEONARDO DA VINCI
53
Leonardo.
Alcuni dissero levarsi da essa va-
pori a modo di nugoli, e interporsi
in fra la luna e li occhi nostri, il
che, se cosi fussi, mai tal macule
sarebbon stabili, né di sito, né di
figura, e vedendo la luna in diversi
aspetti, ancor che tal macule non
fiissin variate esse muterebbero fi-
gura, come fa quella cosa che si vede
per più versi (1).
Altri dissero che la luna era com-
posta di parti più o men trasparenti,
come se una parte fussi a modo d'a-
labastro e alcuna altra a modo di
cristallo 0 vetro, che ne seguirebbe
che '1 sole , ferendo coi sua raggi
nella parte men trasparente, il lume
rimarrebbe in superfìcie, e così la
parte più densa resterebbe allumi-
nata e la parte transparente mostre-
rebbe le ombre delle profondità sue
oscure, e così si compone la qualità
della luna. E questa opinione è pia-
ciuta a molti filosofi e massime ad
Aristotile (3).
Altri dicono che la superfìzie della
luna essendo tersa e pulita, che essa
a similitudine di specchio, riceve in
sé la similitudine della terra. Questa
opinione é falsa, conciosiaché la terra
scoperta dall'acqua per diversi aspetti
ha diverse figure, adunque quando
Albertoccio.
De primo erat una opinio quod
causa macule apparentis in luna est
vapor eleuatus ab ipsa luna inter-
positus inter nos et lunam, per
quem nobis obumbratur aliqua pars
lune
Sed ista opinio non valet. Primo
quia exalationes et vapores non uni-
formiter attrahuntur omni tempore
et in consimili figura, sed valde dif-
formiter,et tamen illae maculae appa-
rent semper vniformes et eiusdem
figurae (2).
De secundo est tertia opinio scilicet
commenta toris (A verroé),quam reputo
esse veram, quod lalis macula peruenit
ex diuersitate partium lune secundum
raritatem et dempsitatem maiorem
et minorem. Nam partes in quibus
apparet macula sunt rariores et ideo
minus bene possunt lucere. Partes
autem iuxta illas sunt dempsiores
et ideo magia possunt lucere. Patet
Iioc in simili de alabastro (4).
Secunda opinio erat quod illa ma-
cula non est aliud quam imago repre-
sentativa aliquorum corporum hic
inferius, sicut terre, vel montium vel
aliquorum huiusmodi, quae quidem
corpora videntur in luna ad modum
ad quem possumus videre corpora in
speculo reflese. Et hoc ideo, quia
(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 84 verso. Cfr. 52 verso.
(2) Alberto di Sas5')Nia, Quaestiones in librum II, quaestio XVIIL
(3) Cfr. Leonardo, Manoscritto F, f. 56 verso.
(4) Alberto di Sassonia, Quaestiones in librum II, quaestio XVI.
54
E. SOLMI
tal luna è all'oriente, ella specchie-
rebbe altre macchie che qnando essa
ci è di sopra, o qnando essa è in
occidente (1).
sicut dixit illa opinio luna est corpus
politura tersum et speculare. Sed illud
non valet, nam oporteret quod ad mo-
tum lune talis imago apparerei in
alia et in alia parte lune, ecc. Sed
consequens est falsum (2).
Passi di Alberto di Sassonia, che evidentemente ispirarono
Leonardo, son anche quelli sulle cosi dette figure mondane o
platoniche de' poliedri regolari :
Leonardo.
Dicono la terra essere tetracedo-
nica cioè corpo di 6 base, e questo
provano dicendo non essere infra
corpi regulari corpo di men movi-
mento, né più stabile che '1 cubo. E
al foco attribuirono il thetracedron
cioè corpo piramidale, la quale è più
mobile (secondo questi filosofi) che
non è la terra, però attribuirono essa
piramide al foco e "1 cubo alla
terra (3).
Albertuccio.
Quantum ad primum sciendum est,
quod f-rat opinio antiquorum, quod
corpora simplicia, sicut celum et eie-
menta determinarent sibi figuram a
natura, unde considerauerunt quod
corpora mathematica regularia sunt
5 et non plura scilicet : thetracedron,
exacedron, octocedron, duodocedron
et icocedron. Et quia etiam corpora
simplicia naturaliter sunt 5 et non
plura, scilicit quatuor elementa et
quintaes8entia,credideruntquod quod-
libet istorum corporum simplicium
determinaret sibi unam illarum figu-
rarum regularium. Undedixerunt ter-
ram esse corpus exacedron seu corpus
cubice figure: seu corpus sex super-
ficierum regularium. Et hoc ideo,
quia corpus cubicum seu exacedrum
est magis fixum et immobile et mi-
nus aptus ad motura. Et quia sic est
de terra, ideo attribuerunt terre figu-
ram cubicam seu figuram exacedron.
(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 54 recto, 70 recto.
(2) Alberto di S.ìssonia, Questiones in librum li, quaestio XXV; in li-
brum II, quaestio X.
(3) LeOìNardo, Manoscritto F, f. 27 recto e verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 55
DixeruDt autem aquam esse corpus
icocedron seu corpus ex duabus super-
ficibus regularibus ecc. . . . Lib. III.
Quaestio ultima (1).
La comparazione di questi testi non potrebbe lasciare posto al
dubbio: quando Leonardo scriveva le sue riflessioni stava leg-
gendo la discussione di Alberto di Sassonia sullo stesso soggetto.
Egli leggeva, è evidente, come può leggere un uomo di genio,
che ben raramente si rassegna a seguire servilmente il pensiero
altrui; alle obiezioni che Albertuccio aveva dirizzate a certe ipo-
tesi, il Vinci ne aveva aggiunte o sostituite delle proprie (2).
Il massimo della evidenza, per i rapporti fra i due scrittori, si
ha da questo confronto:
LkONARDO. ALBERTUCaO.
Del mondo. Onni graue attende al Omne grave tendit deorsum nec
basso e le cose alte non restano in perpetuo potest sic sursum sustineri,
loro altezza, ma col tempo tutte di- quare iam totalis terra esset sphae-
scenderanno , e così col tempo il rica et undique aquis cooperta (4).
mondo resterà sperico e per conse-
guenza fia tutto coperto dall'acqua.
Omne graue tendit deorsum nec
perpetuo potest susteneri, quare iam
totalis terra esset facta sperica (3).
Leonardo, come ha dimostrato il Duhera, si inspira ancora
alle Quaestiones d'Alberto di Sassonia, ma sempre con la stessa
originale libertà, quando discute tal questione sollevata dai Pi-
tagorici e dai Platonici : i movimenti delle sfere celesti produ-
(1) Alberto di Sassonia, Qwiestiones in lihrum III , quaestio XIII et
ultima.
(2) DuHBM, Albert de Saxe et Léonard de Vinci, pp. 22 sgg.
(3) Leonardo, Manoscritto F, f. 84 recto, 84 verso e 85 recto.
(4) .\lbebto di Sassonia, Quaestiones in libros de Coelo et Mundo, in
libriim Jf, quaestio XXIV.
56 E. SOLMI
cono un suono? L'influenza dei ragionamenti del dottore della
Sorbona si riconosce, ma, al solito, profondamente modificata,
anche là dove il Vinci distingue nei corpi di figura non uniformi
il centro di grandezza dal centro della gravità accidentale e na-
turale, ma i passi da noi citati dimostrano già all'evidenza come
sia stata potente l'eflìcacia di Albertuccio sui manoscritti vin-
ciani.
Alla domanda se il Vinci conosca anche le Quaestiones super
odo Libros physicorum Aristolelis di Alberto di Sassonia, noi ri-
spondiamo di no, senza esitare ; infatti di tale opera nessuna
traccia ci è stato dato di rinvenire, nelle pagine vergate dal
pugno di .Leonardo.
Il Traclatus proporlionum e le Quaestiones in libros de
coelo et mundo si devono ritenere due fonti capitali delle teorie
vinciane : ma l'artista fiorentino non le ha studiate, da lettore
desideroso di penetrare compiutamente nel pensiero d'un autore
e di assimilarselo : le ha studiate con un senso critico sempre
desto, con un'imaginazione sempre pronta a edificare delle nuove
ipotesi, con grande abilità di geometra e talento di osservatore
profondo. Nei suoi In libros Arislotelis meteorologices commen-
tarla Agostino Nifo dichiara che le Quaestiones super quatuor
libros meteororum, che sono state pubblicate sotto il nome di
Timone figlio dell'Ebreo sono di Albertuccio, cioè di Alberto di
Sassonia: « Albertillus, cuius quaestiones sunt editae sub nomine
« Thimonis judaei » (1). A questo libro dell'Ebreo, secondo il
Duhem, Leonardo avrebbe attinte le sue opinioni sull'iride, sul
flusso, sull'origine delle sorgenti sotterranee e sul fatto del trovarsi
l'acqua sui monti. Saremmo stati ben lieti di poter aggiungere
anche questa fonte alle altre dei Manoscritti vinciani, ma, —
per il silenzio dello Artista e per l'arbitrarietà dei riavvicina-
menti istituiti dal Duhem, — sentiamo, in coscienza, il dovere
(1) Nifo, In libros Aristotelis meteorologices commenlaria , Venetiis,
MDXL, fol. 14, col. e.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 57
di respingere qualunque rapporto fra quest'opera e i codici qui
esaminati. Se si ammettesse, fondati su simili prove, che tal libro
fu fonte di Leonardo, non sappiamo più quali opere antiche o
medievali, ad ogual ragione, non si dovessero segnalare come
solvente dei Manoscritti (1).
XI.
Alessandro de Villa Dei (Gallo). Fra i lihri posseduti da
Leonardo il Codice Atlantico indica un « Doctrinale * (2). Trat-
tavasi, senza dubbio, della grammatica latina in versi barbari di
Ale.<«sandro de Villa Dei (Gallus), che fu uno degli scritti scola-
stici che ebbe maggior numero di edizioni nei principi dell'arte
tipografica : Alexander Gallus, Doctrinale, s. 1. n. d. (Tarvisii
1472, Mantue 1475, Parmae 1478 e 1486, per non citare che
alcune delle più antiche edizioni). Tal grammatica non è in
fondo che una parafrasi, mal fatta, di Prisciano, sotto quattro
divisioni fondamentali : I de elhimologia, II de diasyntetica; III de
orthographia, IV de prosodia.
XII.
Aliprandi Vincenzo. Nell'ansia di lej^ere le osservazioni ed
i commenti sull'Architettura di Vitruvio, Leonardo da "Vinci si
(1) DuHEM, Ètudes sur Léonard de Vinci, p. 159 sgg . Un belPeserapio
del metodo del Duhem si ha a p. 181, dove un passo in cui Leonardo dice:
« e tu che tale invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale che tu
« mancherai dì tali simili opinioni, del quale tu ha' fatto grande ammuni-
« zione insieme col capitale del frutto, che tu possiedi », è tradotto: € A
« toi qui as trouvé une telle invention, il revient d'apprendre de nouveau
€ par l'observation de la nature, car tu te trouveras bientòt pris de court
€ avec toutes les opinions dont tu as fait grande provision en lisant le fonds
« du frère, dont tu es possesseur ». Di dove sia saltato fuori quel « frate »
non si capisce. Leonardo scrive € frutto», non e frate » ! (Manoscritto F,
i. 74 verso). Il Duhem, ben lungi dal correggere il Ravaisson, ingrossa lo
sproposito commentando : « la lecture des livres qu' il tient de fra Bernar-
« dino » 1
(2; Leon.\rdo, Codice Atlantico, f. 210 «doctrinale».
58 E. SOLMI
rivolge a Vincenzo Aliprandi, di nobile e ricca famiglia milanese:
« Messer Vincenzo Aliprandi — all'osferia dell'Orso — ha il Ve-
« truvio di Giacomo Andrea » (1).
Nessuno degli scrittori milanesi rammenta questo dotto protet-
tore delle lettere e segretario del Moro; non sarà quindi inutile
ricordare che il suo nome appare in una splendida edizione di
Isocrate, che la Biblioteca Comunale di Mantova ha il pregio di
possedere. Isocratis opera (graece) — in fine — Liber^ Me Iso-
Gratis Deo adjuvante perfectus est Mediolani, emendaius a
Demetrio Chalcondyla, iypis vero expressus et editus ab Hen-
rico Germano et Sebastiano de Poniremulo. Sumptus fecerunt
Bartolomaeus Scyasus, Vincentius Aliprandus, Bartolomaeus
Rozonus, scribae illustrissimi Ducis Mediolanensis , anno a
Christo nato Millesimo quadrinpentesimo nonagesimo iertio.
Januarii die vigesim,a quarta in fol. piccolissimo, prima edizione.
Xlll.
Alkendi 0 Kendi (Abu JoufFouf Ibn Jhak Ibn Assabah) « Le
« proportioni d' Alchino colle considerazioni del Marliano da
« messer Fazio » (2) porta il Codice Atlantico, e questa nota ci
palesa che il Vinci si rivolgeva in Milano a Fazio Cardano, padre
di Girolamo, per leggere e meditare una delle innumerevoli dis-
sertazioni di Alkendi, molte, disgraziamente, smarrite (3). Al-
chendi, soprannominato dagli Arabi il filosofo per eccellenza, era
uscito dall'illustre famiglia di Kenda, e contava fra i suoi ante-
nati dei principi di diverse contrade dell'Arabia. Egli, che aveva
(1) Leonardo, Manoscritto K, f. 109 verso. Cfr. le parole Giacomo An-
Hrea di Ferrara e Vitruvio.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.
(3> Veggan.si enumerate in Gasiri, Arabica philosophorum bibliotheca,
Madrid, 1760-1770, I, p. 353; G. Flùgel, Alhindi, genannt der « Philosoph
« der Araber », ein Vorbild seiner Zeit und seines Volhes, Leipzig, 1857,
pp. 20-35.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 50
fatti i suoi studi a Bassora e a Bagdad, si rese celebre con un
numero prodigioso di opere sulla filosofia, le matematiche, l'a-
stronomia, la medicina, la politica, la musica, ecc. ; possedeva,
si dice, le scienze dei Greci, dei Persiani e degli Indiani, e fu
uno di coloro che Al-Mamoun incaricò della traduzione delle
opere di Aristotile e di altri autori greci, ciò che fa supporre
fosse versato nel greco e nel siriaco.
In Milano nel secolo XV e XVI, nel circolo di intellettuali, cui
appartennero Leonardo, Giovanni Marliani e Fazio, Alkendi
esercitò una vera signoria. Girolamo Cardano, memore di questi
entusiasmi, pone nel suo de Suhtilitate Alkendi al decimo posto
fra le dodici menti più sottili, che fossero state al mondo dalle
origini al secolo XVI, e afferma che nulla vi ha di più ingegnoso
e di più sublime del suo LibeUum sex qtcaniitatum (i).
E Leonardo si riferisce appunto a quest'opera, la più nota fra
le duecentosessantacinque dell'arabo, e conosciuta anche sotto il
nome di brattato delle proporzioni. Quivi l'autore tentava di
provare che « non si può comprendere la filosofia senza la co-
« noscenza delle matematiche », ed esponeva una serie di con-
siderazioni aritmetiche di considerevole valore (2).
Questo trattato non fu edito. Prima della morte del Vinci fu
edito solo VAstrorum indicem Alchendus et Saphar de pluviis,
imbribus et ventis oc aeris mutatione (Venetiis 1507) e dopo la
morte di quello il De rei^m gradihus (Argent. 1531) e il Z)e
medicinaì^m compositaì'um gradibtis investigandi libeUics ( Ve-
netus, 1584).
(1) Cardani, Opera omnia, Londra, 1663, voi. I al cap. XVI del De sub-
tilitate. Cfr. anche Brucrer, Historia critica philosophiae, Leipzig, 1743,
voi. II!, pp. 63-69; Wùstenfeld, Geschichte der arab. Aerzte und Nattir-
forscher, Gòttingen, 1840, pp. 21 sgg.
(2) ScHMÒLDBRS, Essai sur les ècoles philosophiques chez les Arabes,
Paris, 1842, pp. 131 sgg.: Hauréau, Hisloire de la philosophie scohistique,
Paris, 1872, I, pp. .363 sgg.: Mu.nk, Mélanges de philosophie juice et arabe,
renfermnnt des extraits méthodiques de la source de vie de Salomon Ibn
Oebirol, Aoicebron eie, des notices sur les principauxs philosophes arabes
et leurs doctrines, Paris, 1859, pp. 339-341.
60 E. SOLMI
XIV.
Andrea da Imola. Motore efficace ai nuovi concetti astronomici
e geografici del Vinci furono le discussioni con Andrea da Imola,
ricordato da Leonardo a proposito del quesito se lo splendore
della luna deriva dalle parti solide o dalle parti liquide dell'astro.
« Tutte le contraddizioni dell'avversario a dir che nella luna non
« è acqua. Risposta a maestro Andrea da Imola che disse come
« li razzi solari, riflessi dal corpo dello specchio convesso, si con-
« fondono e si consumano in breve spazio, e che per questo si
« negava al tutto la parte luminosa della luna non esser di natura
« di specchio, e per conseguenza non essere nata tale luna dalla
« innumerabile moltitudine delle onde di quel mare, il quale io
« proponevo essere quella parte della luna, che s'illuminava per
« li razzi solari: o p sia il corpo del sole, e n s sia la luna, b sia
« l'occhio, che in su la base cn del cateto cn m vede specchiare
« il corpo «lei sole infra li eguali angoli e n, il simile fa remo-
« vendosi l'occhio da b in a » (1).
Chi è questa nuova fonte di Leonardo? Non Pier Andrea Mor-
siano da Imola, che pubblicò nel 1482 in Bologna V Anatomia
di Mondino de' Luzzi, perchè sarebbe assai difficile poter spie-
gare l'incontro dell'artista col medico anteriormente al 25 marzo
del 1501 (2), giorno nel quale il Morsiano fu, secondo i docu-
menti, assassinato (3). Né reputo più probabile che si tratti di
Andrea Cattaneo che dal 1506 al 1520 lesse nell'università di
Bologna filosofia, poi medicina ordinaria (4), e tantomeno Andrea
(1) Leonardo, Manoscritto di Leicester, f. 36 verso e 1 verso. Gfr. Richter,
The literary Works of Leonardo da Vinci, II, nn' 900-901.
(2) R. Galt.i, / manoscritti e gli incunaboli della Biblioteca Comunale
d'Imola, Imola, 1894, p. 63. « Hec Anothomia fuit emendata ab Esimio ar-
€ tium et medicine doctore d. Magistro Pietro Andrea Moriano de Ymola
< in almo studio Bononie cyrurgia legenti ».
(3) L. Angeli, Sulla vita e sugli scritti di alcuni m.edici imolesi, me-
morie storiche, Imola, 1808, p. 85.
(4) L. Angeli, Op. cit., pp. 96-97.
LE FONT! DI LEONARDO DA VINCI 61
Ferri, nato circa nel 1470, professore in Bologna dal 1507 al 1518,
poi gonfaloniere in Imola dal 1518 al 1545, « philosophus et me-
« dicus multiplici doctrina praeclarus » (1).
Si tratta qui senza dubbio di quell'Andrea Mainarmi da Imola,
che, sui primi del secolo XVI, pubblicava in Milano un Discorso
sulla milizia, che fu edito c>n altri scritti di autori classici.
XV.
Anonimo. Quando il nostro Ministero della P. I. acquistò parte
della libreria appartenente a Lord Ashburnham e già posseduta, in
origine, da Guglielmo Libri, fu detto pomposamente che sarebbero
« rientrati in Italia molti manoscritti di Leonardo da Vinci ». E
veramente fra i codici ashburnhamiani eravi il delizioso libretto
segnato Ash 2 n* 2038, che in 68 pagine grandi, di fitta calligrafia,
contiene i principali capitoli del Trattato della Pittura, ed una
folla di note, che hanno un'importanza generale e teorica, par-
ticolare e pratica, sulla scienza e sull'arte. Eravi anche un altro
libretto di minor mole, di 26 pagine, con gran numero di schizzi
e disogni, di caricature, di armi ed ordigni, di chiese e di na-
vigli. Ne l'uno né l'altro di questi manoscritti rientrò in Italia.
Il governo francese, più abile del nostro, per mezzo di Leopoldo
Delisle, arricchì la Bibliothèque notionale dei preziosi cimeli, e
noi dovemmo accontentarci di qualche copia, senza valore, del
Trattalo della pittura, e di un codice di Anonimo con poche e
poco importanti postille marginali di Leonardo da Vinci (2).
Questo codice, già appartenuto all'artista, è l'unico che pos-
sediamo fra i molti, che dovevan far parte della sua libreria, ed
è un Trattato di architettura civile e militare, che invano si è
(1) L. Angeli, Op. cit., pp. 110-114. Cfr. L. Angeli, Memorie biografiche,
Imola, 1828, pp. 222-225.
(2) Bibl. Mediceo-Laurensiana, Codici Ashburnham, n* 361.
62 E. SOLMI
cercato di attribuire a Francesco di Giorgio Martini ed a Leon
Battista Alberti.
I caratteri vi sono in nitida e bella calligrafia, le figure, assai
accurate, vi son fatte da quel medesimo che il testo ; vi si dis-
corre delle armi di difesa e di offesa, del fabbricare le fortezze
ed i castelli, delle città marine e dei fiumi, con definizioni e prin-
cipi, che son per lo più agli antipodi di quelli adottati da Leo-
nardo. « In prima he da sapere che ponto he quella parte dela
< quale he nulla. Linea he lunghezza senza ampiezza e li sui
« termini son duo ponti ecc. ». Vi si discorre ancora della ori-
gine e ragione delle colonne prime ; delle misure e proporzioni
del corpo umano; dei quadrati iscritti e circoscritti nel cerchio;
di una « fonte attermine », in cui s'impiega abilmente l'azione
dell'aria ; di macchine fatte mediante viti e pesi, ruote e corde ;
e la palla che esce dalla bombarda vi è disegnata facente un
retto percorso (1).
Leonardo ha posseduto questo codice, lo ha letto e postillato,
tuttavia è da notar.si, che le postille che vi si trovano non han
nulla a che fare col testo: sembra quasi che l'artista non avendo
modo migliore di segnare i propri pensieri, li abbia scritti sul
codice, che in quel tempo aveva presso di sé, e forse stava con-
sultando e meditando (2).
(1) Bibl. cit., Codice 361, f. 1 sgg., 27 verso, 13 recto e verso, 15 verso,
32, 41, 44.
(2) Le note marginali che Leonardo vi ha apposto sono le seguenti : f. 13
verso. El chilindro e un chorpo di figura cholonnale, elle sue opposite fronti
son due cierchi d'interpositione parallela, e in fra li lor cientri (e in fra li
lor cientri) s'asstende una linea pare, che passa per il mezzo della grossezza
Del chilindro, Ettermina nelli cientri dessi cierchi, la quale linia è (di) detta
linia cientrale e dalli antichi è detta assis, f. 15 verso. Il modello debbe
esser facto chon bussto di ciera. Nothomie, f. 25 recto. De onda. Londa (delle)
del mare senpre ruina dinanti alla sua basa, ecquella parte del cholmo, che si
troverà più bassa che prima era più alta sarà più bassa (con una figura), f. 27
verso. Del punto naturale. Il minore punto naturale e magiore di tutti i
punti (naturali) matematici ecquesto si pruova perchè il punto naturale
ecquantità chontinua e ogni continuo è divisibile in infinito e il punto ma-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 63
XVI.
Archimede. Sebbene airoccasione non ne risparmi la critica,
Leonardo, in generale, crede che Archimede, fra tutti i primitivi
inventori, sia quello che merita il più alto posto, sia per la fe-
condità dei suoi ritrovati, sia per la profondità delle sue inve-
stigazioni matematiche. Il Vinci non solo ne ricerca le opere,
ma raccoglie con religione le tradizioni sulla vita del grande
siracusano.
Diodoro Siculo racconta che Archimede aveva inventata una
macchina per dirigere le acque del Nilo sui terreni, dove l'in-
nondazione non poteva arrivare (1) ; e perchè da un altro passo
dello stesso autore si vede che gli Spagnuoli si servivano d'una
macchina analoga per estrar l'acqua che riempiva le mine (2), si è
potuto erroneamente credere che Archimede non ha soltanto viag-
giato in Egitto, ma che anche è stato nella Spagna (3). A conferma
di questa supposizione si può citare un passo di Leonardo: « Ho ri-
€ trovato, scrive questi, nelle St07'ie delti Spagnuoli come nelle
« guerre da loro avute colli Inghilesi fu Archimede siracusano,
« il quale in quel tempo dimorava in compagnia di Ecliderides,
« re de' Girodastri ; il quale, nella pugnia marittima, ordinò che
« i navilì fussino co' lunghi arbori, e, sopra di lor gaggie collocò
tematicho be indivisibile perchè non e quantità, f. 27 verso. Oefinitione dalli
angholi. Praticha geometricha, f. 32 recto. Ogni superfitie quadrabile chol
soprapporsi in parte luna allaltra è anchora quadrabile chol torre da un lato
arrendere dall'altro ed etiam col moto, f. 41 recto. Dellaria nel vaso, f. 44
verso. De chorda appeso. Della resistentia della chorda. Il cientro d'ogni gra-
vità sospesa essotto il cientro del contatto che lui a chol suo sosstentachulo.
Cfr. anche Mancini, Di un Codice con alcuni Ricordi autografi di Leo-
nardo da Vinci, Firenze, 1885.
(1) DiODORo Siculo, BibUotfiecae historicae libri XV reliqui. graece et
latine. RecensuU P. Wesselingius, qui doctorum virorum et suas adnota-
tiones adiecit, .\mstelodarQÌ, 1746, voi. I, pp. 40 e 360.
(2) DioDORO Siculo, Op. cit., p. 360.
(3) LiBBi, Histoire des sciences mathèmatiques, Paris, 1838, voi. 1, p. 37.
64 E. SOLMI
« una antennetta «li lunghezza di quaranta pie, e V3 di gros-
« sezza. No l'una stremità era una ancora picciola, ne l'altra un
«contrappeso; a l'ancora era appiccato 12 piedi di catena, al
«nascimento della gaggia, ch'era attaccata con una cordella; da
« esso nascimento n'andava in basso, insino al nascimento dell'al-
« bero, dov'era collocato un argano fortissimo, e lì era fermo il
« nascimento d'essa corda. Ma per tornare all'uffìzio d'essa mac-
« china dico, che sotto a detta ancora era uno foco, il quale con
« sommo strepito gittava in basso i sua razzi e pioggia di pegola
« infocata, li quali piovendo sopra alla gaggia costringevano li
« omini, che lì erano, a abbandonare detta gaggia ; onde calato
« l'ancora (colle acute...) quella cavava ai labri della gaggia, e
« subito era tagliata la corda, posta al nascimento delia gaggia
« a sostenere quella corda ch'andava dall'ancora all'argano, e
« tirando il navilio... » (1).
La più grande invenzione del Siracusano è tuttavia, secondo
Leonardo, l'architronito : « Architronito è una machina di fine
« rame, invenzione di Archimede, e gitta ballotte di ferro con
« grande strepito e furore ; e usasi in questo modo : la terza
« parte dello strumento istà infra gran quantità di foco di car-
« bone, e quando sarà bene da quelli infocata, serra la vite d, ch'è
«sopra al vaso dell'acqua ab e, e nel serrare di sopra la vite,
« e' si distopperà di sotto, e caduta la sua acqua discenderà nella
« parte infocata dello strumento, e li subito si convertirà in tanto
« fumo, che parirà maraviglia, e massime a vedere la furia e san
«tire lo strepito; questa cacciava una ballotta, che pesava uno
(1) Leonardo, Manoscritto 2038, i. 12 verso. È diffìcile precisare la fonte
di questo frammento, tuttavia qualche tratto può ravvicinarsi alla descrizione
di una nave meravigliosa di Archimede fatta da Ateneo, Dipnosophistarum
libri XV graece et latine, cum Jac. Dalechampii latina versione; annot.
et emendat. Js. Casauboni recensionem adornata. Lugduni, 1617, p. 206.
xpiùiv bè ioTuiv ÙTTopxóvTUJv il. éKdOTOv Kepatai XiGoqpópoi èEripxiivTO 6uo, èS
iDv QpuaYée; xe-Kaì ttXivGoi noXipou irpòc; toù<; èiriTieeMévouc; r|q)(evTO, ecc.
Parlando delle ancore è notevole questo parti(folare : òuax^P'I»^ ^^ ó '"PiJ^TO^
eùpéOri èv Tóìc; òpeoi Tf\c, ppcxTavi'ac; uitò ouPUjtou àvbpói;. Gfr. edizione
Kaibel, I, 462.
LE FONTI DI LEONARDO DA VI.VCI 65
« talento, stadi 6 [...]. Carbone - acqua. Come si porta in campo
« li arcbitronitri » (1).
Se gli antichi onorarono quest'uomo fecero bene : « Chi avessi
« trovata l'ultima valetitudine della bombarda, in tutte sue va-
« lieta, e presentato tale segreto alti Romani, con qual prestezza,
« osserva il Vinci, avrebbero conquistata ogni terra e superato
< ogni esercito! E qual premio era che potessi equipararsi a
^ tanto benefìzio? Archimede, ancora che lui avesse grandemente
« danneggiati li Romani alla spugnazione di Siragusa, non li fu
« mai mancata l'offerta di grandissimi premi da essi Romani; e
« nella presa di Siragusa fu cercato diligentemente d'esso Ar-
« chimede, e, trovato morto, ne fu fatto maggior lamentazione nel
« senato e popolo Romano, che s'egli avessino perso tutto il loro
« esercito, e non mancarono d'onorarlo di sepoltura e di statua,
« della quale fu capo Marco Marcello. E dopo la seconda ruina
« di Siragusa fu ritrovata da Catone (sic) la sepoltura d'esso Ar-
« chimede nelle ruine d'un tempio, onde Catone fecie rifare il
« tempio e la sepoltura onoratissima, e di questo si scrive avere
« detto Catone non si gloriar di nessuna cosa tanto, quanto d'a-
« vere onorato esso Archimede d'esso ornamento » (2).
Senza dubbio nella antichità e nel medioevo Archimede fu
reputato il primo de' matematici, ma il miglior tributo reso alla
sua fama è che quegli scrittori, che più altamente ne celebra-
(1) Leonardo, Manoscritto B, f. 33 recto. Sulle ballate di Archimede con-
frontisi ciò che dice Poubio, Historiarum libri qui super sunt,grece et latine,
Js. Casaubono: Jac. Gronovius recensuit, oc variorum et suas notas adjecit:
acceda Aeneae vetustissimi tactici commentariolus de toleranda obsidione,
Amstelodami, 1670, pp. 718 sgg.
(2) RicHTKR, The literary Works of Leonardo da Vìnci, II, n. 1476.
Leonardo, British Museum, f. 279 verso. Leonardo confonde qui evidente-
mente Catone con Cicerone, al qual ultimo si deve il rinvenimento del sepolcro
di Archimede. Cfr. Tusculannrum quaestionum libri V. Romae per magi-
strum Ulricum Han de Wienna, 1469, lib. V, § 23. Sul dolore di Marco
Marcello e del popolo romano vedi Firmico Materno juniore, Matheseos
libri VII, Venetiis, Simon Papiensis, 1497, lib. VI, cap. Ili, che è la fonte
di Leonardo.
GiomaU iiorieo, — Sappi, n* 10-11. 5
66 E. SOLMI
rono l'opera e l'abilità, furono essi stessi gli uomini più eminenti
della loro generazione. Leonardo, con l'ammirazione e con lo
studio delle opere del Siracusano, rinnova la tradizione archi-
medea in Italia, che continuò, subito dopo di lui, con Francesco
Maurolico, Niccolò Tartaglia, Federico Gommandino, Guidubaldo
del Monte, Galileo e Alfonso Borelli (1).
La stima che il Vinci ha di Archimede non gli toglie tuttavia
la libertà della critica. « Della quadratura del circulo, e chi
« fu il primo, che la trovò a caso. Vetruvio, misurando le
« miglia, colle molte intere revolutioni delle rote, che movono i
« carri, distese nelli suoi stadi molte linee circunferentiali del
« circolo di tali rote. Ma lui le imparò dalli animali motori di
« tali carri, ma non conobbe quello essere il mezzo a dare il
« quadrato eguale a un circolo, il quale prima per Archimede
« Siracusano fu trovato, che la multiplicazione del semidiametro
« d'un circolo colla metà della sua circonferenzia facieva un
« quadrilatero rettilinio eguale al circolo » (2).
Ma approfondendosi nello studio del Telr^agonismus id est
circuii Quadratura per CampanuTn, Archimedem Siracusanum,
atque Boelìum mathematica perspicacissime adinuenta. Im-
pressum Venetiis per Jean. Bapt. Sessa, 1503 die 28 Augusti, in 4",
con fig. in legno, di 32 fogli (3), il Vinci rilevò dei difetti nel
(1) Sulla importanza di Archimede nella storia delle matematiche è da leg-
gersi Cantor, Vorlesungen ùber Geschichte der Mathematik, Leipzig, 1891,
voi. I, cap. XIV e XV; Gow, History of Greehs Mathematics, Cambridge,
1884, pp. 221, 134 e il nostro Loria, La scienza esatta nell'antica Grecia^
Modena, 1902, lib. V, pp. 62-64. Per la sua fama nel Medio Evo si cfr. Gas-
siODORO, Opera, Venetiis, 1729, voi. I, pp. 20 e 105.
(2) Lkonardo, Manoscritto G, f. 95 recto.
(3) Archimede comincia questo lavoro, che è diretto a Dositeo, collo sta-
bilire alcune proprietà delle coniche (proposizioni 1-5); poi determina esat-
tamente l'area compresa fra una parabola ed una qualsiasi sua corda; dà
una dimostrazione, che riposa sopra un esperimento meccanico preliminare,
del rapporto di aree che si bilanciano, quando sono sospese, ai bracci d'una
leva (proposizioni 6-17), e finalmente dimostra geometricamente lo stesso ri-
sultato (proposizioni 18-24). Cfr. Heiberg, Quaestiones Archimedeae, Copen-
hagen, 1879, p. 39.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 67
calcolo della quadratura : < La quadratura del cerchio d'Archi-
« mede fu ben detta, e male data. È ben detta, dove lui disse il
« cerchio essere eguale a un ortogonio fatto della linea circun-
« ferenziale e del semidiametro di un cerchio dato ; ed è male
« data dove lui quadra una figura laterata di 96 lati, alla quale
« viene a mancare 96 porzioni e spiccate d'essi 96 lati. E questa
« in nessun modo è da esser detta quadratura dì cerchio, ma
€ invero per tali regole è impossibile fare altrimenti ! Archimede
« ha data la quadratura d'una figura laterata e non del cerchio;
« adunque Archimede non quadrò mai figure di lato curvo, cioè
« quadrò il cerchio meno una porzione tanto minima, quanto lo
« intelletto possa imaginare, cioè quanto il punto visibile » (1).
Ed in progresso di tempo Leonardo modificò ancora il suo
giudizio sulla quadratura del circolo archimedeo. Nei codici
inediti di Windsor trovo infatti queste note:
« Quadratura d'Archimenide.
* Archimede ha data la quadratura d'una figura laterata e non
« del cerchio.
« Adunque Archimenide non quadrò mai figura di lato curvo.
« E io quadro il cerchio meno una portione tanto minima, quanto
-« lo intelletto possa imaginare, cioè quant'è el punto visibile » (2).
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 85 recto. Questa critica è rivolta al
trattato De circuii dimensione (edito per la prima volta nel i503). Quivi,
è noto, Archimede dimostra che l'area del circolo è la medesima di quella
d'un triangolo rettangolo, i cui lati sieno rispettivamente eguali al raggio a
e alla circonferenza del cerchio, ossia l'area è eguale a -ò" " (2 ir a). Nella
seconda proposizione dimostra che ir a*: (2a*) =. 11 : 14 molto approssimati-
vamente ; e quindi nella terza proposizione che it è minore di 3 -i- e mag-
giore di 3 ^ : teoremi dimostrati tutti geometricamente. Per provare l'ul-
tima proposizione egli inscrive in un cerchio e circoscrive ad esso poligoni
regolari di novantasei lati, calcola i loro perimetri, ed ammette che la cir-
conferenza del cerchio sia compresa fra essi; conduce al risultato
6336 ^ ^ 14688
<Tr<
2017 V'< ^ "^ 46781/»
(2) Leonardo, Notes et dessins sur le thorax et l'abdomen. Coli. Rou-
veyre, Paris, 1901, f. 11 verso.
68 E. SOLMI
Il Guldin reputava una delle massime scoperte del Keplero il
considerare il cerchio come un poligono di infiniti lati, concetto
che poi tanto piacque a Galileo. Archimede aveva già oscura-
mente toccato di ciò nel De circuii dimensione, e Leonardo di li
aveva appreso quel metodo accomodatissimo ad abbreviare e
ridurre alla massima facilità i più ardui teoremi della geometria.
« Il cerchio, egli dice quasi a conclusione delle sue discussioni
« su Archimede, è un parallelo rettangolo fatto dal quarto del
« suo diametro e di tutta la circonferenza sua, o vo' dire della
« metà del diametro e della periferia. Come se il cerchio fosse
« immaginato essere resoluto in quasi infinite piramidi, le quali,
« poi, essendo distese sopra la linea retta, che tocchi la lor base,
« e tolto la metà dell'altezza, e fattone un parallelo : sarà con
« precisione eguale al cerchio ». (1).
Eccetto le opere sulla quadratura della parabola e sulla di-
mensione del circolo, nessun altro scritto di Archimede fu edito
sulla fine del secolo XV o sui principi del XVI, ma è certo che
Leonardo conosce, oltre il Teiragc/aismus e il Be circuii dimen-
sione {2), anche il De lineis spiralibus, il De sphaera et cylindro,
il De conoidibus et sphaeroidibus e i minori frammenti di geo-
metria piana e solida e di aritmetica. Ai tempi di Leonardo esi-
stevano due traduzioni degli scritti di Archimede; quella di
Wilhelm von Moerbeek dell'anno 1269, e quella elaborata per
incarico di Niccolò V (1446-455) da Jacopo da Cremona. La tra-
duzione di Luca Gaurico del 1503 conteneva solo la quadratura
della parabola e la misura del circolo (3).
Fra i libri, che manda a prendere da Venezia, Leonardo segna
nel manoscritto F : « Archimede de centro gravitatis» (4); si tratta
(1) Leonardo, Manoscritto K, f. 80 recto.
(2) Avverta il lettore che entrambi questi trattati furono editi nel 1503
dal Gaurico nella edizione già citata. ♦
(3) Cfr. Archimede, Opera omnia quae extant (ed. J. L. Heiberg), Leipzig,
1880-1881, voi. ili, pp. VII sgg.
(4) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 69
qui senza dubbio di un codice contenente il sublime trattato Pla-
noymin equtponderantium seu de centro gravitatis vel de acqui-
ponderantibus, conosciuto senza dubbio da Leonardo, come mo-
strano anche le sue proposizioni di meccanica e di statica (1).
L'artista o scienziato universale conobbe anche il De tnsiden-
tibus humidoì L'uso ripetutamente fatto dal Vinci del principio
idrostatico di Archimede tenderebbe a provarlo, ma un passo
del Codice Atlantico ne dà la certezza assoluta. Quivi il Vinci
segna addirittura: « Archimenidis de insìdentibus in humido.
« Liber secundus in humido » (2). Lo scritto di Archimede sui
galleggianti è contenuto soltanto in latino, non in greco, nella
traduzione del Moerbeek del 1269. La sua prima parte fu edita
nel 1543 dal Tartaglia in Venezia, e la seconda fu stampata la
prima volta soltanto nel 1565. Passi di una traduzione latina
medievale esistente ancor nella fine del secolo XVI in Kòln ha
trovato il Gurtze. Leonardo si è probabilmente servito, come ha
dimostrato Wilhelm Schmidt di Helmstedt, del codice Ottobo-
niano 1850, che contiene la traduzione del Moerbeek e la con-
clusione : € Archimedis de insidentibus in humido liber secundus
« explicit ».
È fuor di dubbio che il Vinci ha conosciuta tutta quanta
l'opera di Archimede o nella traduzione del Moerbeek o in quella
del Cremonese: il Codice Atlantico porta infatti ben due volte
« Archimede » (3); il Manoscritto L « Archimede del vescovo di
«Padova» (4), poi di nuovo, mentre l'artista si trova al ser-
(1) È il famoso lavoro sulla statica con rifi^uardo speciale all'equilibrìo delle
lamine piane e alle proprietà dei loro centri di equilibrio, diviso in due libri
e in venticinque proposizioni. Sulla spirale di Archimede cfr. Solmi, Nuovi
sttKÌi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci, p. 130.
(2) Cfr. Solmi, Nuovi studi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci,
pp. 93-94. Leonardo, Cod. Atlantico, f. 153 verso. Sull'importanza di questa
citazione cfr. Schmidt, Zur Textgeschichte der « Ockùmena » des Archi-
medes, Leipzig, 1902, pp. 176-177.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 19 verso. Gfr. Rose, Archimedes im
Jahre 1269, in Deutsche Litteratttr, Berlino, 1884, pp. 210-213.
(4) Leonardo, Manoscritto L, f. 94 verso. Gfr. Solmi. Leonardo, p. 137.
70 E. SOI.MI
vizio del Duca Valentino nelle Romagne: «Borges ti farà avere
« Archimede del Vescovo di Padova e Vitellezzo quello da il
« Borgo a San Sepolcro » (1). « Archimenide, è scritto in fine
« nel Codice Atlantico, è intero appresso al fratel di Monsignore
« di Santa Giusta in Roma, disse averlo dato al fratello, che sta
« in Sardegna ; era prima nella libreria del Duca d'Urbino, fu
« tolto al tempo del Duca Valentino » (2).
L'ansia con la quale Leonardo cerca gli scritti archimedei, è
una prova evidente delle sue preferenze: l'illetterato da Vinci
aveva trovato nell'antico siracusano uno spirito affine al suo, uno
dei più possenti geni che nelle matematiche siano mai stati (3).
xvn.
Argiropdlo Giovanni. È notevole il fatto che Leonardo, in
una delle pagine vergate nella sua giovanezza, rammenta accanto
a Benedetto Aritmetico, a Paolo dal Pozzo Toscanelli, a Carlo
Marmocchi, a Francesco Filarete, a ser Benedetto da Cieperello,
a Domenico di Michelino e al Calvo degli Alberti, «messer Gio-
« vanni Argiropulo » (4), uno dei dotti greci che nel XV secolo
Cfr. anche J. L. Heiberg, JSeiie Studien zu Archimedes, in Abh. z. Gesch.
d. Mathem., 1890, pp. 46 sgg.
(1) Leonardo, Manoscritto L, f. 2 recto. Cfr. Curtze, Zur Uebersetzung
des Archimedes, in Zeischrift fùr Mathem., 1883, p. 12.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 349 recto. Cfr. Schmidt, Zur Text-
geschichte der « Ochùmena », p. 177. Il Codice della biblioteca d'Urbino,
sul quale vedi il Gior. stor. degli Arch. Toscani, voi. VI, pp. 127-147, VII,
pp. 46-55, 130-154 cit., dà il seguente elenco degli scritti di Archimede:
« De sphaera et cylindro. De dimensione circuii. De conoidibiis et sphe-
€ roidibus figuris. De spiralibus lineis. De equiponderantibus. De quadra-
€ tura portionis contenta a linea recta et sectione rectanguli conici. De
« arenae numero ». Leonardo senza dubbio si riferiva a tal codice, dove manca
il De insidentibus in humido, dal Vinci conosciuto nella traduzione del
Moerbeek.
(3) Cfr, Leibnitz, Opera, Ginevra, 1768, voi. VI, tomo V, p. 460.
(4) Leonardo, Codice .Atlantico, f. 12 verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 71
contribuirono a diffondere in Italia lo studio della letteratura
classica e della filosofia greca, Yegregius peripatetìcae philoso-
phiae doctor, il traduttore della Physica e del De coelo di Ari-
stotile.
Il Vinci si riferisce probabilmente alla persona, e non all'opera
del famoso ellenista ; e poiché il Codice Atlantico ci mostra che
qualche rapporto è esistito fra i due, non temo di errare affer-
mando che fra i giovani, che nel periodo che corse dal 1456 al
1471 (1) si recarono ad udire il Maestro (e furono, secondo le
testimonianze concordi dei contemporanei, innumerevoli), si debba
annoverare anche Leonardo, preso ormai dall'amore delle scienze,
principalmente quando l'Argiropulo « leggeva le opere di Aristotile
« in filosofia naturale, scrive Vespasiano da Bisticci, della quale
« egli aveva bonissima notizia ».
Nessuna traccia tuttavia dei Commentari dell'Argiropulo ad
Aristotile ho potuto rintracciare nei manoscritti del Vinci (2).
XVIII.
Aristotile. Leonardo da Vinci non fu, né poteva esserlo nel
secolo in che visse, un anti-aristotelico; pur arrivando in molte
questioni particolari a risultati diametralmente opposti a quelli
(1) « 1456. Ioannes Argyrophilus Bizantius, Peripatetìcae Philosophiae do-
« ctor egregius, magno salario Florentiam accitus, summa omnium admira-
< tione, anno3 XV est professus ». Dal 1471 alla morte (148Ó) l'Argiropulo
insegnò in Roma. Cfr. Zippel, Per la biografia dell'Argiropulo, in Giornale
storico della letteratura italiana, Torino, 1896, voi. XVIII, pp. 92 sgg.
(2) Cfr. ad esempio nella Biblioteca Laurenziana di Firenze le Praefa-
tiones in varios Aristotelis libros, nimirum in Libros Physicorum ad
Cosmuiii. Bandini, Catalogus codicum manuscript., II, 645, XXX. Libro-
rum Vili Physicorum, cum Epistola nunctipatoria ad Petrum Medicem III,
225, 1, e 3i:5. God. XLVU, §§ 1 e 335. Cod. LXXII. Eonmdem Librorum
alia versio cum Epistola nuncupatoria ad Cosmum, Medicem. 242, Cod. VII
e 243. God. LXV. Librorum, IV de Coelo, cum Praefatione ad D. Ioannem
Pannonium archiepiscopum Strigoniensem, 235 W.
T2 E. SOLMI
dello Stagirita, ammira il Greco come il più grande fra gli in
ventori, il genio maggiore che ricordi la storia per il numero
e l'estensione delle verità espresse nel dominio della natura,
« dal quale nacquero le grammatiche e le scienze » (1).
È necessario subito notare, che Leonardo non si interessò af-
fatto alle opere logiche di Aristotile, né alle Categorie, ne
dW Ermeneia , né agli Analitici a priori, né agli Analitici a
posteriori, né agli Elenchi sofìstici o ai Topici, in una parola,
a tutto quanto V Organo. I manoscritti restano a perenne testi-
monio di questa ignoranza.
I quattordici libri della Metafìsica rimasero egualmente muti
per l'intelletto dell'artista. Un passo dei manoscritti, che sembra
tratto testualmente dal bel principio della Metafisica:
Naturalmente li uomini buoni de- TTdvTC^ fivSpujTroi tou dòévai òpé-
siderano di sapere (2). Yovxai (pvaex (3).
è invece carpito, come vedremo, dal Convivio di Dante.
Né maggior interesse per Leonardo ebbero gli scritti di Ari-
stotile di filosofia pratica o di filosofia, come dice lo Stagirita,
delle cose umane. La Grande Etica, la Morale a Nicomaco,
la Morale ad Eudemo, il frammento tanto discusso su le virtù
e i vizi, la Politica, l'apocrifa Economia, VArte della rettorzca
e la Reitorica ad Alessandro, la Poetica attrassero appena lo
sguardo del maestro fiorentino. Un passo dei manoscritti, che
sembra riferirsi a questa serie di opere, « Aristotile nel terzo
« dell'Etica: l'omo è degnio di lode o di vituperio nelle cose che
« è in sua potestà di fare o di non fare » (4), vedremo che è
carpito esso stesso dal Convivio di Dante — testualmente.
(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 27 verso.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 119 recto.
(3) Aristotile, Methaphysica recogn. W. Christ, Leipzig, 1886, I. 1.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 124 recto. Gfr. Aristotile, Magna mo-
ralia recogn. Fr. Susemihil, Lipsia, 1883, p. 183. Ethicorum et politicorum
libri, Venetiis, 1496, lib. Ili, cap. I. « Igitur cum virtus circa aftectus et actus
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 73
Le opere fisiche di Aristotile attrassero invece ben presto la
curiosità di Leonardo. Fra i libri che nel 1508 il Vinci £a venire
da Venezia occupa il primo posto la « Filosofia d'Aristotile » (1),
che è senza dubbio il libro Aristotelis de philosophia naturali
intetTìrete Georgia Valla, Venetiis per raagistrum Philipiì Vene-
tum, 1482. in-fol., di 360 ff.; e continuamente annota < vedi Ari-
« stotile de cielo et mundo », « Aristotile III della Fisica », « Vili
« della Fisica » (2), ecc., che son probabilmente tutti richiami
a^W Aristotelis opera Georgia Valla interprete Venetiis per Gre-
goria de Gregoris 1496, in-fol., in un volume di 4 ff. non num. con
408 ff". num. e 1 f. non num. È ovvio osservare che, oltre al trat-
tato Del cielo, a quello apocrifo Del mondo ed agli otto libri delle
Lezioni Fisiche, Leonardo si interessò anche della Generazione
e corruzione, dei Libri meteorologici, del Trattato dell'anima,
della Storia degli animali, del Trattato delle parti degli animali,
del Trattato del movimento degli animali, del Trattato del
modo di andare degli animali, del Trattato della genera-
zione degli animali, del Trattato dei colori, dei frammenti
di un Trattato di acustica, del Trattato di fisiognomia, del
Trattato delle piante, del Trattato della meccanica, dei Pro-
blemi, delle Linee insecabili e della Posizione e numero dei
venti, frammento d'una grande opera sui segni delle stagioni.
— I manoscritti serbano la prova sicura che Leonardo non solo
ebbe notizia di quei libri, ma anche ricercò quei brevi scritti,
che correvan sotto il nome di parva naluy^alia : < De incremento
« Nili, scrive Leonardo. Opera d'Aristotile piccola » (3).
Certamente le opere scolastiche eran cosi piene del nome e
delle idee di Aristotile, che riuscirebbe malagevole determinare
€ versetur, ac in bis qaae voluntaria sunt laudes et vitaperationes, in bis
« vero quae involuntaria venia et interdum misericordia iocum habent, etc. >
(trad. di Leonardo Aretino).
(1) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.
(2) Leonardo, Cod. Atlant., f. 97 verso. Manoscritto F, f. 130 verso, ecc.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 83 verso.
74 E. SOJ.MI
ciò che Leonardo deve al Maestro, e quello che deve ai com-
mentatori.
Al Maestro il Vinci dovette senza dubbio prima di tutto il
carattere enciclopedico del suo sapere, quale si manifesta nei
manoscritti. Nessun filosofo prima di Aristotile, né dopo di lui,
aveva saputo abbracciare, in una teoria una e sistematica,
l'insieme delle cose. La magnifica enciclopedia del Greco rac-
chiudeva, si può dire, tutto quanto di sostanziale l'intelletto
umano aveva pensato fino al XV secolo. L'insegnamento peri-
patetico era ancora il meno incompiuto e il meno imperfetto
di tutti quanti gli insegnamenti, che si potessero in que' tempi
istituire.
Leonardo imparò molto alla scuola di Aristotile. Quand'egli
scrive: «Che cosa è la causa del moto. Che cosa è il moto in
« se. Che cosa è quella ch'è più atta al moto. Che cosa è im-
« peto. Che cosa è la causa dell'impeto e del mezzo ove si crea.
« Che cosa è percussione. Che cosa è la sua causa. Che cosa è
< resaltatione. Che cosa è la incurvatione del moto retto e
« sua causa », egli ricorda subito ciò che ha letto in Aristotile
nella sua fisica, e ritorna a compulsare il suo volume.
Quando nel De coelo et mundo di Alberto di Sassonia legge
che alcuni per spiegare le macchie della luna pensarono che
fosse composta di parti più o meno trasparenti, egli annota su-
bito: « E questa opinione è piaciuta a molti filosofi, e massime
« ad Aristotile » (1).
Quando nel Tractalus proportionum dello stesso autore il
Vinci legge ripetuto, in tutte le forme, il vecchio assioma peri-
patetico, che la velocità di un mobile è proporzionale alla forza
che lo muove, egli sa subito a chi risale questo erroneo prin-
cipio, contro il quale moverà la sua critica, e scrive nel suo
libretto: « Dicie Aristotile che se una potenza move un corpo
(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 84 verso. Gfr. Aristotile, Physicorum
auscult. (ed. G. Franti), III, 1 sgg.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 75
< un tanto spazio in tanto tempo, la medesima potenza moverà
« la metà di quel corpo due tanti spazio nel medesimo tempo » (l).
Ed è cosi compenetrato dalle teorie del Maestro, che egli,
anche mentre ragiona della prospettiva e della pittura, ne ripete
i postulati fondamentali.
« Dicie Aristotille che ogni cosa desidera mantenere la sua
« natura ». « Dicie Aristotile: ogni azion naturale è fatta nel più
«breve modo che è possibile ». « Dicie Aristotile che ogni cosa
« attende alla permanenzia over desidera permanenzia » (2).
Altre volte invece egli trascrive testualmente brani interi degli
scritti di Aristotile, dalle traduzioni scolastiche.
Leonardo. Aristotilb.
Actio et passio sunt in patiente. et Actio et passio sunt in pallente et
quod actio est quidam motus, actio quod actio est quidam motus, actio
et passio fundatur in motu. Omnia et passio fundantur in motu. Omnia
motus mensurantur in tempore. Si motus mensuratur enim in tempore,
motus esset res distincta a mobili, Si motus esset rea distincta a mobili
sequeretur quod mobile necessario sequeretur quod mobile necessarie
moveretur per aliquid spacium, quod moveretur per aliquid spacium, quod
impossibile est, quod mobile moveatur impossibile est mobile moveri et non
et quod non moveatur per aliquid moveri per aliquod spacium. Si de-
spacium. Si debeat motus esse, oportet beat motus esse, oportet quod prius
quod prius sit mobile et motivua (3). sit mobile et motivus (4).
Sarebbe assai lungo ed assai tedioso se noi volessimo notare
tutto ciò che l'efficacia di Aristotile ha prodotto nella mente di
Leonardo. Chi può mai misurare gli effetti di una serie di pen-
sieri alti e profondi quali eran quelli del peripatetismo in un
uomo di genio? Aristotile non aveva detto nel medievale De
(1) Leonardo, Manoscritto M, f. 62 recto. Cfr. Aristotile, De coelo, II,
cap. XI e XII, Metheorologicorum libri. 11, cap. Vili.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 112 verso. Manoscritto D, f. 10 verso.
Cfr. Aristotile, De animalium incessu, l, cap. XI.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 83 verso.
(4) Aristotile, Physicorum auscult. (ed. G. Franti), Leipzig, 1879, Vili,
cap. II.
76 E. SOLMI
coelo et_ mando che « è necessario che la superficie dell'acqua
« sia sferica, se si accetta questa ipotesi : la natura dell'acqua
« esser quella di cercare i luoghi più bassi, ed il luogo più basso
« è quello che è più vicino al centro del mondo »? E Leonardo
ripeterà con le identiche parole: «Quella cosa è più alta, ch'è
« più remota dal centro del mondo, e quella è più bassa, ch'è
« più vicina ad esso centro. L'acqua per sé non si muove s'ella
« non discende, e movendosi essa discende ».
È degno di nota che Leonardo, non pago delle traduzioni
latine, cerca anche di procurarsi quelle volgari delle opere di
Aristotile più agevoli per lui ad intendersi e ad imprimersi nella
sua mente. « Meteora » (1), scrive infatti egli una volta, ed una
seconda ed una terza ripete: « la Meteora d'Aristotile» (2), « Me-
teora d'Aristotile volgare » (3). Che qui si tratti di un mano-
scritto, e non di un'opera a stampa, risulta chiaro dall'osservare
che nessuno dei trattati aristotelici era stato pubblicato in
volgare nel XV e nei primi anni del XVI secolo.
La. Fisica di Aristotile e gli altri scritti, che le fanno corona,
sono stati i meno studiati nei tempi più vicini a noi. Leonardo
nel XV secolo aveva ben compreso che in queste opere appunto
lo Stagirita si era mostrato il più .sapiente dei Filosofi, e aveva
fondato il metodo di osservazione e di esperimento. Nessuno fra
i moderni ha più fortemente e più frequentemente raccomandata
Uosservazione della natura e della realtà, e si può aggiungere
ancora a suo onore ch'egli ha consigliato e praticato l'esperi-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 112 verso.
(2) Leonardo, Manoscritto M. f. 62 recto.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto. Sulle traduzioni di Aristotile
compulsa la magistrale opera del Jourdain, Recherches critiques sur Vàge
et sur l'origine des traductions latines d'Aristóte, Paris, 1819. La tradu-
zione più antica della «Meteora» di Aristotile fu edita nel 1554: Opera nuova
la quale tracta_ della Filosofia naturale chiamala la Metaura d'Aristotile:
chiosata da san Thomaso d'Aquino dell'ordine dei frati predicatori, Ve-
nezia per Comin da Treno, 1554. La Meteora trad. di Greco in vulgare
Toscano per Antonio Bruccioli, Venezia, 1555.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 77
mento nella misura che era possibile in tempi così lontani.
Questa gran voce non poteva rimaner silenziosa per Leonardo
da Vinci.
E Leonanio da Vinci, sopratutto nella Statica, è un fedele di-
scepolo di Aristotile: i suoi pensieri più belli hanno la loro ori-
gine nelle questioni meccaniche, non trascritte, ma meditate e
liberamente interpretate dall'artista. Io scelgo, come conclusione,
due notevoli passi, uno dei quali riguarda l'assioma stesso fon-
damentale della statica peripatetica, e l'altro che riguarda il
rapporto tra il movimento e il peso.
Leonardo.
Quanto più si diminuisce il mobile,
il suo motore lo caccia più propor-
zionalmente secondo la sua diminu-
zione in infinito sempre acquistando
velocità di moto (Leonardo, Mano-
scritto I, f. 102 recto).
Quella proportione che ara in sé
la lunghezza de la lieva colia sua
contra lieva, tale proportione tro-
verai in nella qualità de' ior pesi,
e simile nella tardità del moto e
inella qualità del cammino fatto da
ciascuna loro istremità, quando fieno
pervenute alla permanente altezza
del loro polo (Manoscritto I, f. 45
recto).
Aristotile.
'Eir€i fàp bOvofiiq TI? f\ KivoOaa, tò
6'fXaTTOV Kcri TÒ KOUqpÓTCpOV óirò
TìV; aÙTfj<; òuvd^fux; ttX€ìov KiviTGfi-
ocrai.... Tò -fàp Tdxo? ?i6i tò toO
éXdTTovo? iTpò<; tò toO MeiZovo? «b?
to ^etZov ouj^a irpò? tò ?XaTT0v.
Aristotile (De Coelo F. B. ed. Didot,
II, p. 414).
"0 oOv TÒ Kivoùu€vov pàpoc; irpòc;
tò KivoOv, TÒ nf\Koc, irpò(; tò Mn^ot;
dvTinéirovecv • aUl b' òoiu &v lotìZov
dcpeoT^Ki] ToO ÙTTojioxXiou, ^qov ki-
vnoei. AItio b' èoTÌv l'i irpoXexSctoa,
ÒTi 1^ TtXetov à-néxovaa Ik toO k^v-
Tpou txiilova kókXov yP^ì^P^i- iùot"
dirò Trjq aÙTfi*; ioxOot; irXéov neTa-
aTrjaeTai tò kivoOv tò itXctov toO
ÙTTOiaoxXìou àiréxov. Aristotile (Mri-
XaviKÒ irpoPXriiuaTa. A. ed. Didot»
IV, p. 58).
XIX.
Attavante mi.niatore. Di grande profitto per la coltura di
Leonardo furono le relazioni che l'Artista ebbe coi miniatori più
78 E. SOLMI
famosi di Firenze e di Milano, ai qualr, come risulta da passi
dei manoscritti, si rivolse talvolta per leggere opere, che altrove
non aveva potuto ritrovare. Ricorderò qui le relazioni del Nostro
con Vante od Atlavante, che ci sono attestate dalla nota: « Ri-
« cordo come a dì 8 d'aprile 1503 io Leonardo da Vinci prestai
« a Vante miniatore ducati quattro d'oro in oro »■ (1).
Il Vasari descrive le bellissime miniature, delle quali Vante
fregiò un codice di Silio italico, ch'era in Venezia nella libreria
de' ss. Giovanni e Paolo (2). « Ma non v'ha forse biblioteca, no-
« tava già (rerolamo Tiraboschi nel sec. XVIII, che sia si ricca
«di codici miniati da Attavante, come l'Estense di Modena. In
« alcuni egli ha segnato il suo nome, come ne' Coment i di S. To-
« maso nel primo delle Sentenze, nell'Omelie di S. Gregorio sopra
« Ezechiello, nell' Esamerone di S. Ambrogio, e nell'opera di
« S. Agostino contro Fausto. In altri, benché non veggasi il nome,
« le miniature nondimeno son cosi somiglianti a quelle de' codici
« già mentovati, che è evidente che sono opera del medesimo
« artefice. E tali sono un Ammiano Marcellino, un Dionigi Ali-
« carnasseo, parecchie opere di Giorgio Merula, le Omelie di
« Origene e più altri » (3).
XX.
Avicenna o Ibn Sina (Abou-Ali al-Hosein Ibn-Abdallah). Ai
tempi di Leonardo molte furono le edizioni dei Libri canonis
quinque quos princeps Aboali Abinsceni de medicina edidit,
ed io citerò le edizioni di Padova del 1476, Venezia 1495, Pa-
(1) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 229 verso. Richter,
The literary Works of Leonardo da Vinci, n» 1525.
(2) Vasari, Le vite (1832-1838), pp. 301 sgg.
(3) Tiraboschi, Storia della letter. italiana (1796), VI, 1095. Cfr. anche
Bradley, Dictionary of Miniaturist, London, 1887, III, 238 sgg.; P. Ar-
NAOLDET, Attavante et la Bible de Belem, in Bihliographe moderne, Paris,
1898, pp. 10 sgg.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI "79
dova 1479, Venezia 1482, 1483, Pavia 1483, Venezia 1486, 1490,
1491, Pavia 1493, Venezia 1494, 1495, 1500, 1507, Pavia 1510.
Questo libro era ritenuto allora la base degli studi della medi-
cina, e il Vinci vi ricorse più volte durante le sue indagini
anatomiche. Avicenna nel Fen I, Dottrina II, capitolo 3 del
Canone aveva dato 1' « anatomia muscolorum digitorum », e Leo-
nardo, mentre leggeva quelle pagine, aveva segnato nel suo libro
di note: «Avicenna: li muscoli che movono li diti del pie
« sono 60 » (1). Avicenna nel Fen I, Dottrina IV, capitoli 1 e 2
aveva trattato diffusamente degli umori del corpo, quali il sangue
e la bile, e Leonardo mentre leggeva quelle pagine aveva segnato:
« Avicenna de' liquidi » (2).
Avicenna era stalo uno dei geni più straordinari e uno degli
scrittori più fecondi. In mezzo ai suoi pubblici uffici, ai suoi
frequenti viaggi e ad una vita agitata da bufere d'ogni sorta,
aveva trovato il tempo di comporre più opere gigantesche, una
sola delle quali sarebbe bastata per assicurargli uno dei primi
posti fra gli scrittori dell'Oriente (3). Egli non era rimasto stra-
niero a nessuna delle scienze coltivate nel suo tempo, e più di
cento opere, più o meno sviluppate, testimoniano le sue vaste
conoscenze e la sua attività prodigiosa. Gherardo Cremonese,
Domenico Gundisalvi e Giuda Avendeath avevano tradotto alcuno
de' suoi scritti di medicina e di filosofia, e noi ci contenteremo
di citare qui la raccolta pubblicata in Venezia nel 1495 in-S"
sotto il titolo seguente: Avicennae peripatetici philosophi, ac
medicoruìn facile primi, opera in lucem redacta ac nuper,
qitantum ars niti poiuit, per canonicos emendata. Questo vo-
lume racchiude i seguenti trattati: i" Logica', 2° Sufficientia;
3° De coelo et mundo ; 4° De anima ; 5° De Animalibus ; 6° De
(1) Leonardo, Dell' Anatomia, fogli A. Parigi, 1898, f. 18 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.
(3) ScHARESTAM, Geschichte der religiósen und philosophischen Secten
(trad. da Haarbrùcker), li, pp. 213 sgg.
80 E, SOLMI
InielligenWs\ 1° Alpharabius de Intellioentiis; 8° Philosophia
prima.
Nel quarto di questi trattati la questione dell'anima era trat-
tata da Ibn Sina con una cura particolare, ed io reputo che
Leonardo si riferisca a quello, quando scrive: « Avicenna vole che
« l'anima partorisca l'anima, il corpo il corpo, e ogni membro
« per rata » dove si accenna, non senza una sottile punta di
ironia, al principio della separazione dell'intelletto dal corpo,
secondo il quale l'anima aspira ad una esistenza indipendente,
« affine di diventare un vaso puro, capace di ricevere l'influsso
« dell'intelligenza attiva » (1).
Quando Leonardo scrive ne' codici di Windsor « fa tradurre Avi-
« cenna De giovamenti * (2), egli si riferisce all'opera Al-Schefà
(la guarigione), dove è racchiusa una vasta enciclopedia delle
scienze filosofiche, oppure, com'è più probabile, all'opera Al-
Nadjah (la liberazione), che ne è come un compendio, e che aveva
forse sentito celebrare ?
Si nota in generale negli scritti d'Ibn Sina un metodo severo:
egli cerca di coordinare i vari rami delle scienze filosofiche in
un tutto rigoroso, e di mostrare il loro incatenamento necessario.
Nel suo Al-Schefà Ibn Sina divide le scienze in tre parti : la
scienza superiore o la conoscenza delle cose, che sono fuori dalla
materia: è la filosofia prima e la metafisica; la scienza inferiore
0 la conoscenza delle cose, che sono nella materia; è la fisica
e tutto ciò che ne dipende, che si occupa di tutte le cose che
hanno una materia visibile e dei loro accidenti; la scienza di
mezzo, che ha un rapporto con la metafisica e con la fisica,
tali sono le scienze matematiche. L'aritmetica, per esempio, è la
scienza delle cose, che non son per la loro natura nella materia.
(1) Leonardo, Notes et Dessins sur la Generation et le Mécanisme des
Fonctions intimes, f. 7 verso. Gfr. Landauer, Etne psichol. Schrift Avicennas,
in Zeitschrift der deutsch. morgenl. Gesellschaft, voi. XXIX, pp. 335 sgg.
(2) Leonardo, Fragments d'études anatomiques. Recueil B (Collezione
Rouveyre), f. 7 verso, da non confondersi col codice edito dal Piumati.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 81
ma che in essa si manifestano; Tintelligenza le astrae dalla
materia e in tal modo si elevano dalla fisica, ed entrano in re-
lazione colla metafìsica. La geometria si occupa delle cose che
si posson figurare senza materia, e che nello stesso tempo tro-
vano un'applicazione nella materia visibile. La musica, la mec-
canica, l'ottica, s'occupano delle cose, che sono nella materia, ma
che da essa in maggiore o minor modo si astraggono e si allon-
tanano (1). Si riconosce in questa divisione il fedele discepolo di
Aristotile; ma si troverà qui, come altrove, che Avicenna espone
con molta chiarezza e precisione ciò che negli scritti del suo
maestro non è espresso che in una maniera vaga ed indeter-
minata.
XXI.
Bacone Rogero. Leonardo da Vinci ha ricercato gli scritti di
Rogero Bacone e principalmente VOpus ma,jics, che tanto do-
veva interessarlo per i trattati che comprende : causae erroris ;
philosophiae cum theologia affìnitas; lingitai^m cognitio; ma-
thematicae in physicis utilitas; mathematicae in divinis uti-
litas ; judicia astronomiae ; geographia ; dsti^ologia ; perspectiva;
scientia experimentalis ; moralis philosophia (2). Il merito emi-
nente di Rogero Bacone non stava in una dottrina nuova, ma piut-
tosto in una critica dei metodi e delle dottrine del suo tempo. Egli
è stato chiamato un uomo del Rinascimento sperduto in antici-
(1) Haneberg B., Zur Erkenntnisslehre des Ibn Sina und Albertus, in
Abh. der philos.-philol. CI. d. bayer. Acad. d. Wissensch., Mùnchen, 1866,
voi. XI, 1. pp. 189 sgg. Non sono riuscito a trovare nei Manoscritti di Leo-
nardo nessuna traccia delle opere di Averroè. Se le ha conosciate, nulla vi
ha attinto.
(2) L" Opus majus fu edito, ma solo parzialmente, da Samuele Jebb nel 1750.
Io ho davanti ledizione compiuta di Giovanni Enrico Bridges, The Opus
majus of Roger Bacon, Williams and Norgate, 1900, donde traggo l'enu-
merazione di questi trattati.
Giornali storteo. — Sappi, n» 10-11. 6
82 E. SOLMI
pazione fra i dottori scolastici. T,a efficacia della parte deM'Opus
majus intitolata Perspectiva, e che fu edita in Francoforte sol-
tanto nel 1604, risulta chiara nei manoscritti vinciani, dal con-
fronto sopratutto delle pagine sulla superiorità della vista fra
tutti i sensi: sulle virtù interiori dell'anima, che sono l'imagi-
nativa e il senso comune; sull'origine dei nervi, che son neces-
sari all'occhio: sulle membrane dell'occhio; sui loro umori albu-
gineo, glaciale e vitreo; sulle cause della sfericità dell'occhio;
sulle proprietà della cornea, dell'umore albugineo e dell'uvea (1).
Queste traccie, ci affrettiamo a ripeterlo, sono trasformate ra-
dicalmente dal genio possente dell'Artista.
Qualche rapporto più intimo si potrebbe segnalare, come per
esempio questo sulle illusioni, che derivano dal fatto della visione
binoculare.
Leonardo. Bacone.
Se le due linee centrali concorrano si oculorum a et b axes figantur
nello obbietto x le aderente inferiori diligenti intentione in o partem visi-
s V e r y vederanno lobbietto t oc- bilis mon, tunc visibile k infra con-
cupare due lochi nella pariete m n cursum axium videbitur duo, et h
cioè in V y, ma se tal centrali ter- visibile ultra concursum similiter
minano in t allora lobbietto x sarà videbitur duo necessario (3;.
veduto dalle 2 aderenti esteriori, cioè
r w e s a, perchè l'occhio destro vede
coll'aderente destro e l'occhio sinistro
vede coll'aderente sinistro (2).
Pochi uomini, come Bacone, potevano essere giustamente va-
lutati nel Rinascimento, ed è a deplorare che in questa età
(1) RoGERO Bacone, The Opus majus, voi. II, p. 1 sgg., 4 sgg., 12 sgg.,
15 sg., 17 sgg., 18 sgg., 26 sgg. Confronta per i passi relativi di Leonardo
il mio lavoro su Leonardo da Vinci e la teoria della visione negli Atti e
Memorie della R. Accademia Virgiliana di Mantova, Mantova, 1905,
pp. 137 sgg.
(2) Leonardo, Manoscritto D, f. 8 verso.
(3) RoGERO Bacone, The Opus majus, voi. II, p. 95.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 83
fecondissima i suoi scritti non siano stati maggiormente diffusi
per mezzo della stampa. Egli aveva molto preso a prestito dagli
Arabi, ma è incontestabile, che aveva fatto (principalmente per
l'impulso di quel mirabile ingegno, che fu Pietro Peregrino di
Maricourt) numerosi esperimenti, e anche riducendo al giusto
numero le sue scoperte, gliene restano a sufflcenza per comporgli
una giusta e meritata corona (1). Una pagina dei manoscritti
vinciani del British Museum contiene un passo, a prima vista
inintelligibile, scritto dalla mano di Leonardo: « Rugieri Bacon
41 fatto in istampa » (2). Questo passo si può interpretare in due
modi: o il Vinci cerca qualche scritto del famoso francescano,
che fosse stato « fatto in istampa », oppure ricorda che qualche
scritto del francescano meritava di esser « fatto in istampa ».
La prima ipotesi cade, con la semplice osservazione che nessuna
(1) Charles E., Bacon, sa vie, ses ouvrages, Paris, 1861, e in senso con-
trario ed eccessivamente severo Schneioerer L., Roger Bacon. - Etne Mo-
nofjraphie, Augsburg, 1879.
(2) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 71 verso. Non è im-
probabile che Leonardo da Vinci abbia conosciuta anche la Scientia experi-
mentalis. Si ricordi ad esempio quel passo, dove Bacone tratta dei colori
dell'iride, che riscontra nelle pietre, nei cristalli, nelle penne degli uccelli, ecc.
* Similiter est de aquis cadentibus a rotis molendini, et quando homo
« aspicit in aestate de mane herbas contingentes guttas roris in prato vel
« campo, videbit colores. Et similiter quando pluit, si stet in loco umbroso
« et radii ultra eum transcurrant in stiliicidiis, tunc in opaco prope appare-
« bunt colores, et multoties de nocte circa candelam apparent colores. Atque
« si homo in aestate, quando surgit a somno, et babet oculos nondum bene
« apertos, subito aspiciat ad foramen per quod intrat radius solis, videbit
< colores. Et si sedens ultra solem extendat capitium suum ultra oculos
« videbit colores, et similiter si claudat oculum, contingit idem sub umbra
« superciliorum, et iterum idem accidit per vas vitreum plenum aqua in radiis
■€ solis. Vel similiter si quis tenens aquam in ore, et fortiter spargat aquam
< in radiis, et stet a latere radiorum ; et si per lampadam olei pendentis
« in aere transeant radii in debito situ, ut lumen cadat super olei superfi-
« ciem, fiant colores. Et sic per infinitos modos, tam naturales quam artifi-
< ciales, contingit coloris hujusmodi apparerò, sicut diligens experimentator
•e novit reperire ». Rosero B.\con, The Opus majus, voi. II, pp. 173, 174.
Gfr. Leon.\rdo, I, 288, Manoscritto F, f. 67 verso. Escludo che Leonardo,
come vorrebbe il Duhem, abbia attinto queste idee a Timone l'Ebreo.
84 E. SOLMI
delle opere di Rogero Bacone fu edita alla fine del secolo XV
e ai principi del XVI: il più antico scritto « fatto in istampa »
del Doctor Mirabilis è del 1529, ed è il De la pierre philosophale
traduil en frangais par S. Girard de Tournus, Paris 1529;
seguono a questo il De secretis operibus, Parisiis 1542, ed il Li-
bellus de retardandis senectule accidentibus et de sensibus
conservandis, Oxonii 1590. Se si pensa al vivo interesse che
il Vinci ebbe per l'arte della stampa, allora ai suoi inizi ;
ai disegni di ordigni , che i manoscritti contengono relativi
alle macchine tipografiche; ai calcoli che egli fa di libri, che,
fuor di dubbio, dovevano venir stampati, risulta molto proba-
bile che Leonardo nel suo oscuro frammento esponga l' idea
(rimasta poi ineffettuata) di mettere alla stampa qualcuno dei
frammenti di Rogero Bacone , e principalmente la mirabile
Perspetiva. Un tratto comune congiungeva l'artista fiorentino
al monaco inglese, ed è l'amore per l'esperienza. « Sine expe-
« rientia nihil sufflcienter scire potest. Duo enim sunt modi co-
« gnoscendi, scilicet per argumentum et experimentum. Argu-
« mentum concludit et facit nos concedere conclusionem, sed
« non certificai, neque removet dubitationem, ut quiescat animus
« in intuitu veritatis, nisi eam inveniat via experientiae » (1).
XXII.
Balestrieri Domenico. Nei suoi manoscritti Leonardo ha con-
servata la traccia delle discussioni avute con i contemporanei,
talora anche di umile condizione, ai quali si rivolgeva per avere
qualche utile segreto e notizia; quindi il carattere biografico e
qualche volta polemico, che assumono le sue scritture, dove
spesso son rammentati i collaboratori e gli oppositori. Nel Codice
Atlantico, fra quelli che egli chiama suoi avversari, è ricordato
(1) Rogero Bacone, The Opus majus, voi. 11, p. 167.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 85
un tal « Balestrieri », forse il pittore Domenico nato a S. Qinesio
nel 1463, e vissuto a Milano, col quale Leonardo ha discusso di
argomenti di idraulica. « Sofflstico del Balestrieri: la bocca della
« canna nm, piglia dell'acqua ffh, e la porta in alto in o, e al-
"i lora m disciende in p, e 'l n si leva in o, e perchè p pesa
* più che 0, per essere più distante dal dentro del suo circonvo-
* lubile, p disciende alla pelle dell'acqua g h, dove trovando la
< pelle dell'acqua quivi si ferma, perchè quivi perde la gravità
« che in tal bassezza '1 fecie disciendere, e cosi si resta nell'al-
* tezza /*, ♦> lo m disciende in /, Qlp resta in h, ed è terminato
<\\ moto sofflstico dell'avversario» (1).
La tradizione ha conservato una traccia di queste dispute:
« Era, dice il Vasari parlando di Leonardo, in quell'ingegno in-
« fuso tanta grazia da Dio, ed una dimostrazione sì terribile ac-
« cordata con l'intelletto e memoria, che lo serviva, e col disegno
-« delle mani, sapeva si bene esprimere il suo concetto, che con i
< ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo
* ingegno. Con ragioni naturali faceva tacere i dotti » (2).
XXIIL
Barbaro Ermolao. La conoscenza indubitabile per parte di
Leonardo delle opere di Plinio, di Dioscoride, di Aristotile e di
Pomponio Mela rende molto probabile l'ipotesi, ch'egli abbia
avuto qualche notizia delle Castigaliones plinianae (1492) e delle
Castigaiiones secundae (1493) sulla Historia naturalis di
C. Plinio fatte da Ermolao Barbaro (3), che nel 1488 si era re-
cato presso Lodovico il Moro come ambasciatore della Repubblica
Veneta, e che in questa occasione aveva incontrato il Vinci, fra
i gentiluomini della città e della corte.
(1) Lbonardo, Codice Atlantico, f. 229 verso.
(2) Vasari, Le vite (1832), p. 445.
(3) Barbaro, Castigationes plinianae, [in fine] impressit Eucharius Ar-
genteus, Roma, 1492-1493.
86 E. SOLMI
Lo Zeno, nelle sue Memorie de' scrittori veneti, attribuisce al
Barbaro due opere di matematica, cioè i Geomett^icarum quae-
stionum libri e il De convenienlia astronomiae et medicinae;
più di questi scritti , interessarono Leonardo le edizioni del De
medica materia di Dioscoride, della Physica di Aristotile, del De
siiu orbis di Pomponio Mela, curate da Ermolao Barbaro. Il na-
turalismo di Leonardo non era in assoluta contraddizione con
l'aristotelismo del Barbaro, ma questo non nomina mai quello,,
né quello questo. Il Barbaro era essenzialmente un umanista, e
i rapporti di Leonardo con gli umanisti furono freddi, talora
aspri, come appare da più passi dei manoscritti, e principal-
mente dalle invettive contro i così detti commentatori (che chia-
mavano poi di rimbalzo il Vinci « omo sanza lettere », oggi si
direbbe ignorante del latino). L'artista, come vedremo, apprez-
zava gli antichi, ma pensava che il rinnovamento delle scienze
non poteva effettuarsi se non con lo studio diretto della natura,
laddove Ermolao Barbaro, con un concetto diametralmente op-
posto, tendeva al rinnovamento delle scienze, ponendo in luce la
vera natura e il vero metodo dell'antica filosofia naturale (1).
XXIV.
Barozzi Pietro. Nel Manoscritto L, tutto vergato da Leonardo
negli anni che vanno dal 1500 al 1502, è rammentato ben due
volte un Archimede del vescovo di Padova. « Borges, scrive Leo-
« nardo in principio del Manoscritto, ti farà avere l'Archimede
«del vescovo di Padova e Vittellozzo quello da il Borgo a San
(1) Sul Barbaro puoi vedere il Giornale Storico della Letteratura Ita-
liana, Torino, 1883-1892, voi. VII, p. 411; voi. X, p. 433 e voi. Xlli, p. 124.
11 Compendium sdentine naturalis ex Aristotile fu edito solo in Venezia
nel 1545, poi a Parigi nel 1547, 1555, a Losanna nel 1579, a Marburgo
nel 1597 e finalmente a Basilea senza data.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 87
« Sepolcro » (1). E ripete un'altra volta sulla fine del Mano-
scritto : « Archimede del Vescovo di Padova » (2).
Se noi pensiamo che Pietro Barozzi fu vescovo di Padova ap-
punto nel periodo che va dal 1488 al 1507 (3); se ricordiamo
che egli non è ignoto nella storia delle lettere (4) e che Pietro
Pomponazzi lo chiama « non solura doctissimum, sed etiam san-
« ctissimum et in Mathematicis universaliter appriine doctum » (5),
non ci parrà strano che egli possedesse una copia degli scritti
di Archimede, e che la fornisse, probabilmente, a Leonardo.
Il Borges nominato dal Vinci non è né Borgia, né Borghese,
come pensava il Ravaisson (6); ma < Borges » come scrive anche
il Sanudo, cioè Boyer Antonio arcivescovo di Bourges e cardinale
in Roma (1500-1513) col titolo di S. Anastasio, « fradelo del ze-
« neral di Normandia e cugnato di lo episcopo di Samallò * (7);
un dotto prelato appartenente a quella famiglia celebre, che
già aveva dato alla letteratura provenzale un poeta di grido,
Guglielmo.
XXV.
Bartolomeo Turco. « Scrivi a Bartolomeo Turco », si affretta
(1) Leonardo, Manoscritto L, f. 2 rtscto.
(2) Leonardo, Manoscritto L, f. 94 verso. Su questa stessa pagina vi
sono degli appunti vergati nel 1502: « Da Boncon vento alla Casanova
e miglia dieci, dalla Casanova a Chiusi miglia 9, da Chiusi a Perugia
< miglia 12. da Perugia a Santa Maria degli Angeli e poi a Fuligno ».
(3) Nel 1470 era stato vescovo di Belluno e fu nominato nel 1488 vescovo
di Padova. Ughelli, Italia sacra, alla parola Baroccius Petrus.
(4) TiRABOscHi, Storia della Lett. Italiana, Venezia, 1796, voi. VI, 867.
(5) Pomponazzi Pietro, De incantationibus, Basilea, 1567, ce. 57 e 58.
L'autore delle Cose notabili di Venezia dice (lib. II. cap. 124): < fu riputato
* a* suoi di quasi una delle meraviglie che si trovassero allora ». Esortò
Niccoletto Vernia a comporre il De immortalitate animae nel 1499. Cfr. Tom-
MASiM, Gymm. Patav., I, p. 397.
(6) Ravaisson, Manoscritto L, f. 2 recto « Borghese (?) te fera avoir
< l'Archimede de l'évèque de Padoue ».
(7) Sanudo, Diarii, Venezia, 1889, voi. XXIV, pp. 149, 150, cfr. 167, 249,
365, 454, 522, 582.
88 E. SOLMI
a segnare Leonardo, « del flusso e reflusso del mar di Ponto, e
« che intenda se tal flusso e reflusso è nel mare Ircano overo
« mar Caspio » (1). Il nome di Bartolomeo, il tempo in cui fu
scritta la nota, i luoghi ricordati fanno ritenere probabili dei
rapporti epistolari fra Leonardo da Vinci e il viaggiatore noto
nella storia della geografia col nome di Bartolomeo de li sonetti
0 Bartolomeo turco (fiorente 1475-1485).
Questi è autore di un « Isolarlo in-8° » che è una descrizione
delle isole dell'Arcipelago in fanti sonetti e con 49 tavole incise
in legno, ma il libro, non avendo né titolo, ne indicazione d'anno
e luogo, e d'altra parte l'edizione essendo rarissima, ha dato
occasione a congetture e dispute tra i bibliografi (2), perchè il
Dibdin pensa che V Isolarlo sia uscito alla luce in Venezia verso
il 1477 e il Panizzi tra il 1475 e il 1485 (l'ultimo con grande
fondamento, perchè il libro è dedicato a Giovanni Mocenigo doge
tra il 1475 e il 1485).
Chi meglio di Bartolomeo de li sonetti o Bartolomeo turco
poteva procurare a Leonardo indicazioni sul flusso e reflusso del
mar Ponto? V <s. Isolarlo » stesso ce ne off're la convinzione.
Intendo di monstrar con veri effetti
quanto che l'onda egiea abia cerchatta,
et se ho più A^olte ogni 'nsula chalcbatta
e porti e vale e scogli i sporchi e i netti,
col bosolo per venti ho i capi retti
col stilo in charte ciaschuna segnatta,
quindici volte in trireme son statto
oficiale e poi patrone in nave.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 256 recto. Non reputo probabile che
sia Bartolomeo Marchionni, che dette intorno al 1474 a Paolo dal Pozzo
Toscanelli le indicazioni sulla navigazione lungo le coste occidentali del-
l'Africa.
(2) Quadrio, Storia della volgar poesia, Bologna e Milano, 1739 : IV,
45 sgg.; Cicogna, Saggio di bibliografia veneta, Venezia, 1547, in-4o, n. 2540;
Castellani, Catalogo ragionato delle più rare o più importanti opere
geografiche a stampa, Roma, 1876, pp. 66-69.
LE FONTI DI LEONARDO DA. VINCI 89
Alcuni han cercato di identificare Bartolomeo de li sonetti o
turco con Bartolomeo Zamberti, traduttore di Euclide e segre-
tario del Senato veneto, ma è un errore ; l'uffizio di segretario
addetto alla Cancelleria non si addiceva a quello d'ufflziale o di
capitano di nave, come l'autore stesso ci avverte di essere stato
nel passo citato di sopra.
XXVI.
B.\TTAGGio Giovanni. Leonardo stesso attribuisce a Giovanni
dei Battagi (cioè a Johannes de Laude ingeniarius et murator)
questo indovinello: « Se tu vuoi insegnare a uno una cosa, che
< tu non sappia, falli misurare la lunghezza d'una cosa a te in-
« cognita, e lui saprà la misura che tu prima non sapevi. Gio-
« vanni da Lodi » (1).
XXVIL
Bellincioni Bernardo. I rapporti di Leonardo da Vinci con
Bernardo Bellincioni furono così stretti, che l'artista ed il poeta
fiorentino collaborarono più di una volta agli apparati ed alle
feste, dai quali fu rallegrata Milano negli ultimi decenni del se-
colo XV. Nella raccolta delle Rime di Bernardo Bellincioni (1493)
ci è rimasta la memoria di una festa ossia rappresentazione,
« chiamata Paradiso, qual fece fare il signor Lodovico il Moro
« a laude della duchessa di Milano, et chiamasi Paradiso, però
« che v'era fabricato, con il grand'ingegno et arte di maestro
« Leonardo Vinci fiorentino, il paradiso con tutti li sette pianeti
« che giravano, e li pianeti erano rapresentati da huomini, in
« forma et habito che si descrivono dalli poeti, li quali pianeti
« tutti parlano in laude della prefata duchessa Isabella » (2),
(1) Leon.uu)0, Codice Atlantico, f. 75 verso.
(2) Bbmnzone, Sonetti, canzoni, capitoli, Milano, 1493, e. 148 v.
90 E. SOLMI
sulla quale una relazione deirambasciatore di Ferrara, assai accu-
rata, fu pubblicata neW Archivio Storico Lombardo, che descrive
l'apparato delle sale, gli abiti dei principi, dei gentiluomini, delle
maschere, il meccanismo della scena, tutto quanto è degno di
essere conosciuto (1).
È noto quale importanza abbiano le Rime del Bellincioni, come
quadro storico della società milanese del XV secolo. Quivi, oltre
a ciò, Leonardo è spesse volle ricordato con grandi elogi, prin-
cipalmente nel sonetto:
Godi Milan, che drento alle tue mura ecc.
Non vi è alcun dubbio che fra i suoi libri più cari Leonardo
conservava i Sonetti, canzoni, capitoli, ecc. di Bernardo Be-
limone, Milano per Philippo di Montegazi decio el Cassano, 1493,
in-4°, di fogli 170.
Né io reputo impossibile, che qualcuno dei versi che son con-
servati nei manoscritti vinciani siano frutto di improvvisazioni
del Bellincioni o di motti, che questi passava all'artista, perchè
se ne servisse nel disegnare i suoi simboli, le sue imprese, i
suoi costumi (2).
(1) Solmi, La Festa del Paradiso di Leonardo da Yinci e Bernardo
Bellincione (13 gennaio 1490), in Ardi. Storico Lombardo, Milano, 1904,
pp. 75 sgg. Gfr. Verga, Saggio di Studi su Bernardo Bellincioni, poeta
cortigiano di Lodovico il Moro, Milano, 1892, pp. 115 sgg.
(2) Tali sarebbero i versi vinciani che invano ho cercati nel maggior nu-
mero delle raccolte del tempo: Leonardo, South Kensington Museum, III,
f. 85 recto :
Non iscoprir se libertà t' è cara
Che '1 viso mio è carciere d'amore.
Nessuna traccia nei manoscritti Leonardeschi di Lancino Curzio, Sylvarum
libri X, Milano, 1521, di Taccone Baldassarre, Coronazione et sposalitio
della Ser. Regina M. Bianca Maria Sforza, Milano, 1492, del Lazzaroni,
De Nuptiis Imperatorie Maiestatis, anno 1493, Mediolani apud Zarotum,
1494, in fol.. della Historia delle cose facte dallo invictissimo Duca Francesco
Sforza scripta in latino da Giovanni Simonetta, et tradocta in lingua fio-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 91
XXVIII.
Bellovacense. Con le parole « Speculum di maestro Giovanni
« Franzese » (1). Leonardo si riferisce probabilmente, come ho
accennato nella mia biografia dei Vinci (2), alla enciclopedia del
Bellovacense : Speculum quadr^plex, naturale, doctrinale, mo-
rale et hislorìale, Argentorati per Johan Mentellin MGCCGLXXIII,
10 voi. gr. in fol. (3).
Numerosi sono i contatti fra gli scritti di Vincent de Beauvais
e gli annali scientifici del Vinci, ma nessuno può darci la sicu-
rezza indiscutibile di una diretta derivazione (4). Io reputo che
Leonardo abbia conosciuta quest'opera, cosi diffusa nel secolo XVI,
solo nel fine della sua vita, per mezzo di Giovanni Perréal
« maestro Giovanni Franzese », quando ormai essendosi formato
un proprio giudizio sulle questioni naturali ben poco profitto
poteva cavare dall'enciclopedia del domenicano (5).
rentina da Crislophoro Landino fiorentina (in fine). Questa Sfortiada
traducta de sermone laterale in lingua firentina la impressa Antonio
Zarotti parmesano in Milano nelli anni del Signore 1490, in fol., in ca-
rattere rotondo nitidissimo, in ottima carta, con ampio margine senza cifre
e richiami; del Coaio, Historia, contenente l'origine di Milano, li gesti, ecc.,
in fino al tempo dell'autore, [in fine] Mediolani, Alex. Minutianus, 1503,
in fol. grande.
(1) Leonardo, Manoscritto 1, f. 28 recto. Codice Atlantico, f. 145 recto
e f. 243 recto.
(2) Solmi, Leonardo, p. 182.
(3) Cfr. Stòckl, Geschichte der Philosophie des Mittelalters (1865),
voi. II, pp. 345-352.
(4) Tali contatti sono inevitabili, quando si pensi che gli scritti del Bel-
lovacense abbracciano tutto Io scibile del tempo allo stesso modo di quelli
di Leonardo, ma nessuno, e ciò è degno di nota, è testuale e caratteristico.
Vedi SCHLOSSER Franc, Vincent von Beauvais mil 3 A bhandl., Frankfurt
a. Main, 1819, 2 volumi.
(5> Per tale confronto mi è stato anche di grande utilità il libro del
BouRGKLAT, Eludes sur Vincent de Beauvais, théologien, philosophe, ency-
clopédiste ou specimen des éludes ihéologiques, philosophiques et scienti-
phiques au moyen uge. Paris, 1886. Sui rapporti di Giovanni Perréal con
92 E. SOI.Ml
XXIX.
Benci. Le relazioni di Leonardo con la famiglia de' Benci fu-
rono strettissime, principalmente con Ginevra, che « ritrasse in
« Firenze dal naturale, la quale tanto bene finì che non il ri-
« tratto, ma la propria Ginevra pareva » (1); con Tomaso, che
avea fatto la traduzione italiana del libro di Mercurio Trisme-
gisto De sapieniia et potestate Dei, già prima tradotto in latino
dal Ficino; e finalmente con Giovanni (2). A proposito dell'ap-
punto di Leonardo « Libro di Giovanni Benci » è da rammen-
tarsi che nella Laurenziana di Firenze si conserva un Jordan!
Rufi Galabri, Liber de medicina velerenaria, manoscritto che
tanto dovette interessare il Vinci, con la nota autografa: « Questo
« libro è di Giovanni d'Amerigo Benci, 1485 » (3).
Leonardo, sta facendo importanti ricerche Paul Miiller Walde. Ho dinanzi
l'edizione : Vincentii Belluacensis, Speculum doctrinale, t. Il, s. I. et a.
(serf Argentorati per Johann Mentelin, anno MGGGGLXXIIU in fol.).
Gfr. Braun, Nolit libr., p. 18, e Panzer, Annal. Typogr., I, p. 18.
(1) Per maggiori particolari, Solmi, Leonardo, 133. Qualche nuova notizia
su di lei è da vedersi nella « Benciae Ginevrae Elegia Alexandri Brace» >,
Bibl. Laurenziana, Ili, 787, III.
(2) Bibl. Lauremiana, V. 7, cod. IX e 218, cod. XXU. Epigrammata
Italica, 373, XXX e 375, LV e 376, LVIII. È probabile il fatto, che con la
parola « libro di Maso » (per lo più seguita dall'altra « libro di Giovanni
« Benci ») Leonardo accenni al Tommaso rammentato di sopra.
(3) Leonardo, Manoscritto L, f. 1 verso « Panno d'arazzo — seste —
« libro di Maso — libro di Giovanni Benci — casse in dogana — tagliare la
« vesta — cintura della spada — rimpedalare li stivaletti — cappello leggiero
« — canne dalle cassacele — il debito della tovaglia — baga da notare —
« libro di carte bianche per disegnare — carboni — quanto è uno fiorino di
« siggillo? — un guardacuore di pelle ». — Bandini, Cat. Bibl. Laurenziana,
V. 220, IX, p. 85 t. Protesto fatto per Giovanni Benci dinanzi a nostri
Magnifici Signori et loro venerabili Collegi et Capitudine, dove è notevole
che si professa illetterato. « Innanzi alle vostre riverentie mi rendo scusato
« venire a trattare in questo dignissimo luogo di sì alta materia, non essendo
« licterato, ecc. ». Gfr. Bibl. Laurenziana, XLIll, num. 23 e Gaddiano, e. 243.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 93
XXX.
Benedetti Alessandro. L' Anatomice siue Mstoria coìTXxris
humani, libri V, Venetiis 1498 e 1502, di Alessandro Benedetti,
pur non contenendo alcuna scoperta (1), era notevole per l'en-
tusiasmo col quale l'autore esortava alla sezione dei cadaveri e
allo studio sperimentale dell'anatomia.
Forse per questo riguardo Leonardo, fra i libri che manda a
prendere da Venezia nel 1508, se^rna la nota; « Anatomia Ales-
« Sandro Benedetto » (2), nota che ci attesta la conoscenza in-
dubitata per parte del Vinci dell'opera del medico di Legnago,
dove si scrutava con lo studio diretto del cadavere « venarum,
« arteriarum, muscolorum, nervorum, ossiumque naturam » (3).
È notevole tuttavia che nelle pagine anatomiche dell'artista
nessuna traccia si possa riscontrare degli scritti dell'anatomico
lombardo.
(1) Anche qui non si trova alcun sentore del principio della circolazione
del sangue, ma in modo analogo a ciò che scrive Leonardo, vi si dice:
« sanguis in eorde, tamquam in fonte, et in venis, tamquam rivulis, qui ab
« eo oriuntur, continetur >, Anatomice (1498), f. 65 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. recto.
(3) Benedetti, Anatomice, f. bi recto. Su Alessandro Benedetti vedi Boer-
NER, Comenlarius de Alexandro Benedicti medico, Brunswich, 1751; Zeno,
Dissertazioni vossiane, li, 43 sgg. ; Maffei, Verona illustrata, li, 250;
Mazzuchelm, Gli scrittori d'Italia. II, 2. p. 812. Altre edizioni àeWAnn-
tomice fufon quelle di Parigi 1514, 1519, Basilea 1517. Per Leonardo non
potevano avere nessun interesse il De pestilenti febre liber, Roma, 1490,
Pavia, 1516, 1" Omnium a vertice ad calcem, morborum signa, Milano, 1508,
il De medici atque aegri officio libellus, Milano, 1505, le Collectiones me-
dicales, Milano, 1514. 11 Benedetti è noto anche come commentatore di Plinio
(Venezia, 1507, 1513, 1516). Cfr. Ersch u. Grùber, Allgemeine Encyclopàdie
der Wissenschaften itnd Kunst, 1?22, parte IX, p. 1 sgg. Leonardo fu forse
in relazione personale con Angelo Benedetti, zio di Alessandro e pur esso
dotto medico anatomico, se pure è possibile riferire a lui questo passo, dove
trattandosi della sezione di un cadavere, si dice: «sega da osso di sottil
« dentatura... Agno! Benedetto fa d'avere un teschio». Leonardo, Windsor
Anatomy, IV, f. 167 recto. Su Angelo Benedetti, vedi Aless. Benedetti,
Collectiones medicales, 1514, f. 96 e Anatomice, S recto.
94 E. SOLMI
Nell'introduzione storica che l'Hyrtl premise al catalogo dei
preparati del Museo anatomico di Vienna, l'illustre professore in-
titolava la medicina del medio evo e del primo rinascimento
« una medicina senza anatomia » (1). Questo può esser vero per
l'Austria e per la Germania, perchè quivi soltanto nella quare-
sima del 1404 fu aperto, e con grande solennità, un cadavere
nell'ospedale di Vienna, e dodici anni dopo si celebrava una se-
conda anatomia e sei altre volte soltanto per tutto il secolo, e
non nelle stanze della facoltà medica, ma sub Jove frigido (2).
L'università di Praga, la più antica della Germania, non ebbe
insegnamento d'anatomia che nel 1460 (3), e l'Università di Lipsia
dovette attendere fino al 1510 per ottenere il permesso di lasciare
cadaveri « corpore exanimi oblato » (4). Da noi (aveva ragione
l'Haller nel dire che gli italiani per primi corpora humana
dissecuerunt, sensim tamen ad alias gentes utilis audacia pe?"-
venit (5)) Federico II avanti la metà del secolo XIII ordinava,
che nessun chirurgo fosse ammesso alla pratica, se non potesse
dimostrare di avere per un anno almeno studiato anatomia su
corpi umani, « et sit in ea parte medicinae perfectus, sine qua
nec incisiones salubriter fieri poterunt, nec factae curari (6) ».
Guglielmo da Saliceto nel 1270 esponeva in Bologna l'anatomia,
ed eseguiva una sezione sul nipote del marchese Uberto Palla-
vicino, morto in sospetto di avvelenamento (7), e un medico par-
(1) Hyrtl, Vergangenheit und Gegenwart des Museums fur mensch-
liche Anatomie im der Wiener Universitdt, Vienna, 1869. Einleitung,
pp. V, Yin.
(2) AscHBACH, Geschichte der Wiener Universitdt und ersten Jahrhun-
derte ihres Bestehens, Vienna, 1865, p. 324.
(3) HoEFER, Lehrbuch der Gesch. der Medicin, Iena, 1853, p. 903.
(4) Zarncrb, Die Statutenbùcher der Universitdt Leipzig, Leipzig, 1861,
pag. 39.
(5) Haller, Bibliotheca anatomica, Tiguri, 1774-77, voi. I, p. 165.
(6) De Renzi, Storia documentata della Scuola medica di Salerno, Na-
poli, 1857, p. Lxxvi. La legge fu forse emanata nel 1241. Tuttavia, non
ostante questa costituzione, le condizioni dell'anatomia furono infelicissime
nella Sicilia fin presso ai nostri giorni.
(7) G. Sarti, De claris Archigymn. Bonon. Profess., Bononiae, I, P. I, p. 437.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 95
migiano o lombardo, pochi anni dopo, nel 1286, sparava cadaveri
di uomini per trovar la ragione di un certo morbo pestilenziale
apostemoso (1). Nel secolo XIV in Bologna, nel solo 1315, Mon-
dino de' Luzzi anatomizzava due donne (2), e negli stessi anni
i giudici chiamavano tre medici di chirurgia per discutere in
un processo di veneficio, « visceribus defuncti anathomice cir-
^ cumspectis » (3).
Alessandro Benedetti ricorda l'uso di sezionare il corpo dei
condannati ancor vivi, « ut spiritu etiam remanente, naturae
« arcana, et quid natura magna solertia intra se agit, perqui-
« rerent, membrorum posituram, colorem, fìguram, magnitudinem,
« ordinem, processum, recessumque, ex quibus multa in defun-
« ctis mutantur, distincteque magis quam pie annotarent , ut
« illatis vulneribus, quid integrum, quid corruptum sit intelli-
« geretur ». Ma aggiunge subito che le leggi ecclesiastiche vie-
tavano nel 1458 di far ciò, * quoniam truculentissimum est,
« vel carnifìci horroris plenum, nec morituri Inter tantos cru-
« ciatus despera tione futurae vitae spem misere amittant ». La
Chiesa permetteva invece le sezioni cadaveriche, e pochi anni
prima (1482) un Breve di Sisto IV aveva servito alla facoltà medica
di Tubinga di mezzo per avere dai magistrati corpi umani da
notomizzare, che non solevasi concedere absque sedis apo-
stolicae dtspensatione seu licenlia (4).
XXXI.
Benedetto Aritmetico. Gol nome < Benedetto dell'Abbaco » (5).
Leonardo si riferisce all'autore di un Trattato d'abaco fatto da
(1) Corradi, Annali delle Epidemie, anno 1286.
(2) Medici, Compendio storico della Scuola anatomica di Bologna, Bo-
logna, 1857, p. 22.
(3) De Renzi, Storia della medicina in Italia, pp. 10-36.
(4) Benedetti, Bistoria corporis humani, lib. 1, cap. 1. De utilitate Ana'
tomiae et de cadavere eligendo deque temporaneo theatro constituendo.
(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 12 verso.
96 E. SOLMI
B° (Benedetto) a uno caro amico, che ci resta in diversi mano-
scritti nella Biblioteca Magliabechiana di Firenze e nella Comunale
di Siena ; e di un Trattato d'aritmetica, di un Trattato di ar-
chitettura e di altri scritti inediti, dei quali si è giovato il Tar-
gioni-Tozzetti nella sua storia del fiorino di siggillo.
Benedetto Aritmetico, i cui trattati portano le date del 1462,
1468, 1471, 1472, 1473, 1474, 1475, 1476, 1477, 1493 e del 1496,
dice di essere « nato et allevato in Fiorenza, et in quella expe-
« rimentato », ma dalla descrizione dei costumi delle diverse
città d'Italia e di fuori, relativamente alla mercatanzia, mostra
di essere uomo assai colto e di larghe amicizie. I suoi rapporti
con Leonardo risalgono probabilmente, come ho cercato di di-
mostrare altrove, al 1472 (1).
II poeta Verino ne parla con parole entusiastiche;
Vincit Arithmeticis Nilum Florentia cartis ;
Assyriaeque caput Babylon iam cessit Hetruscis,
Tuacus ab extremo numerorum Gange figuras
Accepit, velox qui computai omnia signis.
Quisque aritmeticae rationem discere et artem
Vult, Benedicte, tuos libros chartasque revolvat,
Possit ut exiguis numeris comprehendere arenam
Lictoris, et fluctus omnes numerare marino8(2).
XXXII.
Benedetto Briosco. «Monbracco, scrive Leonardo, sopra Saluzzo,
« sopra la Certosa un miglio, al pie del Mon Viso, ha una miniera di
(1) Solmi, Leonardo, p. 13. Qualche particolare su Benedetto Aritmetico
può anche trovarsi nelle opere sugli scrittori fiorentini del Poccianti e del
Negri. I codici da me esaminati sono quattro: 1) Incomincia uno tratato
cTabacho, Bibl. Magliab-, mss. 25, classe XI; che porta le date del set-
tembre e del marzo 1462 ; — 2) Incomincia uno tratato d'abacho fatto
da B" a uno caro amico, ivi, mss. 76, classe XI; che porta la data 28 ot-
tobre 1473; — 3) Inchomincia uno trattato fatto da B° a uno amico el
quale contiene quello che s'apartiene al marchatante ; — 4) Trattato di
Aritmetica, ivi, me. 1, ci. XI. Gfr. anche Bibl. Cam. di Siena, codice se-
gnato L. IV. 21.
(2) Verini, De illustratione urbis Florentiae, p. 25.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 97
« pietra faldata, la quale è bianca, come marmo di Carrara, sanza
« macule, ch'è della durezza del porfìdo o più, della quale il com-
« pare mio, maestro Benedetto scultore, ha inpromesso di dar-
« mene una tavoletta per li colori. A dì 2 di gennaro 1511. Sirot-
« tino da Turino n'ha alcune che son berettine, forte dure » (1).
Chi è questo Benedetto scultore che Leonardo poteva chia-
mare nel gennaio del 1511 « compare mio »? Il Ravaisson pensa
a Benedetto da Maiano, che era morto già da molti anni !
Non vi ha alcun dubbio possibile: il Vinci accenna qui allo scul-
tore Benedetto Briosco, i cui legami con Leonardo, già stretti
nel 1484, si rinnovarono sui primi anni del secolo XVI in Milano
ed in Pavia.
Maestro Benedetto da Briosco scultore, uno dei più mirabili
artisti lombardi, era stato nel 1484 assieme a Tommaso Cazza-
niga autore del monumento a Pier Francesco Visconti in S. Maria
del Carmine m Milano. Nel 6 maggio del 1506 un documento
(conventiones inter magistrum Benedictum de Brioscho et quos-
dam cives agentes nomine Comunitatis Cremone prò fabrica
arcae sanctorum Petri et Marcellini) ce lo mostra succedere
a Pietro da Rho (Rhaude) in Cremona nel compimento di un'o-
pera mirabile, che anche oggi testimonia il genio di quegli ar-
tisti. Negli anni seguenti il Briosco è collega accreditatissimo
dell'Amedeo nei lavori della certosa di Pavia (2), e finalmente
del Busti nel monumento a Gastone di Foix in Santa Marta di
Milano (1515-1522).
(1) Leonardo, Manoscritto G, f. 1 verso. Per i rapporti di Leonardo col
Piemonte, che saranno da me illustrati nel libro sugli Amici e discepoli di
Leonardo da Vinci, rammento gli splendidi disegni contenuti nel Codice
Atlantico, f. 211 verso: e Navilio d'Ivrea, facto dal fiume della Doira —
< Montagna d'Ivrea nella sua parte selvagia, — produce di verso tra-
€ montana ».
(2) Alcune memorie sulla Certosa di Pavia dicono : € L'anno 1517 Bene-
« detto Briosco scolpì doi mezzi proflFetti grandi, posti alla facciata sopra le
« finestre a ragione de scudi 20 per figura. Item doi Apostoli in figura
« grande, posti in opera alla facciata dal coridore a basso predio scudi 40 per
« figura >.
GtomaU ttorico. — Sappi, n» 10-11. 7
98 E. SOLMI
Mojnbracco, sopra Saluzzo, sopra la Certosa un miglio, a pie
del Monviso (1305 metri), ha veramente abbondanza di minerali.
Sul vertice di questa montagna trovasi un mica scisto col quarzo
bianco giallognolo a grossi strati, e col mica bianco a lamine
molto sottili e piccole. Sui pezzi di questa sorta di mica-scisto
veggonsi rabeschi naturali, che sembrano disegni fatti ad arte.
Tali pietre possedeva l'ignoto Sirotlin da Torino, nominato da
Leonardo. Vi si trovano anche topazi di vari colori e quarzi
prismatici (1).
XXXIII.
Benzi Ugo. Quando Leonardo segna fra i suoi libri nel Codice
Atlantico'. «Della conservatione della sanità» (2) non c'è dubbio
che egli si richiama, come ha già osservato il D'Adda, al Tractato
utilissimo circa la conservatione de la sanitade... composto per el
clarissimo et exceliente philosopho et doctore di medicina messer
Ugo Benzo da Siena, (in fine) Exactum est hoc opus Mli cura
et diligentia Petri de Corneno Mediolanensis 1481, pridie Ka-
lendas Junias Joanni Galeatio Sforcia Vicecomite principe
nostro invictissim,o dominante, in-4° (3).
Da quest'opera, nella quale al titolo pomposo fa riscontro la
sciocca puerilità del contenuto, nulla attinse il Vinci per i suoi
scritti (4). Ugo Benzi, detto anche Ugo da Siena, più che per
(1) Leonardo, Manoscritto H, f. 62 verso. « Una monaca sta alla Colomba
in Cremona, che lavora bei cordoni di paglia, et uno frate di santo Fran-
cesco ». Manoscritto I, f. 79 verso. « Soncino sul Cremonese ».
(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 210 recto.
(3) Sul Benzi puoi vedere Mazzuchelli, Scrittori italiani (1760), voi. II,
P. II, p. 7902. L'edizione da me citata è in caratteri gotici senza numeri
alle paginCj e fu ristampata in Milano nel 1507.
(4) Né reputo che Leonardo conosca i commenti del Benzi su Avicenna,
Ippocrate e Galeno editi nel 1485, 1493, 1496. È meno probabile che con le
parole « Della conservazione della sanità » il Vinci accenni all'opera in ita-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 99
gli scritti, s'era fatto famoso con l'eloquente insegnamento cui si
era dedicato in Siena, in Bologna, in Pavia, in Padova e in Fi-
renze, che gli meritò il nome di « principe de' medici » del suo
tempo.
XXXIV.
Berlinohieri (Francesco). Reputo molto probabile che Leo-
nardo, cosi curioso di cose geografiche, abbia avuto notizia della
Geografia di Francesco Berlinghieri diffusa nel secolo XV in
manoscritti ed edita in Firenze per Niccolò Tedesco circa il 1480
in f" grande.
Quest'opera offriva grande interesse per il Vinci, non tanto per
lo stile e per l'erudizione superficialissima. della quale non vi è
alcuna traccia evidente nei manoscritti, quanto per le tavole
aggiuntevi, che non furon di scarso stimolo a quelle molteplici
cui l'artista attese ripetutamente lungo il corso della sua vita,
e che aspettano ancora un sapiente e paziente illustratore (1).
liano volgarmente detta il < Perchè » intitolata Hieronirai Manfredi, Liber
de homine et conservatione sanitatì». In Bologna per Ugonem Rugerium
et Dominum Bertochunt Regensem. Prima Junii {474, in fol, ripubblicato,
sempre in Bologna, in carattere gotico nel 1497 : e nemmeno ai Regiw/ien
sanxlatis, cum expositione magistri Arnaldi de Villanova, (in fine) Eie
opus optatur quod flos medicine vocatur. Tractatus qui de regimine sani-
tatis nuncupatur: finit feliciter. Impressus argen. anno domini {492. In
die sancti Thome cantuariensis , m-A", in carattere semigotico, senza cifre
e richiami.
(1) Un codice stupendo della Geografia dei Berlinghieri si conserva
{AN. XV, 26) nella Braidense di Milano, in carattere nitidissimo del sec. XV,
a due colonne, con 31 carte geografiche collocate dopo il testo, colorate in
oro, in giallo, in turchino. La prima pagina è ne' margini e nello spazio
interposto alle due colonne, tutta coperta di finissima miniatura con ricco
e grazioso disegno, con sei medaglie istoriate, quattro negli angoli, due lungo
i lati. La prima lettera è magnifica per grandezza e per l'adornamento, rap-
presentante il Berlinghieri stesso, che seduto al tavolo eseguisce il suo
lavoro. Il primo verso dell'opera « Già l'auriga di Titano adorno » è sopra
fondo azzurro e tutto in oro.
100 E. SOLMI
XXXV.
Bernabini Michele. La nota del Codice Atlantico : « Questo
« libro è di Michele di Francesco Bernabini, e di sua discen-
« denza » (1), non è di carattere di Leonardo. Tuttavia debbo qui
dichiarare, che nessuna traccia ho ritrovato nei documenti del
tempo, né del libro, né del suo possessore.
XXXVL
Bernardino Frate. « Alberto de coelo et mundo da Fra Ber-
« nardino » (2). Chi sia questo fra Bernardino, cui Leonardo si
rivolge per l'opera filosofica di Alberto Magno o di Alberto di
Sassonia, non è facile stabilire indubitatamente. Ma poiché la pa-
gina sulla quale é scritto questo nome porta la data « comen-
« ciato a Milano addi 12 di settembre 1508 », noi abbiamo un
elemento fondamentale per escludere che qui si accenni a fra
Bernardino de' Busti, minore osservante, dotto nella filosofia e
nelle lettere, poiché questi era morto in Milano nel 1500, dopo
aver preso parte alle lotte cittadine col suo Defensorium (1497)
contro lo scritto De monte impietatis di Niccolò Bariano (1494) (3),
e tanto meno a fra Bernardino Calmo, che era morto a Varallo
nel 1499.
Il « fra Bernardino » di Leonardo non può essere altri che fra
Bernardino Morene, che lesse la Sacra Scrittura in Milano
nel 1499 e in Pavia nel 1509, che pubblicò inoltre nel 1510 quel
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 71 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. recto.
(3) L'Argelati lo fa morire nel 1490, il Mazzucchelii nel 1500, il Defen-
sorium fu edito in Milano nel 1497 e il De monte impietatis in Cremona
nel 1494.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 101
Liber crealionis, dove son tante e cosi evidenti traccie dei pen-
samenti del Vinci.
XXXVII.
Bernardo Oiovannl € Libri da Vinegia », scrive Leonardo (1).
« Vocabulista vulgare et latino» cioè: « Vocabulista ecclesiastico
« Ialino e volgare utile e necessario a molti per il frate Johanni
« Bernardo Impressum Mlt fMediolani) per solertem Opiftciem
* Magisirum Leonardum Pachel anno domini MDGGGLXXXIX,
« die XXIII, mensis Februarii, in-8' ».
F.ra questo, diremo così, un ferro del mestiere per l'artista
illetterato, e le traccie ne restano principalmente nel Mano-
scritto I, f. 50 recto e verso.
accidit si. accade
aliquid alcuna cosa
congruo conveniente
uniuscuiusque di ciascuna cosa
summum el più
tantum solamente
probus bon' omo
eventum accadimento
appelativam universale
particulare proprio
sed ma
proferri esser profferito
quod qualche
aliquod alcuna cosa
quamvis benché
interimit amazare
sumitur sia preso o si piglia
quelibet di quante sorte
nome averbio loco
(i) Leonardo, Manoscritto F, recto nella copertina.
108 E. SOL.VIl
aliquo da alcuno o in alcun
proficitur parte di là
quedam alcuna ecc. ecc.
Altra lista di parole tratte dal « vocabulista » può vedersi, nello stesso
Manoscritto 1, al f. 51 recto, 51 verso, 52 recto, 52 verso, 53 recto, 53 verso,
54 recto, 54 verso, 55 recto, 55 verso.
XXXVIII.
Bibbia. Illustrando il noto foglio all'ematite deìCpdice Atlantico
alla parola « Bibia » (1), il D'Adda si richiama a € La Mòia volgare
« historiata per Niccolò de Mallermi. Venecia MCCCCLXXI
« in Kalende di Augusto per Vindelino de Spira. 2 voi. in fol.
« a 2 col. di 50 linee ». Tuttavia, da alcune citazioni dei mano-
scritti, è forse da ritenersi più probabile, che Leonardo pos-
sedesse una delle tante edizioni bibliche latine della fine del
secolo XV, ad esempio la Biblia latina, Romae Conrad. Suueyn-
heym et Arnoldus Pannar tz in domo Petri et Fran. de Ma-
ximis 1471, 2 voi. in fol. (2).
Questo libro il Vinci aveva dinanzi quando scriveva la sua fa-
mosa Dubitazione.
Leonardo. Bibbia.
Movesi qui un dubbio e questo 11. L'anno secentesimo della vita
è se '1 diluvio venuto al tempo di di Noè, nel secondo mese, nel deci-
Noè fu universale o no, e qui parrà mosettimo giorno del mese, in quel
di no per le ragioni che si assegne- giorno tutte le fonti del grande abisso
ranno. Noi nella Bibbia abbiam che scoppiarono, e le cateratte del cielo
il predetto diluvio fu composto di 40 furono aperte.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(2) Io ho dinanzi questa edizione: Biblia (in fine) Explicit impressa Ve-
netiis per Franciscum de Hailbrun et Nicolaum de frankfordia socios 1476
in fol. piccolo. In carattere semigotico a due colonne, senza cifre e richiami.
Finisce dopo un alfabeto alla segnatura 18 e coli' interpretazione alfabetica
de' nomi ebraici spar-si per tutta la Bibbia.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 103
di e 40 Docte dì continua e universa 12. E la pioggia fa in su la terra,
pioggia, e che tal pioggia alzò di sei per lo spazio di quaranta giorni e
gomiti sopra ai più alto monte del- quaranta notti.
Tuniverso (1). 20. Le acque avanzarono il più
alto monte dell'universo dell'altezza
di sei gomiti. Così i monti furono
coperti (2).
xxxrx.
Boccaccio Giovanni. « Il codice Magliabechiano , Stanza II,
« P. II, 27, della Biblioteca Nazionale di Firenze, in folio, car-
« tacco, della prima metà del secolo XV, di 132 carte numerate,
« legato in cuoio, ha in principio una illustrazione del Pollini,
« nella quale si dice che il codice contiene la Teseide del Boc-
v( caccio con postille e notazioni marginali anonime, e con tre
< vignette schizzate a penna e macchiate ad acquerello, che il
« Pollini attribuisce a Leonardo da Vinci, confortato in ciò, egli
« dice, dal parere di un certo Giuseppe Millei^ pittar fiorentino.
« Questo Miller peraltro, è ignoto, né si conosce di lui cosa al-
« cuna. Fra prove di penna traverse alla pagina ultima si legge:
« Aldus Manutius Romanus. Le tre vignette sono: la 1* a carta
< 51 recto, e rappresenta una zuffa fra Teseo e Palemone nel
« momento che lor si presenta Emilia a cavallo con falco in
« mano, circondata da alcuni cani ; la 2" a carta 91 verso, e
«rappresenta similmente una zuffa fra due cavalieri, i cavalli
« dei quali sono molto più brutti di quelli della prima vignetta ;
« la 3' nelle ultime carte, e rappresenta lo sposalizio di Teseo
€ con Emilia » (3). Queste figure, non certo di Leonardo, ne ricor-
dano la maniera e sono forse della sua scaola, nel qual caso
bisogna ammettere che siano state fatte sul codice, quando era
già scritto.
(i) Leonardo, Codice Atlantico, f. 155 recto.
(2) Bibbia, Genesi, I, X, 11, 12, 20.
^3) UziELLi, Ricerche (1884), p. 386 sg.
104 E. SOLMI
Da un confronto diligente, quanto ho potuto, fra le opere del
Boccaccio e i Manoscritti leonardiani, nessuna luce ulteriore ho
potuto rinvenire sui rapporti dei due grandi toscani.
XL.
Boezio. Fra i trattati di Boezio, Leonardo ha conosciuto, fuor
di dubbio, fin dalla sua prima giovinezza, il De musica e forse
anche il De aritmetica o il De geometria così diffusi, al suo
tempo, e che contenevano in forma semplice e piana tutto ciò
che i cristiani sapevan di matematiche prima di conoscere gli
scritti degli arabi nel Medio Evo (1)
Nei manoscritti non poche né lievi sono le traccie delle opere
di Boezio, benché Leonardo non abbia rivolto la sua attenzione
sui diversi trattati, che illustravano la logica di Aristotile, e su
quel libro de Consolatone philosophiae, che pose Boezio in prima
linea fra gli scrittori più eminenti della Roma cristiana.
È principalmente fra le note di acustica di Leonardo e fra il
De musica di Boezio, che i contatti sono frequenti, sopra tutto
là dove il "Vinci cerca di perfezionare il Monocordo inventato
da Pitagora e descritto cosi accuratamente dal nobile romano (2).
Leonardo. Boezio.
Voce non fia mai sanza moto (3). Ut ergo sit vox, motum esse ne-
cesse est (4).
Il vento che passa per una mede- Si igitur sit tardus in pellendo
sima canna farà il sonito tanto più motus, gravior redditur sonus. Velox
grave o più acuto, quanto esso vento vero motus acutam voculam prae-
sia più tardo o più veloce (5). stat (6).
(1) Libri, Histoire des sciences mathém., I, p. 80.
(2) MicKLEY W., De Boethii libri de musica primis fontibus. Iena, 1899.
(3) Leonardo, Manoscritto A, f. 34 recto.
(4) Boezio, De musica (ed. Migne), I, e. 3, p. 1172.
(5) Leonardo, Manoscritto E, f. 4 verso.
(6) Boezio, De musica, IV, e. 1, p. 1245. Cfr. I, e. 3, p. 1172. Sonus vero
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 105
XLI.
BoNATTi Guido. Ck)n la parola « Guidone » (1) del Cod. Atlantico
Leonardo accenna, fra i suoi libri, senza dubbio alla celebre opera:
Ouido Bonalus 4e fbrlivio. Decem conttnens fraclattts Astro-
nomie. (Questo titolo si legge nel recto della IS» carta. Nella prima
carta sta scritto :) Registnim Guidonis Sonati de Forlttio (e in
fine:) Liber astronomicus Ouidonis bonati de Forlivio explicit
feliciter. MagisttH Johannis angeli viri peritissimi diligenti cor-
reclione. Erhardique ratdolt viri solertis: eximia industria et
mir'a impritnendi arte: qua nuper veneciis : nunc Auguste
vindeliciorum excellit nominatissimus. Septimo Kal. Aprilis 1491
(Venetiis . . . 1506 ecc., ecc.).
Che tal opera astrologica fosse posseduta dal Vinci è cosa na-
turale, prima per la gran fama del Bonatti, poi per le pregevoli
nozioni di soda astronomia e di altre scienze, che vi son conte-
nute. Leonardo vi lesse probabilmente con piacere le pagine sui
mulini a vento e su altri ordigni bizzarri, che meriterebbero un
più attento esame dai moderni storici delle scienze (2).
praeter quemdam pulsum percussionemque non redditur... Idcirco definitur
sonus: Aeris percussio indissolata usque ad auditum. Leonardo, Manoscritto A,
f. 27 verso. Colpo dico esser termine di veloce moto, fatto da' corpi ne'
resistenti obbietti. Questo medesimo è causa di tutti i suoni. Ho dinanzi
queste edizioni: Arithmetica, Geometria et Musica Boetii, (in fine) Venetiis
per Ioannem et Gregorium de gregoriis fratres felici exitu ad finem usque
productum anno 1492 die 18 Augusti, in fol., in carattere semigotico a
due colonne ; e la splendida e più nota edizione : De arithmetica ad Pa-
trium simmachum libri duo. — De musica libri quinque. — De geo-
metria libri duo. — De philosophie consolatione libri quinque. — De scho-
larium disciplina liber unus, Venetiis, Impressum Boetii opus per Ioannem
et Gregorium de gregoris fratres, 1499 (altra edizione del 1491).
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(2) BoNCOMPAGNi, Della vita e delle opere di Guido Bonatti, Roma, 1851,
p. 77: « i decera tractatus astronomiae del Bonatti, benché siano pieni degli
€ errori dell'astrologia giudiziaria, che al suo tempo era molto in credito, e
€ che poscia gli fece acquistare il titolo di Principe degli astrologhi, tuttavia
€ contengono, come avverte il p. Ximenes, pregevoli nozioni di soda astro-
< nomia ».
lOè E. SOLMI
Tuttavia il Vinci, poiché, sopratutto ne' suoi anni più maturi,
abborrì l'astrologia fallace giudiziaria pur compiacendosi talvolta
di « dire la ventura » (i), dovette disfarsi di quell'opera senza
rimpianto. Era frutto delle investigazioni di quelli ch'egli chia-
mava « bugiardi interpreti di natura ».
XLII.
Borri (de) Q-entile. Vedremo più oltre la collaborazione di
Leonardo alla Divina proportione del Pacioli. Un altro contri-
buto, sfuggito fin qui ai critici, è quello che Leonardo offerse a
Gentile de' Borri, eccellente fra i professori delle armi, « al quale,
« come dice il Loraazzo, Leonardo Vinci disegnò tutti gli uo-
« mini a cavallo, in qual modo potevano l'uno dall'altro difen-
« dersi con uno a piedi, ed ancora quelli che erano a piedi come
« si potevano l'uno e l'altro difendere, ed offendere per cagione
« delle diverse armi. La qual opera è stato veramente grandis-
« Simo danno, che non sia stata data in luce, per ornamento di
« questa stupendissima arte. Con costui vanno di pari Ottaviano
« suo fratello, Giacopo Cavallo e Francesco Tappa, tutti mila-
« nesi » (2).
XLIIL
BoTTiCELLi Alessandro. Sandro Botticelli (1442-1515), lavo-
rando nella bottega del Verrocchio più come aiuto, che come
allievo, secondo l'esatta espressione dell' UHmann (3), assistette
ai progressi di Leonardo, e per un certo tempo fu il suo confi-
dente. Traccie di questa amicizia le rinveniamo nella compara-
ci) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 203 verso «Per dire la ventura, s. 6».
(2) LoMAZZo, Trattato della pittura, li, 274. Leonardo, Manoscritto B.
In questo Manoscritto noi possediamo il documento degli studi di Leonardo
per il trattato dèi Borri negli innumerevoli disegni di armi ispirati dal De
re militari del Valturio.
(3) Ullmann, Sandro Botticelli, pp. 37-38.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 107
zione fra la vita dei due artisti, nel Trattalo della Pittura e nel
Codice Atlantico di Leonardo.
Entrambi spinti dall'indole naturale all'investigazione teorica
dell'arte e della natura (è fama che il BotticcUi amò fuor di
modo coloro che egli conobbe studiosi dell'arte), si trovarono le-
gati fin dal principio per comunanza di aspirazioni. Più tardi,
se Sandro Botticelli presenta ad Antonio Segni la pittura famose
della Calunnia di Apelle, soggetto accarezzato dal Vinci nel suo
Trattato, Leonardo nello stesso tempo e allo stesso amico pre-
senta il disegno del Nettuno, un abbozzo del quale si conserva
a Windsor, che, nel soletto pagano e nella maniera di trat-
tarlo, si mostra compiuto sotto l'efficacia botticellesca. « Vedovasi
« il mare turbato, dice il Vasari di quest'ultimo disegno, ed il
« carro tirato da cavalli marini, con le Fantasime, l'Orche e i
« Noti, ed alcune teste di Dei marini bellissime » (l).
Ma ben presto nei due spiriti così diversi di Leonardo e di
Sandro dovette nascere, a proposito del carattere e del compito
delle arti del disegno, un acuto contrasto. L'uno, ingegno subli-
memente chiaro e positivo, mira ad una pittura scientificamente
naturalistica ; l'altro, ingegno sofistico e carattere sentimentale,
ripone la forza pittorica nella idealità, più che nella naturalezza
delle forme. Si può dunque supporre che nelle discussioni d'arte
ben di rado le due menti si trovassero d'accordo.
Con grande asprezza Leonardo ricorda nel Trattato della
Pittura alcune parole pronunziate dal Botticelli contro lo
studio del paesaggio. « Quello non fia universale, che non ama
« egualmente tutte le cose, che si contengono nella pittura, come
« se a uno non gli piace li paesi, esso stima quelli esser cosa
< di brieve e semplice investigazione, come disse il nostro Bot-
« ticella, che quello studio era vano, perchè col solo j<eltare di
« una sponga piena di diversi colori in un muro, essa lasciava
« in esso muro una macchia, dove si vedeva un bel paese ». « E
« questo tal pittore (aggiunge sdegnosamente e in contrasto con
(1) Vasari, Le vite, p. 447.
108 E. SOLMI
« quell'amichevole nostro premesso al nome di Botticelli) fece
« tristissimi paesi » (1). Con maggiore asprezza in una pagina del
Codice Atlantico Leonardo non sa trattenere questa esclama-
zione improvvisa : « — Sandro ! tu non di' perchè tali cose se-
« conde paiono più basse che le terze ». « L'occhio infra due linee
« parallele, mai le vedrà per nessuna sì gran distanza, che esse
« linie concorrano in punto » (2). Bisogna pensare come per
Leonardo fosse forfè l'abitudine di affidare alla carta i senti-
menti del suo animo, per scorgere qui un accenno ad una vi-
vace discussione, che il nome di « Sandro » e il soggetto « la
« prospettiva di diminuzione » ci suggeriscono avvenuta fra il
Vinci e il Botticelli (3).
XLIV.
Bracciolini Poggio. «Facietie di Poggio» (4), cioè una delle
due edizioni, senza luogo né data, della fine del secolo XV, dello
sconcio libro Facetie ài Poggio fiorentino iraducte di latino
in vulgare ornatissimo, in 4' seg. A-e in caratteri romani ; o
Facetie traducte de latino in vulgare in 4° in caratteri gotici,
come giustamente vide Girolamo D'Adda ; oppure Facetie de
Poggio fiorentino traducte de latino in volgare ornatissimo,
(in fine) Impresse in Venetia per Bernardino de celeri da Io-
vere, 1483, in-4° picc. (5). Nessuna traccia di quest'opera nei
manoscritti vinciani.
(1) Leonardo, Trattato della pittura (ed. Ludwig), I, 60.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 120 recto.
(3) Questo passo non si deve confondere con quelli dei codici vinciani che
si riferiscono ad Alessandro Amadori, fratello della matrigna di Leonardo
e canonico di Fiesole. Il Vinci gli scrive spesso e affabilmente. Ad es. Co-
dice Atlantico, f. 82 verso: « Francesco dei Morano, calzolaio; Messer Ales-
« Sandro canonico di Fiesole... Se prete Alessandro Amadori è vivo o no.
« Martino Octonaio e 'i Peruzzo », f. 119 verso. « Alessandro carissimo, Da
« Parma per la man di... ». Leonardo, Manoscritto E, f. 80 recto. « A Parma,
alia Campana a dì 25 di settembre 1514 ».
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(5) Vedi Neri, Le facezie di Poggio Bracciolini, in Propugnatore, Bo-
logna, 1871, VII, 1, pp. 129-137.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 109
XLV.
Bramante. Donato o famigliarmente Donnino Bramante Laz-
zari (1444-1514), l'Insigne architetto urbinate, discepolo prima di
fra Carnovale e poi di Piero dal Borgo, fu, come il Vinci, « pa-
« ziente figlio di paupertate ». Verso il 1476 giunge a Pavia
male in arnese, come egli stesso ricorda nel sonetto Oh il tuo
Bcn^gonzio e Mnrchesin che fanno?, e a Milano fa da prima
vita povera e stentata, poi si eleva, lavorando alla chiesa di
S. Satiro e alla sacrestia, alla tribuna del tempio delle Grazie e
alPattiguo chiostro, alla chiesa della Madonna presso San Celso.
Ben presto si legò in amicizia con Leonardo, al quale lo trae-
vano grandezza di genio e amore per la teoria, tanto che Ber-
nardino .\rluno ama sempre di ricordare i due artisti l'uno ac-
canto all'altro. Come il pittore, scultore ed architetto toscano.
Bramante ama di chiamarsi « illetterato », « senza lettere »,
« ignoranza », ma dall'attestazione dei contemporanei e dalle
opere architettoniche, che palesano lo studio profondo delle
scienze matematiche, apparisce intelletto universale. Bramante,
mentre abbelliva Milano con le sue costruzioni di una bellezza
classica, tra lo schizzo di un portale e il progetto di un palazzo,
scriveva non solo rime di amore e sonetti tra faceti e lamen-
tosi, ma componeva i Cinque libri delV Architellura, la Pratica
e i tre LibiH sul modo di fortificare.
Fra le poesie del Bramante son note le profezie, specie di
indovinelli o enimmi, in forma profetica, che l'Urbinate scriveva
in versi, in concorrenza con Leonardo che le faceva in prosa.
Tal genere letterario sembrava allora assai in voga in Milano,
e non poche, né lievi sono le alfìnità di forma e di concetto, che
presentano fra loro le profezie di Bramante e quelle di Leo-
nardo.
Tre note dei manoscritti vinciani alludono all'amicizia fra il
Vinci e il Bramante. La prima si riferisce adopero di pittura:
110 E. SOLMI
■€ gruppi di Bramante» (1); la seconda alle fabbriche architet-
toniche in Lombardia : « edifizi di Bramante » (2) ; la terza ad
una amichevole conversazione dei due geni sulla ingegneria mi-
litare: « modo del ponte levatoio che mi mostrò Donnino, e perchè
« e e d spingano in basso, egli è necessario che lo spatio a b si
« torca, onde si de' riparare con una verga grossa di ferro attorta
« a esso legnio in nella contraria parte » (3).
Ma il mistero di questi rapporti, da alcuno messi in dubbio e
da altri recisamente negati, più che da quegli accenni, verrebbe
illustrato da un confronto fra i disegni architettonici di Leo-
nardo e le opere di Donato Bramante Lazzari. « È notevole », dice
Enrico di Qeymiiller, che ha iniziato da par suo l'arduo paral-
lelo, «come la conclusione ultima di entrambi gli artisti è la
« medesima : qualunque Duomo per produrre il maggior effetto
« possibile, deve sorgere dal centro di una croce greca o dal
« centro di una struttura, il piano della quale abbia molta affi-
« nità simmetrica col circolo, che è il centro di tutto il piano
« dell'edilìzio».
XLVL
Burchiello. «Burchiello » scrive fra i suoi libri Leonardo (4),
cioè Inchomenciano li sonetti del Burchiello fiorentino faceto
et eloquente in dire conclone et sonetti sfogiati, (in fine) Bono-
niae nuper die ter eia octobris MGGGCLXXV in 4° di 91 f. non
numerati, prima ed. con data.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 118 verso.
(2) Leonardo, Manoscritto I, f. 63 recto.
(3) Manoscritto M, f. 53 verso. Cfr. Pungileoni, Memorie intorno alla
vita e le opere di Donato o Donnino Bramante, Roma, 1836; Doni, Se-
conda libreria, Venezia, 1555, e. 44. Saba Castiglione, Memorie, p. 139,
chiama Bramante « huomo di grande ingegno, cosmografo, poeta volgare e
€ pittore valente come discepolo del Mantegna e gran prospettivo, come
« creato di Piero del Borgo ».
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
LE FONTI l>I LEONARDO DA VINCI 111
Nulla Leonardo ha tratto da quest'opera per i suoi Mano-
scritti (1).
XLVII.
Caponi Stefano. Questo dotto medico possedeva una raccolta
di libri, e il Vinci lo ricercò per il De ponderibus di Euclide,
come risulta dalla nota : « Maestro Stefano Caponi, medico, sta
« alla Piscina, ha Euclide de Ponderibus » (2).
XLVIII.
Cardano Fazio. Gerolamo Cardano, l'autore del celebre libro
De Subiiliiate, nell'opera strana, dove descrisse tutta la stra-
nezza della sua vita, ci presenta cosi la figura dei padre suo
Fazio : « Vestiva di scarlatto, contro l'universale uso dei raila-
« nesi, e non ostante il contrasto, che risultava dal suo costante
«sottabito nero; andava curvo nelle spalle; biancheggiavano i
« suoi occhi, capaci nella luce notturna ; lo si udiva ripetere
« quasi ad ogni momento : « omnis spiritus laudet Dominum,
« quia ipse est fons omnium virtutum » (3).
(1) Sul Burchiello si veda 6. Garoani, Sulle poesie di Domenico Bur-
chiello, Firenze, 1877.
(2) Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 93 recto.
(3) Cardano G., Opera omnia (cura Car. Sponii), Londra, 1663, voi. 10,
De vita propria, voi. I, e. 1, p. 2. Ecco l'albero della famiglia Cardano:
Fazio
Giovanni Aldo Antonio
I Jacobo
Antonio Angelo
Gottardo Paolo Antise Fajùo Noto
amico di Leonardo
Gerolamo
112 E. SOLMI
Nato nel 1444 in Milano, Fazio Cardano, dopo una gioventù
tutta dedita allo studio — immensus studendi amor, nihil enim
aliud faciebat — fu ascritto nel 1466 al Collegio dei giurecon-
sulti inilanesi. Di ingegno paziente e laborioso, fu nello stesso
tempo iuris utriusque docior, medicus et mathematicus. « Aveva
« notizia delle scienze occulte, tanto sapere neoromantico da su-
« perare tutti i suoi contemporanei, e pubblicamente si credeva
« avesse uno spirito famigliare, come già Socrate, ed egli lo con-
« fessava candidamente ». Due volte bevve veleno, la prima
nel 1466 e la seconda nel 1494, oppresso da un indefinibile af-
fanno della vita, onde ne trasse un tremito cardiaco, che gli durò
cinquantasei anni. Fu uomo, aggiunge il Cardano, in quel libro
« dove meritava di essere ascoltato, anche quando spropositava »,
il De exemplo centum genilurarum, di impareggiabile inte-
grità di carattere, quasi un altro Catone, libero in dire, giustis-
simo flagellatore dei vizi, poco amante dei suoi cari, ma rigido
e severo in ogni riguardo.
La sua passione dominante furono le scienze matematiche,
dove dava la preferenza ad Euclide, e le loro applicazioni so-
pratutto all'arte della memoria e all'astrologia, dove si mostrava
versato nelle opere di Raimondo Lullo o di Alchindo. « Primo
« ad informarmi, dice il figlio di Cardano ricordando l'erudizione
« paterna, con la famigliarità di un amico, in cosi tenera età
« qual'era la mia — aveva allora nove anni — nei rudimenti
« dell'aritmetica, allora pressoché arcani, e non so donde tratti,
« fu mio padre medesimo. Poco più tardi, quando si mise in
« pensiero d'addestrarmi con ogni sforzo nella memoria artifi-
« ciale, alla quale tuttavia non avevo nessuna inclinazione, mi
« insegnò l'astrologia degli Arabi. Poi che giunsi al mio dodice-
« .Simo anno, egli imprese ad istruirmi nei primi sei libri d'Eu-
« elide, incominciando però sin d'allora a non darsi più affanno
« d'insegnarmi quelle cose ch'egli credeva, ma a lasciarmi libero
« nelle mie naturali attitudini e capacità » (1).
(1) Cardano G., De vita propria, p. 9. Cfr. p. 4: « Mater fuit iracunda.
I.E FONTI DI LEONARDO DA VINCI 113
Quando Leonardo venne in Milano, il giureconsulto, medico
e matematico Fazio, attratto da una qualche speranza di gloria,
emendava i Commentari Prospettici di Giovanni Peckham, ve-
scovo di Gantembury, e li pubblicava, primitia làborum meorum,
col titolo : Prospectiva comunis dn Johanis Archiepiscopi Can-
tuariensis ad unguem castigatam per^ eximium artium et
medicinae et iuris uiriusque doctorem ac mathematicum peri-
iissimum D. Facium Cardanum mediolanensem in venerabili
Collegio Jurisperitorum Mediolani residentem.
Il Vinci si affrettò a prendere conoscenza dell'opera, in librorum
id generis raritate, la lesse, e ne trascrisse gran parte. Assorto
allora negli studi di luce ed ombra, vi è forse qualche mera-
viglia s'egli s'affrettò a stringer relazione con un cultore teorico
dell'ottica matematica ? Da prima fu per domandare qualche
opera, che Leonardo s'avvicinò nei pressi di Porta Ticinese alla
vecchia casa dimora del Cardano: «Il libro di Giovanni Ta-
« verna, che ha Messer Fazio » (1). scrive l'artista del Codice
Atlantico, per ricordo. E poco più oltre : « Le Proporzioni d'Al-
be chino colle considerazioni del Marliano da messer Fazio » (2).
Ija vasta dottrina di questo dominus Facius, come lo chia-
mano i documenti, lo rendevano ricercato dall'universale. Pier
Leone di Vercelli non esitava a chiamarlo « sectem artium libe-
€ ralium monarcha » ; Carlo Giaffredo e Ambrogio Grifio ne am-
miravano la « mathematicarura peritia ». Leonardo da Vinci,
dai rapporti puramente accidentali, arriva a relazioni più strette,
che ci sono rivelate dall'altra nota : « Fatti mostrare da messer
< Fazio di Proporzione » (3).
L'azione di F'azio Cardano su Leonardo non dovette esser
« memoria et ingenio pollens, parvae statarae, pinguia, pia. Ambobus paren-
< tibus commune fuit iracundos esse, parum constantes etiam in amore filli >.
Cfr. anche il De foelicitate in adversis capienda.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 222 recto.
(2) Id. id.
(3) Id. id.
QionuUe storico. — Suppl. n» 10- 11. 8
114 E. SOLMI
grande. Quand'egli, dice il figlio Gerolamo, pubblicò emendati
i Commentari del vescovo Giovanni di Gantembury, fu pubblicato
per le stampe un distico, nel quale si felicitava la casa Cardano,
come genitrice di un uomo, che solo sapeva ogni cosa, e del
quale non avevano que' tempi l'eguale. Ma era questo piuttosto
un augurio ai successori, che fossero per spinger più oltre le
loro fatiche, che un elogio competente a mio padre (1). Alieno
dalle grandi idee, magnus humilisque simul, come dice Lan-
cino Curzio, era amante della vita modesta e ritirata ; dedito
allo studio e profondo conoscitore di vari rami dello scibile,
mancò della scintilla creatrice. « In mathematicis solum rudimenta
« tenuit, nihil novi excogitavit, nil ex graeca lingua transtulit,
« quod ei potius ex varietale studiorum et inconstantia propositi
« accidit, quam quod natura muneribus destitueretur » (2).
Al contrario l'azione di Leonardo su Fazio fu forse potente, e
si propagò a Gerolamo Cardano, e da lui ai successivi sviluppi
del pensiero. Il figlio, che fu poi uno dei più grandi fisici del
secolo XVI, non solo attesta di aver appreso i principi della
matematica, dell'astronomia e della geometria dal padre, ma di
avere ereditato tutto il suo pensiero, e nei giorni dello sconforto
ne ricreava l'imagine nel sublime Dialogus Hieronimi Cardani
et Facii Cardani ipsius patris.
Sarebbe di grande interesse poter precisare l'efl^ìcacia che Leo-
nardo ha avuta indirettamente su Gerolamo Cardano, che formò
poi nel secolo XVI l'ammirazione di tutta Europa, e venne salu-
tato coi nomi di Aristotile o di Platone redivivo. Nato nel 1501,
egli difficilmente potè conoscere Leonardo, e se lo conobbe fu
nella sua primissima giovinezza. Vi è un punto di De vita propria,
dove si parla di un « faber », che potrebbe essere forse Leo-
nardo, che fu in Milano appunto quando Gerolamo era « adole-
« scentulus », e che i contemporanei considerarono un semplice
(1) Cardano G., Be vita propria, p. 9 A.
(2) Cardano G., De vita propria, p. 9, A e B. Cfr. Corte B., Notizie
istoriche intorno a" medici scrittori milanesi, Milano, 1718.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 115
artefice, laddove il suo genio travalicava i secoli, e arrivava
fino al nostro, superandolo, perchè nei suoi manoscritti vi sono
germi nascosti, sopratutto nei principi idraulici e aerostatici, che
si feconderanno nell'avvenire (1).
XLIX.
Cecco d'Ascoli. Sono già note per merito di Salomone Mor„
purgo, dello Springer, del Goldstaub e del Wendriner, le coinci-
denze fra «zìi scritti di Leonardo e V Acerba di Cecco] d'Ascoli
edita in Milano nel 1484 (2), che il Vinci nel Codice Atlantico
indica col nome « Ciecco d'Ascoli » (3) fra i libri di cui vuole dis-
farsi in prossimità d'un suo viaggio.
Manoscritto H, f. 12 verso. Acerba, libro HI.
Aquila. Capitulum III, de natura aquile
vv. 1-10.
L'aquilaquandoèveccbia vola tanto E l'acjiiiia per tempo si rinova
in alto che abbrucia le sue penne, e volando ne l'ecelsa parte ardente
natura consente che si rinnovi in gio- che sotto la vechiezza ella se cova
ventù cadendo nella poca acqua. E Nel gran volato le sue penne ar-
se i sua nati non posson tenere la [ en o
vista nel sole non li pascle. Nessuno riprende giovinezza e(c)ciò consente
ucciel che non vole morire non s'ac- natura presso l'acqua ella chadendo
(1) Il « faber » è probabilmente Galeazzo Rosso (Rubeo). « Similitudo mo-
€ rum et studiorum fabrum illi amicum effecerat : is enim est qui Archi -
« medis cochleam invenit, nondum vulgatis Archemedis libris ». Cardano G.,
De vita propria, p. 2. Fazio scrisse anche un De natura et fato disputatio
habita coram lafredo Carolo Delphinatus praeside.
(2j A. Springer, Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci in
Berichte ùber die Verhandlung der k. sdchs. Gesell. d. Wissen. zu Leipzig,
philolog.-hist. Glasse, Leipzig, 1884, fase. 3-4. Goldstaub und Wendriner,
Ein toscovenezianischer Bestiarius, Halle 1892, pp. 240-254.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
116
E. 80LM1
costi al sao nido, gli animali che forte
la temano! Ma essa a lor non noce:
senpre lascia rimanente della sua
preda.
Stando nel nido coli piciol naty
verso li raggi fa ciaschun mirare
di quel che vede gli ochy machulaty
Che non son fermy aperty verso '1
[sole
becbando lo comincia a disdegnare
e nel suo nido may star più non sole
Ov'è el suo nido no gli sta da presso
nessuno ucello se non vuol morire
e da(s)sue branche essere dipresso
Di sua rapina sempre lassa parte
picioly animaly non vuol may ferire
vegiendo lor temer tosto si parte.
Lumerpa fama.
Questa nascie nell'Asia magiore, e
splende sì forte che toglie le sue om-
bre, e morendo non perde esso lume,
e mai li cade più le penne, e la penna
che si spicca più non luce.
Capitulum IV, de natura lumerpe
(vv. 1-6).
I ne le party d'Asia magiore
lumerpa nasce con lueenty penne
che tolle l'ombre co lo suo splendore
Morendo non amorta questo lume
non vuol natura che già may si spenne
partita penna vuol che poco allume.
H, folio 13 recto.
Pelicano.
Questo porta grande amore a sua
nati, e trovando quelli nel nido morti
dal serpente, si pungie a riscontro al
core e col suo piovente sangue ba-
gniandoli li torna in vita.
Capitulum VI, de natura pellecani
(vv. 1-9).
El Pellicano col paterno amore
tOTnando al nido faticando l'ale
tenendo li suo naty sempre al core
Vedeli huccisy dalla impia serpe
e tanto per amor di lor li chale
che '1 suo lato fino al cor discerpe
Piovendo '1 sangue sopra li suo
[naty
dal cor che sente la gravosa pena
da morte ne la vita son tomaty.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
Capitulum VII,
117
Satanutndra.
Questa non ha membra passive, e
non si pre(nde) la cura d'altro cibo
che di foco, e spesso in quella renova
la sua scorza.
de 4 animalibus viventibus
ex quatuor elementìs (vr. 1-6).
La salamandra che de fuocbo vive
e l'altro cibo la sua vita sprezza
non sono in lei potenzie passive
Ardendo si rinova sua coverta
cosy natura gli pose fermeza
non vuol che 'n fìama giamay si
[converta.
Camaleon.
Questi vive d'aria, e in quella sta
subietta a tutti li uccielli, e per istare
più salvo vola sopra le nube, e truova
aria tanto sottile che non pò soste-
nere ucciello che lo seguiti.
H, folio 13 verso.
Alepo pesete.
Alepo non vive fora dell'acqua.
Capitulum VII, e. 5 (vv. 13-18).
Ghamaleone che vive de aere
qual'è sugetto da tutty li cieli
e se di chiarìtade fusse vaire
Diche di spesse nube ella s'adnce
e passa quelle party de li vely
in fin che trova l'aere in pura luce.
Capitulum VII, e. s. (vv. 22-23).
Aleph fuor de l'acqua poche guizza
in piciol tempo la morte lo palpa.
Strusio.
Questo converte il ferro in suo nu-
trimento, cova Tova colla vista.
Cingno.
Gignio è candido sanza alcuna mac-
chia, e dolcemente canta nel morire,
il qual canto termina la vita.
Capitulum IX, de natura strucii
(vv. 1-2).
Lo struzo per la sua caliditate
in nutrimento Io ferro converte.
Capitulum X, de natura cygni
E cigno è bianco senza alcuna ma-^
[chia
e dolcemente canta nel morire.
non fina fin che morte noll'atachia.
Cicognia.
Questa bevendo la salsa acqua cacia
da sé il male, se truova la compagnia
Capitulum XI, de natura cyconie
(vv. 1.6-13.15).
Cichognia quando ha male il ben
[cognosce
118
E. SOLMI
in fallo l'abandona e quando è vec-
chia i sua figlioli la covano, e pascano
in fin che more.
che beve a forza dell'acqua marina
così da(l)ley fa fugir l'angosce
Se may in fallo truova sua con-
[pagna
disdegna e may con ley non s'avicina
sola pascendo va per la campagna...
Poy che invechia da li suoy fioly
riceve notrimento e gran dolceza
si che in pace posa li suoy voly.
Cichala (H, f. 14 recto).
Questa col suo canto fa taciere il
cucco more nell'olio, e resuscita nello
aceto, canta per li ardenti caldi.
Palpistrelo.
Questo dove più luce più si fa orbo,
e come più guarda il sole più si ac-
cieca.
Pernice.
Questa si trasmuta di femmina in
maschio, e dimentica il primo sesso,
e fura per invidia l'ova a l'altre e le
cova, ma i nati seguitano la vera
madre.
Capitulum XII, de natura cichale
(vv. 1 ; 4-8).
Chanta cichala per l'ardente sole...
Quant'è più puro l'aere più risona
la voce sua cheffa tacer lo chucho
sì che suo tristo canto più non sona.
Nell'olio messa subito si more
spandendo aceto sopra ley risurge.
Capitulum XIII, de natura noctue
(vv. 4-6).
Vede la notte ma nel giorno è
[ciecha...
con più riguarda el sole più s'aciecha.
Capitulum XIV, de natura perdicis
(vv. 1-6).
In femina lo maschio trasfigura
pernice discordandosi del sexo
e quando può de l'altri l'ova fura
Per invidia li cova e fa figliuoly
da(l)ley ciaschun si parte e sta da-
[cesso
verso la madre propria fanno voly.
Rondine.
Questa colla* celidonia alumina i
sua ciechi nati.
Capitulum XV, de natura yrundinis.
Se li figliuoly sono ciechy e orby
biascia la celidonia si che centre
el sano sugho che sany lor morby.
Hostriga (H', f. 14 verso).
Questa quando la luna è piena
s'apre tutta, e (c)quando il granchio
la vede dentro le getta qualche sasso
o festuca, e questa non si pò riserare
onde è cibo d'esso granchio: così fa
chi apre la bocha a dire il suo se-
greto, che si fa preda dello indiscreto
ulditore.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 119
CSapitnlum lY, de cancro et de ostricis
(vv. 1-9).
L'ostrecha quando è la luna piena
aprese tuta qual vegendo "l grancho
immagina d'averla a pranzo o cena
Mettely dentro pietra over festucha
per qual il suo coprir le ven mancho
cosi el granchio l'ostrega manduca
Chosì è l'uomo ch'apre sua bocca
e com Tom farso mostra so secreto
onde vien piagha che lo cor li toccha.
Bavalisscio (H', f. 14 verso).
Questi è fugito da tutti i serpenti,
la donola per lo mezo della ruta com-
batte con lui e *S8Ì l'uccide.
Capitulum de animalibus venenosis
et primo de basalisco (vv. 1-2; 7-8).
Signore el basilischo de' serpenti
e ciaschun il fuge sol per non mo-
[rire...
La donola trovando de la ruta
combatte con chostuy e(8)8i l'ucide.
Laspido.
Questo porta ne' denti la subita
morte, e per non sentire V incanti
colla coda si stopa li orechi.
Capitulum (de animalib. venen.)
Il de yaspide (vv. 1, '36).
L'aspido ch'è aspro di veleno...
Per non sentire la magiche prece
ciaschuna orechia obtura e sta co-
[perta
porta ne" denty la subita nece.
Drago (H', f. 15 recto).
Questo lega le gambe al liofante e
quel li cade adosso, e l'uno e l'altro
more — e morendo fa sua vendetta.
Capitulum (de animai, venen.)
Ili de dracone i\\. 7-11).
Li piedi de l'alifante el dracho
[anoda
ma l'alefante sopra 'I dracho cade
81 che morendo il suo nimicho uccide.
Capitulum (de an. ven.)
Vipera. IV de vipera (15).
Questa nel suo coito apre bocha, e Ingravydata ucide il suo marito
nel fine stringnie" denti, e amaza il e coli denti lo capo li scorza
120
E. SOLMI
marito poi i figlioli in corpo cresciuti
straccianvi '1 ventre e occidano la
madre.
Ciaschun figliuolo squarcia lo suo
[lato
e viene a luce come vuol natura
ch'a tutte creature ordine à dato.
Cocodrillo (H', f. 17 recto).
Questo animale piglia l'omo, e su-
bito Tuccide, poi che 1" à morto col
lamentevole voce e molte lacrime lo
piange, e finito il lamento crudel-
mente lo divora. Così fa l'ipocrito che
per ogni lieve cosa s'enpie il viso di
lagrime, mostrando in cor di tigro, e
ralegrasi nel core dell'altrui male
con piatoso volto.
Scorpione (H, 15 recto).
La sciliva sputa a digiuno sopra
d'esso scorpione, l'occide a similitu-
dine dell'astinentia della gola, che
tole via e occide le malattie, che da
essa gola dependano, e apre la strada
alle virtù.
Capitulum (de anim. ven.)
V de cocodrilo (vv. 10-13-19-21).
Prendendo l'omo subito l'ucide
poy che l'à morto piange questa fera,
e con pietosa voce par che gride
Poy che à pianto divora e man-
[ducha...
Ghosi fa l'homo ipocrite e ochulto,
che del danoso mal(e) nel cor s'al-
[legra,
e pietà dimostra nel suo volto.
Capitulum (de anim. ven.)
VI de scorpione (vv. 7-14).
Pur more quando sente la saliva
de l'uom digiuno e l'altra nonofende...
Cos'i fa l'astinenzia fugire
ogny maligno vitio che dipende
da gola qual conduce a lo morire
E tolle di virtù ogny valore
chell'uomo più non chura altro onore.
Botta.
La botta fugge la luce del sole.
Capitulum (de anim. ven.) VII
de bota.
Fuge l'aspetto quanto può del sole.
Cod. Alb., f. (1547).
Chi perde il tempo e virtù non
[acquista
Lib. II, e. Vili (versi 2 ultimi).
Chi perde il tempo e virtù non
[aquista
quanto più penso l'anima più s'a- quanto più pensse l'anima più s'a-
[trista. [trista (1)
(1) Le principali edizioni àeìV Acerba, che il Vinci ha potuto conoscere,
sono le seguenti: 1. L'Acerba poema. Brescia Ferrandus, in fol.; 2. Inco-
■mentia il primo libro del clarissimo philosopho Ciecho Escutano dicto
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 131
Chvdliac (de) Ouy. Uno dei « Guidoni » (1), nominati da Leo-
nardo nel Codice Atlantico, non può essere identificato che con
Guy o Guidone de Ghauliac : « Net nome di Dio comenza lo inven-
« tario over colectorio che aparfiene a la parte de la Cirogia
* composto e compilo de l'anno de la incarnatone del Nostro
« Signore 1363 per lo clarissima et famoso doctore mastro
« Guidon de Caulinco ciroico in lo clarissimo sttidio di mon-
* polier in Veìiesia, MCGGGXCIII in folio ». Simile opera doveva
grandemente interessare Leonardo, studioso com'era dell'anatomia.
Vi sono due modi di studiare la struttura del corpo umano,
secondo il Ghauliac, « sui libri altrui et per la experientia de
« li corpi morti » (2). Il primo deve cedere il posto al secondo,
come mostrarono gli esempi di Mondino de' Luzzi di Bologna e
di Bartolommeo di Montpellier, che, posto un cadavere sul banco,
fece ai discepoli quattro successive lezioni sperimentali sull'ap-
parato nutritivo, sul sistema nervoso, sui tessuti e sulle estremità,
seguendo l'ordine di decomposizione delle membra del corpo in
.causa della morte (3).
lacerba. Impresso ne lalma patria de Venesia per maistro Philipo de
Piero negli anni del 1476; 3. Ivi, 1478; 4. Ivi, 1481; 5. Ivi, 1484; 6. Ivi,
1484; 7. Incomencia il primo Libro dicto Lacerba. Impressum Mediolani
per... Antonium Zarotum parmensem opera et impensa loanni Antonii
ghilii. 14H4 die XVIII Maii; 8. Libro dicto Lacerba Venetiis per Bemar-
dinum de novaria, 1487 die XVII decembres; 9. Ivi, 1492; 10. Ivi, 1500;
11. Ivi, 1500: 11. Ivi, 1501; 12. Ivi. 1510; 13. Lo illustro poeta Cecko Da-
scoli con comenti di Massetti notamente trovato; et nobilmente historiatio
revisto et emendato: et da molta incorrectione extirpato, ecc. Impresso in
Milano per lohanne Angelo Scben7,enzeler nel anno del signore 1511 a dì 29
di Zenaio; 14. Ivi, 1514.
(1) Leonardo, Codice .Atlantico, f. 210 recto. Il D'Adda pensa erronea-
mente alla Historia trojana Guidonis o al Micrologus seu disciplina artis
musicae.
(2) Ghauliac, Cirogia. Venezia, 1493, carte iiii, 1 verso e 2 recto.
(3) Gfr. CsLLARiER P. M., Introduction à Vétude de Guy de Chauliac,
Paris, 1856, p. 28.
122 E. SOLMI
Guy de Ghauliac espone nella sua opera, chiamata il Guidone
(le Guidon), i diversi modi di sezionare i cadaveri dietro le traccie
«de Enrigo d'Ermondavilla auctore de un'opera de Girogia, il
« quale con tredeci picture s'è sforciato di mostrare l'Anatomia
« tutta intera ». « Adunque qui, scriverà analogamente Leonardo,
« con dodici figure intere ti sarà mostrala la cosmografia del
« minor mondo Questa mia figuratione del corpo umano ti
« sarà dimostra non altrimenti, che se tu avessi l'omo naturale
« inanti. E cosi darai la vera notizia delle loro figure, la quale è
« impossibile che li antichi e i moderni scrittori ne potessero mai
« dare vera notizia senza una immensa e tediosa e confusa lun-
« ghezza di scrittura e di tempo. Ma per questo brevissimo modo
« del figurarle per diversi aspetti se ne darà piena e vera no-
« tizia. E perchè tal benefizio ch'io do alli omini [non vada per-
« duto] io insegnio il modo di ristamparlo con ordine » (1).
Guy de Ghauliac, villaggio sulla frontiera d'Auvergne, fu me-
dico di Clemente VI, Innocenzo VI e Urbano V in Avignone. Le
ultime edizioni della sua Girogia furono fatte nel secolo XVIII
(1704). Notevole è nella sua opera la (Jescrizioiie medica della
peste del 1348, che meriterebbe attento studio (2).
LI.
Chiromanzia. « Delli discorsi umani stoltissimo è da essere
«reputato quello, il qual s' astende alla credulità della Negro-
« mantia, sorella della archimia, partoritrice delle cose semplici
« naturali. Ma è tanto più degna di reprensione che l'archimia,
« quanto ella non partorisce alcune cose se non simile a sé, cioè
« bugie, il che non interviene nella archimia, la quale è mini-
« stratrice de' semplici prodotti della natura, il quale uffìzio fatto
(1) Leonardo, Anatomia fogli A. Les mannscrits de Léonard de Vinci
de la Bibliothèque royale de Windsor, Paris, 1900, f. 8 verso.
(2) FoLLiN, Guy de Chuuliac, Paris, 1865, pp. 1-38.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 123
« esser non può da essa natura, perchè in lei non sono strumenti
« organici, colli quali essa possa oprare quel che adopra l'omo
« mediante le mani, che in tale uffizio ha fatti i vetri, ecc.; ma
« essa ney:romanzia stendardo ovver bandiera volante , mossa
« dal vento, guidatrice della stolta moltitudine, la quale al con-
€ tinuo testimonia collo abbaiamento l'infiniti effetti di tale arte,
«e n'hanno empiuti i libri, affermando che l'incanti e spiriti
« adoprino, e sanza lingua parlino, e sanza strumenti organici,
« sanza i quali parlar non si poi, parlino, e portino gravissimi
€ pesi, faccino tempestare e piovere, e che li omini si convertino
« in gatte, lupi e altre bestie, benché in bestia prima entron
< quelli che tal cosa affermano » (1).
Tali concetti giravan per la mente di Leonardo ogni volta
ch'egli prendeva in mano il libro di « Chiromanzia * (non la Die
Kunst Cyromantia in tedesco del D'Adda, ma la Chyromantica
scientia naturalis, Padue per mgrm matheù Geradnis de vuin-
dischgrecz mgri Erhardi radolt instrumentis, 1484, in-4% edita
più volte) (2).
LII.
Cicerone M. T. « Tullius De Divinatione, porta il Mano-
« scritto E, ait Astrologiam fuisse adinventam ante troianum
« bellum 57000 » (3). È un evidente richiamo al De Divina-
tione, II, 46, benché in questo passo non si parli della scoperta
dell'Astrologia, né se ne determini affatto il tempo in 57000 anni
prima delia guerra di Troia, il che porta a far credere che la
citazione di Leonardo è di seconda, se non di terza mano.
(1) Leonardo, Fragments (Tèttides anatomiques Ree. D f. 11 verso. No-
tevole il riconoscimento del valore delle ricerche alchimiche. Cfr. Berthblot,
Histoire des sciences. La chimie au moyen dge, Paris, 1803, p. 384.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(3) Leonardcj, Manoscritto Ecop. verso. Cfr. su questo passo C. Ravaisson-
MoLLiKM, Les écrits de Léonard de Vinci, Paris, 1S87, pp. 23-24; Richter,
The literary Works, P. I, n. 91.5.
124 E. SOLMI
LUI.
Gleomede. Il « Gleoraete filosofo » (1) citato da Leonardo (e
letto dal Piumati erroneamente Clemente) non può essere che
Cleomedis De mundo Georgia Valla interprete Venetiis per Si-
monem Bevilaquam 1498, in-fol. (extat cum Nicephori, Lo-
gica ecc.).
I problemi che qui si trattano, sulla sfericità della terra, la
dimostrazione contro Epicuro che il sole è più grande di quel
che pare, la spiegazione dell'apparente grandezza degli astri
orizzontali accrescono la probabilità della conoscenza di questo
libro per parte di Leonardo da Vinci, dal quale tuttavia nulla
ha tolto testualmente l'artista (2).
LIV.
Corsali Andrea. È noto che Andrea Corsali, rammentando
che nelle Indie vivevano « alcuni gentili, chiamati Guzzarati,
« che non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue, né fra essi
« loro consentono che si neccia ad alcuna cosa animata », aveva
citato come unico esempio di questa elevata pietà fra noi « il
< nostro Leonardo da Vinci » (3).
Possiamo affermare con sicurezza che il Nostro non ha avuta
conoscenza della Lettera di Andrea Corsali, alVill.mo signor
duca Juliano de Medici, venuta dalle Indie del mese di octobre
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 141 verso.
(2) Gfr. anche Si bono litterarum studio delectaris suavissime lector,
Volumen istud lectioni tuae saepius occurrat facito, eo enim continentur
Ciomedis, de contemplatione orbium excelsiorum disputatio ; Aristidis : et
Dionis de -concordia orationis; Plutarchi, praecepta connubialia, ecc.; in
fine: Impraessum Brixiae per Bernardinum Misentam sumptibus Angeli Bri-
tannici civis Brixiani, anno 1487, die III aprilis, in-4".
(3) Corsali, Lettere, cit. in Richter, The literary Works, II, p. 130.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 125
nel i516, Firenze, Jo. Stephano de Carli da Pavia, 1516, in-4''
e della Lettera allo Ul.yno principe Laurentio de Medici duca
di Urbino ex /ndtó. quinto decimo kal. octobris MDXVII in-8»!
Eran lettere di un amico scritte a protettori ed amici di Leo-
nardo, quali Giuliano e Lorenzo de Medici.
LV.
Crescenzio (Pietro). Le conoscenze che il Crescenzio aveva
di Varrone. del Palladio e del Columella, e i metodi da lui offerti
per la misurazione del terreno, rendevano sommamente pregevole
questo autore al Vinci (1).
Questi infatti segna, fra le opere che possiede. « Piero Gre-
scentio » (2) e poi, di nuovo: « Libro di Piero Crescenzio » (3),
cioè il Libro della Agricoltura di Pietro Crescentio, Florenfiae
per' me Nicolaum Laureniii alemanum diocesis uratislaviensis
anno MCCCCLXXVIII in fol.».
LVL
Crivelli. 1 rapporti di Leonardo da Vinci con la potente ed
estesa famiglia dei Crivelli furono strettissimi : basti rammentare
il ritratto, eseguito dall'artista, di Lucrezia Crivelli, che oggi si
(1) Cfr. Re Filippo, Elogio storico di Pietro de Crescensi, Bologna, 1812,
pp. 12 sgg. Non è escluso che Leonardo conoscesse anche : Opera agricola-
tionum,Columellae,Varronis, Catonis et Palladii, studio Philippi Beroaldi,
(in fine) Impressa Regii impensis Dionysii Bertochi Regien. Anno 1496 kal.
octobris, in fol.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. Il Vinci ha attinto forse ai
consigli di questo libro la preferenza data ai legni di cipresso, pero, sorbo
e noce, e l'accenno sull'utilità di sotterrare le viti durante l'inverno, in
quanto che l'agronomo bolognese ha lasciato scritto che « in quelle vigne
« nelle quali in fino a un piede si abbreviano i tralci, siccome a Bologna
« e a Modena e in molti altri luoghi, in mexzolana terra si difendono ».
^3; Leo.\.\rdo, Manoscritto Windsor Library, f. 141 verso.
126 E. SOLMI
vuol vedere, senza sufficienti prove, nella Ferronière del Louvre,
la quale ci conserverebbe le sembianze della prediletta fra le
predilette di Lodovico il Moro (1), Nel marzo del 1497 lettere da
Milano di Marco Dandolo, dottore e cavaliere, alla Signoria di
Venezia, annunziavano « come era nato uno puto al Duca di
« madona Lugrecia Crivella soa favorita » (2). E quando la for-
tuna dello Sforza era ormai irreparabilmente precipitata, l'ora-
tore veneto annunziava da Inspruch, che accanto al Duca « è do
« floli del Signor Lodovico a Yspurch et la moglie, videlicet
« madona Lucretia Crivella » (3).
Rapporti di natura scientifica vi furono tra Leonardo e la
famiglia di Biagino Crivello, che il Sanuto chiama « Biaxin,
« Biasin e Biasim », « capo de cavalli lizieri del Signor Lodovico »,
« capitano di balestrieri » (4). Per tal amicizia furono agevolati
gli esperimenti, che il Vinci fece per mezzo dei balestrieri mila-
nesi, di cui ci serbano tante traccio i manoscritti. « Domanda i
* balestrieri che differenza è da tenere la mano in A o in B o
« G: chi la freccia tira più alto o più basso e donde viene» (5).
(1) Nel Codice Atlantico vi sono tre epigrammi per il ritratto di Lucrezia
Crivelli, inviati a Leonardo da qualche suo ammiratore, e che portano nel
retro note matematiche e fisiche dell'artista, perchè almeno l'adulazione ser-
visse, una volta tanto, alla scienza !
I. — Ut bene respondet Naturae Ars docta ! dedisset
Vincius, ut tribuit cetera, sic apimam.
Noluit ut similis magis haec fuit, altera sic est:
Possidet illius Maurus amans animam.
II. — Huius quam cernis nomen Lucretia, Divi
Omnia cui larga contribuere manu.
Rara buie forma data est; pinxit Leonardus, amavit
Maurus, pictorum primus hic, ille ducum.
III. ~- Naturam, ac superas hac laesit imagine Divas
Pictor; tantum hominis posse raanum haec doluit
lUae longa dari tam magnae tempora forma,
Quae spatio fuerat depintura brevi.
Leonardo, Codice Atlantico, f. 164 recto.
(2) Sanuto,' Diarii, I, p. 536.
(3) Sanuto, Diarii, 6 luglio 1500.
(4) Sanuto, Diarii, li, 529. Gfr. 10R5, 1087, V. 447, 450, 451.
(5) Leonardo, Manoscritto I, f. 120 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 127
Biagino Crivelli ebbe una esistenza singolarmente avventurosa.
Fedele a Lodovico il Moro, fu uno dei principali cittadini, che age-
volarono nel 1500 il ritorno in Milano del Duca, tanto da incorrere
nell'odio dei Francesi. Il 6 maggio del 1500 il Cardinale di Rohan
« dimanda, sopra tutti, li Crivelli e Visconti e Laodriani quali
« forno causa di far ritornare Lodovico in Milan » (1). Nel 1510
è prigioniero dei Veneziani, e vien domandato irosamente da
Gian Giacomo Trivulzio in cambio di un tal Andrea Basegio di
Niccolò :
« Magnifica et potens domine, etc.
« Io non usarò tante cerimonie con la magnifìcentia vostra,
« come soleno fare quelli altri, qualli non lassariano uno pri-
« gione, se non facisseno a mano a mano, non servarò questi
€ termini con lei, perhò li mando liberamente misser Andrea
« Basilio, et prego la magnifìcentia vostra me fazi mandar misser
« Biaximo Crivello, a la quale mi raccomando. Ex castris regis
« apud Montagnanae 20 maggio 1510 ».
Non meno avventurosa fu l'esistenza della moglie di Biagino
Crivelli, alla quale si riferisce la nota di Leonardo: « Dimanda
« la moglie di Biagin Crivello come il cappone allieva, e cova
« Tova della gallina essendo lui imbriacato » (2). Questa nota
appartiene ad un manoscritto datato al 1510. Nell'aprile del 1500
questa donna, che aveva già un'età rispettabile (3), aveva veduto
saccheggiare la propria casa dai francesi e dai lombardi : « i
« Francesi sachizano caxe di Visconti, Crivelli e Landriani
« Tutte le case di Visconti di qualche qualità, sono state messe
«a sacho per francesi e taliani, che erano in castello: quelli
(1) Sanuto, Diarii, 6 maggio 1500, pp. 394, »4, 396, 426.
(2) Leonardo, Xotes et dessins sur la Generation et le mécanisme des
Fonctions intimes, f. 1 recto, li Richter aveva letto erroneamente « Biagio >.
(3) Che avesse già una età rispettabile lo induco dal fatto che Benedetto
Crivelli, il quale coprì importanti cariche presso la Repubblica Veneta, nel
1513 aveva « moglie zovane, non sposata, fiola di Biasin Crivello, qual farà
« venir di qua » (Sanuto, Diarii, X, p. 454).
128 E. SOLMI
«sono intratl in le caxe sanza tumulto, e portano via el bono
< e meio. E cusi alle caxe di Crivelli e di Landriani si fa più
* disonestà de le altre, maxime a le donne maritade in queste
<s caxate nominate di sopra, a le quali li hanno dato il convento
<di più di vinti persone » (1). Nell'af^osto del 1511 la moglie di
Biagin Crivelli doveva essere rattristata da un altro evento
scandaloso: « Item de novo per uno venuto da la parte di Lom-
« bard'a, è, che a Milan è intervenuto uno scandalo, che andando
« a solazio da sera alcune done di Crivelli su le Ihoro carete,
« et arieto li soi mariti e parenti, saltorno fuora la fameja di
<c monsignor di Foys e volseno far alcune disonestade, e quelli
« Crivelli e faraigie fonno a le man con essi francesi, e ne ama-
« zorno da cercha cinque zenthilomini francesi; e per questo
« monsignor di Foys, il dì seguente, fé' prender 4 di quelli
« gentilhomeni milanesi, et che missier Zuam lacomo Triulzi li
« mandò a dir, che '1 non volesse corer a furia, e che lui in-
« stesso quando i havessero fallito con le sue man li volea far
« taiar la testa, et la cossa fu suspesa, e certifica per questo
« messier Zuam Jacomo è andà in Pranza » (2).
LVII.
Croce (della) Niccolò. Fra coloro, a cui Leonardo si rivolge
per aver libri da leggere e meditare, vi è Niccolò della Croce.
Questi fu tanto caro a Lodovico il Moro da ricevere da lui in
dono il 14 febbraio del 1500 (come gentilmente mi comunica il
dotto amico Gio. Battista De Toni) la possessione della Torre dei
Negri nell'agro pavese, tra Pavia e Belgioioso, tolta a Bernardino
da Corte, che aveva consegnato proditoriamente a' nemici il
castello di Milano. « Cum, ob manifestam proditionem et rebel-
« lionera Bernardini de Corte, scrive il documento milanese, qui
(1) Sanuto, Diarii, 21 aprile 1500, 25 aprile 1500.
(2) Sanuto, Diarii, II, p. 377.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 129
« cum in recessu nostro, superioribus mensibus, castellanus arcis
« nostre Mediolani constitutus et eliectus esset, et si reliquisseraus
« custodiondam arcem ipsam, inimicis nostris proditorie tradidit,
« universa eius bona fìsco nostro applicata jure fuissent, eaque
« partiri in benemeritos nostros statuissemus, occurrit in primis
« nobis dilectus noster Nicholaus de la Gruce, civis et causi-
< dicus, Mediolani, cui meritorum et fìdei suae gratiam redde-
«remus, et quem sponte nostra secretarium apud senatum
« nostrum secretum deligimus ». A Niccolò della Croce viene
donata la possessione « in agro papiensi iacentem inter Papiam
« et Belzoyosum, cum juribus et pertinentiis suis » (1).
Il dono era veramente fatto da Lodovico il Moro in articulo
inortis: nel maggio del 1500, Niccolò della Croce, che era fug-
gito in Venezia con Leonardo, dovette assistere prigioniero allo
« squartamento di Niccolò da la Basula et Jacobo Andrea da
« Ferara, perchè nel tempo che era a Milano il Sig. Ludovico,
« fumo mediatori a vedere di farli rendere il castello di Milano,
« tenuto da Francesi, con quali o con parte de' quali avevano
« familiarità grande » (2).
Nel 1509 Leonardo domanda a Niccolò della Croce la Quaestio
de aqua et terra di Dante (3) ; nel 1516 « Nicolò della Croce
« (homo assai maledico) » è chiam»to in obbedienza da Francesco I
con altri ricchi lombardi, « i quali erano in qualche suspecto de
« parzialità de Stato » (4)'; nel 1519 lo troviamo Sindaco della
Comunità di Milano (5); e finalmente nel 1521 è ufficiale delle
lobbie.
(1) Comune di Milano. Arch. Storico. Lettere ducali, 1512, 1523, f. 232.
(2) Prato, Storia di Milano in Archivio Storico Italiano, t. Ili, Firenze,
1842, p. 252.
(3) Leonardo, Manoscritto F, f. copertina verso.
(4) Prato, Storia di Milano in Archivio Storico Italiano, t. Ili, p. 350.
(5) Comune di Milano. Archivio Storico. Registro delle Provvisioni,
1514, 1523, fo. 221.
GiomcU* $torieo. — Sappi, no 10-11. 9
130 E. SOLMI
LVIII.
Dante. Tutti sanno il culto che Michelangelo ebbe per Dante,
e le ispirazioni che l'artista seppe trarre dalla Commedia nei
dipinti e nelle sculture immortali, ma i più ignorano che anche
Leonardo da Vinci fu studioso appassionato delle opere dell'Ali-
ghieri, e ad esse attinse più di una -volta motivi d'arte e concetti
filosofici. Leonardo non ebbe alcuna simpatia per le opere del
Petrarca, e, benché nei suoi Manoscritti ne trascrivesse alcuni
versi, pur tuttavia egli preferi la Divina Commedia e gli altri
scritti del fiorentino, così compenetrati di profondo pensiero. Il
Petrarca era stato il principe degli umanisti, e come tale non
doveva andar troppo a garbo a Leonardo; gli imitatori suoi, che
pullularono sulla fine del 400 e in principio del 500, eran riu-
sciti a render noioso e stucchevole il dolce cantore di Laura; è
naturale che il Vinci segnasse ne' suoi manoscritti con compia-
cenza i versi satirici di un antipetrarchista :
Se il Petrarca amò sì forte il lauro,
Fu che egli è ben fra la salsiccia e tordo ;
Io non vo di lor ciancia far thesauro (1).
Leonardo invece ammirava l'Alighieri non solo come padre
di quel volgare, che egli contrapponeva al latino, ma anche per
l'universalità del suo pensiero, che aveva rappresentato ciò che
nel cielo e sotto il ciel si gira.
Quando Leonardo nel Trattato della pittura vuol accennare
alla grandezza massima, cui può aggiungere la poesia, gli ricorre
alla mente il poema di Dante: « Io ti descriverò (dice il poeta),
« l'inferno o il paradiso, e altre delizie e spaventi » (2). Ma « il
« pittore, suggerisce subito Leonardo, ti supera perchè ti metterà
« innanzi cose che, tacendo, diranno tali delizie, o ti spaventeranno
(1) Leonardo, Il codice Trivulziano, f. 1 verso.
(2) Leonardo, Trattato della pittura, p. 22.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 131
* e ti movono l'animo a fuggire » (1). « Se quello spaventa i popoli
-€ con le infernali invenzioni, questo colle medesime cose in atto
« fa il simile » (2).
Certamente il Vinci non ha ben compreso l'importanza della
poesia nella sfera delle arti. Tutto intento ad elevare la pittura
al primato, che incontestabilmente le spettava nel secolo XVI in
Italia, e a reclamarne la inserzione nel novero delle arti liberali,
donde era stata senza giusto motivo esclusa, a differenza della
musica, Leonardo sostiene che la pittura supera la poesia per la
forza rappresentativa e per la sua evidenza. < E ancorché le
« cose de' poeti siano con lungo intervallo di tempo lette, spesse
« sono le volte, ch'elle non sono intese, e bisogna farli sopra
« diversi commenti, de" quali rarissime volte tali commentatori
« intendono qual fusse la mente del poeta » (3).
Sotto molti rispetti Michelangelo e gli altri dantisti del tempo,
amici di Leonardo, Botticelli e Bramante, eran più atti a pene-
trare nell'intimo della poesia dell'Alighieri. Ma sarebbe errore
affermare che la conoscenza per parte di Leonardo degli scritti
danteschi fosse meno profonda di quella di Michelangelo, del Bot-
ticelli e di Bramante; certamente fu più estesa (4). Il Vinci non
si contentò di leggere e di meditare la Divina Commedia, ma
compulsò il Convivio, e probabilmente anche la tanto discussa
Quaestio de aqua et terra, che egli ritenne opera di Dante.
I contemporanei sapevano che Leonardo aveva letto e me-
ditato gli scritti danteschi. L'Anonimo Biografo, che è ben in-
formato delle vicende fiorentine del Vinci, e che forse si trovò
presente all'episodio che racconta, narra che passando una volta
Leonardo « da Santa Trinità, dalla pancaccia delli Spini, dove
< era una ragunata d'homini da bene, et dove si disputava un
(1) Leonardo, Trattato della pittura, p. 22.
(2) Leonardo, Trattato della pittura, p. 14.
(3) Leonardo, Trattato della pittura, p. 17.
(4) Muntz, Léonard de Vinci, p. 285. < Bramante se distìngoait par une
€ admiration sans bornes pour l'aoteur de la Divine Comédie >.
132 E. SOLMI
« passo di Dante, chiamaron Leonardo dicendogli, che dichiarasse
< loro quel passo ». È caratteristico il Vinci commentatore del-
l'Alighieri ! Certo, questo uffizio poteva essere tenuto, a quei
giorni, con maggior diritto da Michelangelo ! « Et a caso a punto,
« continua l'Anonimo, passò di qui Michele Agnolo. Et, chiamato
« da uno di loro, rispose Leonardo : — Michele Agnolo ve lo
« dichiarerà egli. — Di che parendo a Michele Agnolo l'avessi
« detto per sbeffarlo, con ira gli rispose: — Dichiaralo pur tu,
« che facesti un disegno di un cavallo per gittarlo di bronzo, et
« non lo potesti gittare, et per vergogna lo lasciasti stare. — Et
« detto questo, voltò loro le reni, et andò via ; dove rimase Leo-
« nardo, che per le dette parole diventò rosso » (1).
Niente di più singolare di questo episodio per mostrarci con
evidenza la posizione del Vinci di fronte all'Alighieri, di estima-
tore del poeta, ma in grado minore di Michelangelo, e lo sdegno
di quest'ultimo per il riconoscimento della sua superiorità nel
culto dantesco è eccessivo e ingiustificato. Questa « ragunata di
« homini da bene », che disputa su un passo di Dante, e chiama
il Vinci a dilucidarlo, ci dà un indizio dello studio che il pittore
aveva fatto del suo grande e vecchio concittadino.
E i manoscritti confermano questo studio, e lo palesano assiduo.
Quando lo studio di uno scrittore è assiduo corrono sotto la penna,
anche inconsciamente, delle imagini e delle movenze tratte da
quello.
Per dare un'idea, ad esempio, del perpetuo movimento del-
l'acqua nel mondo si risvegliano nella fantasia di Leonardo i
versi della bufera infernale:
Leonardo. Dante (I, V,43...).
Di qua, di là, di su, di giù scorrendo. Di qua, di là, di su, di giù li mena,
nulla quiete la riposa mai, non che Nulla speranza li conforta mai,
nel corso, ma nella sua natura. Non che di posa, ma di minor pena (2).
(1) Milanesi, Documenti inediti riguardanti Leonardo da Vinci, Fi-
renze, 1872, p. 11. De Fabriczy, Il Codice dell'Anonimo Gaddiano, Firenze,
1893, p. 77.
(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 171 recto. Dante, Inferno, V, v. 43 sgg.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 133
E parlando dell'assurdità della teoria dell'emissione dei raggi
luminosi dall'occhio per andar all'oggetto, Leonardo scrive della
virtù visiva:
Leonardo. Danti (II, V, 14).
e non si muta per soffiar de' venti. non crolla
giamnnai la cima per soffiar de*
[venti (1>!
E su una carta in cui altra mano aveva già scritto de' versi
mistici popolari:
Lbonardo. Dante (II, XXIV, 46).
Omu^ chonvien chosi chetku ti « Ornai coavien che tu così ti
[spoltri [spoltre »,
Disse il maestro che seggiendo in Disse il maestro, € che seggendo in
[piuma [piuma,
In fama non si vjen, né sotto choltri. In fama non si vien, né sotto coltre ;
Sanza la qual chi sua vita chonsuma Senza la qual chi sua vita consuma.
Tal vestigia in terra di sé lascia Cotal vestigio in terra di sé lascia,
Qual fumo in aria o nell'acqua la Qual fummo in aere ed in acqua la
[schiuma. [schiuma (2).
Alla conoscenza per parte di Leonardo della Divina Com-
media, bisogna aggiungere quella del Convivio. Sono parecchi
i passi dei Manoscritti, che sono stati cavati dall'opera di Dante
e da essa ispirati. Il Convivio era uscito in Firenze nel 1490 e
Leonardo aveva potuto leggerlo in istampa. Nel Codice Atlantico
è scritta una frase, che a tutta prima sembrerebbe cavata dalle
parole iniziali della Metafisica di Aristotile, ma invece è tratta
dal Convivio :
(1) Leonabdo. Manoscritto Ash. I, f. 32 verso. Dante, Purgatorio, V,
v. 14 sgg.
(2) Leonardo, Croquis et dessins sur le chéval,f. 60 recto. Dante, Pur-
gatorio, XXIV, v. 46 sgg. Non è difficile che Leonardo possedesse la bella
edizione milanese della Divina Commedia: « Al nome di Dio comincia la
€ Comedia di Dante Aldighieri Excelso poeta Fiorentino DIVA BO. MA.
« cum dulci nato Io. Gz. ducibus feliciss. liguriae valida pace regnantihus
134
E. SOLMI
Leonardo.
Naturalmente li omini buoni de-
siderano di sapere.
Dante.
Siccome, dice il Filosofo nel prin-
cipio della prima filosofia: tutti gli
uomini naturalmente desiderano di
sapere (1).
E poco oltre nello stesso Codice Atlantico:
Leonardo.
Aristotele nel terzo dell' Etica :
l'uomo è degno di loda o di vituperio
solo in quelle cose che sono in sua
podestà di fare o di non fare.
Dante.
E però è da sapere secondo la sen-
tenza del Filosofo nel terzo àe\Y Etica :
che l'uomo è degno di loda o di vi-
tuperio solo in quelle cose che sono
in sua podestà di fare o di non
fare (2).
E quando Leonardo nel manoscritto F scrive: « il Dante di
« Nichelò della Croce » (3) non reputo che egli si riferisca alla
Divina Commedia. L'incontro del Vinci con Niccolò della Croce
è da porsi intorno al 1509, quando già era uscita per le stampe,
per opera di Benedetto Moncetti da Castiglione Aretino, quella
Quaestio de aqua et terra, che tanto dovette interessare il
Vinci, il quale spesso si era mosso lo stesso quesito, e lo aveva
dibattuto nei suoi appunti. Vi sono moltissimi contatti fra l'opera
dantesca e i manoscritti leonardiani, specialmente là dove i due
autori parlan di coloro, che affermano l'acqua trovarsi alla som-
mità dei monti, perchè il mare è più alto che la terra. « D'alcuni,
« che dicano l'acqua essere più alta che la terra scoperta », scrive
4. operi egregio manum supremam LVD. et ALBER. pedemontani amico
< Jove imposuerunt », Mediolani urbe illustri. Anno gratie MCCGGLXXVIII,
VI. ID. F. MP. N. M. GOM. GV. T. FA. GV., gr. in fol. a 2 col.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 119 recto. Convivio di Dante Alighieri,
Fior., impresso in Firenze per ser Francesco Bonaccorsi, 1490, a dì XX di
septembre, in-4'*, p. 185.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 124 recto. Dante, Convivio, p. 186.
(3) Leonardo, Manoscritto F cop. verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 135
Leonardo in modo analogo alfAlighieri, « cierto non poca arai-
« ratione mi dà la comune openione fatta contro al vero dallo
« universale concorso de' giudizi delli omeini , e questo è che
« tutti s'accordano che la superficie del mare sia più alta che
« l'altissime cime delle montagne, allegando molte vane e puerili
< ragioni. Contro ai quali ie n'all(^herò solo una semplice e brieve
« ragione. Noi vedemo chiaro, che se si tolge via l'argine al mare,
« che lui vestirà la terra, e faralla di perfetta rotondità. Or
« considera quanta terra si leverebbe a fare che l'onde marine
« coprìssino il mondo. Adunque ciò che si levassi sarebbe più
« alto che la riva del mare » (1).
LIX.
Dati. Fra i libri di Leonardo è indicato brevemente « Spera » (2)
e si resta sulle prime incerti, se si deve attribuire la designazione
allo Sphaera mundi di Giovanni Sacrabosco o alla Spera di
Goro 0 di Leonardo Dati. Ma nella Laude del soie il Vinci bia-
sima l'antico politeismo, che adorò delle forme antropomorfiche
in luogo del sole, lume di tutto il mondo e vita di tutte le vite,
e scrive: « La Spera e Marnilo laudan con altri il sole» (3).
La Sphaera mundi del Sacrabosco non contiene alcuna « laude
« del sole », invece la Spera del Dati, diffusissima nel secolo XV,
dalla strofa 16' alla 22* innalza un inno alla sorgente della luce
e delle anime:
(1) Cfr. Dante, Questio florulenta et perutilis de duobus elementis aquae
et terrae tractans, nuper reperto, que olim Mantuae auspicata, Veronae vero
disputata et decisa, ac manu propria scripta a Dante fiorentino poeta
clariss., Venetia, per Manfredum de Monferrato, 1508, in-4». Leonardo,
Manoscritto A, f. 58 verso.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 -ecto.
(3) Leonardo, Manoscritto F, f. 4 verso. Cfr. Palermo, I manoscritti
palatini illustrati, Firenze, 1853, 1, 593-596. È notevole che Leonardo non
nomini espressamente nella sua Laude del sole anche il Liber de sole (et
de lumine) di Marsilio Ficino (1490, 1493, 1502, 1503), ma si contenta di
dire: « La Spera e Marulio laudan con altri il sole ».
136 E. SOLMI
Chiaro splendore e fiamma rilucente
Sopra tutt'altre, creatura bella, ecc.
Resta dunque inconfutabilmente dimostrato, contro il D'Adda,
che Leonardo conosce La Spera di Ooro Dati, (in fine) Finita
la spera dì Villi di Novembre MCCCCLXXXll in Firenza
in-4°, 0 altra edizione del tempo (1).
LX.
DioDORo Siculo. Diodori Siculi de antiquorum gestis fabu-
losis Libri VI a Poggio Fiorentino in latinum traducti, (in
fine) Bononiae per Ugonem Rugerium et Dominum, Berlochum
i471, in fol. {Veneliis, 1476, in (o\., per And. Jac. Catarensem;
Ivi, 1493, in fol., per Philippum Pincium Mantuanum, ecc.).
Se non è di seconda mano, si deve considerare un richiamo
al Libro I, Sezione II, cap. 2 di quest'opera la citazione che
Leonardo da Vinci fa di Diodoro Siculo nel Codice Atlantico:
« I nostri antichi architettori o tal ( ), cominciando in prima
«dagl'Ili, i quali, secondo che discorre Diodoro Siculo, furon
« i primi edificatori e componitori di città grandissime e di ca-
« stella, e d'edifizi pubblici *e privati, di forma, grandezza e qua-
« lità, per li quali i loro antecedenti riguardavano (?) con istu-
« pefazione e maraviglia le elevate e grandissime macchine,
« parendo loro... » (2).
(i) Edizioni della Sfera del Dati furono: 1. La spera, (in fine) finis
explicit feliciter Deo gratias. Amen 1478 Cuscenciae, Octavianus Salomoni
de Manfredonia impressit hunc librum; 2. La spera, s. 1. n. a.; 3. La
spera, s. 1. n. a. ; 4. Id. Finita la spera a dì Vili di Novembre 1482 in
Firenze; 5. La spera vulgare, s. 1. n. a.; 6. La spera volgare, (in fine)
Finita la spera apetitione di Ser Piero Pacini da Pescia, 1513; 7. El
libro della spera, s. 1, n. a. Gfr. Ximenes, Del vecchio e nuovo gnomone.
p. XCIX.
(2) Codice Atlantico, f. 325 recto. La traduzione delle Istorie favolose
nuovamente fatta in volgare fu edita da Filippo Giunta in Firenze solo
nel 1526.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 137
LXI.
Diogene (Laerzio). Gran parte della sua erudizione storica,
cosi poco critica, Leonardo da Vinci l'attinse da un libro ch'egli
chiama : « Vite di filosafi » (i\ cioè; « Incomincia el libro de la
< vita de philosophi et delle loro elegantissime sententie extracie
« da D. Lahertio et d'altri antiquissimi auctori. Impressum
« hoc opusculum. mira arte et diligentia Venetiis per Ber-
« nardinum CeletHum de Lucre B. Anno S. D.M. MCCCCLXXX
« die IX Decembris inclyto Duce Joanne Mocenigo ». in -4°.
È una serie di vite di vari, coi quali Diccene Laerzio ha po-
chissimo a che fare, e ne fu principale autore Walter Burlay.
Quivi Leonardo aveva appreso che Anassagora (che poi confon-
derà con Socrate) « diceva il Sole esser un ferro infogato e più
« grande del Peloponneso », e che « Archelao pensava la voce
« esser percussione d'aria, et che il Sole è più grande di tutte
« le stelle » (2).
LXII.
DioscoRiDE. Leonardo in nessuna parte dei suoi manoscritti
accenna a Dioscoride, Dioscoridis Anazarbaei Pedaci, Opera
latine, curante Petro paduensi, (in fine) Colle per Johannem
Allemannum anno 1478, mense Julii, in fol., prima edizione
in centodue fogli, con la tavola in fine ed il registro. Ma che il
Vinci abbia compulsato tal libro lo prova il confronto fra un
passo latino scritto dall'artista nel Codice Atlantico e il passo
corrispondente della irepl \i\x\c, ìarpiKfìq:
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(2) Diogene Laerzio, Le vite di filosofi, ed. cit. nel testo, p. 9 recto e
verso. Gfr. Leonardo, Frammenti letterari e filosofici, Firenze, IX* ed., 1904,
p. 131: « ben mi meraviglio, che Socrate biasimasse questo tal corpo, e che
« dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata », ecc. Altre edi-
138 E. SOLMI
Leonardo. Dioscoride.
Salvia, cap. GGGGXXXIII. Salvia, III. 35.
Nascitur in locis asperis. Huius Nascitur in asperis locis. Bibitur
decoctum, cum foliis ramulis, urinam ad ciendam urinam foliorum ramo-
provocat, potum, menstrua et infantes rumque decoctum, menses et foetus
evellit, crines denigrai (1). idem trahit, capillum 'denigrai (2).
LXIII. .
DoLCEBUONi GiovAN JACOPO. Sotto il nome « libro di Giangia-
« comò » (3) Leonardo accenna probabilmente a Giovan Jacopo
Dolcebuoni, architetto del Duomo di Milano. Sui rapporti di
questo artista col Vinci mi riserbo di trattare lungamente nel
libro: Gli amici e i discepoli di Leonardo da Vinci.
LXIV.
Donato. Nel Codice Atlantico e nel Codice Trivulziano
zioni delle Vite di filosofi son quelle di Firenze del 1488, Venezia 1488,
Bologna 1495 e Milano 1498. Diogene Laertii Vitae et Sententiae Philo-
sophorum, (in fine) Venetiis, per Nicolaum lensin, 1475, die XIIII augusti.
E la seconda edizione in fol. del Laerzio tradotta da Ambrogio Gamaldolese.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 72 verso.
(2) Le piccole differenze derivano dalla diversità delle edizioni, poiché io
attingo al De medica materia lib. Y, de letalibus venenis, eorum,que
praecautione et curatione, et de cane rabido lib. unus {graece et latine)
interprete Marcello Virgilio. Ejusdem Marcelli Virgilii in hosce Diosco-
ridis libros com,mentarii Coloniae, opera et impensa Ioannis Soleris,
anno MDXXIX mense augusti, in fol., p. 355. Di tutte le opere dell'anti-
chità e del Medio Evo, in cui si parla della Salvia, da me compulsate, l'u-
nica che si accosti, accanto a Dioscoride, ma assai più discosta di Dioscoride
slesso, ai passo di Leonardo, è lo Speculum, naturale del Bellovacense,
libro X, p. 768. « In locis asperis nascitur, decoctum eius potata urinam et
€ menstrua movet, Nascitur in locis asperrimi virtus est ei diuretica,
« menstruis imperai, abortum facit. Succus foliorum ejus capillos denigrai ».
Vincentii Burgundi ex ordine praedicatorwm, venerahilis episcopi bellova-
censis, Speculum quadruplex naturale, doctrinale, m,orale, historiale. Duaci
anno 1624, p. 768.
(3) Leonardo, Windsor Library, f. 141 verso.
LE FONTI 1)1 LEONARDO DA VINCI
139
« Donato » (1), cioè una delle tante edizioni del Donatus latine
et italice... impressum Venetiis impensis Joanni Baptistae de
Sessa. Anno MCCCCXCJX die vero XX julii, <n-éf .
Leonardo.
Quot suDt partes orationis? 8: no-
men, verbum, participium et prono-
men, praepositio, adverbium, inter-
iectio et conjunctio.
Nomen-Quot acciduDt? 5: specìes,
genus, numerus, figura et casus.
Accidentia verborum sunt 5: activo,
passivo, neutro, comune e deponente.
Tempora verborum sunt 5: prae-
sens, imperfetto, perfetto, piuche-
perfetto (2).
Donato.
Partes orationis quot sunt ? Octo.
Quae? Nomen, pronomen, verbum,
adverbium, participium, coniunctio,
praepositio, interiectio.
Nomini quot accidunt? Sex. Quae?
Qualitas, comparatio, genus, numerus,
figura et casus.
Genera verborum quot sunt'^ Quin-
que. Quae? Activa, passiva, neutra,
deponentia, communia.
Quot sunt tempora in declinatione
verborum? Quinque. Quae? Praesens,
ut lego, praeteritum imperfectum, ut
legebam, praeteritum perfectum, ut
legi, praeteritum plusquamperfectum,
ut legeram, futurum, ut legam (3).
LXV.
Egidio Romano. Nel Codice Atlantico accanto alla apografa
nota: «à Mons. Le Vintie des chevaux de Téscuyer du Roy
« laissez payement continuer à Ms. Lyonard Paintre du Roy
« Araboise *, vi è quella autografa : « Egidius Romanus de for-
« matione corporis humani in utero matìns », che è un evi-
dente richiamo allo scritto Magistri Aegidii Romani, Tractatus
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 210 recto, e Cod. Trivulziano, f. 2 recto.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 358 recto.
(3) Donati, De partibus orationis ars minor, in Gramatici Latini (ed.
Enrico Keil), Id., IV, pp. 355, 356, 359, 360. Cfr. Ars grammatica, pp. 372,
373, 381, 384.
140 E. SOLMI
aureus De formatione corporis in utero matris, libri IV, Parisi,
Ponset Le Preux, 1515, in-fol., a cura di Benedetto Moncetti da
Castiglione Aretino, donde però nulla, secondo il confronto da
me istituito, trasse l'artista per i suoi bei studi embriologici (1).
LXVI.
Elefanta (pianta d'). Leonardo è un ricercatore di carte
geografiche. Egli rammenta i « paesi di Milano in istampa », il
€ pian di Pisa che ha Giorgio cartolaro », e allargando la sua
curiosità ai più lontani luoghi del mondo: «pianta d'Elefanta
« d'India », segna nelle sue note (2), « che l'ha Antonello Mer-
eiaio ».
Che un mercante possedesse una « pianta d'Elefanta d'India »
era cosa naturale in que' tempi di così vivo commercio italico ;
che il Vinci poi la ricercasse, egli cosi dotto di cose orientali,
non ha in sé nulla di strano. Elefanta o Garapuri è una piccola
città della costa occidentale della rada di Bombay a 6 kil. a
E. N.-E. da Bombay. I Portoghesi han dato a quest'isola il nome
di Elefanta da un gigantesco elefante di pietra oggi scomparso.
Gli indigeni la chiamano « Garapuri », la « città delle grotte ».
L'isola racchiude in fatti uno dei più celebri gruppi di ipogei
dell'India. Questi templi, tagliati nell'interno de' monti, rimon-
tano al IX secolo e son di origine bramanica, cioè lascian ricordo
dell'ultimo periodo de' grandi lavori di questo genere nella pe-
nisola indiana. « Un large escalier de trois à quatre cents mar-
« ches, taillé dans le roc, conduit de la plage aux temples.
« Débouchant sur une terrasse de peu d'étendue, on arrive
« devant la fagade principale, une large et basse ouverture,
« encadrèe par de lourdes colonnes, qui paraissent supporter la
« montagne, dont le flanc taillé à pie forme une sorte d'enta-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 171 verso. Altre edizioni furon quelle
di Padova del 1484, di Venezia del 1494 e 1514, di Lione del 1505.
(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 141
« blement massif, à demi cache sous un rideau de lianes et de
€ racines. Dès les premiers pas que l'on fait dans l'intórieur du
« tempie on est frappé par l'aspect grandiose de ces longues
« rangées de colonnes, se pendant dans l'obscurité, à travers la-
« quelle on devine, plutót qu'on ne voit, des figures colossales
« ètranges, courant sur les murs » (1). A questi templi si rife-
riscono note e disegni di Leonardo: « Per dodici gradi di scala al
< magnio tempio si saliva, il quale ottocento braccia circundava,
« e con ottangular figura era fabbricato, e sopra li otto anguli otto
« gran base si posava, alte un braccio e mezzo e grosse tre, e
« lunghe 6 nel suo sodo, coH'angolo in mezzo, sopra della quale
«si fondava 8 gran pilastri, sopra del sodo della basa si leva-
« vano per ispazio di 24 braccia, e nel suo termine era stabilito
«8 capitelli di 3 braccia l'uno e larghi 6; sopra di questi se-
« guiva architrave, fregio e cornice, con altezza di 4 braccia e
« mezzo, il quale per retta linea da Tun pilastro all'altro s'astendea,
« e così, con circuito d'ottocento braccia, il tempio circundava, in
< frall'un pilastro e l'altro per sostentaculo di tal membro era sta-
« bilito dieci gran colonne dell'altezza de' pilastri, e con grossezza
« di 3 braccia sopra la base, le quali eran alte un braccio e
< mezzo. Salivasi a questo tempio per 12 gradi di scala, il quale
« tempio era sopra il dodicesimo grado, fondato in figura ottango-
« lare, e sopra ciascun angulo nasceva un gran pilastro, e in fralli
« pilastri era inframmesso dieci colonne colla medesima altezza
« de' pilastri, i quali si levavan sopra del pavimento 28 braccia
«e VsJ sopra di questa medesima altezza si posava architrave,
« fregio e cornice, che con lunghezza d'ottocento braccia cingea
« il tempio a una medesima altezza circuiva, dentro a tal cir-
« cuito sopra il medesimo piano inverso il centro del tempio.
« per ispazio di 24 braccia, nascea le corrispondenze de li 8 pi-
« lastri delli angoli e delle (ottanta) colonne, poste nelle prime
« facce, e si levavano alla medesima altezza sopradetta, e sopra
(1) RoDSSELET, L'Inde des Rajah, Paris 1882, p. 52.
142 E. SOLMI
« tali pilastri li architravi perpetui ritornavano sopra li primi
< detti pilastri e colonne * (1).
Quanto ai disegni di Leonardo, rammenterò lo schema di Mau-
soleo, edito dal Richter, che è uno dei più magnifici che la storia
della architettura ricordi, e che richiama la tomba nota col
nome di Regulini Galeassi, « le Madracen » e « le tombeau de
« la Chrétienne » in Algeri (2).
LXVII.
Erbolaro. « Maestro Giuliano da Marliano à un bello Erbo-
« laro, sta a riscontro alli Strami legniamieri » (3). Sembrerebbe
una raccolta d'erbe, ma non è; è invece un'opera a stampa e
precisamente 1' « Herbarius cum herbarum figuris », Fata vie,
impressus anno domini 1485, 1486, in-4°, di 153 fogli, cosi ca-
ratteristico e interessante.
LXVIII.
Ermete Trismegisto. La breve indicazione « Ermete filosofo »(4)
(analoga all'altra Clemente filosofo) non si riferisce né al Liber
de potestate et sapientia Dei, tradotto dal Ficino (5), né all'astro-
logico Centiloquium (6), ma quasi senza dubbio al De alchimia
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 285 recto.
(2) Geymùller in Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci,
voi. Il, p. 58 sgg.
(3) Leonardo, South Kensington Museum, f. 35 recto.
(4) Leonardo, Codice Trivulziano, f. 22.
(5) Liber de potestate et sapientia Dei e greco in latinum traductus a
Marsilio Ficino fiorentino ad Cosmus Medicem patrem patriae... Venetiis,
MGGGGXGIII. Ghe interesse poteva avere infatti quest'opera per Leonardo ?
(6) Insieme* con Y Aritmetica del Nemorario Albubassar et Centiloquium
divi Bermetis... Venetiis, 1501. Centiloquium Dive Eermetis. Cosi il fron-
tispizio, nel cui verso trovasi la dedica colla data Venetiis Idibus Junij 1492.
Componesi di 6 car. in fol. Il recto della 5» porta il titolo: Almansoris
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 143
che si conservava nel XV secolo nella Biblioteca Sforzesca del
Castello ài Pavia (1).
LXIX.
Erose. I principi idraulici di Leonardo, l'applicazione del-
l'eolipilo per produrre il movimento automatico di un caratte-
ristico girarrosto basterebbero da soli a rivelarci che il Vinci
ha conosciuto i Pneumaticot-um libri dell'insigne discepolo di
Ctesibio; ma quando nel Codice Atlantico si rinviene la nota
« Herone di acque » (2) (evidente richiamo alle macchine idrau-
liche dell'Alessandrino) la supposizione diventa certezza, e non
si esita un momento a segnare nella libreria vinciana gli Spi-
ritali eroniani, che furono tuttavia editi solo nel 1571 dal
Commandino, e tradotti in italiano poco più tardi da Bernardino
Baldi (3).
Judicia seu propositiones Incipiunt Capitula stellarum oblato Regi Magno
Saraeenorum ab Almansore Astrologe: et a Platon Tyburtino translata.
Questa trad. di Platone da Tivoli è inserita in una raccolta di scritti astro-
logici editi in Venezia nel 1495: Liber quadripartiti Ptholomei. — Centi'
loguium eiusdem. — Centiloquium hermetis. — Eiusdem de stellis heibenijs.
— Centiloquium bethem et de horis planetarum. — Eiusdem de significa-
tione triplicitatum ortus. — Centum quinquaginta propositiones Alman-
soris. — Zahel de interrogationibus. — Eiusdem de electionibtts. — Eiusdem
de temportim signtficationibus in jtidiciis. — Messhalach de receptionibus
planetarum. — Eiusdem de interrogationibus. — Epistola eiusdem cum
duo decessi capitulis. — Eiusdem, de revolutionibus annorum mundi, (in
fine) Venetiis, per Donatum locatellum : impensis nobilis viri Octaviani Scoti
civis Modoetiensis, 1493, 13 kalendas Januarias.
(1) Albertus de mineralibus cum hermete de alchimia. Vebere de coU
lectione secretorum nature et aliis pluribus. segnato DCGGGXXXYIII, che
Leonardo poteva leggere nella libreria di Pavia, dove spesso si recava.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 219 verso. « Erone de aqua >, Codice
Atlantico, f. 95 verso. Lo Schmidt, Leonardo da Vinci und Heron von
Alexandria, scrive nella Bibliotheca Mathematica, Leipzig, 1902, p. 181:
« Conosciamo uno scritto di Hippocrate e di Teofrasto -rrcpì Oòdruiv, ma non
« di Herone, benché Pappo (p. 1080, 2* ed. Hultsch) cita uno scritto ero-
« niano rrcpi ùòpeiujv, indicando il irepi iiòpiurv ibpoaKoneiwv >.
(3) Su Erone puoi vedere T. H. Maetixs, Recherches sur la vie et les
144
E. SOLMI
In un secolo, in cui si reputavano il non plits ultra della
scienza le opere lulliane, l'illetterato da Vinci dava prova di
grande accortezza mentale ricorrendo all'antica opera di Erone,
dove si contiene un po' di geometria elementare con applicazioni
ai teatri, ai bagni, alle sale per festini e così via; un po' di
matematica applicata, con ricerche intorno ai centri di gravità,
e applicazioni meccaniche; ma sopratutto le leggi fondamentali
dei movimenti dell'aria e dell'acqua, con un centinaio di ordigni
meccanici, alcuni dei quali veramente ingegnosissimi (1).
Ha già osservato lo Schmidt che la cicognola leonardesca del
manoscritto G trova il suo perfetto riscontro nei Libri pneu-
matici di Erone (2).
« Questo strumento è di natura di cicognola » (3).
Cosi gli Spiritali di Erone han dato origine a quella che
Leonardo chiama « la cicognola d'argento vivo per far foco.
« Perchè quanto più l'acqua diminuisce nel vaso, tanto più si
« abbassa la sua superficie, e quanto più s'abbassa la superfizie
« dell'acqua tanto men velocie versa la sua cicognola. Ma se la
ouvrages dCHéron d Alexandrie, in Mémoires prèsentés à VAcadémie des
inscriptions, voi. IV, Paris, 1854, p. 42. Gantor, Vorlesungen ùher Qesch.
der Mathematik, cit., cap. XVIII e XIX.
(1) Ho dinanzi l'edizione delle Opere di Erone, Teubner, Leipzig, 1899
e 1901, curata dallo Schmidt e dal Nin.
(2) Gfr. Leonardo, Cod. Atlantico, f. 80 recto « cicognola > con Herone,
Opera, ed. citata, Pneum., I, 1 « aicpujv •». Leonardo, Codice Atlantico,
f. 80 recto « zaina » con Herone, Pnem., I, 3 « itviktò^ òiaPnxri^ ».
(3) Leonardo, Manoscritto G, f. 40 verso. Gfr. Herone, Pneum., I, 13.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
145
« cic(^noIa discendessi insieme alla superficie dell'acqua ch'ella
« sostiene sanza dubbio il moto dell'acqua, che versa per la ci-
« cognola, senpre sarebbe in sé eguale » (1).
Da Erone ha derivata Leonardo anche l'idea di una « lucerna
(1) Lkonardo, Manoscritto G, f. 48 recto; Heronb, Pneum., I, 4 e 5: se
non che Leonardo parla di argento vivo ed Erone semplicemente di acqua.
Giornali ttorieo. — Snppl. no 10-11.
10
Ì46 E. SOLMI
« che quanto cala l'olio tanto s'inalza lo stopino » (1) e quella
di un « uscio serrato da contrapeso » (2).
Si potrebbero ricordare anche notevoli concordanze fra la
Biopira eroniana e gli scritti di Leonardo. Le più notevoli son
quelle già rilevate dallo Schone : « Se vuoli sapere appunto la
* vera altezza d'ogni montagna o altra altitudine farai con di-
« ligenza il modo di sopra KF. Collocherai lo strumento di
« sopra figurato P S in su una pianura di meno due miglia di
« spazio » (3).
« Damit sind schwerlich, concluderò collo Schmidt, alle Be-
« ziehungen zwischen Heron und Leonardo erschòpft, vielleicht
« wird ein grundliches Studium seines Nachlasses noch andere
« an den Tag ziehen. Sie zu erscbopfen war auch nicht unsere
« Absicht, wohl aber nachzuweisen, dass Leonardo, dieser
« erste grosse Moderne, es nicht verschmàht hat, von den heutzu-
« tage so vielfach verachteten Alten sich anregen zu lassen und
« zu lernen. Wie schon an anderer Stelle, erkennen wir auch
« hier, wie selbst auf dem physikalischen und technischen Ge-
« biete der Faden der Kulturentwickelung nicht abreisst, sondern
« die moderne Kultur mit Erfolg an die antike ankniipft » (4).
(1) Leonardo, Manoscritto G, f. 41 recto; Herone, Pneum., 1, 34;
Schmidt, Leonardo da Vinci und Heron von Alexandria, pp. 183-184.
(2) Leonardo, Manoscritto I, f. SO recto; Herone, Pneum., I, 38; Leo-
nardo, Manoscritto /, f. 93 recto; Herone, Pneum., ed. cit., pp. 34, 2.5. Altri
confronti si possono istituire fra Leonardo, Manoscritto D, f. 2 recto e la
Catottrica di Herone, VUI ed. cit., p. 332, e IV ed. cit., p. 325; Leonardo,
Codice Atlantico, f. 49 verso; Herone, Mechanica, III, 1, presso Pappo
(ediz. Hultsch), p. H30 e Leonardo, Codice Atlantico, f. 49 con Herone,
Mech., II, 5, presso Pappo, p. 1126. Gfr. Th. Beck, Leonardo da Vinci im
Civilingenieur, in Eistorischen Notizen, XV, XVIII, voi. 39 e 42, p. 17,
p. 30, che istituisce paragoni fra il Manoscritto B, f. 20 verso, e Herone,
Pneum., I, 28; Manoscritto I, f. 26 recto, e Herone, Mech., II, 18, presso
Pappo (ed. cit), p. 4.
(3) H. ScHÒNE, Die Dioptra des Heron in Jahrbuch der Arch.-lnst.,
voi. XIV, pp. 91 sgg. ; Schmidt, Leonardo und Heron, cit., pp, 185-186;
Codice Atlantico, f. 131 recto, e Manoscritto M, f. 8 verso. Gfr. Cantor,
Vorlesungen ùber Geschichte der Mathematik.. P, p. 151.
(4) Schmidt, Leonardo und Heron, cit., pp. 186-187.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 147
LXX.
EsQPO. « Esopo », segna Leonardo fra i suoi libri (1), cioè :
* Esopus Esopo con la vita sica ^istoriale vulgare et latino, Im-
« pressum Mediolani, per Uldericum Seinzenzeler, anno salutis
< Domini 1497, die XXIII Decembris >.
Né qui, né altrove, trovasi traccia delle favole leonardesche,
che, reputo, per profondo convincimento e lunghe ricerche,
originali in massima parte del Maestro.
LXXI.
Euclide. Nella scuola d'abbaco Leonardo aveva avuto i primi
elementi della geometria euclidea, ma fu più tardi in Milano
che, per i bisogni imprescin'libili dell'intelletto e per l'amicizia
con Luca Pacioli, le conoscenze geometriche dell'artista si raffor-
zarono e si estesero, ed il Vinci potè citare a memoria defini-
zioni e proposizioni di Euclide (2).
Nel 1482 usci in Venezia la prima edizione della geometria
del Qreco, tradotta ed esplicata in latino dal Campano : « Opus
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. È notevole che la favoletta
di Leonardo: « Sendo l'ostrica, insieme colli altri pesci, in casa del pescatore
« scaricata vicino al mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; e '1 ratto,
« fatto disegno di mangiarla la fa aprire: e mordendola, questa li serra la
« testa e si lo ferma, vien la gatta e l'uccide », che si trova nella Anthologia
graeca e che fu rielaborata dall' Alciato {Emblemi, LXXXVl), e dal La
Fo.NTAiNE {Les Grands Ècrivains de la France. J. de la Fontaine et i2e-
gnier, t. Il, p. 251), non compare in nessuna delle raccolte di Esopo edite
nel 1481, 1483, 1487, 1490, 1497. Il Vinci la attinse dal Tesoro di Brunetto
Latini !
(2) Veggasi sulla scuola d'abbaco e sul Pacioli, Solmi, Leonardo, pp. 6,
110 sgg. Si studiava Euclide coi commenti di Campano di Novara. Verini,
De illustr. urbis Florentiae, Parigi, 1583, p. 25; Vespasuno da Bisticci,
Le vite, Firenze, 1859, p. 531.
148 E. SOLMI
« Euclidis Megarensis Liber elementorum in artem Geometrice
« e gr. in lai. translat. cum Commentalionibus Ant. Campani,
« (in fine) Venetiis, per Erhardum Ratdolt, Augustensem, im-
« pressum, 1482 », in fol., in carattere semigotico, senza cifre,
segnature e richiami.
Ma senza dubbio Leonardo possedette l'edizione pacioliana
del 1509, dove maestro Luca ricorda gli amici che lo spinsero
alla pubblicazione, « quorum mihi carissimus Leonardus Vincius
« accessit, ut ederem » (1). Euclidis megarensis philosophi acu-
tissimi malhemaiicorum om,nium sine controversia principis,
Opera a Campano interprete fidissimo ir astata ; lihìmriorum,
detestanda culpa mendis fedissimis adeo deforma essent ut
vix Euclidem ipsum, cognosceremus Lucas Paciolus theologus
insignis altissima mathematicarum, disciplinarum, scientia
rarissimus iudicio castigatissimo detersit em,endavìt, fìguras
centum et undeviginta que in aliis codicibus inverse et defor-
mate erant ad rectam symmetriam concinnava et multas
necessarias addidit ... A. Paganinus Paganinius characteribus
elegantissimis accuratissime imprimebat, Venetiis... MCGCGCIX.
in folio.
Le citazioni di proposizioni di Euclide sono in Leonardo fre-
quentissime. Nel Manoscritto E, il Vinci, per es., cita « la qua-
« dragesima del primo di Euclide », e non starò qui a riferire
tutte le citazioni, che si rinvengono nel Codice Atlantico (2).
(i) Epistola dedicatoria di Luca Pacioli all'Opus elementorum di Euclide,
dalla quale potrebbe trarsi la non irragionevole supposizione, che anche
Leonardo ha partecipato col frate alla prima edizione critica della geometria
euclidea. Cfr. P. Riccardi, Saggio di una bibliografia euclidea nelle Me-
morie delVAccad. di Bologna, serie IV, t. 8 e 9, serie V, t. i.
(2) Leonardo, Manoscritto E, f. 9 verso, 10 recto : « Per la quadragesima
€ {di Euclide) del primo delli elementi»; f. 29 verso: «La quadratura del
« triangholo obliquo sarà data mediante la multiplichatione della basa nella
€ metà dell'aftezza, che à l'anghol superiore sopra la rettitudine della basa
< prodotta in chontinuo diritto. — Come se la basa bc del triangolo bcd
M. fussi prodotta in continuata rectitudine dal bc,e dicoche tu debba multi-
« plicare tutta la basa bc per la metà dell'altezza de, cioè nel dn, e l'avve-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
149
Talora egli dà anche testualmente gli enunciati del grande
maestro, nominandolo: « Pruovasi, scrive per esempio, per una
* di Euclide, che dicie: tutti li triangoli divisi con taglio equidi-
•* stante alla sua basa, anno li lati proporzionati di proportione
« simile ai suo tutto > (1).
Qualche volta Leonardo trascrive brani interi degli Elementi
e vi aggiunge le illustrazioni dei commentatori.
Lbonasdo.
Prima definitioae: parte è quan-
tità di quantità minore della mag-
giore, conciosiachè la minore numeri
la maggiore.
Parte propriamente detta è quella
ch'è moltiplicativa, cioè che molti-
cata per alcuno numero ricompone il
suo tutto con precisione-
Parte comune aggr^ativa è quella,
la quale quantunche volte si piglia
più 0 meno del suo tutto o no, è ne-
cessario che coU'aiuto di altra quan-
tità diversa rifaccia il suo tutto, e
perciò è detta aggregativa.
Seconda definitione: La multipli-
cità è maggiore della minore, quando
la minore misura quella.
Di sopra definimmo il minore estre-
mo, e qui si di£Bnisce il maggiore.
Euclide V».
DifBnitio prima: Pars est magni-
tudo magnitudinis minor maioris,
quando minor metitur maiorem.
DifSnitio secunda : Multiplex est
maior minore, quando eam metitar
minor (2).
« nimento sarà essa quadratura di tutto il triangolo obbliquo bcd. Pruovasi
< per una di Euclide, che mostra il triangolo ab e essere eguale al triangolo
< bcd. Adunque per la regola, che si quadra l'uno, si quadra ancora l'altro ».
Cfr. anche f. 62 verso: «Per una delli Elementi geometrici che dicie la
< linia recta, che sarà in contatto delli dua cerchi contingienti, passerà per
< il contatto d'essi cierchi ».
(1) Leonardo, Manoscritto E. f. 29 verso.
(2) Euclidis Megarensis philosophi platonici mathematicarum diseipìi-
narum janitoris... s. 1., 1500, libro V. III.
150 E. SOLMI
La parte relativamente è detta al
tutto, e in questi due estremi sta
tutta la relatione di quegli e chia-
mansi multeplici (1).
Leonardo. Euclide X".
La sfera è un tale corpo rotondo Sphaera est quando, semicircula
0 solido, il quale è descrìtto dall'arco manente dimetiente, circumductus se-
dei semicirculo intorno aggirato over micirculus in se ipsum rursus resol-
circundato (2). vitur, unde incipit circumassumpta
figura (3).
È noto corno la geometria di Euclide sia una sintesi delle
opere dei matematici precedenti. Il I e il II libro è sostanzial-
mente dovuto a Pitagora, il III ad Ippocrate di Chio, il V ad
Eudosso, i libri IV, VI, XI e XII ai pitagorici più recenti. Ma
come tutto viene armonizzato e semplificato dalla gran mente
del matematico greco, con quell'insuperabile metodo, che è ve-
ramente suo ! (4). L' intera opera di Leonardo è fondata sugli
Elementi di Euclide, e quando i manoscritti saranno editi, si
vedrà anche una volta come la moderna geometria non sia che
un felice rampollo dell'antica (5).
Conobbe il Vinci anche i Data, il De levi et ponderoso frag-
mentum, la Perspectiva di Euclide ? Per i Data non son riu-
scito a trovare una prova sicura (6). Per il De levi et ponderoso
fragmentum basti citare quella nota rivela toria: « Maestro Ste-
(1) Leonardo, Manoscritto K, f. 51 recto e verso.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 176 recto. Leggansi anche in questo
foglio i successivi tentativi di definizione.
(3) Euclidis Megarensis, ed. cit., libro X, Difinitio Xll.
(4) Heiberg J. L., Litterargeschichtliche Studien ùber Euhlid, Leipzig,
1882, pp. 9, 43. L'Heiberg insieme col Menge è anche autore dell'edizione
più compiuta delle opere di Euclide, che noi possediamo (Leipzig, 1883-1895).
(5) Si confronti per ulteriori contatti di Leonardo con Euclide il Mano-
scritto M, f.'S verso con Euclide, Elementa, II, Defin. 2.
(6) È noto che i Acòopéva contengono 95 illustrazioni delle specie di
deduzioni, che più frequentemente debbono esser fatte per risolvere i pro-
blemi di analisi geometrica.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 151
« fano Caponi medico sta alla Piscina: ha Euclide De ponderi-
€ bus » (1). Per la Perspectiva, « nella quale si tratta di quelle
« chose, che per raggi diritti si veggono et di quelli che con
« raggi riflessi negli specchi appariscono » (2), bastino, nel silenzio
di Leonardo, questi riavvicinamenti significativi:
Leonardo. Euclide.
Io dimando, che mi sia conceduto Suppositio prima: Sapponatur ab
lo affermare, che ciascuno razzo pas- oculo visus emissos in rectas lineas
sando per aria, che sia d'equale sotti- ferri (4).
lità, scorrino per retta linia dalla loro
cagione all'obbietto o percussione (3).
Le cose equali poste in distanzie Aequales magnitudines aequaliter
equali si dimostreranno in fra loro expoeitae aequale apparent (6).
equali (5).
(1) Leonardo, South Kensington Museum, HI, f. 93 recto. Richtbr, The
literary Works of Leonardo da Vinci, li, 1488. Benché rantichità greca
non attribuisca ad Euclide nessuno scritto sulla Meccanica, il nome di questo
grande geometra ritorna frequentemente nei libri degli autori arabi, che
han scritto sulla Statica, e tre frammenti relativi alla meccanica son dati
come suoi. Il primo è formato da quattro assiomi sulla bilancia, ma è ri-
masto sconosciuto ai geometri occidentali, come ha dimostrato il Woepcke.
Il secondo e il Liber de ponderoso et levi, che esprime con grande chiarezza
l'assioma fondamentale della meccanica peripatetica. 11 terzo è il Liber
Euclidis de ponderibus secundum terminorum circumferentiam, che è un
felice saggio per collegare la teoria delle leve alla dinamica peripatetica.
I rapporti di questi frammenti col Liber Charastonis e coi trattato così
detto De canonia sono stati ben rilevati dal Duhem nel suo libro Les ori-
gines de la statique, Paris, 1906, cap. V, 2 e 3. L'unione degli Elemento
Jordani e del De Canonio avrebbe, secondo il Duhem, prodotto il Liber
Euclidis de ponderibus.
(2) E quel trattato in due libri edito dal Heiberg e Menge sotto il nome
di Optica in Euclidis opera omnia, voi. VII.
(3) Leonardo, Manoscritto A, f. 8 verso.
(4) Euclidis, Perspectiva in Opera, 1500, A.\. II. II. II. recto.
(5) Leonardo, Manoscritto E, f. 29 verso. « Perspectiva ».
(fi) Euclidis, Op. cit., Theorema IV.
152 E. SOLMI
Infra le cose d" equal grandezza Aequales magnitudines inequaliter
quella, che fia più distante dall'occhio, expositae intervallis proportionaliter
si dimostrerà di minor figura (1). minime spectantur (2).
E con questo io non dico che nella immane congerie di ap-
punti leonardeschi non vi sia qualch'altro frammento tradotto dalle
traduzioni latine di Euclide, ma l'aver rilevato questi è già suf-
ficente per dimostrare quanto l'illetterato da Vinci tenesse in
pregio l'opera del suo grande predecessore di Grecia. Da questa
egli procedette a nuove speculazioni, che qui non è il luogo di
enumerare; accennerò soltanto al metodo geometrico per estrarre
qualsivoglia radice di un numero in modo semplice e intuitivo,
dovuto alla proposizione « 14' et ultima del II delli Elementi di
« Euclide ». « Se voi la radicie di 2 pon 3 in linia, e questo
« prociesso s'astende in infinito, col por sempre più uno di quel
« numero di che vuoi la radicie, e questa nascie da una d'Eu-
« elide qui figurata in margine » (3). E altrove con entusiasmo :
« a b è radicie di 3, e questa regola è nata dalla 14* et ultima
« del 2° delli elementi d'Euclide » (4).
LXXII.
Falaride. «Pistole di Falaride» (5) scrive Leonardo nel Codice
Atlantico, cioè: « Epistole de Phalari, traducte da Frane. Are-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 1 recto. Gfr. Richter, The literary
Works, I, no 97.
(2) EucLiDis, Op. cit., Theorema Vili. Gfr. Theorema V.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 235 recto « De radicie ».
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 221 verso. Leonardo da Vinci conosce
anche il celebre « bacolo » di Euclide. Gfr. Leonardo, Codice Atlantico,
f. 148 verso. « Bacolo d'Euclide, e tiensi l'occhio nel punto e, e le croci in
« testa alle bacchette si debbono crescere e decrescere tanto che l'abbrac-
« ciano, over l'occupino, tutta l'altezza e larghezza del muro, che voi misu-
« rare. Ma fa la bacchetta di braccia 10, e fermala prima bene, e tanto quanto
« le larghezze della croce entrano nel manico, tanto l'altezza e larghezza
« del muro entr^ da sé a l'occhio tuo e, e sapendo tu l'asta essere lunga
« braccia 10, facilmente potrai vedere che parte la croce è di dette braccia 10,
€ e tanto quanto ab entra in b e, tanto se entra in cn ».
(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 234 verso. Nulla da questo libretto.
LE FOSTI DI LEONARDO DA VINCI 153
« tino di Greco in Latino e di Latino in vogare da Bartho-
« loìneo Phontio Fiorentino », s. I., 1471, in-4» (riprodotto in
Napoli, e, più tardi, in Venezia nel 1488). Nulla cavò il Vinci da
questa enfatica compilazione retorica.
LXXIII.
Pesto Pompeo. « Nonio Marcello - Pesto Pompeo * (1) segna
I..eonardo: è una delle tante raccolte di questi due autori, cioè:
Nonij Marcelli. De proprietate set^monum, Festi Pompeij. De
verborum significatione... Mediolani... MD.
LXXIV.
PiLARETE Francesco. Leonardo nomina nel Codice Atlantico
« Francesco Pilarete » (2), che fu araldo della Signoria di Firenze
attorno al 1478 e dal 1490 al 1504. Nel 1503 Leonardo e il Fila-
rete, con altri, dettero giudizio sul posto dove dovevasi collocare
il David di Michelangelo (3).
Noterò qui soltanto che Francesco Pilarete è ricordato per la
sua dottrina dai contemporanei, e che di lui si conserva mano-
scritto nella Laurenziana di Firenze un Cerimoniale.
LXXV.
FiLELFO Francesco. Nella nota di libri posseduti da Leonardo
esercitazione vaniloquente di un retore, ha attinto il Vinci per i suoi ma-
noscritti.
(1) Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 87 verso.
(2) Leonardo. Codice Atlantico, f. 12 verso.
(ò) TjZIELLI, Paolo dal Posso Toscanelli e i suoi tempi, p. 217; Ricerche
intorno a Leonardo da 'Vinci (1396), p. xvi ; Milanesi, io Buonarroti M-,
Lettere, Firenze, 1875, p. 9 n.
154 E. SOLMI
risulta un « De immortalità d'anima » (1), che il D'Adda repu-
tava fosse la Theologia platonica sive de immortalitate animo-
rum di Marsilio Ficino (2), e io invece opino, dopo un attento
esame delle molteplici opere pubblicate nel secolo XV sulla
vexata quaestio, sia l'opuscolo volgare Deir immortalità del-
Vanima a modo di dialogo di Francesco Filelfo, edito in Cosenza
nel 1478(3).
Le ragioni che mi fanno cosi concludere sono diverse. Prima
di tutto la citazione di Leonardo è di un'opera volgare; in se-
condo luogo le opere di Francesco Filelfo erano molto divulgate
in Milano sulla fine del secolo XV, dove questi aveva lungamente
abitato, caro alla corte; da ultimo non mancano nei manoscritti
leonardeschi passi, che sono calcati sul dialogo fllelflano (4).
Si aggiunga inoltre che Leonardo nel medesimo foglio segna
un'altra opera di Francesco Filelfo con le parole: « Pistole del
« Filelfo » (5), cioè V Epìstolarium, libri XV J, edito in Venezia
nell'anno 1472, dal quale però nulla il Nostro ha attinto.
LXXVL
Filelfo Mario. Nella lista di libri, dei quali, come vedremo
più oltre, Leonardo voleva disfarsi in prossimità di un suo viaggio,
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(2) G. D'Adda in Ricther, The literary Works of Leonardo da Vinci,
li, pp. 442 e 444.
(3) Dialogo de la immortalità de lanima. Extracto de theologia et de
philosophia vulgarizzato da maestro Jacomo camphora da zeneva del
ordene de li predicatori, (in fine) In caxa del Venerabile homo miss. pre.
Zuanlunardo longo Piovan de sancto Paulo de Vicenza, 1477 a dt ultimo
del mexe de marzo. Amen. M. P. Z. L. C. L., in fol. Sta unito al Filelfo.
Fu riedito in Brescia nel 1498. Al cap. XII parla « de' membri ufficiali de
« l'anima », in modo analogo a quello che fa il Vinci.
(4) Escludo affatto che siano i seguenti scritti: 1. Isidoro de Isolanis,
Explicatio immortalitatis humani animi, Mediolani, 1509; 2. Samuele Ga-
SINENSE, De immortalitate animae, Mediolani, -1498, usuali e cattedratiche
dissertazioni latine, benché edite in Milano, mentre il Vinci vi si trovava.
(ò) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 155
si trova segnato: « Pistole del Filelfo », che abbiamo identiScato
con V Epistolarium di Francesco Filelfo, e poche linee dopo, ma ad
una certa distanza, una seconda volta : « Pistole del Filelfo » (1).
Che sia una svista, come la crede il D'Adda, lo reputo poco pro-
babile: la lista di libri è breve, Leonardo rileggendola avrebbe
senza dubbio cancellato l'intitolazione seconda, se fosse stata una
semplice ripetizione materiale e sbagliata. Il Vinci, come pale-
sano i manoscritti, era un attento cancellatore e correttore di
scritture. Credo che bisogna identificare il secondo titolo con
V Epistolarium seu de arie conficiendas episloias opus di Mario
Filelfo, che tanto doveva interessare Leonardo per il suo carat-
tere elementare e didattico, e che era stato edito in Milano
proprio n^li anni, in che il Vinci vi si trovava, cioè nel 1484 (2).
LXXVIL
Filippo di Brera. Leonardo fu in relazione con un ignoto fra
Filippo di Brera, oscuro cultore delle scienze positive. « Fatti mo-
« strare, scrive il Vinci, al frate di Brera De pondetnbus*; « A
« fra Filippo di Brera prestai cierti gruppi ».
LXXVIU.
« Fior di virtù » (3), cioè : Comencia una opera chiamata
fior de virtù: la quale tracia de tucti li vita fiumani: li quali
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
(2) Potrebbe anche essere V Epistolarium notmm edito in Venezia nel 1492,
dello stesso Mario Filelfo, ma né dell'opera citata in aito, né di questa vi
é traccia nei manoscritti vinciani.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. 11 Bestiario leonardesco fu
già confrontato col Fior di virtù da A. Springer, Ueber den Philologus des
Leonardo da Vinci in Berichte ùber die Verhandlungen der k. sdchs.
Gesell. d. Wissen. zu Leipzig. Philolog.-hist. Classe, 1884, fase. 3-4 e
GoLDSTACB UND Wendriner. Ein tosco-venezianischer Bestiarius, Halle,
1892, pp. 240-254: Anhang zu Kap. YL Exkurs ùber den Bestiarius des
156
E. SOLMI
debono fugire li homini che desidet^ano vivere secundo Dio'
Et insegna come se debia acquistar le virtù : et li costumi
morali: provandolo per auclorità de sacri iheologi et de molti
philosophi doctissimi, (in fine) Fine de libro chiamato Fior de
virtù lo quale ha impresso il diligente homo Maestro Mi-
chele manzolo da Palma habitante in trevisi. Nel anno
MCCCCLXXXVIJI a dì XV di denaro Principe di Viniegia lo
inclyto et magnanimo huomo Ioanne Mocenico. In -8°.
Dirò solo che, nei confronti con Leonardo qui non si esamina,
come han fatto il Qoldstaub, il Wendriner ed il Calvi, il solo Be-
stiario, ma tutta quanta l'opera del Vinci, come non è ancora
stato fatto da alcuno.
Leonardo.
Niuna cosa si pò amare, né odiare,
se prima non si ha cognitione di
quella.
Fior di virtù A 11 verso.
Niuna persona pò amare alcuna
cosa, se primamente non ha qualche
cognitione di quella (3).
L'oro in verghe si aflSnisce col foco.
Ivi cap. V.
Siccome Toro e l'ariento si provano
al foco, così si pruovano le persone
nelle loro tribolazioni.
Considerando la certezza della morte
e l'incertezza dell'ora di quella.
Amore di virtù.
Galendrino è uno ucciello, il quale
si dice che essendo esso portato di-
nanzi a uno infermo, che se '1 detto
Ivi T 11 recto.
Nessuna cosa è più certa che la
morte, e più incerta dell'ora di quella.
loi cap. I.
Puosi asemiar e apropriare la virtù
d'amore a uno oselo, che se chiama
calandrino, che ha tale proprietà, se
Leonardo da Vinci. Il lavoro fu poi rifatto di proposito da G. Calvi, Il Ma-
noscritto H di Leonardo da Vinci, il Fior di virtù, e l'Acerba di Cecco
d'Ascoli. Contributo ad uno studio sui fonti di Leonardo da Vinci in Ar-
chivio Storico lombardo, Milano, 1898, X, p. 73 sgg.. Qui, pur traendo pro-
fitto dai lavori precedenti, io mi propongo di estendere il raffronto col Fior
di virtù a tutta l'opera del Vinci, e parmi con risultati notevoli.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
157
infermo debe morire, questo ucciello,
li volta la testa per lo contrario, e
mai lo riguarda, e se esso infermo
debe iscampare questo ucciello mai
l'abandona di vista, anzi è causa di
levarli ogni malattia. Similmente fa-
more di virtù non guarda mai cosa
vile, né trista, anzi dimora sempre
in cose oneste e virtuose, e ripatria
(senpre) in cor gientile, a similitudine
degli uccielli nelle verdi selve aopra
li fioriti rami, e si dimostra più esso
amore nelle aversità. che nelle pro-
sperità, facendo come lume che più ri-
splende, dove trova più tenebroso sito.
condo che scrive Alberto Magno e
Plinio solino e Bartholomeo de la
proprietà de li oseli, che se l'è por-
tato dinanci a uno infermo, se ri(n)-
fermo deve morire, el dito oselo li
rivolge la testa, e non lo voi mai
guardare, e se lo infermo deve scan-
pare: si lo guarda fermo e fiso, e
ogni sua malatia si li tole da dosso.
Così fa la virtù d'amore, ch'ella
non guarda mai alcun vitio, e fage
senpre ogni cosa vile e trista, e de-
mora senpre volentieri in cose ho-
neste e virtuose: e repatria e pratica
sempre in ciascun cuore gentile come
fano li oseli in le verdure de le selve
e de li arbori fioriti e verdi: e de-
mostra più la forza e '1 valor de la
sua virtù, in la adversità che in la
prosperità. Si come fa lo lume che
posta in la oscurità e tenebre illu-
mina e resplende più forte, che in la
luce, così la virtù del vero e perfecto
amore se cognosse meglio per el suo
contrario.
Dei nibbio si legge, che quando
esso vede i sua figlioli nel nido esser
di troppa grassezza, che egli gli becca
loro le coste, e tiengli sanza man-
giare.
Ivi cap. II (De la invidia).
Et puosi apiopriare et assimigliare
il vitio de la invidia al pio overo
nibio,ch'è unooccello tanto invidioso,
che s'elo vede li suoi figlioli ingras-
sare in lo nido, si li da de lo becco
nelle coste, accio che la carne si
amarcisca, et chosì si smacrino.
L'allegrezza è appropriata al gallo,
che d'ogni piccola cosa si rallegra,
Ivi cap. Vili (Alegreza).
Et puosi asimigliare e appropriare
la virtù de la nostra alegreza al gallo.
158
E. SOLMI
e canta con vari e scherzanti movi-
menti.
La tristezza s'assomiglia al corvo,
il quale, quando vede i sua nati fi-
gliuoli essere bianchi, per lo grande
dolore si parte, con triste ramma-
richio gli abandona, e non gli pasce,
insino che non gli vede alquante
poche penne nere.
Del castoro si legge che, quando è
perseguitato, conoscendo essere per
la virtù de' sua medicinali testiculi,
esso, non potendo più fuggire, si ferma,
e, per avere pace coi cacciatori, coi
sua taglienti denti si spicca i testi-
culi, e li lascia a sua nimici.
Dell'orso si dice che, quando va
alle case delle ave per tórre loro il
mele, esse ave lo cominciano a pun-
gere; onde lui lascia il mele, e corre
alla vendetta; e, volendosi con tutte
quelle che lo mordano vendicare, con
nessuna si vendica, in modo che la
sua vita si converte in rabbia, e git-
tatosi in terra con le mani e coi piedi
innaspando, indarno da quelle si di-
fende.
lo quale se alegra e canta, secundo
l'hore, per movimenti de alegreza na-
turale.
Ivi cap. IX (Tristeza).
Et puosi apropriare e asimigliare
el vicio di la tristeza al corbo, il quale
vedendo nascere dell'ove li suoi fi-
glioli bianchi elo satrista tanto, ch'elo
si parte e lassali stare, non credendo
che siino suoi figlioli, perchè non
sono negri come lui, e infino che non
cominciano a metter le penne negre :
non li porta da mangiare: ma bisogna
che vivano d'aere.
Gap. X (De la pace).
E puosi apropriare la pace al ca-
storio, che è uno animale che sa per
natura: perche li cazadori lo van
perseguendo, ciò e per li suoi co-
glioni ; perche sono medicinali a certe
infirmitade : si che quando lo e perse-
guito, e vede che non può scampare:
lo se piglia li coioni con li denti, e
taiaseli via, acio che li cazadori li
habia.
Cap. Xll (De la ira).
Et puosi appropriare e assimigliare
el vicio de lira ad lorso, che mangia
volentiere el mele, che volendolo
trare del buscio : le ape li ponge li
ochi: e lui lassa stare lo mele, e corre
driedo a le ape per occiderle, e poi
viene laltra, e pongeli el muso, e elio
lassa stare la prima, e corre driedo a
laltra, et e tanta la sua ira, che se elle
fossino ben mille, che tutte vorebotio
fare vendetta : benché non la possono
fare di niuna lassando luna per laltra.
LE FONTI DI LBONARDO DA VINCI
159
Misericordia over gratitudine.
La virtù della gratitudine si dice
essere più nelli uccielli detti upica, i
quali conosciendo il benefìcio della
ricievuta vita e notrimento dal padre
e dalla lor madre, quando li vedano
vecchi fanno loro unonido,eli covano,
e li notrìscano, e cavan loro col becco
le vecchie e tristi penne, e con cierte
erbe li rendano la vista in modo che
ritornano in prosperità.
Gap. XII (De la mesericordia).
E puosi apropriare e asimiare la
virtù de la misericordia ali fioli d'uno
oselo, che se chiama Pola, che quaado
li vedono forte invechiare el suo pa-
dre e la sua madre: si che non ve-
dan(d)o più lume, e che non possa(n)
più volare, eli si fanno nido, e si li
pase e nutriga li dentro : e si li traze
col becho tute le penne, e massima-
mente quelle che sono dintorno a i
ochi: e cavali in fino a tanto che li
renasse tutte le penne: e così per
natura se rivano e tornali il vedere.
11 basalisco è di tanta crudeltà che,
quando con la sua venenosa vista non
po' occidere li animali, si volta al-
l'erbe e le piante, e, fermato in quelle
la sua vista, le fa seccare.
Gap. XIIl (De la crudelità).
Et puosi apropriare e assiinigliare
lo vicio de la crudelità al basalisco,
che e un serpente, che occide altrui
pur solo col suo sguardo. Et mai non
ha in lui misericordia alchuna: et se
elio non può trovare alcuno da intos-
sicare, elio fa seccare le herbe et li
arbori, che li sono dintorno.
Dell'aquila si dice che non ha mai
sì gran fame, che non lasci parte della
sua preda a quelli uccelli, che le son
dintorno; i quali, non potendosi per
sé pascere, è neciessario che siano
corteggiatori d'essa aquila, perchè in
tal modo si cibano.
Gap. XIV (De la liberalità).
Et puosi asimigliare e apropriare
la virtù de la liberalità a laquila, la
quale e lo più liberale oselo, che si a
nel mundo, perche non potrebe mai
bavere tanta fame che non lassasse
sempre la meta de quello che ella
mangia; e perciò rare volte se vede
volare: perche molti oseli non pos-
sono pascere perse: quando la vegono
volare li vanno drieto per cibarsi, et
nutrirsi del suo cibo che li rimane.
160
E. SOLMI
Il rospo si pasce di terra, e sempre
sta macro, perchè non si sazia ; tanto
è il timore che essa terra non li
manchi.
Quando il lupo va assentito a qual-
che stallo di bestiame, e che, per
caso, esso ponga il piede in fallo, in
modo facci strepito, egli si morde il
pie', per correggere tale errore.
La serena si dolcemente canta, che
addormenta i marinari ; e essa monta
sopra i navili, e occide li addormen-
tati marinari.
La formica, per naturale consiglio,
provvede la state per lo verno, ucci-
dendo le raccolte semenza, perchè
non rinascine; e di quelle al tempo
si pascono.
Gap. XV (De la avaritia).
Et puosi apropriare e assimiare
lavaritia a lo rospo, che vive pur di
terra sola, e per paura che non li
manchi mai, non ne mangia quanto
che li ne bisogna.
Gap. XVI (De la correctione).
Et puosi apropriare e assimiare la
virtù de la correptione al lupo, che
quando sia presso ad alcuna habita-
tione, se per caso pone il piede in fallo
si che scapuciasse, per modo che fesse
rOore, che potesse esser sentito: se pia
lo piede con li denti e si lo strenge e
morde per castigarlo, accio che elio
se guardi unaltra volta.
Gap. XVIU (Be le losinghe).
Et puosi apropriare lo vitio de le
losinghe a la serena, che e uno ani-
male o vero un pesce di mare, che
dal raezo in zoso sia a modo de pe-
sce....: e quando le navi nauigano per
quelli luoghi, elle cantano si dolce-
mente , che fano indormenzare la
gente, et li marinari, e come dormono
ella monta su le naui, e si li uccide
tutti.
Gap. XVllI {De la prudentia).
Et puosi appropriare e assemigliare
la virtù de la prudentia: overo pre-
videntia a la formicha, la quale si e
solicita rinstade a trouare quello che
bisogna a mangiare Tinuerno; recor-
dandosi del tempo passato; et cono-
scendo lo presente: cioè ristate, perche
alhora troua ciò che li fa de bisogno
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
161
provedendosi per lo tgpo da uengnere,
e ffende ogni biaua, cbella governa,
aciò che ella non nasca al tempo de
l'inverno.
Pazzia.
11 bo salvatico, avendo in odio il
colore rosso, i cacciatori vesta(n) di
rosso il pedal di una pianta, e esso bo
corre a quella, e con gra(n) furia v'in-
cioda le coma, onde i cacciatori l'oc-
cidano.
Giustizia.
E si può assimigliare la virtù de
la justizia allo re delle ave; il quale
ordina, e dispone ogni cosa con ra-
gione; imperocché alcune ave sono
ordinate andare per fiori, altre ordi-
nate a lavorare, altre a combattere
colle vespe, altre a levare le spor-
cizie, altre a compagnare e corteg-
giare lo re; e, quando è vecchio e
sanza ali, esse lo portano, e, se ivi
una manca di suo ofi^io, sanza al-
cuna remissione è punita.
GtornaU ttorico. — Sappi, n* 10-11.
Gap. XIX (De la pazia).
Et puose appropriare et assemiare
lo vitio de la pazia ouer mattezza al
Bo silvatico : che ha I odio ogni cosa
roscia per natura: si che quSdo li
ca/iatori lo voion piare, se vestono de
rosso, et si vanno doue usa el Bo sil-
uatico : et subito lo bo, per la grande
uolontà, che elio ha, non ci pensa, e'
non se guarda niente: ma con gran
furore li corre adosso : e li cacciatori
si fugieno, et si sascondono drieto uno
albore, che haò apostato: e lo bo cre-
dendo andare adosso a li cacciatori,
uà a ferire cam le come fortemente
nel alboro, che non le può retirar
fuora : ed alhora li cazatori uano fuora,
et si Tocidono.
Gap. XX(I) (De la giusHtia).
Et puosi apropriare et assemiare
la virtù de la iustitia a Io Re de le
ape, che ordena, e despensa ogni cosa
con ragione: perche certe ape sono
ordinate andare per fiori, per fare il
miele: alcune altre sono ordinate a
lauorare, e fabricare le sue stantie de
cera e de mele. Altre sono ordinate a
purgare il miele: altre sono deputate
accompagniar lo Re. Alcune sono or-
dinate a combattere, perchè natural-
mente elle hano gran guerre insieme :
perche luna vole tor lo miele a laltra:
né mai ninna ape uscirà fuora de la
11
162
E. SOLMI
Fedeltà over Italia.
Le gru son tanto fedeli e leali al
loro re, che la notte, quando lui dorme,
alcune vanno dintorno al prato per
guardare da lunga; altre ne stanno
da presso; e tengano uno sasso cia-
scuna in pie, acciochè, se '1 sonno le
vincessi, essa pietra cadrebbe, e fa-
rebbe tal remore, che si ridestereb-
bono; e altre vi sono, che 'nsieme al
re dormono, e ciò fanno, ogni notte
scambiandosi, a ciò che '1 loro re non
venga 'mancare. Le gru, a ciò che
lor re non perisca per cattiva guardia,
la notte li stanno dintorno con pietre
in pie.
Falsità.
La volpe, quando vede alcuna torma
di gazze o taccole o simili uccelli, su-
bito si gitta in terra in modo, con la
bocca aperta, che par morta, e essi
uccelli le voglion beccare la lingua,
e essa gli piglia la testa.
sua casa avanti lo suo re, e ciaschuna
li fa grandissima riverentia: e se lo
Re fosse vechio, si che per uechieza
perdesse le ale, e nò podesse uolare,
gràde moltitudine de Ape se lo porta,
e mai non lo abandona, e tutte le
altre ape si liano lo penzello ne la
coda.
Gap. XXII (De la lialtà).
Et puosi apropriare e asimiare la
virtù de la lialità ale grue, che hano
ùo suo re, al qual tute seruono più
lialmente che non fa niuno altro ani-
male, perchè la note, quando laltre
dormo, si mete lo suo Re de mezo e
tute le altre listaò dintorno : et mette
sempre doe o tre de le altre dintorno
a far la guardia: e aciò chele non se
adormètasseno : le tengào un pie le-
uado T aiere e laltro rterra: e in
quello, che tengon leuado, tengono
sèpre ùa pietra perchè, se Io sono le
stracase, la piera le cagerave del pie,
e le se vegnerave a resentire. Et qìiesto
fano per la grande lialità, che se por-
tano insieme, e perchè lo suo re non
li venisse a mancare per mala guardia.
Gap. XXIII {De la falsità).
E posi apropriare e asimiare el vitio
de la falsità al volpe, che, quando non
pò trovar da magiar, se getta I terra
I qualche campo, come se ella fusse
morta, cum la lingua fora de la bocca:
e lioselli, credendo che ella sia morta,
gli uano dintorno: e si li mòtào adosso:
e quando vede, che siano bene assicu-
rati : lieua la testa, e apre la bocca, 8
pia quello che ella può.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
163
Verità.
Benché le pernici rubino Tova l'una
all'altra, non di meno i figlioli, nati
d'esse ova, sempre ritornano alla lor
vera madre.
Busta.
La talpa ha li occhi molto piccioli,
e sempre sta sotto terra, e tanto vive,
quanto essa sta occulta, e, come viene
alla luce, subito more, perchè si fa
nota cosi la bugia.
Timore ot>er viltà.
La lepre sempre teme, e le foglie,
che caggiono dalle piante per au-
tunno, sempre la tengano in timore,
e, '1 più delle volte, in fuga.
Magnanimità.
Il falcone non preda mai, se non
l'uccelli grossi, e prima si lascierebbe
morire, che si cibassi de' piccioli, e
che mangiasse carne fetida.
Vanagroria.
Di questo vitio si legie del pagone
esserli più che altro animale sotto-
Gap. XXIV (De la uerità).
Et puoBÌ apropriare e asemiare la
virtù de la uerità a li fioli de la per-
nise, perchè quando una pernise ha
facte le oua : un altra uà, e si l'inuola,
e couale, e quando sono nati li fioli,
cioè li pernigoni, la natura linsegna
a conoscere la voce de la uera ma-
dre e corron drìeto a la sua uera
madre.
Gap. XXV (Delabosia).
Et puosi apropriare e asemiare lo
vitio de la bosia al topo overo topi-
nera, che non ha ochi, et va sempre
sotto terra, et se uiene a laire subito
muore: così fa la bosia, che sempre
se conuiene coprire con qualsia colore
di verità, acciò che sia creduta.
Gap. XXVIl (Del timore).
Et puosi apropriare et assemiare el
vitio de la fievoleza overo del timore
a la lievore, che è lo più spauroso
animale, che sia al mondo, et lo più
vile, che stando al bosco se alde più
movere, et sonare le foglie de li al-
bori, quando el vento le mena : elio
de subito fuge, et scampa via.
Gap. XXVIII (De la magnanimità).
Et puose apropriare et asemiare la
virtù de la magnanimità al falcone,
che elio se lasseraue inanzi morire
di fame, che manzasse d' una carne
marcia.
Gap. XXIX (De la vanagloria).
E puosi apropriare overo asimiare
lo vitio de la vanagloria al Paone :
164
E. SOLMI
posto, perchè senpre contenpia inella
belleza della sua coda, quella allar-
gando in forma di rota, e col suo grido
trae a sé la vista de' circustanti ani-
mali, e questo è l'ultimo vitio, che si
possa vinciere.
che è tuto pieno de vanagloria : e
tuto lo suo dileto non è altro, che
guardarsi le sue penne: e in far la
ruoda cum la coda : aciò che le per-
sone la laude. De la vanagloria se
leze in la Summa de li vitii: che
quando l'homo ha vinto tuti quanti
li vitii : per ultimo si li reman la va-
nagloria.
Costangia.
Alla costanzia s'assimiglia la fenice,
la quale, intendendo per natura la
sua rennovazione, è costante a soste-
nere le cocenti fiamme, le quali la
consumano, e poi di novo rinasce.
Jnconstanzia.
Il rondone si mette per la inco-
stanza, il quale sempre sta in moto,
per non sopportare alcuno minimo
disagio.
Gap. XXX (De la constantia).
E puosi apropriare e asimiare la
virtù de la constantia a uno ocelo, che
ha nome fenice, lo quale ulve trecento
et quindeci anni, et come ella se
vede invechiare, si che la natura li
mancha, elio anusia certe ligne odo-
rifere ben seche, et fané un nido et
intra dentro, et uolge la faza verso
la spiera del sole, et tanto sbatte le
ale, chel fuoco s* empia in quel suo
nido, per lo calore del sole. Et questo
ocello è tanto constante , che per
quello fuoco non se move: anzi si
lassa brusciare : perchè lo sa natu-
ralmente, che elio se deve renovare,
et, in capo di none dì, si riesce de la
poluere o uero cenere et humore del
suo corpo un uermecello, che uiue, e
cresce a poco a poco per virtù natu-
rale, et poi, in capo di trenta dì, elio
diventa ocelo, come era da prima, si
che non è mai più che uno al mondo.
Gap. XXXI (De la inconstantia).
Et puosi apropriare e assemiare Io
vitio de la inconstantia a la rondine
0 vero zesilia, che tutta la sua vita
si è solo di volare in qua en là.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
165
Temperanza.
11 cammello è il più lussurioso ani-
male che sia, e andrebbe mille miglia
diritto a una cammella, e, se usasse
continuo con la madre o sorelle, mai
le tocca, tanto si sa ben temperare.
Intemperanza.
L'alicorno overo unicorno, per la
sua intemperanza a non sapersi vin-
cere, per lo diletto che ha delle don-
zelle, dimentica la sua ferocità e
salvatichezza; ponendo da canto ogni
sospetto va alla sedente donzella, e
se le addormenta in grembo ; e i cac-
ciatori in tal modo lo pigliano.
Gap. XXXII (De la temperanza).
E paosi apropriare o aero asimiare
la virtù de la temp)erantia a una be-
stia, che ha nome camello, che natu-
ralmète è Io più lussarioso animale,
che sia al mondo: in modo che an-
daraae drieto a una camelia cento
mia per baverla, o uero per vederla,
et poi ha tanta sofferentia e tempe-
rantia in lui, che si andò con la ma-
dre 0 cum le sorelle non le tocaraue
mai carnalmente.
Gap. XXXIII (De la intemperanza)
Et posi apropriare overo assimiare
el vitio de la intemperantia a lo lion-
corno o uero alioonio, che è una be-
stia, che ha tanta delectatione di star
con donzella vergine, che come elio ne
vede alcuna, elio si va da lei, et si seli
indormenza in braccio, et così ven-
gono li cacciadori, et pianlo.
Umiltà.
Dell'umiliti si vede somma sperien-
zia nello agnello, il quale si sotto-
mette a ogni animale, e quando per
cibo son dati al'incarcerati leoni, a
quelli si sottomettano , come alla
propria madre, in modo che spesse
volte s'è visto i leoni non li volere
occidere.
Superbia.
11 fa(l)cone per la sua alterigia e
superbia vole signioregiare, e sopraf-
fare tutti li altri uccielli, che son di
rapina, e sen(pre) desidera essere solo,
e spesse volte s' è veduto il falcone
assaltare l'aquila regina delli uccielli.
Gap. XXXIV (De la humilità).
Et puosi apropriare et asemiare la
virtù de la humilità alangello, che è
lo più humile animale sia al mondo:
et comporta tucto quello, che li uiene
facto, sottomettendosi a ciaschuno.
Gap. XXXV (De la superbia).
E puosi apropriar e asemiar el vitio
de la superbia al falcone, che sempre
vole segnorizare i altri oseli: e zia
se à trovato falcone, che § presumito
de piar e amazar l'aquila, che è re-
gina de i oseli ; e là dove el falcone
166
E. SOLMI
Astinenzia.
11 salvatico asino, quando va alla
fonte per bere, e truova l'acqua in-
torbidata, non ara mai si gran sete,
che non s'astenga di bere, e aspetti
eh essa acqua si rischiari.
Gola.
11 voltore è tanto sottoposto alla
gola, che andrebbe mille miglia per
mangiare d'una carogna; e per questo
seguita (li eserciti).
Castità.
La tortora non fa mai fallo al suo
compagno, e, se l'uno more, l'altro
osserva perpetua castità, e non si posa
mai su ramo verde, e non bee mai
acqua chiara.
Lussuria.
11 palpistrello per la sua isfrenata
lussuria, non osserva alcuno univer-
sale modo di lussuria, anzi maschio
con maschio, femmina con femmina,
si come a caso si trovano, insieme
usano il lor coito.
fa el nido ; batte, e score tutto el paese
dintorno: e non ce lassa usar oselle:
che viva de rapina, per esser solo se-
gnore.
Gap. XXXVI (De la abstinentia).
Et puosi apropriare la virtù del
abstinentia a lasino silvatico, el quale
non beueraue mai acqua, si ella non
fosse chiara: et si lo uà al fiume o
a la fontana, e l'acqua sia torbida;
elio starà duoi o tre giorni, che non
beueraue, sperando che l'acqua se
schiare.
Gap. XXXVIl (De la gola).
Et puosi apropriare el vitio de la
gola a lo auoltor, che è uno oselo
tanto goloso, che andarla cento mia
per mazzar d'una carogna, et però
siegue loste de la zente darme: e le
bataie.
Gap. XXXVIII (De la castità).
Et puosi apropriare o aero asemiare
la virtù de la castità a la tortora, la
quale non fa mai fallo (al) suo com-
pagno, et se morisse un di loro, laltro
obserua perpetua castità, e mai più
non si accompagna, et sempre sta so-
litaria et in velame, et mai non beue
acqua chiara, et non si mette mai in
albore verde.
Gap. XXXIX (De la luxuria).
Et puosi apropriare o vero asemiare
el vitio de luxuria al Barbastrelo o
vero noctula che in verità è lo più
luxurioso animale, che sia al mondo:
siche per la sua desordenata et sme-
surata volontà, che elio ha de questo
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 167
vitio : non obeerva nìuno naturale
modo, come fan li altri animali, perchè
mascolo con mascolo: et femina con
femina; come se trovano, se coniun-
gono insiemi.
Mode rati za.
L'ermellino per la sua moderantia
non mangia se n(on) una sola volta
il dì, e prima si lasscia pigliare a'
cacciatori, che volere fuggire nella
infangata tana — per non maculare
la sua gientileza.
Afagnianimità.
Il falcone non piglia se non uccielli
grossi, e prima more, che mangiare
carne di non bono odore.
al traditore la morte è vita, perchè
se usa lialtà, non gl'è creduta.
Gap. XXXX (De la moderanxa).
E puosi apropriare o vero asemiar
la virtù de la moderanza a Tarmelino,
ch'è uno animale più moderato e cor-
tese e zentile, che sia al mondo : si
che per sua gran moderanza e naturai
zentileza non manza mai, se non una
volta al dì: e mai no manzarave de
ninna cosa soza; e quando piove non
ese mai de la soa tana : per non inv
pegarsi de fango, e questo fa per sua
zentileza, e mai non habita in loco
humido,ma sempre in loco sciuto: e
quando li cazadori lo voiono piare :
eli circonda(no) tuta la sua tana de
fango, e quando l'armelino ese fora,
eli sara(no) la boca de la tana: per-
chè la non posi retomare in la sua
tana. E quando el vede i cazadori: el
fuze, e quando zonze al fango si lasa
avanti piar, che volersi impegar, tanto
è zentile.
Gap. XXVII (De la magnianimità).
E puosi apropriare e asimiare la
virtù de la magnanimità al falcone.
Io se lasaraue inanzi morire de fame,
chelo manzasse de una carne marza,
e non pia mai, se non oselli grossi.
Gap. XXIII (De la falsità).
Longino dice : a lo traditore la
morte si è vita : perchè s' elo usa
lialtà, non i è creduta.
168
E. SOLMI
dimanda consiglio a ch(i) ben si
correggie.
giustitia voi potentìa intelligentia
e volontà, e si assomiglia al re delle
ave.
chi non puniscie il male, comanda
che si facci.
chi piglia la biscia per la coda,
quella poi lo morde.
chi cava la fossa, questa gli mina
adesso.
chi scalza il muro, quelo gli cade
adosso.
chi taglia la pianta, quella si ven-
dica colla sua ruina.
chi non rafrena la voluctà, colle
bestie s'acconpagni.
non si pò aver magior, né minor
signoria, che quella di se medesimo.
chi poco pensa, molto erra.
più facilmente si contesta al prin-
cipio, che al fine.
nessuno consiglio è più leale, che
quello che ai dà dalle navi, che sono
in pericolo.
Gap. XVIII (De la prudentia).
quando tu voli domandar conseio ad
altri, guarda prima come se rese lui.
Gap. XX.
Sancto Tomaso dice che tre cose
bisogna al homo a fare iustitia: po-
tentia, intelligentia e voluntà: e Puose
apropriare e asimiare la virtù de la
iustitia a lo Re de le Ave.
Gap. XXI.
chi non ponisce lo male, comanda
che lo mal se fazi.
Gap. XXI.
chi pia la bisia per la coda, si la
morde,
chi cava la fossa, si cade dentro.
chi revolze la pietra, si li cade
adosso.
(chi fende lo legno inasverato sarà
da quello inasverato, ed. Bottari).
Gap. XXXII.
chi non rafrena le sue voluntà, non
è homo, cum le bestie se puoi accom-
pagnare.
non se pò haver magior ne menor
signoria, che quella de si isteso.
Gap. XVIll.
el poco pensare fa molte volte er-
rare.
più leziera cosa è contrastare al
principio 0 vero al comenzamento
de le cose, che a la fine.
niuno conseio è meglior né più
liale, che quello che si dà ne le
navi che sono in pericolo.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 169
(DeWantivedere) Gap. ULTIMO,
il gallo non canta, se prima 3 volte Albertano dice, che ogni un che
non batte l'alie. voi esser honesto nel parlare, de* piar
exemplo dai gaio : che sempre, avanti
chele canti, sbate tre volte le ale.
Gap. XVUI.
aspetti danno, quel che si regie per aspetare si pò ben roinia, chi se
giovane in consiglio. reze per conscio de zovene.
Constantia
non chi comincia, ma quel che per- (non è da lodare chi comenzia, ma
severa (1). chi persevera) (ed. Bottari).
LXXIX.
PoRzoRE (da) Niccolò. Assorto ne' suoi lavori per la canaliz-
zazione dell'Arno, il Vinci si fa dare da un mercante sanese
Niccolò da Forzore, alcune notizie su certi canali di Fiandra,
donde si ritraeva, che « il fiume, che s'ha a piegare d'uno in
« altro loco, deve essere lusingato, e non con violenza aspreggiato,
« e a questo fare si de' cavare in fra '1 fiume alquanto di pescaia,
* e poi di sotto gettarne una più innanzi, e cosi si faccia colla
« terza, quarta e quinta, in modo che '1 fiume imbocchi col ca-
« naie datogli, e che per tal mezzo si scosti dal loco da lui dan-
« neggiato, come fu fatto in Fiandra. Dettomi, conclude Leonardo,
« da Niccolò da Forzore » (2).
(1) I frammenti, da me messi a riscontro dei vari capitoli del Fior di virtù, '
son da ricercarsi : il primo in Leonardo, Trattato della pittura (ed. Ludwig),
n. 77 : il secondo nel Manoscritto H, f. 47 verso ; il terzo nella Bibl. Melzi,
Testamento di Leonardo; il quarto e i successiNa nel Manoscritto JET, f. 5
recto e verso, f. 6 recto e verso, f. 7 recto e verso, f. 8 recto e verso, f. 9
recto e verso, f. 10 recto e verso, f. 11 recto e verso, f, 12 recto, 101 recto,
118 recto e verso, 119 recto, 48 verso, 101 recto.
(2) Lso.NARDO, Manoscritto di Leicester, f. 13 recto.
170 E. SOLMI
LXXX.
FosiNFRONTE ANGELO DA FossAMBRONE. Il richiamo del Ma-
noscritto M: « De moto locale... Tisber... Angelo Fossabron » (1) è
un evidente riferimento al De motu locali di Angelo Fossam-
bruno, studioso di meccanica del secolo XV; e forse precisamente
alla edizione, che si conserva nella Universitaria di Bologna :
« Tractatus guilelmi Hentisberi de sensu composito et diviso.
« Regulae ejusdem cum sophismalibus. Declaratio Gaetani
« supra easdem. Expositio lilteralis supra tractatum de tribus.
« Questio messini de motu locali cum expletione gaetani.
« Scriptum supra eodem angeli de fosambruno. Bernardi
« torni annotata supra eodem. Simon de lendenaria supra
« sex sophismata. Tractatus hentisberi de veritate et falsilate
« propositionum. Conclusiones ejusdem », Venetiis, per Bonetum
locatellii, ecc. MGGGGXGIV, in fol. (2).
LXXXI.
Franceschi (Pier de'). Accanto a Leon Battista Alberti scrit-
tore e architetto, i contemporanei di Leonardo ponevano Pier
de' Franceschi, scrittore e pittore. Questi, come Paolo Uccello
e Giocondo Veronese, innamoratosi della Prospettiva, vi aveva
lungamente meditato, con una profonda conoscenza di Euclide.
« Ma, scrive il Vasari, essendo stato tenuto maestro raro nelle
« difflcultà de' corpi regolari e nell'aritmetica e geometria, non
« potette, sopraggiunto nella vecchiezza dalla cecità corporale e
« dalla fine della vita, mandare in luce le virtuose fatiche sue,
« le quali nel Borgo sua patria ancor si conservano » (3).
(1) Leonardo, Manoscritto M, f. 8 recto.
(2) Ho esaminato anche l'altra opera di Angelo Fossambruno, Tractatus
de velocitate motus augmentationis, s. 1. n. d. Nulla vi ha attinto Leonardo,
negli scritti editi fin qui. Gfr. Vecchietti, Bibl. Picena, t. IV, p. 196.
(3) Vasari, Le vite, Firenze, 1889, III, p. 179, cioè in Borgo Sansepolcro.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 171
Quando Leonardo scrive : « Borges ti farà avere un Archimede
« del Vescovo di Padova, e Vittellozzo quello da il Borgo a
« San Sepolcro » (1) allude con l'ultimo nome alla Perspecdva
pingendi di Pier de' Franceschi o al Libellus de quinque cor-
poribus reguìaribitsì (2).
La nota del British Museum: « maestro Piero del Borgo» è,
senza dubbio, un ricordo di Pier de' Franceschi, detto Petrus de
Burgo o burgensis, ma non della persona (Pier de' Franceschi
era già cieco e vecchio nel 1409), bensì dell'opera, di quella
Perspectivn pingendi, che ci mostra ciò che di meglio fosse
stato fatto nella prima metà del sec. XV, in rispetto alla teorica
della pittura- (3). Luca Pacioli l'aveva giudicata «opera insigne»;
e Leonardo, benché movesse sul più sicuro terreno della prospet-
tiva binoculare, ne ha fatto, come ha dimostrato il Winterberg,
uno studio non superficiale (4).
LXXXII.
Francesco Miniatore. La nota di Leonardo: «ritrai il braccio
« di Francesco miniatore, che ha molte vene », (5) palesa rapporti
scientifici del Vinci con il miniatore Francesco Roselli o Rosegli,
fratello del noto pittore Cosimo.
Lxxxin.
Prezzi (Federico). Nella nota all'ematite del Codice Atlan-
tico è indicato Quadriì^egio (6), e fu facile al D'Adda scorgervi :
(1) Leonardo, Manoscritto L, f. 2 recto.
(2) Fichi G. F., Piero della Francesca, Firenze, 1893, p. 18.
(3) Cantor, yorlesungen ùber Geschichte der Matematik, Leipzig, 1892,
li, pp. 282-283. Pacioli, Summa de arithmetica, geometria, proportioni et
proportionalità, Venezia, 1494, e. 2 recto. Gfr. Uzielu, Ricerche intomo a
Leonardo da Vinci, Torino, 1896, pp. 430, 452.
(4) La Perspectiva pingendi si diffuse in due redazioni: una latina (Bi-
blioteca Vaticana), l'altra italiana (Bibl. di Parma). Quest'oltima redazione
fu edita nel 1899.
(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 209 recto. Gfr. Bradlet, Dict. of
Miniat., Ili, p. 171.
(6) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. « De" 4 regi ».
172 E. SOLMI
« Prezzi (Federigo) vescovo di Folingo. Il quadriregio del de-
« corso della vita humana overo libro de' Regni. Impresso in
« Firenze, s. a. » o « Incomincia il libro intitolato quatriregio
< del decursu della vita humana di messer Federico, impres-
« sum Mediolani, per Antonium Zarotura, 1488. Idibus aprilis ».
Reputo si tratti più facilmente di quest'ultima edizione. N ssuna
traccia di quest'opera nei manoscritti vinciani.
LXXXIV.
Frontino (Sesto Giulio). L'appunto di Leonardo: «Frontino de
< acquedotti » (1), porta naturalmente al De aqueductibus urbis
Romae dell'antico ingegnere, così importante per la storia del-
l'architettura e dell'idraulica. Delle molte edizioni fatte di questo
libro nel secolo XV citerò solo: Sexti juli Frontini, Viri Con-
sularis, De aquis que in Urbem influunt libellus mirabìlis,
Romae, 1490; Venetiis, 1494, ecc. Nulla il Vinci ha testualmente
attinto da questo libro, ma molto vi ha imparato (2).
LXXXV.
Gafurio Franchino. Che siano esistiti rapporti, di natura scien-
tifica, fra Leonardo da Vinci e Franchino Gafurio, nato in Lodi
a' 14 di gennaio del 1451, è assai probabile, senza tuttavia accet-
tare con ciò l'ipotesi di Luca Delirami, che il ritratto di musicista,
che si conserva 2\)ì Ambrosiana, e che dovrebbe rappresentare
il musico lodigiano, sia del Nostro; o quella di Gerolamo D'Adda,
che le tavole incise da Guglielmo Siguerre nella Praciica mu-
sicae sive musicae actiones in 4 libris del Gafurio, editi in
Milano nel 1496, siano state disegnate sotto la direzione di Leo-
(1) RiCHTER, The literary Works of Leonardo da Vmct, II, p. 443.
(2) Un'edizione di quest' autore fu anche curata, come si vedrà, da Gio-
condo Veronese. Sui meriti scientifici di Frontino Gfr. Montukla, Hist, des
Mathém., I, p. 411.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 173
nardo (1). È notevole il fatto che nessuna traccia evidente del-
r0pM5 miisice discipline, edito dal Gafurio nel 1480, 1486, 1492,
1500; e del De harmonia musicot^m insirumentorum opus
quadripartiium, edito nel 1508, che uniscono, al profondo sapere
e alla vasta erudizione nella musica, uno stile più colto di quel
che di solito s'adopera in simil genere di scritti, si riscontra ne)
Ubro degli strumenti armonici di Leonardo.
LXXXVI.
Qaleno. Se Leonardo non cita di seconda mano, è da reputarsi
che con la noticina: « Galieno de utilità » (2), il Nostro si rife-
risca ai diffusissimi Therapeuticoynim. ttbri XIV, contenuti in
Galeni, Opera Venetiis, 1490, 1502, 1511, ecc., donde tuttavia
nulla trasse testualmente l'artista.
Lxxxvn.
Gaurìco Pomponio. Mentre Leonardo si trovava in Firenze
(1504), usciva coi tipi di Filippo Giunta un piccolo volume in-8°
di 46 fogli, dove il Nostro è chiamato « Archimedeo ingenio no-
< tissiraus (3) ». È questo il De sculptura ubi agitur de symetriis,
de linenmenlis, de physiognonomia, de perspectica, de chimice,
de ectyposi, de caelatura etusque speciebus, Praeterea de ce-
ie>Hs speciebus Statuariae, De Plastica, De Paragligmatice, De
Tomie, De Colaplice, De claiHs sculptoribus ac plerisque altis
rebus scitu dignissimis, Florentiae, Vili Gal. lanuar. MDIIII, in-S"*
(Pisauri, penes Hieronymum Soncinum), etc. di Pomponio Gau-
rico, napoletano, poeta non privo di ingegno e di grazie, benché
(1) Bkltrami, Il « Musicista > di Leonardo da Vinci in Raccolta Vin-
ciana, Milano, 1906, II, pp, 75 sgg.
(2) Leonardo, Windsor Anatomy, II, f. 202 verso. Si noti che < Galieno
« de utilità > è citato più volte anche nella Cirogia di Guy de Chauliac.
(3) Gaurici Nbapolitani, De sculptura, ecc., Firenze, 1504, p. 1 verso.
174 E. SOLMI
molle e lascivo, che più tardi fu professore nell'Università di
Napoli e maestro di Ferrante Sanseverino, principe di Salerno,
fratello sopra tutto di quel Luca, che acquistò tanta fama nel
secolo XVI come astronomo (1).
Sarebbe strano che il Vinci non si sia procurata notizia del
De sculptura, non tanto per esservi egli nominato, come uomo
di scienza (cosa più unica che rara!), quanto per le svariate
materie, che vi si trattavano, ma i Manoscritti non serbano in-
dizi evidenti di questa lettura.
Lxxxviir.
Geometria. « Il Vespuccio mi voi dare un libro di Geometria »,
scrive il Vinci nel Manoscritto del British Museum. Il richiamo
è così vago ed indeterminato, che è impossibile stabilire a che
libro di Geometria l'artista si riferisca (2).
LXXXIX.
Giacomo Andrea di Ferrara. Giacomo Andrea di Ferrara,
architetto e « accuratissimo sedatore delle opere di Vitruvio »,
arrivò alla corte milanese attorno al 1480. Scienziato, ma non
scrittore di scienza, diffonde, con l'entusiasmo della parola, i me-
todi e i principi degli antichi. Ben presto dovette avvicinare
Leonardo, perchè nel 23 luglio 1490 la loro amicizia era già
tanto intrinseca, che l'artista fiorentino scrive : « andai a ciena
« con Jacomo Andrea ». Questo avvenne in Pavia. Poco più di
tre anni dopo, nel 1494, troviamo, in Vigevano, Leonardo insieme
con «Jacomo Andrea >; e nel 1498 Luca Pacioli ci attesta, che
l'intimità dei due amici era allora divenuta proverbiale (3).
(1) Origlia, Storia dello Studio di Napoli, li, p. 8. Tafuri, Scrittori
napoletani. III, P. I, p. 231, P. VI, p. 102.
. (2) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 48 recto. II Vespuccio,
qui ricordato, è Bartolomeo, figlio di ser Nastagio.
(3) Leonardo, Manoscritto C, f. 15 verso. Manoscritto K, f. 109 verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 175
1 ragionamenti di Leonardo e dell'architetto ferrarese dovet-
tero, senza dubbio, aggirarsi lungamente intorno alla scienza
degli antichi, intorno all'arte di costruire mezzi di difesa e di
offesa, e, soggetto più alto, intorno ai principi della statica e
della dinamica. Il testo fondamentale dei loro ragionamenti do-
vette essere Vitruvlo: « Messer Vincenzo Aliprando, — scrive
« infatti Leonardo, parlando forse di un fratello del famoso giu-
« reconsulto Ambrogio e del canonico Simone — , che sta presso
* all'osteria dell'Orso, ha il Vitruvio di lacomo Andrea » (1).
La cena solitaria del 1490, la cooperazione del 1494, il con-
vegno del 1498, accennato da Luca Pacioli, non furono forse le
sole cene, le sole cooperazioni, i soli convegni dei due seguaci
della scienza esatta. Questa fraterna amicizia, che sembrava
nulla dovesse indebolire, né spegnere, fu infranta da un avve-
nimento fatale. Dopo i casi precipitosi, che rovinarono lo stato
degli Sforza, il 4 febbraio 1500 Giacomo Andrea di Ferrara e
Niccolò della Basula convinsero i cittadini di Milano a riaprire
le porte a Ludovico il Moro. Leonardo s'era rifugiato, fino dal
1499, in Venezia, e poi era ritornato in Firenze.
Giacomo Andrea, fedele al suo antico signore, ne aveva desi-
derato e reso possibile il ritorno. Il 15 aprile 1500 Giangiacomo
Trivulzio, comandante dei francesi, entrava in Milano animato da
rigida severità. Il suo primo atto è di incarcerare Giacomo An-
drea «valet de chambre du seygneur Ludovic» e Niccolò «barbier
« et cirurgien de la ville de Millan » ; ma, per intercessione del
vescovo Pallavicino, il primo ha ottenuto * gratia et presto il
« caverà di prigione ». Con lettera di due giorni dopo, l'oratore
Cfr. anche Manoscritto H, f. 94 recto : e Agagia - Nicolao - refe - Fer-
< rando - Jacopo Andrea - tela - Pietro - colore - pennelli - tavoletta da
< colori - spunga - tavola del Duca ». Qui son ricordati Niccolò della Ba-
sula (?), Ferrando Spagnuolo, Giacomo Andrea di Ferrara, Pietro Monti e
Lodovico il Moro. Cfr. Luca Pacioli, Divina proporlione (1509), P. I, e. 2,
recto e verso. Uziklli, Ricerche intomo a Leonardo da Vinci (1896),
pp. 378 sgg. Cittadella, Notizie relative a Ferrara (1864), p. 341.
(1) Leonardo, Manoscritto K, f. 109 verso.
176 E. SOLMI
di Ferrara a Milano annunciava, che Jacomo Andrea, dopo aver
ottenuta la grazia della vita e la facoltà di passeggiare per la
rocca, tutto ad un tratto, quella mattina, cioè il 12 maggio 1500,
era stato decapitato nel Castello, e poi squartato, e che i quarti
erano stati mandati alle porte, con quelli del suo compagno Nic-
colò della Basula (1). Per uno strano gioco della sorte, a Leonardo
da Vinci fu poi dato più tardi, l'incarico di innalzare il sepolcro
« a Giovanni Jacomo Trivulzio » (2), ma la morte gli vietò di
compiere quest'offesa verso la memoria dell'amico.
XC.
Gherardo Miniatore. L'amicizia di Leonardo da Vinci con
Gherardo, miniatore fiorentino, che oggi ci è rivelata dalle carte
di Windsor, in una nota poco chiara : « riserva all'ultimo del-
* l'ombre le figure, che compariranno nello scrittoio di Gerardo
« miniatore a Sancto Marco in Firenze» (3); ci impone di segnare
fra le sorgenti della coltura del Vinci anche il nome dell'artista
fiorentino, che come scrive il Vasari «miniò un'infinità di
« libri » (4). È naturale che tale amicizia non dovesse essere infe-
conda a chi era animato da un ardente desiderio di apprendere,
non solo dalla natura vivente, ma anche dai libri.
XGL
Ghiringhelli. Quando Leonardo, in Milano, si rivolgeva alla
casa di Pietro e Antonio Ghiringhelli, per ricercarvi le opere
(1) R. Archivio Estense. Cancelleria Ducale. Dispacci da Milano. Lettera
di Giovan Giorgio Seregni al Duca di Ferrara del tO maggio 1500. Gfr. Prato,
Storia di Milano, in Archivio Storico Ital. (1842), p. 251 sgg. Jean D'Auton,
Croniques (ed. De Maulde) I, p. 139, 277, 278.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 179 verso.
(3) Leonardo, Windsor Library, f. 232 verso (F). Gherardo miniatore è
considerato come l'inventore « delle ombre grandi tratte dalle lucerne ».
(4) Vasari, Le vite, p. 373. Di questi libri alcuni li miniò per S. Maria
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 177
prospettiche e meccaniche di Biagio Pelacani da Parma, cono-
sceva egli il dramma, che avea insanguinato la soglia di quella
porta? Tutto assorto nelle sue ricerche scientifiche: «Eredi «di
< maestro Giovan Ghiringhello, scrive il Vinci, hanno opere del
« Pelacano» (1).
Giovanni de' Ghiringhelli, che era stato professore nella Uni-
versità di Pavia, poco prima della metà del sec. XV, accusato di
omicidio, era stato condannato al bando e alla confisca dei beni.
Un FormulaiHo della cancelleria di Francesco Sforza duca di
Milano, che si conserva nella Biblioteca Universitaria di Bologna
(cod. n* 707) contiene a carte 39 recto Mxi'absolutio ab homicidio,
pronunziata in favore degli ' eredi di maestro Giovan Ghirin-
ghello ' : « Pietro e Antonio di Giovanni de' Guiringeli », annota
il formulario, « sono assolti dal bando, e da ogni altra condanna
« pronunziata contro il padre loro per omicidio ».
Alla casa di costoro Leonardo, per l'amore del sapere e per il
desiderio della conoscenza, rivolse, pressoché ignoto al suo se-
colo come scienziato, il suo sguardo e il suo passo.
xai.
GiANANGELO Andrea, pittore. «Un nipote, scrive Leonardo,
« di Gianangelo, dipintore, ha uno libro d'acque, che fu del padre ».
11 Gianangelo dipintore, qui ricordato, è un diccalis mgeniarius
del Fiore, altri per Mattia Corvino re dUngherìa, ricordato con tanto af-
fetto da Leonardo nel Trattato della pittura, * i quali, aggiunge il Vasari,
< sopravvenuta la morte del detto re, insieme con altri di mano di Vante
< e d'altri Maestri, che per lo detto re lavoravano in Fiorenza , furono pa-
< gati, e presi dal magnifico Lorenzo de' Medici, e posti nel numero di
€ quelli tanto nominati, che preparavano per far la libreria ».
(1) Leonardo, South Kensington Museum III, f. 3 verso. Giovanni Ghi-
rìnghelli era stato profes-sore di Logica nel 1442-1443, di medicina e di me-
tafisica nel 1453, di filosofia ordinaria nel 1455, di fisica ordinaria nel 1461-1462,
di filosofia ordinaria nel 1464-1465, di pratica medica ordinaria < de sero >
nel 1467-68. Il suo nome ricompare nel 1483: « lectora Almansoris 1483 ».
6i4»maU ttorieo. — Sappi, n» 10-11. 12
178 E. SOLMI
et pinctor di Lodovico il Moro, e precisamente « Andrea Gianan-
« gelo », di cui restano memorie negli Annali della fabbrica del
Duomo di Milano (1).
xeni.
Giocondo (fra) Giovanni da Verona. Leonardo nomina gue-
st'uomo, rarissimo ed universale in tutte le più lodate facoltà,
la cui opera di erudizione sulle iscrizioni antiche meritò di esser
chiamata dal Mommsen « insignem et ad multas partes perutilem »,
una sola volta nei suoi manoscritti, sotto lo schizzo di un giardino
con la nota: «ed giardino di Bles; a b è il condotto di Bles
« fatto in Francia da fra Giocondo : b e è il mancamento del-
« l'altezza di tal condotto; e d è l'altezza del giardino di Bles;
« e f è la caduta della cicognola ; b e, e f, f g, è dove tal cico-
« gnola versa nel fiume» (2). È grandemente probabile, come
vedremo, che Leonardo abbia conosciute le edizioni di Frontino
e di Vitruvio, dedicate da fra Giocondo a Giuliano de' Medici (3),
ma l'appunto sopra citato, relativo a lavori di architettura e di
idraulica, compiuti oltre che a Blois, in Venezia, in Verona, in
Roma, in Parigi, fa sospettare un più largo interessamento per
le opere e gli scritti del grande veronese. Fra Giocondo fu uno
spirito grandemente affine a Leonardo per l'universalità delle
attitudini e per l'entusiasmo, che aveva riposto nello studio degli
(1) Leonardo Codice Atlantico, f. 222 recto. Gfr. Annali della Fabbrica
del Duomo di Milano dall'origine fino al presente pubblicati a cura della
sua amministrazione, Milano, 1877-1885, voi. Ili, passim.
(2) Leonardo, Manoscritto K^, f. 20 recto.
(3) Il Vinci si trovava in casa di Giuliano de' Medici in Roma, quando
Giocondo Veronese presentava a questo principe il Vetruvius iterum et
Frontinus revisi repurgatique quantum ex collactione licuit. Flo-
rentiae, 1513 in-S", già editi in Venezia nel 1496 col Panepistemon di An-
gelo Poliziano. Gfr. Tipaldo, Elogio di fra Giovanni Giocondo Veronese,
Venezia, 1840, Zendrini, Memorie storiche dello stato antico e moderno
delle lagune di Venezia, Padova, 1811, voi. II, dove si riferiscono quattro
memorie idrauliche di Fra Giocondo. Mommsen, Corpus Inscript. lat. v. Ili,
p. I, Berlino, 1873, p. xxvii.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 179
scrittori antichi, quali Cesare, Plinio il giovane, Catone, Vairone,
Columella, Palladio, Pesto, Nonio, Aurelio Vittore ; e della natura.
Il Sanuto lo dice < docto in grecho et latin », e Giulio Cesare
Scaligero, che fu suo discepolo, lo celebra come di santissimi co-
stumi ed eruditissimo. Al Pontefice Giulio II irà Giocondo scri-
veva : « Scripsi tamen de architectura et de mathematicarum
< disciplinarum usu ac tractatione multa, sed nondum elaborata,
« nondum satis perpolita, ut copia et raritate et operum varie-
« tate et doctrina, nomini, qui de harum rerum usu scripserint,
« cessurum sim » (1).
XGIV.
Giovanni di Parigi. Più intime furono le relazioni dell'artista
con Giovanni di Parigi, il maggior « peintre, ingènieur et archi-
< tecte > , che potessero vantare allora i Francesi. Un poema,
scritto nel 1509, La legende des Vèniliens, racconta che Luigi XII
si faceva accompagnare, con l'incarico di riprodurre sulla tela
i paesi e i principali fatti d'armi, da un secondo Zeusi o Apelle,
apparso al mondo sotto il nome di Jean de Paris.
Jean de Paris, figlio del poeta e pittore francese Claudio Per-
réal, fu uno dei favoriti di Carlo Vili, Luigi XU e Francesco I.
Il suo nome si trova la prima volta nel 1489 fra gli uomini ado-
perati dal municipio di Lione; e la seconda nel 1493, come diret-
tore delle feste per l'ingresso di Carlo VIII, cui poi indirizzava,
insieme ad un gruppo di pittori, intagliatori e lavoranti in vetro
lionesi, una supplica nel 1496.
Venuto con Luigi XII in Italia, dipinge sovrani e soldati, paesi
e battaglie; ingegnere militare e architetto, presta la sua opera
a mille faccende; poi si fa cantare, a tempo e a luc^o, dal poeta
Giovanni Lemaire, che ama tenere al proprio fianco, onde ador-
narsi del profumo della poesia.
(i) Dedica di Giocondo a Giulio II del M. Vitrctids per Jucundum
solito castigatior faetus cum figuris ecc. (1511).
180 E. SOLMI
In Milano diviene amico e ammiratore di Leonardo: il poeta
suo favorito si attenta quindi nella Plainte du dèstre (1509) di
aggiungere, alle lodi del protettore, quelle di
Léonard, qui a gràces supernes.
I manoscritti del Vinci, alla loro volta, non sono muti in ri-
spetto a Jean de Paris, se si accetta la ragionevole ipotesi, che
si debba vedere quest'uomo sotto il nome di « Giovanni Francese >
e a dirittura di «Gian di Paris ». In una nota Leonardo ricorda « la
« misura del sole promessami da maestro Giovanni Francese » (1),
un metodo forse per risolvere quell'arduo quesito della gran-
dezza reale del sole dedotta dalla apparente, che tanto travagliò
il fiorentino. In un'altra nota: «Speculum, scrive il Vinci, di
« maestro Giovanni Francese » (2) , un libro , probabilmente lo
Speculum naturale del di Beauvais. In una terza finalmente:
« Impara da Gian di Paris il modo di colorire a secco » (3).
XGV.
Giordano Nemorario. La parola de ponderibus, che si trova
frequentemente nei manoscritti di Leonardo, sta alcune volte ad
indicare uno scritto del Vinci stesso (4) (da lui ordinato in modo
simile al trattato De Vocie), altre volte significa un libro d'altro
autore, ch'egli teneva prezioso. Preparandosi ad un viaggio, l'Ar-
tista scriveva: « tolli de ponderibus » (5); e che qui non si parli
ne del frammento attribuito ad Euclide, ne dell'opera omonima
di Biagio Pelacani, ma del celebre Tractatus de ponderibus di
Giordano Nemorario, lo induco da un'altra nota vinciana, dove,
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 222 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto /, f. 28 recto.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 247 recto.
(4) Di tal fatta sono per esempio le citazioni del Vinci di un De ponde-
ribus suo proprio nel Manoscritto A, f. 1 verso e 47 recto e verso, nel
Manoscritto del South Kensington Museum, I, f. 48 verso.
(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 246 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 181
accingendosi alia partenza, è scritto: «Ricordo: Giordano de pon-
deribas » (1).
Si è riconosciuto, oggi, mediante lo studio della Oeomeb^ vti
de TriangiUis, del De isoperimetr^ , deW Atnthmetica demon-
strafa, deW Atgoy^ethmus demonsb^atics, del De numerai? datis,
che il Nemorarìo si deve considerare, insieme con Leonardo Fi-
bonacci, come il rinnovatore delle moderne scienze matema-
tiche (2). In quanto poi riguarda lo studio delle leggi del moto,
è dimostrato, che il Nemorario procedeva, come il Vinci, non con
le arguzie dell'ingegno, come avean fatto molti degli antichi, ma
con l'esperienza e con la matematica. All'astratta ponderosità di
Archimede il Tractatus de pondey^bus sostituisce lo studio della
forza e dei moti in concreto, con belle considerazioni sulla compo-
sizione dei movimenti e sui momenti della discesa dei gravi lungo
ì piani inclinati (3). Leonardo in tutti i suoi scrìtti meccanici
ha sempre dinanzi alla mente le proposizioni del De pondertbus,
le quali, con la lor concisione, lasciavan piuttosto al lettore libero
campo di svolgerle in nuovi teoremi e problemi, che di trascri-
vere materialmente il loro contenuto. Ed io potrei attraverso i
manoscritti vinciani seguire a passo a passo le meditazioni del-
(1) Leonardo, Manoscritto Windsor Library, f. 141 recto.
(2) Gantor, Vorlesungen ùber Geschichte der Mathematik. Gap. XllI
e XIV. GuRTZE, Jordanus Nemorarius in Mitteilungen des Copemicus- Ve-
reins zu Tom., 1887, voi. VI e Zeitschrifì ftir Mathematik und Physik, 1891,
voi. XXXVI. h' Arithmetica demonstrata era stata edita nel 1496 a Parigi.
(3) Sotto il nome De pondertbus, Leonardo allude a diversi trattati, che
giunsero a sua conoscenza, uno dei quali è attribuito a Giordano Nemorario.
Nel Medio Evo la meccanica aveva sollecitato gli sforzi di due categorie di
pensatori. Da una parte i Maestri deirUniversità, quando commentavano la
Physicae auscultatio ed il De coelo et mundo, sviluppavano, a proposito del
movimento e dell'equilibrio dei pesi, le idee peripatetiche. Dall'altra parte,
prima e dopo il sorgere delle Università e fuori da esse, i geometri svilup-
parono una Scientia de ponderibus, che non ha nulla a che fare con la fi-
sica della Scuola. Molti nomi di filosofi delle scuole son giunti fino a noi :
Alberto di Sassonia, Marsilio d'inghen, Pietro d'Ailly, Timone figlio delFe-
breo, Biagio da Parma ecc. Al contrario noi ignoriamo quasi tutti i geometri,
che hanno illustrata la scuola De ponderibus, e i trattati, che vi si com-
182
E. SOLMI
l'artista sul Nemorario, se la via lunga non mi sospingesse a
trattenermi sulle prime e fondamentali proposizioni, sufQcenti
tuttavia a dimostrare qual fu l'efflcacia del matematico tedesco
sul Nostro.
Leonardo.
Ogni peso desidera scendere al
centro per la via più breve...; e quella
cosa clie più pesa, essendo libera, più
presto cade.
Quanto il grave si moverà per
linia più vicina alla centrale, tanto
8Ì dimostrerà di maggior gravezza.
L'acqua, ricievuta nell'angolo su-
pino, occuperà tanto più dell' una
faccia che dell'altra, quanto l'una fia
più obliqua dell'altra (Ms. A, f. 22
recto).
Quel peso è più grave, che discende
per linia manco obliqua.
Ogni corpo di lunga figura, d'equale
grossezza e peso, sospeso ne' sua
estremi da due corde, attaccate nelli
estremi d'equal braccia della bilancia,
benché esse corde siano di varie lun-
ghezze, nientedimeno sempre le bi-
lance staranno nella linea della
equalità (Ms. C, f. 7 recto).
Giordano.
I. Omnis penderosi motum ad me-
dium esse (pag. 4).
II. Quanto gravius, tanto velocius
descendere (pag. 5).
III. Gravius esse in descendendo,
quanto ejusdem motus ad medium
est rectior (ivi).
IV. Secundum situm gravius esse,
quanto in eodem situ minus obliquus
est descensus (Praefato).
V. Cum fuerint appensorum pon-
dera aequalia, non motum faciet in
aequilibri, appendiculorum inaequa-
litas (pag. 11).
ponevano, o sono anonimi, o vengono attribuiti indifferentemente a Euclide,
Archimede, Giordano Nemorario. Secondo le ricerche del Duhem bisogna
distinguere tre trattati, fra quelli che correvano più frequentemente nelle
scuole ai tempi di Leonardo. Un geometra di genio, del quale noi igno-
riamo tutto, eccettochè il nome, inaugurò la statica dei tempi moderni,
in un breve scritto destinato a servire di introduzione al De canonio di un
geometra chiamato Charistione. Questo scritto creava la nozione di gravità
secundum situm, e inventava il metodo dei lavori virtuali, servendosene
per provare la legge d'equilibrio della leva. Da questo bisogna distinguere
altri due trattati. Il primo è l'opera di un filosofo per nulla affatto geometra.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 183
XGVI.
Giustino (Marcio Iuniano). Il Vinci, come risulta dal Codice
i4//an<fco(l), possedeva: *Jl libro di lustino, posto dUigentemente
« in materna lingica », Venetia ale spesse di lohanne de Colonia
et lohanne Ghezetze, 1477, in fol. Leonardo è anche egli, a suo
modo, un umanista, e si compiace d'ornare i propri scritti con
qualche richiamo classico. Parlando dei rapporti fra la teoria e
la pratica: « vedi primo, scrive, la poetria di Orazio » (2); rivol-
gendosi ai fabbricieri del duomo di Piacenza, per esortarli a com-
piere un'opera d'arte bella e degna : « allega Plinio » ; e accennando
alla malvagità degli uomini, distruggitori delle opere mirabili di
natura, rammenta Giustino. «Li abbreviatori delle opere, an-
« nota, fanno ingiuria alla cognitione e allo amore. FI non t'avvedi
« che tu cadi nel medesimo errore, che fa quello che denuda la
« pianta dell'ornamento de' sua rami, pieni di fronde, miste co li
« odoriferi fiori o frutti? — Sopra dimostra (che) in quella pianta
« esser da fare di lunghe tavole — Come fecie Giustino, abbre-
« viatore delle storie scritte da Trogo Pompeo, il quale scrisse
«ornatamente tutti li eccellenti fatti delli sua antichi, li quali
« eran pieni di mirabilissimi ornamenti, e cosi compose una cosa
« inuda, ma sol degna d'ingiegni impatienti, li quali pare lor
« perdere tanto di tempo, quanto quello è, che è adoprato util-
« mente, cioè nelli studi delle opre di natura e delle cose
« umane » (3).
che cerca di riattaccare le dottrine di Giordano ai principi della fisica d'A-
ristotile. Rogero Bacone Io chiama col nome di commentatore. Il terzo trat-
tato è opera di un geometra abile, che racchiude alcuna delle scoperte più
feconde, che siano state fatte nella Statica, e questo fu chiamato dal Duhem
il Precursore di Leonardo da Vinci (Les origines de la Statique, e. VI).
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. < Justino>.
(2) Leonardo, Manoscritto G, f. 8 verso.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 319 recto. Notes et dessins sur le
Cceur, f. 14 verso.
i84 E. SOLMI
XGVII.
GozzoLi Benozzo. Leonardo da Vinci si rivolse a Benozzo Goz-
zoli (morto dopo il 1484) per leggere il De divinis institutionibus
o qualche altro scritto di Lattanzio ? « Lattanzio, scrive l'artista,
« libro di Benozzo » (1). Costui fu discepolo dell'Angelico fra Gio-
vanni, e a ragione amato da lui, e da chi lo conobbe tenuto
pratico di grandissima invenzione e molto copioso negli animali,
nella prospettiva, ne' paesi e negli ornamenti.
XGVIII.
Grammatica. Con la nota « Grammatica di Lorenzo de' Me-
« dici » (2), Leonardo accenna (non alla lettera nella quale il Ma-
gnifico cerca di caratterizzare a Federigo d'Aragona il posto degli
antichi nostri poeti) (3), ma ad una delle tante grammatiche latine
del sec. XV, come, ad esempio, a Venturinus Franciscus, Rudi-
menta fframatices ex multis voluminibus excerpta et in unum
corpus reducia, (in fine) Florentiae,per Anionium Bartholomaei
Mischomini, 1482, in fol., che forse si trovava nella Libreria
Medicea (4), oppure tra i libri di Lorenzo di Pier Francesco de'
Medici (5).
XGIX.
Grammatica del Conte di Pavia. A proposito di questo co-
dicetto, già appartenuto al Conte di Pavia, Massimiliano Sforza,
(1) Leonardo, Études et dessins d'archit., f. 6 verso: « Lattanzio libro di
« Benozzo, gruppi - fa legare il libro - lucerna - ser Pocantino - Pandolfino -
* Rosso - squadra - coltellini - cavezza - streglia - tanaglina -tazza».
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 120 recto.
(3) Reumont, Lorenzo de' Medici the Magnificient, Londra, 1876, voi. I,
p. 457.
(4) Volpi, Una nota di libri posseduti da Lorenzo il Magnifico, in Ras-
segna critica della letteratura italiana, voi. V, p. 81.
(5) Solmi, Leonardo, p. 207 sgg.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 18 5
rAmoretti scrive: «In un codicetto triulziano, in coi ammiransi
« molti disegni di Leonardo e della sua Scuola, uno ve n'ha di
« bel giovanetto, che credesi essere Francesco Melzi ». Questi
disegni, scrive l'Uzielli, non sono di Leonardo, e forse neanche
di un suo allievo. Le miniature sono dieci, ed il Milanesi vi
ritrova la mano di « Fra Antonio da Monza, miniatore eccellente,
« sebbene poco noto » (!)•
a
Grimani. Mentre Leonardo da Vinci fuggiva attraverso la pia-
nura lombarda ed il Veneto, per porsi in iscampo con Luca Pa-
cioli e altri artisti e dotti, che si erano raccolti intorno a Lodo-
vico il Moro, dalla furia degli eserciti di Luigi XII; tutta la città
di Venezia era insorta contro Antonio Grimani, capitano generale
di mare, che aveva perduto a Lepanto contilo i turchi;
Antonio Grimani,
Ruina de' cristiani,
Rebello de' venitiani,
Poostu esser manza da canni.
Da canni, da Gagnolìi
Ti e toi fioUi (2).
L'opinione pubblica in Venezia chiedeva a gran voce un riparo
contra le frequenti incursioni degli infedeli, principalmente nel
Friuli, e risalgono certo a questo tempo un abbozzo di lettera e
certi appunti e disegni vinciani, relativi alla difesa delle < nostre
< parti italiche », e principalmente dei domini della Serenissima
Repubblica, dal lato del confine orientale (3).
(1) Amoretti, Memorie, p. 53, n. 1. Uzieuj, Ricerche intomo a L. d. V.
(1884), p. 385. Milanesi, in Vasari, Le vite, voi. IV, p. 28 nota.
(2) Sanuto, Diarii, p. 5, 1° ott. 1498.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 234 verso : € Illustrissimi signori mia,
« avendo io conosciuto, che per qualunque parte di terra ferma e Turchi per-
< venire si possino alle nostre parti italiche, alfin conviene a quelli capitare
«al fiume l'Isonzio >.
186 E. SOLMI
« Illustrissimi Signori mia, — scrive Leonardo rivolgendosi, con
una lettera, forse ai capi dell'uffizio per le armi e le fortificazioni, —
< Avendo io veduto, come e turchi non possano prima venire in
« Italia, per alcuna parte di terra ferma, che non passino il fiume
« risonzio, e benché io cognosca non potersi fare alcun riparo di
« lunga permanenza, non resterò però di ricordare che i pochi
« omini, coll'aiuto di tale fiume, (non) vagliano per molti Ho
« giudicato non si potrà fare riparo in alcun altro sito, che sia
« di tanta universale valitudine, quanto quello che si fa sopra
« detto fiume » (1).
Il Vinci si era recato nel Friuli; aveva fatto un piccolo schizzo
del corso dell'Isonzo e del Wilpbach, nelle vicinanze di Gorizia,
aveva interrogati i paesani (2), e aveva concepito di costruire
quello, che egli chiama un ' serraglio mobile ', ' un sostegno
dentato ' (3), che resistendo alla corrente impetuosa del fiume
poteva alzare, quando si volesse, le acque ad un livello consi-
derevole, ed impedire, con l'innondazione del territorio, la marcia
del nemico.
Fu in questa occasione, che egli avvicinò la prima volta la fa-
miglia dei Qrimani, e sentì compiangere la sorte di Antonio, chiuso
nelle prigioni del Palazzo Ducale. Non senza commozione nel
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 234 verso. Gfr. Codice Atlantico, f. 218
recto : « 36 milioni d'oro si son vantati li Veneziani di potere spendere in
< dieci anni nella guerra dello Imperio, Chiesa, Re di Spagna e di Francia,
« a trecentomila ducati il mese ». I danari per l'opara non mancavano
dunque a Venezia.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 234 verso : « Ponte di Gorizia, Vilpago,
« alta, alta ».
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 234, verso : « Illustrissimi signori mia,
<c avendo io bene esaminato la qualità del fiume Isonzio, e dai paesani inteso
« come per qualunche parte di terra ferma vi passino i Turchi alle parti
« di la Italia, alfine conviene capitino al detto fiume, onde per questo ho giu-
« dicato, che,' ancora che sopra esso fiume ripari far non si possino, che
« alfine non sieno minati e disfatti dalle sue inondazioni ». Si confronti
anche Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 270 verso. « E fac-
« ciasi il serraglio mobile che io ordinai nel Friuli ». Codice Atlantico, f. 79,
recto: «Bombarde [...] a Venezia, col modo che io detti a Gradisca...». E
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 187
marzo del 1500 Leonardo udiva la notizia sparsa per Venezia del-
l'interrogatorio del capitano generale di mare, < Sier Antonio Gri-
< mani, procurator », che era venuto ' di prexon suso, con vesta
negra, a raanege pigole, canudo et senza bareta in testa *.
Quando l'infelice capitano fu condannato al confine in Cher8o(l),
Leonardo si trovava già da parecchi mesi in Firenze (2). Fu sol-
tanto più tardi in Roma, nei primi giorni del 1503, che il Vinci
potè avvicinare l'esule Antonio Grimani, che da Gherso si era
quivi rifugiato, e vergare quel mirabile disegno simbolico delle
virtù, che si conserva nelle carte vinciane del British Museum,
e che porta la nota: « Messer Antonio Grimani veneziano com-
« pagno d'Antonio Maria ». Era un tributo reso all'esule sconfitto?
oppure una semplice opera d'artista ?
più oltre, f. 234 verso: «Quanto l'acqua è più torbida, più pesa, e quanto
< più pesa, più si fa veloce nel suo discienso, e quella cosa, cb'è più veloce
< più offende il suo obbietto. 0 la cosa nota sopra dell'acqua, o ella [è
« ferma]. L'acqua non ruina, s'ella non si move, e, movendosi, ciò che si
< trova sotto la sua superficie, che non sia fermo col suo fondo, si move tanto
< più tardo che l'acqua, quanto ella è più grave... Poi portare delle cose col
< corso, cioè legnami e sassi ? Non vò fare sostegno, che passi le più basse
< vie, cioè 4 braccia... Di' quel che fia detto contro alla premanenza. I le-
« gnami, che son portati da i fiumi, romperanno?... A questa parte rispondo
< che tutti i sostegni, fieno nella loro altezza eguali alla minor bassezza delle
€ argine, e venendo il fiume a crescere insino a tale altezza, esso non entra
€ ne' boschi vicini all'argine, e non rientrando, non si concede che possa
€ levare alcun legniame, e così il fiume corre sol colla sua acqua di sem-
< plice turbolenzia E s'ella s'innalza sopra essa argine, come s'è visto
« questo anno aver superato le minore argine circa 4 braccia, e s'essa porta
€ con esso legniami grandissimi, quelli levandoli a noto, a compagnia col suo
« corso, e' li lascia appoggiati e fermi a quelli magiori alberi, che li sono
< atti a resistere, e rimangano perch'hanno rami E se pure entrano nel
« fiume, essi v'entrano per avere pochi o nessun ramo, e notano di sopra, e
< non toccano il mio sostegni© dentato ».
(1) Sanuto, Diarii, v. IV, p. 53, 27 giugno 1501. « El dito Marco Be-
< vazan. volendo ripatriare, andò a Gherso, dove trovò ser Antonio Grimani
€ olim capitanio zeneral nostro de mar, ivi confinato, molto grasso, in ocio ».
(2) Sostenni, contro il Mùller-Walde, che Leonardo il 24 aprile 1500 era
già in Firenze. Oggi un documento importantissimo dell'Archivio di Stato
di Mantova, comunicatomi da Alessandro Luzio, viene a confermare la mia
affermazione. E una lettera dell'll agosto 1500 ad Isabella Gonzaga. < Mando
188 E. SOLMI
Antonio era infatti lo sconfìtto di Lepanto; ed Antonio Maria
il cardinale, il patriarca di Aquileia, che è probabilmente nominato
anche nell'altra nota del Vinci: « Stephano Chigi, canonico de
« dicto Regno, quondam familiar del klarissimo cardinale Gri-
« mani a Sancto Apostolo » (1), dove si riferisce propriamente a
Stefano Ghisi (od altrimenti scritto Ghisi, Gixi o Gisi), il quale
appunto possedeva una abitazione nella parrocchia dei SS. Apo-
stoli in Venezia, e viveva ancora nel 1542.
CI.
Gualtieri di Gandia. « In Gandia di Lombardia presso Ales-
ai sandria della Paglia, facendosi per messer Gualtieri di Gandia
« uno pozzo , fu trovato uno principio di navilio grandissimo
« sotterra, circa a braccia 10, e perchè il legniamo era nero e
« bello parve a esso messer Gualtieri di fare allungare tal bocca di
« pozzo in forma, che i termini di tal navilio si scoprissino » (2).
« alla ill.raa S. V. el disegno de la chasa di Agnolo Tovaglia, facto per
« man propria di Leonardo Vinci, el quale se rechomanda come servitore
< suo a quella, et similmente a la signoria de Madona. Domno Agnolo dice
€ che '1 vorà poi venire a Mantua per potere dar judicio qual sera stato
« migliore architetto o la S. V. o lui, benché '1 sia certo de dover essere
« superato da quella, sì che facile est inventis addere, si perchè la prudentia
« de la S. V. non è da equiparare a lui. El prefato Leonardo dice, che a
« fare una chosa perfecta bisogneria poter transportare questo sito, che è
« qui là, dove voi fabricare la S. V., poi quella haria la contenteza sua. Non
€ ho facto far colorito el disegno, né fateli metere li ornamenti de verdura
« di hedere, di busso, di cupresso, né di lauro come sono qui per non pa-
« rerme molto di bisogno : pur se la S. V. vorrà, il predetto Leonardo se
« offerisse a farlo cusì de pictura, che di modello, come vorà la pta S. V. ».
Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 250 recto.
(1) Leonardo, Manoscritto del British Museum , f. 274 verso. Ste-
fano Ghisi (od altrimenti Chisi, Gixi o Gisi) viveva a Venezia, quando
Leonardo vi giunse da Milano nel 1500. La sua famiglia possedeva un'abi-
tazione nella parrocchia dei SS. Apostoli, che negli antichi estimi veneziani
é denominata appunto Santo Apostolo.
(2) Leonardo, Manoscritto di Leic, f. 9 verso. E subito dopo, f. 10 recto :
« Alessandria della Paglia in Lombardia non ha altre pietre da far calcina,
« se non miste con infinite cose nate in mare, la quale oggi é remota dal
« mare più di 200 miglia ».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 189
Reputo grandemente probabile, che il messer Gualtieri di Gandia,
da cui Leonardo ebbe questa notizia di grande interesse archeo-
logico, sia una medesima persona con Qualterio de' Bottapetri,
lomellinese, che il Tanzi dice segretario di Lodovico il Moro,
« l'umano, fedele et prudente et soUicito esecutore de li toi co-
« mandi , instrumento del tuo ingegno », e al quale il Bellin-
cioni dedica il sonetto: « Sonetto a Meser Qualteri, domandandogli
« un piaceri ». Documenti dell'Archivio di Milano lo dicono:
« Qualterius de Bottapetri ducali» judex datiorura, fllius quondam
« magnifici Domini Baptistae » (1).
Quanto al valore teorico della notizia, relativa agli avanzi di una
nave antichissima scoperta in Gandia di Lomellina, bisogna ricor-
dare che, secondo Leonardo, la parte settentrionale d'Italia era ri-
masta per lungo tempo in balia del Po e degli altri fiumi, i quali
avevan lasciato un manifesto segno del loro antico dominio negli
alti strati di ghiaia, formanti il letto delle campagne lombarde, e
nei tempi anche più antichi, sempre secondo il Vinci, nella pia-
nura padana, aveva ondeggiato il mare là, dove ora ondeggiano
le messi. Le memorie sloriche della Lomellina confermano queste
idee: ab antico per difetto di canali di scolo, pei fiumi irrefre-
nati 0 per altri simili cause, i luoghi dove ora sorge Candia erano
poco più di un vasto maroso , da\'e il terreno era uliginosum,
coenosum, paludosum, e quivi, e principalmente verso Gelavigna,
Parona, Mortara, Trumello, Ceregnago, S. Giorgio, Gambolò, Re-
mondò e Garbana, restano anche oggi le traccio della sabbia
marina.
GIL
Heytisbdry (di) Guglielmo. Il nome di ' Tisber ' nel Mano-
(1) Leonardo lo nomina altrove. Manoscritto I, 90 verso : « 11 Moro in
« figura di ventura colli capelli e panni e mani innanzi, e messer Gualtieri
« con reverente atto lo piglia per li panni da basso, venendoli dalla parte
« dinanzi ».
190 E. SOLMI
scritto M ha sempre rappresentato, per tutti, un mistero (1). Esso
deve identificarsi con Heytisbury, senza dubbio. Questo nome
era difficile a scriversi, e difficilissimo a pronunziarsi, ed io ho
trovato varietà innumerevoli di grafia, che vanno da Heytisbury
a Heytusbery, Heutisberi, Hentisbarus, Hentisbart, Hyttilisberi,
Hestylibilry, Hittylbyri sino al Tisber di Leonardo da Vinci, che
ricompare poi in Girolamo Cardano, ultima deformazione di un
nome sugli estremi limiti della cultura medievale (2). Lodovico
Vives, nel terzo libro del De corrupiis artibus, parla di alcune
opere di questo scrittore, delle Regulae grammaticales , della
Dialecttca, delle Conclusiones sophtsiicae, del De sensu composito
et diviso, del De maximo et minimo, del De scire et dubitare,
deìVExpositio litteralis super Tractatus de tribus, del Tractatus
de relativis, ecc., e ne fa un gran conto (3). Nessuna di queste opere
poteva interessare Leonardo ; la cerchia delle sue idee era assai
più modesta, né si elevava alle speculazioni metafisiche: « Ve-
« dendo io non potere pigliare materia di grande utilità o di-
« letto, perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro
«tutti li utili e necessari temi, farò come colui, il quale, per
« povertà, giugne l'ultimo alla fiera, e non potendo d'altro for-
« nirsi, piglia tutte cose già da altri viste, e non accettate, ma
« rifiutate per la loro poca valetudine ». Anche l' Heytisbury
aveva trattato un soggetto di ' poca valetudine ' nel De velocitatis
augm.entatione, e il Vinci si rivolge appunto a questo trattato,
citandolo accanto a quello di analogo soggetto di Angelo Fos-
sambruno, ma nulla vi tolse testualmente.
(1) Leonardo, Manoscritto M, f. 8 recto.
(2) Fabricius, Bibliotheca mediae aetatis, Padova, 1754, alla voce « Gui-
« lelmus ».
(3) Vives, Opera omnia. Valenza, 1782. 1790, v. IV, § 78. Ecco la nota
testuale del "Manoscritto M, f. 8 recto : « De moto locale Suisset calculatore
€ - Tisber - Angelo Fossabron - Alberto ». Anche Giovanni Marliani cita
spesso il De velocitate dell'Heytisbury. Vedi infatti De proportione motuum
in velocitate, Papiae, 1482, f. d. z. 4: « Tu tamen si Hesberi De velocitate
I
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 191
CHI.
Infermieri Paolo. Se il Paolo Infermieri, cui Leonardo ac-
cenna nella noia: < libro di maestro Paolo Infermieri » (1), sia l'au-
tore 0 il possessore dell'opera, forse manoscritta, che il Vinci
ricerca, non è possibile determinare.
GIV.
Ippocrate. Varie furono le edizioni delle opere di Ippocrate,
sulla fine del secolo XV, e basterebbe citare quella splendida di
Venezia del 1487. Leonardo nel manoscritto di Anatomia del
South Kensinglon Museum scrive: « Dicie Ippocrate, che la
« origine della nostra semenza deriva dal cielabro e dal polmone
< a' testiculi dei nostri gienitori, dove si fa l'ultima decozione, e
« tutti li altri membri porgono per sudazione la loro sustanzia a
< esso seme. Perchè non si dimostra alcuna via, che a essa se-
« menzia pervenire possino? >(2).
Se Leonardo ha conosciuto direttamente gli scritti di Ippo-
crate, egli non può con queste parole che riferirsi al rv libro,
capp. 1-32 del TTepi vouaujv, dove si parla irepì qpùoioq ttoiòiou.
*H òè Tovf) ToO àvòpò^ Ipxetai ano Traviò? xoO ÙYpoO xoO ev n?»
<yu)(iaTi èóvToq ecc.
CV.
Isidoro di Siviglia. Al folio 104 recto del Codice Atlantico
assistiamo alla compera che il Vinci fa dell'opera più popolare
di Isidoro di Siviglia:
« soldi 68 in cronica »;
« aumentationis opinionem teneris etc. », ed anche In diversis materiis ad
philosophiam pertinentibus, s. ì. n. a. : « Guliermus Hesberi in ultimo So-
*phismate*.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 120 recto.
(2) Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 16 verso.
192 E. SOLMI
e al folio 210 recto troviamo, fra i libri posseduti da Leonardo,
la: «cronica d'Isidoro», cioè: Comenza la Cronica de Sancto
Isidoro menore con alcune additione cavate dal leccio et
Istorie de la Bibia e del libro de Paulo Orosio e De la pas-
sione de li sancii. (In fine) Impresso in Ascoli in casa del
reverendo messer Pascale per mano de Oufflielmo de Linis
de alamania, 1477, in 4°. Nulla Leonardo ha attinto da questo
libro, come anche nulla dai famosi Etymologiarum. Isidori hispa-
lensis Episcopi libri XX liem Isidori de Summ,o bono libri III
(in fine) Impressus Venetiis per Petrum linein de Langenzenum
1483 in fol. in car. seraigotico a due colonne, che era una ras-
segna di tutte le conoscenze del tempo, riassunta poi nel De
natura rerum di Beda il Venerabile.
evi.
Ignoto. Nei Godici di Windsor è ricordato un « libro di Gian
« Giacomo », che è impossibile identificare. Gol nome di Gian Gia-
como reputo probabile, che il Vinci accenni a Gian Giacomo
Dolcebuoni, architetto del Duomo di Milano, suo amico e com-
pagno di lavoro (1).
GVII.
Landino Gristoforo. Nel Codice Atlantico è scritto: « Formu-
« lario di epistole » (2), cioè : Formolario di epistole volgari di
Cristoforo Landino, (in fine) Bologna per Bazaliero di Bazalieri
et Angelo di Rugieri, 1487, in-4°, donde nulla ha tolto il Vinci.
(1) Leonardo, W. L., f. 141 verso. È difficile che il Vinci accenni qui
a un libro posseduto da Gian Giacomo Trivulzio, che dovette conoscere. La
nota dice testualmente « libro di Piero Crescenzio - nudi di Giovanni Am-
« brosio - compasso - libro di Gian Giacomo». Il nome Giovanni Ambrosio
ci riporta al De Predis, collaboratore di Leonardo, e alla dimora milanese
dell'artista. Sul Dolcebuoni vedi gli Annali della Fabbrica del Duomo di
Milano ecc., voi. Ili, p. 60.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. Gfr. f. 19 verso. Ritengo assai
meno probabile la conoscenza, per parte di Leonardo, di Bartolomeo minia-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 193
GVIII.
Lapidario. II ' Lapidario ' del Codice Atlantico e del Codice
Tnvulziano{l), che rappresentava un mistero, non può essere che
il Lapidanum omni voluptale refertum et medicinae plurima
experiìnenta complectens, s. I. n. d., donde però nulla ha tra-
scritto Leonardo pei suoi Manoscritti.
CiX.
Latini Brunetto. In nessun luogo Leonardo nomina Brunetto
Latini e il suo Tesoro; tuttavia i punti di contatto fra le sue
opere e lo scritto del suo antico concittadino sono tanti, che non
esito a segnare fra le fonti del Vinci anche il libro: Qui incho-
mincta et tesoro dì Brunetto Latini di Firenze e parla del
nascimento e della natura di tutte le cose, (in fine) a Treviso
adì XVI decembrio 1474, in fol.
Leonardo. Brunetto.
La luna è vestita dai suoi eie- Che quando una cosa è rinchiusa e
menti, cioè acqua, aria e fuoco, e intorniata dentro dell'altra, conviene,
così in sé per sé si sostiene in quello che quella che rinchiude tenga quella
spazio, come fa la nostra terra coi rinchiusa ; e conviene, che quella che
sua elementi in questo altro spazio. è rinchiusa sostenga quella che la
tore e del suo Formulario de epistole vulgari missive et responsive et altri
fiori de ornati parlamenti allo eccelso et illustrissimo principe Hercule da
Este dignissimo Duca di Ferrara composto per Bartolomeo miniatore
affectionato et fidelissimo servo (in fine). Finisce el libro chiamato formu-
lario stampato in Venetia per maestro Manfredo da Monfrà da Streno nel
1495 adi 15 di zenaro corredo con summa diligentìa ; in-4'', in carattere
semigotico, senza cifre e richiami.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. Leonardo, Codice Trivul-
ziano, f. 2 recto. Leonardo enumera il Lapidario fra le opere, che possiede
a stampa. Reputo quindi poco probabile che egli accenni qui al così detto
Lapidario di Aristotile, per quanto vi si potesse rinvenire qualche contatto.
Gfr. Revue des études grecs, 1894, p. 243.
Giornale $torieo. — Snppl. no 10- H. 13
194
E. SOLMI
Il rossume over tuorlo dell'ovo sta in
mezzo al suo albume, sanza discendere
d'alcuna parte, ed è più lieve o più
grave o equale d'esso albume ; e s'elli
è più lieve, egli dovrebbe surgere
sopra tutto l'albume, e fermarsi in
contatto della scorza d'esso uovo; e
s'elli è più grave, dovrebbe discendere ;
e s'egli è equale, così potrebbe stare
nell'un delli stremi, come in mezzo
0 di sotto (1).
Se possibile fussi dare un diametro
d'aria a questa spera della terra, a
similitudine d'un pozzo, che dall'una
all'altra superfizie si mostrasse, e per
esso pozzo si lasciasse cadere un corpo
grave, ancora che esso corpo si vo-
lesse al centro fermare, l'impeto sa-
rebbe quello che per molti anni
glielo vieterebbe (3).
rinchiude. La ragione, come se '1
bianco dell'uovo, che aggira il tuorlo,
non tenesse, e non lo rinchiudesse
dentro da sé, egli cadrebbe in sul
guscio; e se '1 tuorlo non sostenesse
l'albume, certo egli cadrebbe nel fondo
dell'uovo... E questa è la ragione
perchè la terra è assisa nel miluogo
di tutti i cerchi e di tutti i tornia-
menti, cioè il fondo de' cieli e delli
elementi (2).
Se fosse cosa possibile che l'uomo
potesse cavare la terra, e fare un
pozzo, che andasse dall'uno lato della
terra all'altro, e per questo pozzo
gittasse poi l'omo una grandissima
pietra o altra cosa grave, io dico che
quella pietra non andrebbe oltre, anzi
si terrebbe ecc., né ch'ella ritornasse
indietro se non fosse un poco per la
forza del cadere (4).
(1) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 94 verso.
(2) Latini, Il Tesoro... volgarizzato da Bono Gianboni, Bologna, 1878, 1,
p. 312. Gfr. anche p. 308: « com'è il guscio dell'uovo, che inchiude, e serra
« ciò che v'ha dentro ». Si noti tuttavia quanto il concetto di Leonardo è
più conforme alle idee moderne.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 159 recto. Gfr. Galilei, Opere (ediz.
Naz.) voi. VII, p. 47.
(4) Latini, Il Tesoro, ed. cit., I, p. 314. Quanto Leonardo è più innanzi
del Latini, pur seguendolo ! Si confronti con Leonardo questo brano di Bru-
netto, Tesoro, ed. cit., I, p. 315: « Se due uomini, d'uno luogo, ad una ora, si
« movessero, e andasse l'uno tanto, quanto l'altro, e l'uno andasse verso levante
« e l'altro verso ponente, e andasse dirittamente l'uno a riscontro dell'altro,
« certo eglino si riscontrarebbero dall'altra parte della terra per mezzo quel
« luogo, onde fossero mossi ». Gfr. anche Leonardo, Manoscritto A,f.55verso:
« Il corpo della terra a similitudine dei corpi delli animali, è tessuto di ramifi-
€ cazioni di vene ecc. », con Brunetto, Tesoro, ed. cit., p. 317 : « Le acque, che
« di mare escono, vanno e vegnono per la terra, e surgono dentro e di fuori,
« secondo che le vene le menano qua e là, così come il sangue dell'uomo
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 195
Leonardo. Brunetto.
Ostriga. Questa, quando la luna è Et un*altra cochilla, è che l'uomo
piena, s'apre tutta, e, quando il gran- la chiama cancro, però che I' ha
chio la vede, dentro le getta qualche gambe, ed è rotonda, ed è nemica
sasso o festuca ; e questa non si può delFostrica ; ch'ella mangia la loro
risserrare, ond' è cibo d'esso granchio, carne per grande ingegno, eh' ella
Così fa chi apre la bocca a dire il porta una piccola pietra, e va di sopra
suo segreto, che si fa preda dello in- all'ostrica, e quando ella apre la
discreto ulditore (1). bocca, ed ella lascia cadere questa
pietra tra le sue ossa, con che ella
si chiude , e quando ella vuole non
si può richiudere, sì che ella la si
mangia in^ questo modo (2).
•
ex.
Lattanzio. Nell'appunto di Leonardo ' Lattanzio, libro di Be-
nozzo — gruppi — legare il libro, ecc. ' non reputo improbabile
si contenga un accenno alla celebre opera De dwinis insiitutio-
elibus adversus gentes libri septem di Firmano Lattanzio, ch'era
< si spaile per le sue vene ecc. », si che cerca tutto il corpo da monte e
da valle. < Ed egli è vero che '1 mare si è in sulla terra, secondo che '1 conto
< divisa qui, a dietro nel capitolo degli elementi. E se ciò è vero che l'acqua
« seggia in su la terra, dunque è ella più alto che la terra, dunque non è
< maraviglia delle fontane, che escono su nell'alte montagne, che egli è pro-
< pria natura dell'acqua, che ella monti tanto, quanto ella scende ». Leo-
nardo nel Manoscritto F, f. 72 verso, combatte Brunetto Latini, Tesoro,
p. 317, che dà per causa del salire l'acqua sui monti la maggiore altezza del
mare. L'ultimo segue poi, con identica espressione "del Vinci : € e sappiate che
< l'acqua muta sapore, colore e qualitade, secondo la natura della terra on-
< d'ella corre >. Vinciani sono pure i passi del Tesoro a p. 319 (dove son
date per causa dei terremoti le caverne, che si formano sotto la terra), p, 321
(dove è detto che l'aria è spessa, e perciò gli uccelli pos.sono volare), p. 326
(dove è scritto : e e se alcuno mi domandasse, perchè l'uomo vede più tosto
< li baleno, che non ode i tuoni, io gli direi, per ciò che '1 vedere è più
< presto che l'udire »). Si confrontino con Leonardo anche i capitoli XIII,
XIV, XV, XVI, XVII, XIX dell'ultimo libro del Tesoro, che riguardano il
modo di acquistar benevolenza col parlare.
(i) Leonardo, Manoscritto E, f. 14 verso.
(2) Latini, Tesoro, I, pp. 108 sgg.
196 E. SOLMI
stata edita in Subiaco nel 1465, in Roma nel 1468 e 1470, in
Venezia nel 1471 e 1472, di nuovo in Roma nel 1474, in Rostock
nel 1476, di nuovo in Venezia nel 1478, in Firenze nel 1513 e
finalmente, con V Apologeticus adversus genies di Tertulliano, in
Venezia da Aldo Manuzio nel 1515 (1).
CXI.
Leonardo de' Antonii (Cremonese). Leonardo da Vinci, prepa-
randosi ad un viaggio per Roma, forse prolungato a Napoli, scrive
in una nota del Codice Atlantico: « tolli il libro di Vitolone, e le
< misure delli ediflzì publici,... piglia da Gian di Paris il modo di
« colorire a secco, e '1 modo del sale bianco e del fare le carte
« impastate , sole e in molti doppi, e la sua cassetta de' colori
« Impara la tempera delle cornage, impara a dissolvere la lacca
« gomma, tolli De ponderibus, tolli l'opere di Leonardo
« chermonese ».
Chi fosse questo « Leonardo chermonese » è rimasto lungo
tempo dubbio, fino a che Antonio Favaro con tre eruditissimi la-
vori, l'ultimo de' quali, il più importante, fu edito nei primi mesi
del 1905, veniva a porre in chiaro trattarsi di un Leonardo de'
Antonii, che fioriva fra il 1404 e il 1438, « ingenioso homo », del
quale da Tolomeo in qua non era stato alcuno « de più profonda
« scientia ne le cose mathematice » (2).
(1) Noterò che qualche volta sotto il nome di Lattanzio, Leonardo ac-
cenna all'amico suo Lattanzio Tedaldi. Qui tuttavia vi è l'epiteto significativo
di « libro di Benozzo ». Leonardo, Etudes et dessins d'architectiire (Gol-
lezione Rouveyre), f. 6 verso. «Pier Pagolo da Como - Marco da Riminio,
« bargello in Ravenna - Lattanzio, libro di Benozzo - gruppi - fa legare
« il libro - lucerna - ser Pocantino - Pandolfino - Rosso - squadra - col-
« tellini - cavezze - streglia - tanaglino - tazza ».
(2) A. Favaro, Sul matematico cremonese Leonardo Mainardi in Bi-
bliotheca Mathematica. Zeitschrift fììr Geschichte der mathemntischen
Wissenschaften herausgegeben von Gustaf Ernestrom, 3 Folge, 4 Band,
pp. 334-337, Leipzig, 1903. Intorno al presunto autore della A>-tis metrice
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI l-'"^
Fino a poco tempo ftt non si conoscev» del Cremonese che
YArtis meirice pratice compilalo, già data alle stampe dal
Gurtze, un trattato cioè di grande importanza storica, sia per il
svio contenuto, sia anche per la sua indipendenza dagli scritti di
Leonardo Fibonacci (1).
Ma il Vinci doveva possedere oltre all'urtò metrice pratice
compilano, anche altri scritti: egli infatti ci dice chiaramente:
< tolli l'opere di Leonardo chermonoSe ». Mercè il risultato delle
nostre ricerche possiamo oggi determinare con sufflcente esat-
tezza, quali fossero queste ' opere ' possedute dal Vinci, se anche
non si vuole ammettere, che il codice conservato ora nella biblio-
teca nazionale di Parigi sia quel medesimo che l'artista posse-
dette, e che dovette, senza dubbio, aver portato con sé ad Am-
boise (2).
I) Leonardi Cremonensis pratica minuiiarum. (Incipit : Re-
rum omnium quiditativam essentiam minime elucidari posse sine
numerali conditione. Explicit: Vide primo quod illi numeri in
se raultiplicali constituunt 60, quorum '/j, ^l^, '/s faciant 47,
divide 60 per 47 et proveniet tempus in horis, etc).
practice compilatio edita da Massimiliano Curtze in Atti del R. Istituto
Veneto. Venezia, 1904, voi. 63, 2, pp. 377-395. Nuove ricerche sul mate-
matico Leonardo Cremonese, in Bibliotheca mathem.atìca, Leipzig, 1905,
3 Folge, 4 Band, pp. :i26-341.
(1) Die * Practica Geometriae > des Leonardo Mainardi atts Cremona
{Abhandlungén zur Geschichte der mathematischen Wissenschaften mit
Einschluss ihrer Anvoendtmgen Begrùndet von Moritz Cantor XIII Hef.
Urkunden zur Geschichte der Matematik itn Mittelalter und der Renais-
sance herausgegeben voti Maximilian Curtze, in zwei Theilen, zweiter Theil)
Leipzig, 1902. Cfr. Catalogo di Manoscritti ora posseduti da D. Baldassarre
Boncompagni compilato da Enrico Narducci, Roma, 1862, p. 114-115.
(2) Tale manoscritto proviene dalla Collezione Mazzarino, nella quale
portava il n' 5437, e non presenta alcuna traccia degli antecedenti posses-
sori : esso apparisce costituito dalla riunione di parecchi fascicoli scritti
dalla medesima mano, la quale in fine di ciascuno di essi notò accurata-
mente la data del relativo compimento, ed appartenne certamente non ad
un semplice amanuense, ma a persona, che comprendeva quello che trascri
veva. e che in qualche circostanza, specialmente nella riproduzione delle fi-
gure, usa di grande discernimento'. La copia è del 1505-1507.
198 E. SOLMI
II) Leonardi Cremonensis pratica minutiarum (algorismus
minutiarum). [Inc. Pro notitia fractionum sciendum est quod
quedam sunt fractiones numeri integri, quaedam sunt fractiones
fractionum Expl.: Si apposuisses 12 cifras et prò radice ha-
buisses hunc numerum 345678 removendo 4<"" figuras provenlent
34 integra, 34 "/p 4 • 2, 4 • 3, 48. 4' multiplicando, multiplicando
scilicet ammotum per 60, ut prius dicebaturj.
Ili) Leonardi Cremonensis artis meirice pratice compilano.
(Inc.: Primus tractatus. Artera metricam seu raensurativam
Expl.: Que vero sit proportio alibi dixi demonstrativa conclu-
sione fere. Finis).
IV) Tàbula sinuum secundum proportionem 22 ad 7.
V) Copia cuiusdam, demonstrationis predicti Reverendi Ma-
gìstri Leonardi Cremonensis reperte super uno folio papiri
scripte et figurate eius manu propria. (Inc.: Presenti disposi-
tione circulorum patet quod angulus Expl. : Quia videlicet
angulo super circunferentiam facto correspondent 180, sed facto
super centrum 90).
VI) De equatione dierum secundum Excell.^'* D. M.""» Leo-
nardum De Antoniis Cremonensem. (Inc.: Quia Deo dante, paucis
elapsis diebus, scientiam equationum dierum percipi, circha quam
diu dubitaveram, deliberavi clarius in ea loqui cum divina gratia,
quem Ptholomeus capitulo 10 dixtionis 3' Alraagesti fecerit et
suus comentator Geber ultimo capitulo 3" tractatus sui... Expl.:
Ipsa quidem debet addi ut habeatur medium tempus quo sciantur
coniunctiones et ascendens coniunctio numeri).
VII) Notandum prò intelectu notabilzs primi Campani com-
menatoris Euclidis posilo in commenti i3* 2* libri. (Quoniam
si fuerit trigonus ortogonius, tunc ductis lineis angulum rectum
continentibus. Expl.: et angulus g e d sicut r p f et e d e sicut
p f h, quare recti. Deo laus, amen).
Vili) Leonardus Cremonensis sic prosequitur descriptionem
Cosmographie in plano. (Inc.: Terreni situs habitabilis partes de-
scribentium Ptholomeus quis fuerit licet non pateat, prò aliis
tamen sufflcientius dicit. Expl.: ' non enim video quod in mensura
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 199
possit procedi nisi secundum primara partemdicti capituli. Suramo
sit factori laus per secula semper. Amen ').
IX) Ars instrumenti hot^ologici prò tempore sei^eno edita
per ii?."^3/.»"" Leonardum Cremonensem,. (Inc.: Affectis intense
cìrcha mobilia celestium quatenus et eorum conditor atque re-
ctor avidius queratur, Expl.: Hec autem voluella cura ponetur
sopra centro signato in virgula defferentis ex parte augis velut
oppositi iuxta suum diem, patebit locus solis in defferente et
mediiis motus eius in primo mobili et etiam sua equatio. Ce-
lorum rectori laus sit Ghristo perhennìs).
E dopo una ' Tabula varietatis aicffis solis et dierum, ' a
car. 95-96 si legge ' Expletum. per me Bemardtnum Alicherium
die 29 May i507 \ Di altra mano e di tempo posteriore sono la
' Tabella annuarum, conversionum, \ la ' Tabella equationis
solis ' e la Tabella profectionis diurne '.
X) Di Leonardo Cremonese sono infine anche i metodi per
la estrazione delle radici quadrata e cubica a car. 253-56 del
codice della biblioteca universitaria di Bologna segnato col nu-
mero 2780 e la Descriptio Cosmografie in plano del codice di
Parma n. 984.
Del valore di Leonardo cremonese nella storia delle matema-
tiche e della sua efficacia effettiva su Leonardo da Vinci, cre-
diamo che, per giudicare con competenza, sia necessario incomin-
ciare con la pubblicazione di tutti gli scritti inediti, che vengono
a integrare VArtis ìnetìHce pratice compilano. Da un rapido
confronto, da noi fatto, possiamo aff*ermare che nulla Leonardo
ha tratto testualmente da questi scritti.
È intanto da rilevare, che quasi il solo Vinci, fra tutti i ma-
tematici italiani del Rinascimento, ricorda gli scritti del Cremo-
nese con grande stima, e come indispensabile strumento al calcolo
geometrico e aritmetico, preferendoli probabilmente a quelli che
sulle stesse materie ci ha lasciato Prosdocirao de' Beldomandi.
200 E. SOLMI
GXII.
Leonardo Pisano. Di questo autore ho già parlato alla parola
Abbaco. Qui aggiungerò soltanto, che poiché il fondamento della
istruzione elementare in Firenze nel secolo XV, nelle cosi dette
« scuole di abbaco », era costituito dall'opera aritmetica del Fi-
bonacci (1), e, in queste scuole, il Vinci, come ci attesta il Vasari,
«in pochi mesi che ei vi attese, fece tanto acquisto che mo-
« vendo di continuo dubbj e difflcultà al maestro, che gli inse-
« gnava, bene spesso lo confondeva » (2), deve aversi per certa la
conoscenza e lo studio del Liber abaci di Leonardo Pisano per
parte del grande artista e scienziato fiorentino fino dagli anni
più teneri.
Traccio di questo classico libro si possono riscontrare nel Co-
dice Atlantico e nel Manoscritto A, q, se si pensa quale efficacia
il Liber abaci abbia avuto sui maggiori matematici del secolo
XV e XVI, si comprenderà facilmente perchè io mi richiami so-
vente a questa fonte degli scritti leonardeschi, donde però nulla
è stato tratto testualmente per i Manoscritti (3).
GXIIL
Libro d'acque. Fra le fonti di Leonardo da Vinci deve anche
porsi un incognito trattato idraulico, forse manoscritto, accennato
con le misteriose parole: « Un nipote di Gianangelo dipintore
« à uno libro cCacqice, che fu del padre » (4).
(i) UziELLi, Ricerche intorno a Leonardo da Vinci, Torino, 1896, p. 44-50.
(2) Vasari, Le vite (1859), p. 205.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 180 (antica segnatura) ecc. Manoscritto A,
f. 10 ecc.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 r. Gianangelo dipintore è Gianan-
gelo Andrea, che troviamo indicato tra gli « Ingeniarii ducales: Bramantus
« ingeniarius et pinctor. Jo. Jac. Dulcebonus ingeniar. et murator. Leonardus
« de Florentia ingeniar. et pinctor. Ahi ducales ingeniarii Hamedeus, Joh.
€ de Busto, Antonio de Sesto : Jacomo Stramido, Andrea Gianangelo, Be-
LE FOSTI DI LEONARDO DA VINCI 201
È da notarsi che, secondo TArgelati, un Bartolomeo della
Valle milanese scrisse un Trattato per adacquar terreni, ed
altre regole di Agrimensura, con un modo generale per fm^-
mare il giusto prezzo di terren (1509), e fece una collezione degli
Ordini Ducali per le acque del Naviglio Grande e dell'altro
detto deUa Martesana dal 1447 al i50S (1510) (1).
GXIV.
Lippi. Quando Leonardo discese fanciullo da Vinci in Firenze,
egli dovette stringere relazione con fra Filippo Lippi (morto nel
1469), alla scuola del quale accorrevano Sandro Botticelli, Pisello,
Iacopo del Sellaio ed infiniti altri maestri , ai quali il « grande
« pittore, come dice il Vasari, sempre con amorevolezza insegnò
« l'arte » (2), Il nome di « Filippo del Carmine » ripetuto nei Ma-
noscìHtti, il racconto fatto dal Vinci stesso, dinanzi al Cenacolo^
della liberazione del Lippi, caduto in mano de' pirati turchi, e
degli onori avuti dagli infedeli per la sua meravigliosa abilità
« nedetto da Briosce >. Bramante è nominato spesso da Leonardo, talora col
nome di Donnino, Gio. Giacomo Dolcebono è forse quello che il Vinci ri-
corda con le parole « libro di Giangiacomo », Giovanni Bataggi è ricordato
da Leonardo col nome di € Giovanni di Lodi >, Benedetto da Briosco col
nome di « maestro Benedetto scultore >.
(1) Fra i « libri d'acqua >, dati alle stampe, si può ricordare quello di
Bartolo da Sassoferrato (1313-1359). Ad retferendissimum ed lUustrem
Marchionem d. suum d. Lodovicum de gontaga apostolicum ■protonotarium
Ruffinus gabloneda Mantuanus Liher (sic prò Liber) pritnus de flumi-
nibus cum figuris composilus per d. bar. de saxoferrato legum illumina-
torem quem tyberiadem appellant. Incipit, (in fine) Explicit tractatus de
insigniis et armis compositus a Bartholo de saxoferrato cive perusino quem
Nicoiaus Alesandri eius gener post mortem Bartholi octavo die Januariis
publicavit (anno 1478). Il Bartolo è il primo autore che abbia trattato, con
l'aiuto di Guido da Perugia, geometricamente delle alluvioni. Cfr. Ahgelati,
Biblioth. script, mediol., II, 1 col., 1559. Dove Leonardo scrive « Libro del-
l'acque a messer Marco .\ntonio >, si riferisce evidentemente ai suoi appunti
idraulici.
(2) Vasari, Le vite, p. 321.
202 E. SOLMI
nel dipingere, palesano assai chiaramente che vi debbono essere
stati rapporti di Leonardo col carmelitano fiorentino (1).
I quali rapporti più stretti e più fecondi divennero con Filip-
pino Lippi. I primi quadri di Leonardo furono fatti in comune
con questo artista. Il Vasari ricorda la commissione d'una pit-
tura ceduta dal Lippi al Vinci (2), e l'Anonimo dice del primo « di-
« pinse nella sala minore del palazzo de' Signori, la tavola, dove
« è una Nostra donna con altre figure, la quale aveva comin-
« ciate a dipingere Leonardo da Vinci, e detto Filippo la fini in
« sul disegno di Leonardo » (3). Secondo alcuni critici i Lippi, e non
già il Verrocchio, sarebbero stati i primi maestri del Nostro artista.
GXV.
LucRETio. T. Lucretii Cari de rerum natura, (in fine) Venetiis
per theodorum de i^egazonibus, 1495, in 4° e l'edizione prece-
dente del Fridenpreger in Verona del 1486 e la seguente di Aldo
in Venezia del 1500. Da questo libro, come ho altrove dimostrato (4),
(1) Bandello, Novelle, Londra S. Harding MDGCXL, P. I, Novella LVIII,
carte 363 e 364 recto. La novella raccontata da Leonardo porta per titolo :
« Fra Filippo Lippi fiorentino Pittore è preso da Mori, e fatto schiavo, e per
l'arte de la Pittura è fatto libero et honorato ».
(2) Vasari, Le vite, p. 444.
(3) Milanesi, Documenti inediti su Leonardo da Vinci, Firenze, 1872, p. 5.
(4) Frammenti letterari e filosofici, Firenze, 1899, p. 413. Leonardo, Co-
dice Atlantico, f. 376 verso. « Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, e
« ogni cosa torna in ogni cosa, perchè ciò che è nelli elementi è fatto da
« essi elementi ». Nella Bibl. Laurenziana si conservano Anaxagorae sen-
tentiae quaedam. III, 711, LXX. Lucrezio, Be rerum natura, lib. 1,
vv. 830 sgg. Gfr. Bruno, De umbris idearum, Berlino, 1868, p. 28 e Zeller,
Gesch. der Philosophie der Griechen, I, pp. 875-885. Gusa (da) Niccolò,
Opera, Basilea, 1565, De docta ignorantia, p. 28. « Si acute iam dieta attendis,
« non erit tibi difficile videre veritatis illius Anassagoricae (quodlibet esse in
< quolibet) fundamentum, fortassis altius Anassagora. Nam cum manifestum
« sit ex libro primo, Deum ita esse in omnibus, quod omnia sunt in ipso, et
« nunc constat Deum quasi, mediante universo, esse in omnibus, bine omnia
« in omnibus esse constat, et quodlibet in quolibet; universum enim, quasi
« ordine naturae ut perfectissimum praecessit omnia, ut quod/ibet in quolibet
« «esse posset ».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 203
Leonardo ha tratte le sue notizie per la opinione di Anassagora,
sui principi ultimi delle cose o (Jnépiaata (Fr. /, 3, 6[4]) che si
trovano sparsi da per tutto, sempre eguali a sé stessi, ed entrano
nella composizione di ogni essere inorganico ed organico.
CXVI.
Macrobio. Leonardo conosce V—Aurelii TheodosU Macrobii
expositio in somnium Scipionis M. T. Ciceì^onis et sutwma-
liorum, lib. VII, Veneliis opera et impensis Nic. Jenson, 1472
in fol. ?. Non osiamo affermarlo, non ostante che un riavvici-
namento assai suggestivo ci potesse mettere in qualche sospetto.
Leonardo. Macrobio.
Fu dimandato un pittore, perchè, Hic Enangelus ' apad L. Mallium,
facendo lui di figure sì belle, che qui optimus pictor Romae habebatur,
eran cose morte, perchè causa esso Servilius Geminus forte cenabat, cum-
avesse fatti i figliuoli si bratti. Allora que fìlios eius deformes vidisset, non
il pittore rispose, che le pitture le similiter, inquit. Malli, fingis et pingis.
fece di dì e i figliuoli di notte(l). Et Mallius : in tenebris enim fingo,
inquit, luce pingo (2).
GXVIL
Maestro d'abbaco. Anche nella sua età matura Leonardo non
sdegnò di rivolgersi ai più umili professori delle arti per aumen-
tare le proprie conoscenze principalmente matematiche: «Fatti
« mostrare (scrive nel Codice Atlantico) dal maestro d'abbaco ri-
« quadrare uno triangolo » (3).
(i) Leonardo, Manoscritto M, f. 58 verso.
(2) Macrobics (ed. Francesco Eyssenhardt), Lipsia, 1893. Salum. II, 2,
p. 139.
(3) Leonardo, Cod. Atl., f. 225 recto.
204 E. SOLMI
GXVIII.
Maestro d'acqua. Una prova del suo desiderio di sapere si
ha nell'appunto di Leonardo, che accenna ad un ignoto: « Truova
« uno maestro d'acqua, e fatti dire i ripari d'essa, e quello che
« costan » (1).
GXIX.
Maffei Gerolamo. Nella nota: « da maestro Mafeo, perchè sette
« anni l'Adige alza e sette abbassa » (2), si ha un indizio sicuro che
Leonardo si è rivolto, forse per lettera, a qualcuno dei Maffei-
di Verona, per aver notizia sulle vicende del massimo fiume, che
passa per quella città. Secondo il Ravaisson, il Vinci accenne-
rebbe qui a Raffaello Maffei, il noto enciclopedista del tempo,
morto nel 1522, ma se si pensa che questi era di Volterra, e
che visse la maggior parte della sua esistenza a Roma, non' si
comprende bene come appunto a lui l'artista si rivolgesse per
aver notizie dell'Adige. Bisogna anche escludere, che si tratti di
Agostino Maffei (1476 — 1525), veronese, che dimorò alla Corte
Pontificia, e che fece una raccolta di cose antiche. Reputo gran-
demente probabile che Leonardo si riferisca al medico, e quindi
' maestro ', Gerolamo Maffei di Verona, che nel 1484 aveva pub-
blicato V Anatomia di Mondino de' Luzzi, e che è chiamato « ex-
« celentissimum artis et medicinae doctorem magistrum Hiero-
« nymum de Mafeis de Verona » (3).
(1) Leonardo, Cod. Atl., f. 225 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.
(3) Bradley, Diction. miniai., II, 245. Giuliani, Lett. Veron. (1876), p. 349.
Maffei, Verona Illustrata (1825), II, 2647. Incipit anathomia Mundini, 2,
Q. Via ut ait G...^. VII terapeutica methodi auctoritate etc. F 34 a Hic modus
imponit anathomia Mundini : que non paucis in locìs emendata fuit per
excellentissimum artis et medicine doctorem magistrum Hieronymum de
Mafeis de Verona impressaque magistrum Mattheum cerdonis de Vuindisch-
grets. Padue, anno dn. 1484.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 205
GXX.
Mandavilla. Leonardo nota nel Codice Atlantico : « Qiovan di
Mandinella » (1), cioè: Tractato de le più maravigliose cose e più
notabile che si trovino in le parte del mondo reducte e colte
sotto brevità in lo presente compendio dal strenuissimo cavalier
a speron d'oro Johann£ de Mandavilla anglico nato ne la cita
de sancto Albano el quale ete., (in fine) Impresso ne lalma et
inclita citade di bologna per m,i Ugo di Rugin sotto al dico et
illustrissimo principe e signore Giovanni secondo bentivoglio
Sforcia di risconti daragona. Neli anni del nostro Signore
m£sser Jesu Cristo 1488 adi IlII de luglio, in-4», in carattere
semigotico, a dae colonne, senza cifre e richiami.
Una sola e debole traccia di questo libro ho trovato nei codici
leonardeschi.
Leonardo. Mandavilla.
Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il ... e se «ono grassi di sabito li
padre, madre, fratello e amici, e non mangiano, e ae sono magri li fano
ti basta questo, che tu vai a caccia ingrassare... (2).
per le altrui isole pigliando li altri
omini e questi, mezzo nudi li testi-
culi, fai ingrassare e ti li cacci giù
per la gola.
CXXI.
Manganello. Nel Codice Atlantico Leonardo segna < Manga-
« nello » (3) cioè, come già rilevò il D'Adda , i XIIl capitoli
intitolati il Manganello s. 1. n. a. Questa violenta e grosso-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto: «Giovandi mandinella >.
(2) M.\NDATiLLA, Tractato de le più maravigliose cose e più notabile che
si trovano in le parti del mondo, Milano, 1480, f. 1. 4 recto. Cfr. Leonardo,
Codice Atlantico, f. 67 recto, e Mandavilla, Op. cit., f. g. 3 verso.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
206 E. SOLMI
lana satira contro alle donne, ricalcata sulla sesta di Giovenale, fu
attribuita ingiustamente all'Aretino. La nota del Vinci, ci dà ora
la certezza, che fu edita assai prima che « messer Pietro » na-
scesse. Una nota manoscritta, che si ritrova in uno dei rarissimi
esemplari di questo libretto, ci dice: « Il Manganello fu milanese,
« e perchè amò meno discretamente una giovane in Ferrara ne
«rilevò ferita, e un'altra volta tre tratti di corda; il che rico-
« noscendo avere per comissione della Duchessa, scrisse centra
« lei questa sua satira ».
Sembra che la Duchessa di Ferrara trovasse un difensore in
un certo Bertocco: trovo infatti un libretto rarissimo intitolato:
« Reprensione cantra Manganello per Bertocco s. 1. n. a. ».
GXXII.
Manilio (Marco). È da ricordare che, mentre Leonardo era
in Milano, usci per le stampe l'opera Marci Manila astrano-
micon a Stephano Duecenio emendatum, (in fine) Impressum
Mediolaniper Antonium Zaroium, 1489, in fol., benché di questo
libro, pur così diffuso (se ne hanno stampe nel 1472, 1474, 1475,
1480, 1484, 1510, ecc.), nessuna traccia evidente si possa riscon-
trare nei manoscritti vinciani.
GXXIII.
Mappamondo. Leonardo da Vinci possedeva un ' mappamondo '.
Egli lo chiede con insistenza all'amico suo Giovanni Benci cui
l'aveva prestato: « Mappamondo de Benci ». « Mappamondo di
< Giovanni Benci ». « Il mio mappamondo, che ha Giovanni
« Benci » (1).
(1) Leonardo, Codice AH., f. 120 recto. Manoscritto L, f. 1 verso. Nella
Biblioteca Universitaria di Genova in un codice cartaceo in 4° del sec. XV
di Anonimo si conserva a carte 238-264 un Mappamondo (1472), già posse-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 207
Questo planisfero, condotto, senza dubbio, sulle migliori carte
del secolo, faceva parte di un'opera manoscritta, come di una
copia, ad esempio, della Cosmografia di Tolomeo, dellV^torm
Naturale di Plinio, della Sfera di Leonardo (o Qoro) Dati, ecc.?
Oppure era una carta geografica a sé stante, come quella che
si conserva nel British Museum a Londra attualmente, e si
attribuisce da alcuni, benché senza troppi fondamenti, al Vinci ?
A sostegno della prima ipotesi si potrebbero citare note leo-
nardesche manoscritte, che reputo probabile si riferiscano sempre
al mappamondo: « Libro di Giovanni Benci », « Giovanni Benci
« il libro mio » (1).
GXXIV.
Marliani (Giovanni). Quando il Vinci arrivò in Milano la
prima volta, era recente l'eco della morte del matematico Gio-
vanni .Marliani (2). Questi, ascritto nel Collegio dei medici milanesi
il 22 agosto 1440, dopo aver insegnata la medicina nella capitale
lombarda, era passato a Pavia, dove era rimasto poi tutta la
vita, e aveva scritto un gran numero di opere, (3) le principali
delle quali sono le seguenti :
1) De proportione motuurn in velocitate (edito in Pavia
nel 1482) ; 2) De reductione aquae calidae (edito in Pavia nel 1482);
duto dal Bossi; in Napoli nella Bibl. Nazionale V. E. A. 3. si conserva una
Mappa terrestre del sec. XV, dipinta in un Codice membr. dellVs/oria na-
turale di Plinio; moltissimi sono poi i mappamondi disegnati sulla Sfera di
Leonardo (o Goro). Dati (Firenze, Bibl. Nazion.; Bibl. Med. Lattrenziana;
Trexiso, Bibl. Comunale; Lucca, Bibl. Pubblica; Napoli, Bibl. Nazionale,
ecc.). Gfr. anche P. Zurla, Il mappamondo di Fra Mauro Camaldolese,
Venezia, 1886, p. 158-164.
(1) Leonardo, Cod. Atl., f. 120 recto.
(2) Lancino Curzio, Epigrammata... Milano, ISl, L. I, p. 2.
(3) Solmi, Leonardo, Firenze, 1900, pp. 85-86. Cfr. Argelati, Bibl. script,
mediai. (1745), 11, i, p. 866. Corte, Notizie istoriche intomo ai medici mi-
lanesi, Milano, 1718, p. 403. Txraboschi, Storia della Letteratura Ita-
liana, VI, p. 436.
208 E. SOLMI
3) Pì^obatio cujusdam sententiae calculatoris de motu locali
(edito in Pavia nel 1482); 4) De reactione adversus Cajetanum
de Thienis (finito nel 1448); 5) Tractatus in defensionem dicto^
rum in materia de reactione (finito nel 24 ag. 1464); 6) De in-
tensione et remissione (inedito); 7) De difficultate actionis; 8) De
demensìone partium, ad centrum; 9) De mawimo et minimo;
10) Dispuiationes cum Philippo Adjuta veneto et Jacobo Ju-
liviensi (edito in Pavia s. d.); 11) Quaestio de caliditate cor-
porum, humanorum, (edito in Venezia 1501); 12) Algorism,us de
minutiis; 13) Algebra', i4) Expositiones super XXI 1 seu tertii
Canonis Avicennae (edito in Milano 1594); 15) De urinis; 16) De
febribus omnibus cognoscendis et curandis (edito in Milano
nel 1494).
Leonardo da Vinci, desideroso di attingere alla gran somma
delle opere edite ed in'edite di Giovanni Marliani, si affrettò ad
avvicinare i figli Gerolamo e Pier Antonio, ottimi medici e dili-
genti studiosi di geometria. La prima nota del Vinci è relativa
2HCC Algebra, ch'era inedita, non ostante l'espressione del Marliani
stesso: « libellus quem edidi Alcibra subtilissimus » (1): « Al-
« gebra, scrive Leonardo, eh' è appresso i Marliani fatta dal loro
« padre » (2).
Tuttavia studiando gli scritti del medico milanese, l'artista fio-
rentino dovette convincersi, che molto in quelli vi era di arbi-
trario. Avvezzo a non fondarsi, e a non credere che ai propri
occhi (dice egli stesso: ' questo per isperienzia è provato che chi
non si fida mai sarà ingannato '), Leonardo ribattendo una propo-
sizione del Marliani sui rapporti fra la luce e l'ombra: « adunque,
« conclude, la scientia Marliana è falsa » (3).
Non ostante queste delusioni, il Vinci ritornava ancora alle
(1) Marliani, De proportione motuum in velocitate, e. 48.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 314 recto. Leonardo, Codice Atlan-
tico, f. 204 recto : « Come si può fare certi corpi densi, che non faranno
« ombra ne l'obbietto loro. Adunque la scienzia Marliana è falsa ».
À
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 209
opere del milanese, se non alle originali, almeno agli eruditi
commenti. « Le proposizioni d'Alchino, scrive egli infatti, con le
« considerazioni del Marliano da messer Fazio » (1).
GXXV.
Marliano (da) Giuliano. Con Giuliano da Marliano, che fu
chirurgo e medico di corte ai tempi di Lodovico il Moro, Leo-
nardo ebbe relazioni di natura scientifica, come provano le due
note: « Dell'osso de' Marliani; dell'osso che fora Oianjacomo da
« Belinzona, e tirane fori il chiodo con facilità ». < Giulian da
« Marlian, medico, ha un massaio sanza mano » (2). « Maestro Giu-
•€ liano da Marliano ha un bello Erbolaro sta a riscontro al li
< Strami legnamieri » (3).
Le lettere autografe del medico, che si conservano nel R. Ar-
chivio di Stato in Milano, non portano alcuna nuova luce su
questi rapporti.
(1) LEONARDO, Codice Atlantico, f. 225 recto. Su Fazio Cardano vedi il
mio Leonardo, pp. 81-85.
(2) Lbouardo, Cod. Atl., f. 225 recto. Manoscritto del South Kensington
Museum, II, 2, f. 22 recto.
(3) Leonardo, Manoscritto del South Kensington Museum, III, f. 55
recto. Gli < Strami legniamieri >, cui si riferisce Leonardo in questo fram-
mento son della stessa famiglia di quel Guaspari Strami (o Stramito o Stre-
mido) nominato nel Manoscritto L, f. 1 recto, come uno dei magistri a
lignamine più in vista, a proposito di certi < santi di cappella >, sul quale
fu edito dal Maulde La Clavière un documento in appendice alle Chro-
niques di Jean d'Anton li, p. 363 « IX^^II. A Graspart Stremit, pour le re-
€ parations des pontz et portes de Milan, l'an de ce present estat, selon la
« composition et marche faict avec les maistres des Intrades pour les dites
€ reparations , chascun an, la somme de IXx^VIJ 1. x s > . Altri magistri a
lignamine appairtenenti alla stessa famiglia sono un Bartolomeo Stramido,
che nel 1483 era stato incaricato dei lavori nella Sala delle Asse, e un
M'° Johanne Stremito, che nel 1466 avanzava un credito per legnami ado-
perati nella costruzione di una casa fatta edificare in Milano da Francesco
Sforza per una « Isabetta de Rubicho >. Per Jacomo Stramido, v. p. 200.
GiomaU storico. — Soppl. no 10-11. 14
210 E. SOLMI
GXXVI.
Marmocchi Carlo. Con la parola ' quadrante di Carlo Mar-
mocchi ' Leonardo si riferisce ad un fiorentino, che si occupava
di astrologia, e del quale non ci resta alcuna memoria (1).
. CXXVII.
Martelli Piero. Leonardo abitò, per qualche tempo, in casa
di Piero di Braccio Martelli, dove lo troviamo a riordinare i
suoi scritti « addi 22 di marzo 1508 ». Noterò qui soltanto che
il Martelli, benché di complessione debolissima, aveva composti
« libri quatuor in Mathematicas disciplinas, epistolae plures et
* elegantes, epigrammata non pauca et acutissima » (2).
CXXVIIL
Martini (Francesco di Giorgio). Molto diffuso sulla fine del
secolo XV fu il Trattato di architettura civile e militare di
Francesco di Giorgio Martini (3). Leonardo non lo rammenta in
alcuna parte dei suoi scritti; ma si nota che il Vinci e il Mar-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, i. 16 recto. Uzielli, Ricerche intomo a
Leonardo da Vinci (1897), p. XV.
(2) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 1 recto e 202 verso.
« Ghominciato in Firenze in casa di Piero di Braccio Martelli addi 22 di
« marzo 1508 ; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di molte carte,
« le quali io ho qui copiate, sperando poi metterle per ordine alli lochi loro,
« secondo le materie di cui esse tratteranno ». « Dov'è Valentino? - stivali
« - casse in dogana, Falleri, frate del Carmine, squadra, Piero Martelli -
« Salvi - Qorgherini - rimanda le sacche - sostentaculo delli occhiali - lo
« ignudo del Sangallo - la cappa - porfido - gruppi - squadra - Pan-
« dolfino ».
(3) Edito con grandissima cura da Carlo Promis nel 1841, in 2 voi. in-4o,
in Torino, presso Chirio e Mina.
J
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 211
tini furono insieme per qualche tempo in Milano e in Pavia nel
1490(1), e che l'ultimo, nel suo Trattato di architettura, esprime
qua e là concetti essenzialmente vinciani, come quello sull'uni-
versale applicabilità delle matematiche (2).
CXXIX.
Mardllo. L' inno al sole di Marnilo, l'infelice poeta greco
odiato dal Poliziano e morto nei gorghi del fiume Cecina nel 1500,
che Leonardo cita nel Manoscritto E accanto alla Spetta di
Goro Dati (3), è contenuto nel libro secondo dell'opera di Michele
Tarcaniota intitolata ' Hymniet epigrammata, Florentiae, 1487 ',
dove personifica nelle divinità mitologiche le forze della natura,
e ne canta gli effetti con sentimento schiettamente pagano, e che
si apre appunto coi versi rivolti allo splendido astro del giorno:
Quis noTus hic animos faror incidit onde repente
Mens fremii horrentique sonant praecordia mota?
cxxx.
Medicinale. Una poesia, che Leonardo ha trascritta nel Codice
Atlantico, e che diventò popolare nei secoli XIV e XV, si ritrova
in un manoscritto di Udine (n° 42), insieme ad alcuni sonetti, che
vanno dal folio 99 in avanti. Fu attribuita da alcuni erronea-
(1) Maiocchi, Giovanni Antonio Amadeo, Pavia, 1903, p. 22. Cfr. Mala-
SPINA DI San.^^aro, Memorie storiche della Fabbrica della Cattedrale di
Pavia, Milano, 1816, p. 10. « A di 21 giugno dello stesso anno 1490 come dal
* qui sopra citato libro o rostro, venne pagata la somma di lire 20 all'oste
< Agostino da Berneris alla locanda del Saraceno in Pavia, che credesi fosse
€ in piazza grande vicino alla soppressa chiesa di Santa Maria Gualtieri, per la
« dimora i\i fatta degli ingegneri Francesco senese e Leonardo fiorentino ».
(2) M.\RTiNi. Trattato, cit., voi. I, p. 12.5-126, salvo la citazione di Eu-
pompo di Macedonia, invece che di Panfilo il Macedone.
(3) Leonardo, Manoscritto F, f. 4 verso : e La. Spera e Manilio laudan,
« con molti altri, esso Sole >.
212
E. SOLMI
mente a Cecco Angiolieri da Siena, per la comica ragione che si
trova subito dopo ad un sonetto intitolato: « Gecho da Siena:
« Tutto quest'anno che mi son frustato », ma è opera di ignoto (1).
Leonardo.
Se voi star sano, osserva questa
[norma :
non mangiar sanza voglia, e cena leve ;
mastica bene, e quel che in te ricieve
sia ben cotto e di semplice forma.
Chi medicina piglia, mal s'informa,
guarti dall'ira, e fuggi l'aria grieve ;
su dritto sta, quando da mensa leve;
di mezzogiorno fa che tu non dorma.
El vin sia temprato, poco e spesso,
non for di pasto, né a stomaco voto,
non aspectar, né indugiar il cesso;
se fai esercizio, sia di picciol moto.
Col ventre resupino e col capo de-
[presso
non star, e sta coperto ben di notte,
el capo ti posa, e tien la mente lieta,
fuggi lussuria, e attienti alla dieta (2).
Cod. Udinese.
Se vuoi star sano, osserva questa
[norma:
Non mangiar senza voglia, e cena
[breve ;
Mastica bene quel eh' in te riceve,
E sia ben cotto e di semplice forma.
Chi medicina piglia, mal se informa.
Guardati da ira e da ogni cosa greve ;
Su dritto sta quando da mensa leve ;
Da mezzo giorno fa che tu non dorma.
11 bever temperato, poco e spésso;
Non fuor di pasto et a stomaco voto,
11 corpo in possa, e la mente tien lieta.
Non indugiar, né no affrettar il cesso.
Se fai esercizio fa '1 di leggier moto.
Fuggi lussuria, e tienti a la dieta. (3).
GXXXI.
Meglio (del) Antonio. Gustavo Uzielli ha dimostrato fin dal
1884, che è di Antonio del Meglio il sonetto: « Chi non può quel
(1) A, Battistella., Quattro sonetti inediti di Cecco Angiolieri, in Bi-
blioteca delle scuole italiane, voi. Il, 1890, pp. 177 sgg.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 78 verso.
(3) Biblioteca comunale di Udine, Cod. segn. 42. Cfr. Mazzatinti, Inv.,
voi. Ili, p. 183. Questo medesimo sonetto si trova, con varianti, che più si
discostano da Leonardo, in La pestilenza del i348. Rime antiche, Fi-
renze, 1884, C. e L. Frati, Indice delle carte di P. Bilancioni, in Pro-
pugnatore, serie II, voi. II, p. 26.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 213
« che vuol quel che può voglia », il quale attribuito, non si sa come,
a Leonardo da Paolo Lomazzo, fu tradotto e commentato, come
opera del Vinci, da gran numero di scrittori italiani, francesi,
tedeschi e inglesi (1). Spiace che l'Uzielli, enumerando e discutendo
i vari giudizi portati su questo sonetto, non abbia fatto parola
del commento più ingegnoso, che fu quello di Volfango Goethe,
intorno al quale puoi oggi vedere uno studio di H. G. Graf nel
Ooethes Jahrbttch del 1905.
GXXXII.
Milano (carta geografica di). Quando Leonardo da Vinci
nel Codice Atlantico scrive: 'Paesi di Milano in istampa — Libri
di mercato ', (2) reputo grandemente probabile, ch'egli si riferisca
ad una carta topografica a stampa analoga a quella che poi
usci nel 1567 col titolo: 'Nova descHttione di tutto il ducado
di Milano , del Piamonte , del paese de Svizeri et gran parte
di altre regioni cmifinanti, ridotta a perfettione in Venetia ap-
presso Ferrando Bertelli Nel MDLXVll (m. 0 29 X m- 0 45) '
oppure analoga all'altra, che uscì n«l 1570, col titolo: ' La Nuova
descrittione della Lombardia (con dedica del cosmografo Giorgio
Tilman a Mons/' Cristoforo Madrutio) stampato in Roma ap-
presso La/fari L'A. 1570 ' (3).
(1) UziELLi, Ricerche intorno a Leonardi da Vinci, Roma, 1884, pp, 29 sgg.
Nel Codice Palatino di Firenze, segnato GGXV il sonetto : < Chi non può
< quel che vuol, quel che può voglia » si legge a e. 91 verso sotto il ti-
tolo: Sonetto del detto Messer Antonio di Matteo Araldo. Cfr. Biblioteca
Comunale di Siena. Cod. H, XI, 54 a e. 91.
(2) Leonardo, Cod. Atl., f. 120 recto. Cfr. 225 recto. < Misura di Bocalino.
€ Misura di Milano e borghi. Misura de la corte vecchia. Misura del castello.
€ Della misura di sco Lorenzo. Ritrai Milano. Milano in fondamento ».
(3) C. Castellani, Catalogo Ragionato delle più rare e più importanti
opere geografiche a stampa che si conservano nella biblioteca del Collegio
Romano, Roma, 1878, p. 243.
214 E. SOLMI
CXXXIII.
Milano e sue chiese. «Libro che tratta di Milano e sue chiese,
« che ha l'ultimo cartolaro, che sta verso il Gordusio », si affretta
a segnare Leonardo nelle carte, che porta sempre seco (1), e questa
nota ci pone innanzi un quesito non facile da risolvere, poiché
non vi è nulla a stampa, che appartenga alla fine del sec. XV
e al principio del XVI secolo in tal genere di studi. Probabil-
mente si trattava di un manoscritto, ed in tal caso dell'opera,
ben nota ai cultori di storia milanese, di Goffredo da Busserò,
cappellano di Rodello (1220 + 1289), intitolata Liber notitie san-
ciorum Mediolani, nella quale si enumerano, in ordine alfabe-
tico, tutti i santi che avevano chiese ed altari cosi in Milano
come fuori, ricordando d'ognuno i fasti. Il codice originale è
nella Metropolitana di Milano , e non se ne hanno oggi altre
copie antiche, ma può ben darsi che ve ne siano state, ed una
l'avesse « l'ultimo cartolaro, che sta verso il Gordusio », ricordato
da Leonardo (2).
GXXXIV.
Mondino de Luzzi. Il trattato: Mundinus , Anathomia Mun-
dini, praestantissimorum doctorum almi studii ticinensis cura
diligentissime emendata [in fine]. Impressa Papiae per magi-
strum Antonium de Carcano, 1478, in fol.; ristampata Bono-
niae, 1482; Patavii, 1484; Lipsiae, 1493; Venetiis, 1494 e 1498
con figure; non è che uno studio dei differenti visceri e organi
contenuti nelle tre grandi cavità del corpo: addome, torace e
testa. Si è potuto dire, con ragione, che non ostante i cadaveri
(1) Leonardo, Cod. Atl., f. 225 recto.
(2) Dozio, Notizie di Vimercate e sua pieve, Milano, 1853, pp. 90 sgg.
J
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 215
che l'autore aveva aperti, egli ha descritto questi organi piut-
tosto da Galeno e dagli Arabi, che dalla natura, perchè in pre-
senza del fegato umano a quattro lobi. Mondino non osa rigettare
i cinque presi dall'anatomia animale, e affermati dall'anatomia
antica (1).
Per questo ossequio poco reverente verso la esperienza, Leo-
nardo, che ha letta e meditata l'Anatomia di Mondino, è molto
severo verso questo autore. « Dice Mondino, scrive con disprezzo
« nei fogli di Windsor, che li muscoli, che alzano li diti del piede,
« stanno nella parte silvestra della coscia, e poi sogiugne che '1 dosso
< del piede non à muscoli, perchè la natura lo volle fare legero,
« a ciò che fussi facile al movimento, perchè se fussi carnoso
« sarebbe più grave ! ». A tali idee Leonardo contrappone la
' sperientia ', indagando con grande accuratezza ' l'origine dei
muscoli del piede ' (2). E fra i fogli inediti, da me trascritti, trovo
quest'altra nota del Vinci, non meno severa: « Tu Mondino credi,
< che li vasi spermatici , over testiculi , non gittano vera se-
« menza, ma sol gittan un certo omore scilivale, il quale la
< natura ha ordinato a dilectatione del coito della femina. Alla
« qual cosa, se cosi fussi, non bisogniava, che li nascimenti delli
< vasi spermatici nascessino nel medesimo modo ne le femine,
* che ne' maschi » (3).
(1) Le figure contenute in questo trattato non sono, come si è preteso, le
prime, che fossero introdotte in un trattato di Notomia. Nel fasciculus me-
dicinae di Giovanni Ketham, che riproduce V Anatomia del Mundinas, im-
presso pure a Venezia da 1. e G. de Gregoriis 1491 in fol., contengonsi in-
tagli in legno, che si vogliono disegnati, ma non incisi, dal Mantegna, e furono
più volte riprodotti negli anni successivi.
(2) Leonardo, Windsor Anatomy, fogli A, f. 18 recto. Fra le opere me-
diche di Leonardo era forse anche contenuto il libro Guidonis de Montero-
cheren, Manipulus curatorum, (in fine) Impressum Mediolani per prudentes
opifices Leonardum pachel et uldericum scinezenceller teutonicos. Anno a
nativitate Domini 1481 pridie Kalendas Februarias in-4°, in carattere semi-
gotico, a due colonne, senza segnature e richiami ? II nome di « Guidone >,
ripetuto più volte da Leonardo, e alcuni contatti coi manoscritti, lo farebbero
sospettare.
(3) Lkonardo, Windsor libr.. Ili, f. 10 recto.
él6 E. SOLMI
GXXXV.
Monti Pietro. Da Giorgio, figlio di Ambrogio, era nato in Mi-
lano nel 1460 Pietro Monti, soldato, ingegnere e teologo. Questi,
recatosi giovanissimo in Ispagna, vi aveva scritto nella lingua
del paese un'opera piena d'ingegno e di stramberie, che fu edita
poi in Milano « interprete ex hispanico G. Aiora cordubensi »
nel 1492, dopo il ritorno del suo autore, col titolo De digno-
scendis horninibus. (Antonius Zarotus Parmensis Mediolani hoc
opus impressit Millesimo quadregentesimo nonagesimo secundo
sexto decimo chalendas Januarii in fol. in carattere rotondo assai
nitido, in bella carta, senza cifre e richiami). Quivi le pagine
contro la necromanzia ed i medici, contro il principio di autorità
ed in favore dell'esperienza, erano così vivaci, che dovettero
suscitare qualche grido, e attrarre l'attenzione di Leonardo.
«Parla con Pietro Monti», scrive l'ultimo nel Manoscritto I,
« di questi tali modi di trarre i dardi » (1) ; e questo appunto vin-
ciano, estremamente prezioso, ci apre uno spiraglio, e non lieve,
a rivelare un altro di quegli intelletti, che cooperarono alla for-
mazione del più gran genio, che sia mai apparso al mondo.
Il Monti, nella Corte milanese, abbandonate le armi e le astra-
zioni filosofiche, dopo aver cercato riposo nella conversazione
degli amici e negli spettacoli teatrali, convinto che la natura ci
ha creati per esser utili agli altri, si era dato a raccogliere
notizie ed esperimenti sull'arte della guerra, avvicinando due
maestri nell'ingegneria, un pratico, Galeazzo da Sanseverino, e
un teorico, Leonardo da Vinci.
Frutto dei suoi studi e delle sue amicizie fu il De singulari
ceriamine exercitiorum atque artis mililaris collectanea in
tres libros distincta, edito in Milano nel 1509. In questo mede-
(1) Leonardo, Manoscritto /, f. 120 recto. Gfr. Manoscritto H, f. 94
recto. € Pietro » accanto a « Giacomo Andrea » di Ferrara.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI :.'1T
Simo anno egli passa al servizio della Repubblica veneta, acquista
molta fama come tattico, e scrive il De via ad exercitia miii-
taria. Si smarrisce poi negli studi di filosofia e, vecchio, nel
1522, contro la invadente riforma luterana, innalza una protesta
nel De unius legis veritate et sectoì^um falsitate, che nessuno
lesse, e dove stranamente il misticismo era legato allo sperimen-
talismo, Aristotile ai nuovi concetti propugnati dal Vinci e dai
suoi successori, la teologia alla fisica ; caratteristico sfogo mistico
di un filosofo soldato; immensa Somma abortita, dove risplendono
solo le pagine, che studiano la traiettoria percorsa dalla palla
uscente dalla bocca del cannone, lanciata in libero movimento,
come un ricordo dei metodi intravveduti nel contatto con Leo-
nardo. « Domanda, aveva scritto quest'ultimo, in che parte del
« suo moto curvo, la causa, che muove, lascerà la cosa mossa e
« mobile. Parla con Pietro Monti di questi tali modi di trarre
« i dardi » (1).
GXXXVI.
Nonio Marcello. Con la nota « Nonio Marcello, Pesto Pompeo,
« Terenzio Varrone » (2) Leonardo ci suggerisce la raccolta, forse
contenuta in un unico tomo: Nomi Marcelli Peripatetici Ti-
burticensis compendiosa doctrina de proprielate sermonum
(in fine) impressa Parmae, 1480, in fol.; M. T. Vat^onis de
lingua latina (in fine) Impressus Parmae, 1480, Tertio Idus
Decembris, in fol. Carattere rotondo senza cifre e richiami, pre-
ceduta da una lettera di Pomponio Leto a Gio. Batt. Platina. Pomr
pejus Festus de verboy^m significatione (in fine) Mediolani,
tertio nonas augustas millesimo quadringentessimo septuagessimo
(1) Cfr. De dignoscendis hominibus, e. XIll, XIV, XV, XVII, XIX, XXIX
del libro primo. Nel rimanente le idee espresse dal Monti in questi e negli
altri suoi libri sono agli antipodi di quelle di Leonardo.
(2) Leonardo, Manoscritto del South Kensington Museum, III, f. 87 verso.
218 E. SOLMI
primo, in fol. piccolo, rarissimo. Nulla Leonardo ha attinto testual-
mente da questi libri, sui quali egli cercò di rendere più salda
la conoscenza della lingua latina.
GXXXVII.
Orazio. Ben due volte, una nel Manoscritto G e l'altra nel
Manoscritto F, Leonardo accenna alle poesie di Orazio. Par-
lando dei rapporti che debbon passare fra la teorica dell'arte e
la pratica: « vedi prima, scrive egli, la Poetria di Orazio »(1). E
altrove, in modo estremamente vago e inesatto: «Orazio scrisse
« della velocità del cielo » (2).
Nella prima citazione accenna alla Epistola ai Pisoni o arte
poetica, nella seconda a qualche verso delle odi, ch'egli poteva
leggere nella splendida edizione di Milano del 1474 dello stampa-
tore Zaroto, e forse al verso dell'ode famosa che incomincia Dif-
fugere nives, dove è scritto: « damna tamen celeres reparant
« caelestia lunae ». Citazioni più esatte si hanno altrove e so-
pratutto nel passo, che qui riferisco:
Leonardo. Orazio.
Orazio : Tu, o Iddio, ci vendi tutti Nil sine magno
li beni per prezzo di fatica (3). Vita labore dedit mortalibus (4).
(1) Leonardo, Manoscritto (?, f. 8, recto. « Dell'error di quelli che usano
« la pratica sanza scientia. Vedi prima la poetria di Orazio ».
(2) Leonardo, Manoscritto F, verso della cop.
(3) Leonardo, Windsor Anatomy, IV, f. 172 recto.
(4) Orazio, Satira IX, Libro /, v. 59 e 60. È notevole tuttavia il fatto
che il testo del Vinci è più aflBlne a quello, che Senofonte, Commentaria,
Lipsia, 1882, p. 39, attribuisce ad Epicarmo.
Leonardo. Senofonte.
Tu, 0 Iddio, ci vendi tutti li beni TOùv nóvmv itiuXoOoiv i^|utv irdvxa
per prezzo di fatica. TàyaGà ci Beoi.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 219
G XXXVIII.
Ovidio. « Le Pistole d'Ovidio » (1) porta il Codice Atlantico, cioè
* Le pistole di Ovidio » volgarizzate da Luca Pulci, e pubblicate
in Firenze dal Miscomini nel 1481, in-4". Nessuna traccia di questa
lettura è evidente nei manoscritti vinciani.
CXXXIX.
Oviedo (de) Gonzalo Fernandez. Che siano esistiti rapporti
fra Leonardo da Vinci e il naturalista spagnuolo Gonzalo Fer-
nandez de Oviedo, risulta chiaro da un passo della Historia
general y naturai de las Indias (ed. di Madrid 1851, parte 1',
p. 362), in cui l' Oviedo dichiara di aver conosciuto il Vinci
durante la sua dimora in Italia dal 1478 al 1502. Parlando di
certo stranissimo albero, che bisognerebbe per descriverlo dipin-
gerlo, anziché cercare di spiegarlo verbalmente, conclude: «no
« me sé determinar si es àrbol o monstruo entre àrboles : pero
« comò yo supiere, dire lo que dèi he comprehendido, remitién-
« dome à quen major lo sepa pintar o dar à entender, por que
« es mas para verle pintato de mano de Verruguete u ótro ex-
« gelente pintor comò él o aquel Leonardo de Vinci o Andrea
«Mantena, famosos pintores que yo conoci en Italia, que no
« para darle à entender con palabras ».
CXL.
Pacioli. Fratria Lucae de Burgo sancii sepulcri. Summa
de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalità (in
fine). Vinegia per Paganino de Paganini da Brescia negli -anni
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
220 E. SOLMI
de nostra salute 1494 adi 10 di novembre, in fol., in carattere
seraigotico con cifre e senza richiami. Appena edita quest'opera,
il Vinci si affretta ad acquistarla, insieme alla Cronaca di Santo
Isidoro di Siviglia e alla Bibbia volgare:
< S. 48 nella Cronica
61 in Bibbia
119 in Aritmetica di maestro Luca» (1).
Nel 1496 Luca Pacioli fu chiamato da Lodovico Sforza in Mi-
lano, come lettore di matematica. Il francescano dice questo ' un
felice tempo ', e afferma che alle sue letture quotidiane ' cresce
alla giornata il numero degli assidui '. Leonardo, che stava allora
dando gli ultimi tocchi al Cenacolo, assistette forse alle lezioni
novellamente istituite dal Duca, e si affrettò ad avvicinare l'in-
signe maestro (2). I loro ragionamenti si aggirarono attox'no alla
prospettiva, alla meccanica e alla matematica. Un primo ricordo
ci è conservato nel Codice Atlantico: «Fatti mostrare al frate
di Brera de Ponderibus ». In seguito i rapporti diventarono
sempre più intimi. Leonardo condusse il frate alle Grazie, e gli
mostrò il Cenacolo; lo condusse in Corte Vecchia, e gli mostrò
la Statua equestre; lo fece penetrare nel proprio studio, in-
gombro di pennelli e di strumenti meccanici, poi con atto che
di rado egli dovette compiere, sfogliò dinanzi all'amico meravi-
gliato, la gran massa di appunti presi per il Trattato di luce
ed ombra, per quello Delle py^oporzioni e anatomia del corpo
um,ano, e gli manifestò i suoi pensieri per il più vasto Trattato
del moto locale e' delle percussioni e pesi e de le forze tutte
cioè pesi accidentali (3).
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 90 verso. Sul Pacioli leggasi Gantor,
Vorles. ùber Gesch. der Mathematih, II, pp. 337 sgg.
(2) Solmi, Leonardo, pp. 110-115. I rapporti fra il Pacioli ed il Vinci
cominciarono nel 1496 e non nel 1497, come volle l'Uzielli. Cfr. Divina
prop'ortione, Venezia, 1509, e. 28 « ci trovavamo nelli anni di nostra sa-
« Iute 1496 fino al 1499» e Codice Atlantico, f. 104 recto.
(3) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 225 recto. Cfr. Pacioli, Divina propor-
zione, e. 1.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 221
L'ammirazione del francescano non ebbe più limiti: la prodi-
giosa Cena, il grandioso Cavallo, le ' opere inextiraabili ' di Pro-
spettiva, di Anatomia e di Meccanica, gli fecero rilucere dinanzi
il genio più grande, che mai uomo potesse imaginare. Luca Pa-
cioli lo comprese e lo celebrò. Leonardo per parte sua s'inchinò
al matematico, e divenne, quasi direi, suo discepolo, come si
scorge dalla nota del Codice Atlantico: « Impara la maltiplica-
« zione delle radici da maestro Luca» (1).
Il Pacioli e il Vinci lavorarono insieme alla Divina propor-
liane nel 1497, ma essa fu edita solo nel 1500. Fratris Lucae
de Burgo sancii sepulcri. Divina proportione opera a tutti
gl'ingegni perspicaci e curiosi necessaria, che ciascun curioso
di philosophia, prospectiva, pittura et altre mathematice sua-
vfssima, sottile et admirabile dottrina consequirà et dilecterassi
con varie questioni de secretissima scientia. Libellus in tres par-
iiales tractalus divisus quinque corporum regulartum acticae
perscy^tationi. (In fine) Venetiis per Paganinum de Paganinis,
1509. In fol., in carattere rotondo, con cifre e richiami.
Reputo intanto probabile che il Vinci stesso abbia scritto al-
cuni dei versi, che si trovano innanzi all'opera. Precede un 'So-
netto del autore ' cioè di Luca Pacioli, che comincia:
Cinque corpi in natura son producti.
Segue una terzina intitolata Corpora ad lectorem:
Fagioli.
El dolce firucto vago e sì dilecto
Constrinse già i Philosophi a cercare
Causa de noi, che pasci l'intellecto.
Ora si noti che i ' corpora ' cioè i cinque poliedri regolari e
derivati sono, come scrive il Pacioli, « Vincii nostri manibus
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 120 recto. Cfr. anche Manzoni, Studi
di bibliografia, Roma, 1881-1882, voi. II, p. 107-121. Uzielli, Ricerche in-
tomo a Leonardo da Vinci, Torino, 1897, pp. 197-202.
222 E. SOLMI
« scalpta » « stati facti dal degnissimo pictore , prospectivo , ar-
«chitecto, musico e de tutte virtù doctato, Leonardo da Vinci
« fiorentino nella cita di Milano , quando a li stipendi de lo
« Excellentissimo Duca di quello, Ludovico Maria Sforza Anglo,
« ci ritrovavamo nelli anni de nostra salute 1496 fin al 99; donde
« poi da sieme per diversi sucessi in quella parte ci partemmo
-« e a Firenze pur insieme, trahemmo domicilio ».
Non è naturale che il Vinci avendo disegnato con « quella
« ineffabile senistra mano a tutte discipline Mathematice acco-
« modatissima », tanto « ch'in prospetivo disegno non è possibile
« al mondo farli meglio, quando bene Apelle, Mirone, Policleto
« e gli altri fra noi tornassero », i corpi regolari e i dipendenti,
non è naturale, dico, che scrivesse anche ciò che i « corpora »
dicono « ad lectorem »?
Trovo in fatti nel Manoscritto M, scritto di pugno di Leonardo :
« Terzetto fatto per li corpi regolari e loro derivativi » :
Leonardo.
El dolce fructo vago e sì diletto
Costrinse già i filosofi a cercare
Causa di noi per pascier l'intelletto (1).
Leonardo assistette anche ai lavori del Pacioli per l'edizione
degli Elementi di Euclide, che furon eseguiti in Firenze dal 1500
al 1509, e che fruttaron la bella edizione veneta del Liber ele-
mentorum, dedicata a Pier Soderini, e della quale già si è parlato.
Maestro Luca dice infatti, che ha edito Euclide « amicorum prae-
« cibus impulsus et tuorum (del Soderini) precipue familiarium,
« quorum mihi clarissimus Leonardus vincius accessit » (2).
(1) Leonardo, Manoscritto M, f. 80 recto.
(2) EucLiDis, Liber elementorum, Venetiis, 1509. Dedica a Pier Soderini.
Ma Leonardo non fu presente alle lezioni euclidee del Pacioli nella chiesa
di S. Bartolomeo in Venezia nell'agosto del 1508. Gfr. Liber ehm. Introd.
al V libro. Sermo habitus per Reverendum patrem M. Lucam Paciolum de
Burgo Sancti Sepulcri or. minoris in ecclesia Sancti Bartolomei, Venetiis, 1508
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 223
Non reputo impossibile qualche intervento di Leonardo anche
nella compilazione della Aritmetica ed Algebra del Pacioli ine-
dite nella Biblioteca Vaticana, del De virilms quaniilatis inedito
nella Università di Bologna, e del Jocondo et allegro tractato
de ludis in genere, cum illicito7'um reprobatione, spetialmente
di quello de schachi in tutti i modi detto schifa noia, dedicato
ai marchesi Francesco e Isabella di Mantova, pure inedito.
Da altri è già stata studiata la parte avuta da Leonardo nella
composizione della Divina propoi^tione {i). Io aggiungerò solo che,
nella parte ideale e filosofica, si sente in quest'opera l'impronta
di Niccolò da Gusa e di Leonardo da Vinci: del primo nel con-
cetto che la matematica < sola altissimae indlviduaeque trinitatis
« intime penetrat », e in quello lungamente svolto che « finiti
« ad infinitum proportio nulla est »; del secondo nel concetto
che « dal vedere ebbe initio el sapere », e in quello che esalta
la prospettiva sopra tutte le scienze e la pittura sopra tutte le
arti con parole, che ritornano nel Trattato della Pittura vin-
ciano, quasi testuali « 0 levate la musica, scrive il Pacioli par-
« landò delle arti liberali, o aggiungete la prospettiva. E son
< certo che per non essere articolo de fede me sera tolerato » (2).
Die XI augusti in quintum Euclidis. È degno di nota, che fra i nominati
dal Pacioli, come presenti alla sua lezione, vi è quel « Paolo di Vanoceio se-
< nese » citato dal Vinci nel Manoscritto L verso della copertina, nel famoso
frammento scritto forse in Venezia, che comincia : « Paolo di Vanoceio in
« Siena co. di Ronco » (Paulus Vanotii senensis). È l'amico presso il quale
Leonardo si rifugiò nel 1499.
(1) 11 Gantor con manifesta esagerazione scrive ( Yorl. ùber Gesch. d. Ma-
them., II, p. 315): « Sie sind von vollendeter Ausfùhrung, was nicht Wunder
« nehmen kann, denn kein, geringerer Meister als Leonardo da Vinci hat sie
« entworfen..., der auch nicht ohne Einfluss auf die Abfassung des Werkes
< gewesen sein wird ».
(2) Cfr. Divina proportione, e. 2 recto e verso, e. 3 recto e verso, e. 7
verso, e. 17 verso, e. 25 recto. * Arithmetica. Geometria. Astronomia e Mu-
€ sica e laltre fiano dette subalternate cioè da queste quatro dependenti.
« Com voi Platone e Aristotile e ysidoro in le sue ethimologie. El Severino
* Boetio in sua Arithmetica. Ma el nostro judicio benché imbecille et basso
€ sia 0 tre o cinque ne constregne, cioè Arithmetica, Geometria e Astro-
< nomia escludendo la musica da dette per tante ragioni quante loro dall 5.
224 E. SOLMI
Nel De viribus quantitaiis il nome di Leonardo ritorna di
continuo a proposito dei corpi regolari disegnati dal Vinci e
della scrittura a specchio; vi è ricordata l'impressione naturale
e vi si parla di uno scherzo, che ritorna nel Codice Atlantico
con le medesime parole: « Dimmi come faresti tu a insegnare
«a uno cosa che tu né lui non la sa? Dirai che mesorerai in
« sua presenzia una distanzia over lunghezza di tavola o via o
« altra cosa, che tu, né lui, non la saprete, e cosi la saperà mi-
« surata che Tarai in sua presentia » (1).
GXLI.
Pallavicino Ottaviano. Alla casa di raesser Ottaviano Palla-
vicino Leonardo si rivolse per il De architectura di Vitruvio,
« La prospectiva e per tante ragioni, quella agiongendo a le diete quatro
« per quanto quelli a le diete nostre 3. la musica. Se questi dicano la musica
« contentare l'udito uno di sensi natura. E quella el vedere quale tanto è
« più degno, quanto egli è prima porta all'intellecto, se dichino quella sa-
« tende al numero sonoro e ala mesura importate nel tempo di sue prola-
« tioni. E quella al numero naturale secondo ogni sua diffinitione e ala mi-
« sura dela linea visuale. Se quella crea l'animo per l'armonia. E questa
« per debita distantia e varietà di colori, molto dilecta. Se quella suoi
f. armoniche proportioni considera. E questa le arithmetiche e geometre. E
« breviter excell. D. finora e già son più anni che questo nel capo mi
« tencona. E da nullo ciò me facto chiaro per che pur quatro che tre o
« cinque. Pur existimo tanti savi, non errare. E per lor dicto la mia igno-
ri ran^a non si svelle. Oime chi è quello che vedendo una ligiadra figura
« con suoi debiti liniamenti ben disposti a cui solo el fiato par che manchi
« non la giudichi cosa più presto divina che humana ? E tanto la pictura
« imita la natura quanto cosa dir si possa ». Segue citando il Cenacolo delle
Grazie che « con sua ligiadra mano el nostro Leonardo dipinse ». Si con-
fronti questo brano del Pacioli con il libro I del Trattato della pittura
vinciano ; molto spesso ritornano le medesime parole.
(1) De viribus quantitatis, parte I, cap. LXXXI. Leonardo, Codice
Atlantico, f. 76 recto. « Se tu voli insegnare a uno una cosa che tu non
4. sappi falli misurare la lunghezza d'una cosa a te incognita, e lui saprà la
« misura che tu prima non sapeva ». Accanto vi è il nome « maestro Giovanni
da Lodi ». Gfr. per il Vinci De vir. quant., P. 1, e. IX e X (impressione
naturale usata da Leonardo), P. 11, e. XVI.
i
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 225
forse illustrato e commentato: « Ottavian Palavicino — pe '1 suo
« Vetruvio » (1). Di questo personaggio, di famiglia potentissima,
sappiamo soltanto che fu fratello di monsignor Girolamo Pa-
lavicino, vescovo di Novara, e che fu uno de' più caldi fautori
del dominio francese in Lombardia. Nel marzo del 1500 « di fora
« dil Castel de Milano era uscito uno messo, mandato di monsi-
«gnor Palavicino, fratello di domino Octaviano, lo qual diceva
< quelli del castello esser sani e di bona voia ; hanno novelle
«bone di Pranza, e vituarie abondantemente per mesi XV
« et più > (2).
CXLII.
Pandolfini Francesco. Francesco Pandolfini aveva avvicinato
il Vinci in Milano, quando si trovava per incarico della Signoria
di Firenze come ambasciatore presso Galeazzo Sforza; se n'era
fatto amico mentre risiedeva presso Luigi XII, da prima sempli-
cemente come ambasciatore, poi come cameriere ordinario e
consigliere del Re; lo aveva riveduto dopo il 1510 mentre co-
priva in patria la carica di gonfaloniere della Signoria. A lui con
ogni probabilità si riferisce il ricordo dei manoscritti vinciani,
relativi ad un 'libro' indeterminato e indeterminabile, che il Vinci
desiderava leggere con vivo interesse : « Pandolfino » (3) « libro del
« Pandolfino » (4). Il Richter pensa erroneamente, dopo la bella
dimostrazione del Pellegrini, che Leonardo accenni qui al Trat-
tato del goveì^no della famiglia di Leon Battista Alberti, edito
la prima volta in Firenze, con la vita di Vespasiano da Bisticci,
nel 1734, in-4<'.
(1) Leonardo, Manoscritto F, 1 recto della copertina.
(2) Sanuto, Diarii, 23 marzo 1500.
(3) Lbonardo, Manoscritto L, 1 recto della copertina « Porfido — gruppi
- squadra — Pandolfino ».
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 120 recto.
Giomait itorico. — Soppl. b» 10-11. 15
226
E. SOLMI
GXLIII.
PEGKHA.M (Giovanni). Quest'autore, assai noto, dopo gli studi
dell'Ehrle, come avversario di S. Tomaso, e non mai ricordato da
Leonardo, è la fonte, come io rilevai nel 1898 nei miei Studi sulla
filosofia naturale di Leonardo da Vinci, e poi ripetei nel 1899
nei Frammenti letterari e filosofici, e nel 1900 nel Leonardo,
di uno, e, come si vedrà, ora di un secondo frammento dei Ma-
noscritti.
Si tenga presente la Prospectiva comunis domini Johannis
archiepiscopi Cantuariensis fratris ordinum minorum, de [ ]
ad unguem castigaiam, per eximium artium et Tnedicinae ac
juris utriusque doctorem ac matfiematicuTn peritissimum
D. Facium Cardanum mediolanensem in venerabili colegio
juris peritorum Mediolani residentem, s. 1. n. d.
Leonardo.
Intra li studi delle naturali consi-
derationi, la luce diletta più i con-
templanti ; in traile cose grandi delle
matematiche, la certezza della dimo-
strazione innalza più preclaramente
r ingegni delli investiganti ; la pro-
spectiva adunque è da essere preposta
a tutte le tradizioni e discipline
umane, nel campo della quale la
linia radiosa, complicata, dà i modi
delle dimostrationi, in nella quale si
trova la gloria non tanto de la ma-
tematica, quanto della fisica, ornata
co' fiori dell'una e dell'altra; le sen-
tentie della quale distese con gran
circuizioni, io le ristrignerò in con-
clusiva brevità, intessendo, secondo
il modo di la materia, naturali e
matematiche dimostrazioni, alcuna
volta concludendo gli effetti per le
Peckham.
Inter Physicae considerationis stu-
dia, lux iocundi afficit meditantes;
inter magnalia mathematicarum, cer-
titudo demonstrationis extollit prae-
clarius investigantes. Prospectiva igi-
tur humanis traditionibus recte prae-
fertur, in cuius area linea radiosa
demonstrationum nexibus compli-
catur. In qua tam mathematice quam
fysice gloria reperii utriusque floribus
adornata. Huius sententias magnis
deductas ambagibus in conclusiva
compendia coartabo, mistis, iuxta mo-
dum materie, naturalibus et mathe-
maticis demonstrationibus, nunc ef-
fectus ex causis, nunc ex effectibus
causas conclusurus, additis etiam in
nonnullis conclusionibus, quae sibi
non habentur ex eisdem tamen eli-
ciuntur. Precor ut de luce tractantem
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
227
cagioni, alcuna volta le cagioni per
li effetti, agiugnendo ancora alle mi«
conclusioni alcune, che non sono in
quelle, non di meno di quelle si
traggano, come si degnerà il signore,
luce d'ogni cosa, illustrare me tratta-
tore della luce, il quale partirò la
presente opera in tre parti (1).
La luce operando nel vedere, le
cose centra sé converse alquanto le
spezie di quelle ritiene. Questa con-
clusione si pruova per li effetti, perchè
la vista, in vedere luce, alquanto teme.
Ancora, dopo lo sguardo rimangono
nell'occhio similitudini della cosa in-
tesa, e fanno parere tenebroso il loco
di minor luce, per insino che dal
occhio sia sparito il vestigio de la
impression de la maggior luce (3).
lux omnis deus dignabitur illustrare.
Dividam autem hoc nostrum opo-
sculum in tres libelloe (2).
Luoem operari aliquid in vimm
contra se conversum impressive. Hoc
probatur per effectum. Quoniam visus
in videndo lucem forte dolet, et pa-
titur, et lucis intensa simulacbra re-
manent, post aspectum fortis luminis,
nec non locum minorìs luminis ap-
parere facit oh umbratum tenebro-
sum, donec ab oculis majoris luminis
vestigium evanuerit...(4).
GXLIV.
Pelacani (Biagio). La distinzione fra opere a stampa e opere
manoscritte nel secolo XV non era così recisa, come è ora. Nella
propria casa ogni studioso, accanto a qualche opera edita, aveva
volumi trascritti o di propria mano o dagli amanuensi. È questo
forse il caso, per Leonardo da Vinci, degli scritti di Biagio Pela-
cani da Parma, che fu professore a Pavia nel 1374, poi a Bo-
logna, Padova e Parma fino alla morte seguita addì 23 aprile
1416 (5). Nella biblioteca di S. Marco in Venezia e nell'Ambro-
siana di Milano si conservano due codici scritti nel 1399 e inti-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 207 recto.
(2) Peckham, Prospectiva comunis, f. a. 2.
(3) Leonardo, Cod. Atl., f. 207 recto.
(4) Peckham, Prospectiva comutiis, f. a. 3.
(5) A. Favaro, Le matematiche nello Studio di Padova dal principio
del sec. XIV alla fine del XVI, Padova, 1880, pp. 23-27.
228 E. SOLMI
telati Blasii de Parma Perspectiva ; nella biblioteca Vaticana in
Roma un codice sulle Quaestiones de coelo et mundo; nella Lau-
renzfana di Firenze un De ponderibus ; e nel 1482 furono edite in
Padova le Quaestiones super tractaius de latitudine formarum
determinate, molto importante, perchè è un acuto commento sullo
scritto famoso di Nicola Oresme (1). A queste opere Leonardo si
riferisce nella sua nota: « Eredi di maestro Giovan Ghiringallo
« hanno opere del Pelachano » (2). Di interesse speciale per il
Vinci, era, oltre alla perspectiva, il de ponderibus : « Biagio »,
annota infatti Leonardo nel Codice Atlantico, « tratta delle
leve » (3). E che egli potesse acquistare e meditare quest'opera
risulta evidente da un passo notevole del Manoscritto 2037 della
Biblioteca Nazionale, dove Leonardo da Vinci appunta : « Dicie
« il Pelachane, che il maggior braccio di questa bilancia caderà
« più presto che '1 minore, perchè il suo discienso descrive il
« suo quarto circulo più diritto che non fa il minore, e perchè i
« pesi desiderano cadere perpendiculare linia. Quanto esso cir-
« culo più si torcerà più tarderà il moto. La figura m n gitta
« per terra questa ragione, perchè il discienso de' sua pesi non
« vanno per circuii, e pur cala il peso dal maggior braccio » (4).
Tre parti compongono quest'opera in cui Biagio Pelacani ha
tentato di esporre in una forma coordinata le dottrine della
scuola di Giordano Nemorario. Le due prime parti del trattato
del Parmense sono consacrate allo studio della statica; la terza
(1) Cat. Codd. mss. Bibl. S. Marco, t. 2, p. 1. Altri due codici del medesimo
scritto sono dal Montfaucon, Bibl. Bibliolh., I, pp. 399, 510, segnalati nella
biblioteca Laurenz.iana di Firenze e Ambrosiana di Milano. Sulla Perspectiva,
cfr. Montfaucon, 5ifeZ. Bihlioth., I, p. 400; Op. cit., p. 427. Il Montfaucon
indica anche nella Vaticana Blasii de Parma varia opera, e nella bibl.
del Re di Parigi, t. 4, p. 359, un Judicium de revolutione anni 1405
authore Biasio de Parma.
(2) Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 13 verso.
(3) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 210 recto.
(4) Leonardo, Manoscritto 2037, f. 2 recto. Il passo relativo del Pelacani
è riportato dal Duhem, Les origines de la stàtique. Gap. VII. Cod. Bibl.
Nat. di Parigi, Fondo latino, n" 10.252 f. 128.
I
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 229
parte è dedicata all'idrostatica, dietro la guida del Trattato dei
pesi, falsamente attribuito ad Archimede (che chiama Alaminide),
e del Carmen de ixmderibus o de pondet'Ums et mensuris, che
la collezione dei Poetae latini minores attribuisce falsamente a
Prisciano, dove è descritto l'areometro a peso costante.
CXLV.
Petrarca (Francesco). Nella solita nota del Codice Atlantico
è ricordato « Petrarca » cioè Sonetti e Canzoni di Messer Fran-
cesco Petrarca coWinterprelatione del prestante Oratore et Poeta
Messer Francesco Philelpho, (in fine) Impresso in Venexia per
Theodoro de Reynsburch et Reynaldo de Noviraagio 1478. adi
XXX marzo, in fol.
Da questa edizione Leonardo cava i noti versi:
Cosa beila mortai passa, e non dura,
e gli altri:
Passano nostri trìumfi, nostre pompe
La gola e '1 sonno e l'otiose piume
Anno dal mondo ogni virtù sbandita.
Tal che dal corso suo quasi smarita
Nostra natura è vinta dal costume.
Leonardo tuttavia è più ammiratore di Dante pensieroso che
del Petrarca sentimentale, e trascrive con compiacenza questa
terzina di un ignoto antipetrarchista:
Se *1 Petrarca amò si forte il lauro
Fu che ^li è ben fra la salsiccia e tordo;
lo non vo di lor ciancie far thesauro (1).
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. Petrarca, Le Rime (1820),
voi. II, p. 219. Leonardo, Codice Trivulziano, f. 1 verso. Petrarca, Le
Rime (1820), voi. 1, p. 7. Non si esclude, che Leonardo abbia conosciuto
anche alcuna delle opere in prosa del Petrarca.
230 E. SOLMI
GXLVI.
Pisa (carta di). Nel 1503 il Vinci fu mandato dalla Signoria
di Firenze, insieme con Alessandro degli Albizzi, a dar parere
intorno ad una proposta di deviar l'Arno a' danni di Pisa, get-
tandolo in uno stagno vicino a Livorno, per lasciare a secco
quella città, e toglierle ogni comunicazione col mare. Reputo che
in questa occasione Leonardo segnasse la nota: « il pian di Pisa,
« che ha Giorgio cartolaro », dove abbiamo una prova che l'Ar-
tista ricercò una carta topografica del ' pian di Pisa ' per poter
dare un giudizio fondato sull'opportunità dell'opera ideata. Di
questo ' pian di Pisa ' non resta più nessuna traccia (1).
GXLVIL
Platina (Bartolomeo). Nel Codice Atlantico Leonardo ram-
menta l'opera : « de honesta voluptà » (2), che possiede fra i suoi
libri; ed è la traduzione italiana ^qW Opusculum de obsoniis ac
honesta voluptate di Bartolomeo Platina, intitolata : « De la honesta
« voluptate et valetudine et de li obsonii... Venezia, 1487 », in-4''.
Quest'opera aveva un certo interesse pel Vinci, perchè dava in-
segnamenti per formare cibi composti con semplici vegetali,
in relazione al noto principio leonardesco, del resto, come os-
serva argutamente il Richter, da lui non seguito, di non mangiare
mai carne d'animali. « Non produce la natura, scrive infatti Leo-
« nardo, tanti semplici che tu (o uomo) ti possa satiare? e se
(1) Solmi, Leonardo, pp. 142-143. Risale ai primi anni del sec. XVI il
Ragionamento sopra il bonificare il paese di Pisa fra messer Giovanni
Caccini, maestro Davitte Fortini e Lorenzo Albizzi, inserito nelle diverse
ediz. della Raccolta di autori d'acqua, di Firenze, 1723, L. I, p. 25, di Fi-
renze, 1768, t. IV, p. 1, di Bologna, 1821, t. IV, p. 448, di Venezia, 1841,
p. 123.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 231
« non ti contenti de* semplici non puoi tu con la mistion di
« quelli fare infiniti composti , come scrive il Platina e li altri
€ autori di gola? > (1).
GXLVIII.
Platone da Atene. Leonardo da Vinci aveva forse sfogliato il
libro: Platonis, Opet^a omnia latine ex versione Marsilii Ficini...
Florentiae , in fol., s. d. (1483-1484)? Era corso a leggere quel
Timeo, che conosciuto durante il Medio Evo solo fino a p. 53,
e, Steph., nella traduzione di Calcidio, aveva pur lasciate tante
traccio nelle opere latine dei naturalisti dì tutti i secoli (2)? Egli
attingeva a seconda mano, e precisamente alle Quaestiones di
Alberto di Sassonia, quando scriveva le memorabili note del Ma-
noscritto F sui corpi mondani. La stima del Vinci per Platone
appare dalla sua difesa dell'antico contro gli scolastici termi-
nisti : « Della figura delli elementi, e prima contro a chi niega
« l'opinione di Platone, che dicano che se essi elementi vestis-
« sen Tun l'altro colle figure, che mette Platone, che si cause-
« rebbe vacuo infra l'uno e l'altri. Il che non è vero: e qui
« lo provo : ma prima bisogna proporre alcuna conclusione. Non
« è necessario, che nessuno elemento, che veste l'un l'altro, sia
« d'egual grossezza in tutta la sua quantità in fra la parte che
« veste, e quella ch'è vestita. Noi vediamo la spera dell'acqua
« manifestamente essere di varie grossezze dalia sua superficie
« al fondo, e che non che essa vestissi la terra, quando fosse di
« figura cuba cioè di 8 angoli, come volo Platone, essa veste la
« terra che ha innumerabili angoli di scogli, coperti dall'acqua,
« e varie globosità e concavità, e non si genera vacuo in fra
(1) Leonardo, Windsor, An. Ili, f. 241 recto.
(2) Del Timeo di Platone si trovavano molti esemplari nella libreria di
Pavia. Gfr. D'Adda, Indagini, I, p. 5, n. 30 ; p. 12, n. 121 ; p. 13, n. 123.
232 E. SOLMI
« l'acqua e la terra. Ancora l'aria, che veste la spera dell'acqua
« insieme colli monti e valli, che superano essa spera, e non
« riman vacuo in fra l'aria e la terra. Sicché chi disse glene-
« rarsi vacuo ebbe triste discorso ».
« A Platon si risponde, che la superficie delle figure, che arebon
« lì elementi, che lui pone non potrebbono stare. Ogni elemento
« flessibile e liquido per necessità ha la sua superficie sperica.
« Ma prima bisognia fare alcuna conceptione e conclusione.
« Quella cosa è più alta ch'è più remota dal centro del mondo,
« e quella è più bassa , eh' è più vicina a esso centro. L'acqua
« per sé non si move s'ella non discende, e movendosi essa di-
« scende. Queste quattro conceptioni, poste a due a due mi ser-
« vono a provare, che l'acqua che da sé non si move, ha la sua
« superficie equidistante al centro del mondo (non parlando delle
« gocciole 0 altre piccole quantità che si tiran l'una l'altra come
« r acciaro la sua limatura) ma de la gran quantità. Gonclu-
« sione a riscontro » :
« De' cinque corpi regulari contro alcuni commentatori, che
« biasiman li antichi inventori, donde nasceron le gramatiche e
« le scientie, e fansi cavalieri contro alli morti inventori, e perchè
« essi non han trovato da farsi inventori, per la pigritia et co-
« moditate de' libri, attendono al continuo con falsi argomenti a
« riprendere li lor maestri ».
« Dicono la terra essere tetracedonica cioè cubica cioè corpo
« di 6 basi, e questo provano dicendo non essere infra' corpi
« regulari corpo di men movimento, né più stabile che 'l cubo.
« E al foco attribuirono il thetracedron, cioè corpo piramidale, la
« quale è più mobile (secondo questi filosofi), che non è la terra,
« però attribuiscono essa piramide al foco e '1 cubo alla terra,
« il che se s'avessi a ricercare la istabilità del corpo piramidale,
« e compararla al corpo cubo, sanza comparazione è più mobile
« esso cubo che la piramide, e per difinire tal prova io piglierò
« un lato del cubo e un lato della piramide e saranno AB ; dico
« che sarà più atto al movimento circunvol ubile il cubo G, che
« la piramide D, e sia il principio di tal movimento EF di sotto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 233
« dico in effetto o che stando la basa sopra l'altro suo lato el
« cubo volterà la quarta parte della sua circuizione a mostrare
« l'altro lato per farsene base. Seguita per queste due diraostra-
« tioni avere concluso che il cubo dà volta intera contro de'
« sua lati sopra esso piano, e '1 pentagono poserà tutti li sua
« cinque lati, e cosi quant'è più lati ha più facile '1 movimento,
« perchè più s'avvicina alla spera , adunque io voglio inferire
* che '1 triangolo è di più tardo moto che '1 cubo, e per con-
« seguenza era da mettere essa piramide e non il cubo per la
« terra. Ecco che '1 cubo dà una volta intera, con un medesimo
«impeto, per una medesima linia e la piramide no, come si
« vede ! » (1).
Quante discussioni con l'amico Luca Pacioli, strettamente pla-
tonico, su queste idee della composizione elementare della terra
in cubi, dell'acqua in icosaedri regolari, dell'aria in ottaedri e del
fuoco in piramidi (2). Qui ne abbiamo, senza dubbio, un saggio,
dove risplende l'acutezza e il vigore della mente del Vinci, e
nello stesso tempo l'imparzialità del suo giudizio, éhe nega darsi
il vuoto nelle forme mondane di Platone, ma dall'altra parte
afferma che un solido è tanto più facile al movimento, quanto
più si avvicina alla figura sferica.
Altrove Leonardo combatte Platone nel suo geometrico teo-
rema « per fare un cubo doppio a un altro subduplo ». « Rad-
« doppia il quadrato, scrive egli, che si genera nel taglio dia-
€ metrale del cubo dato, e arai il taglio diametrale del cubo
« doppio al cubo dato: radoppia una delle due superfitie quadrate,
« che si gienerano nel taglio diametrale del cubo. L'altra prova
« che dette Platone a que' di Delo non è geometrica, perchè si
« va con r istrumento di seste e di riga, e la sperienza non la
« mostra, ma questa è tutta mentale e per conseguenza geome-
(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 27 recto e verso. Ho data una illustra-
zione di questi passi nei miei Studi sulla filosofia naturale di Leonardo
da Vinci, pp. 88-89. La fonte di tali conoscenze è Alberto di Sassonia.
(2) Cfr. Luca Fagioli, Divina proportione, Venezia, 1509, p. LV.
234 E. SOLMI
« trica » (1). Platone, seguendo Ippocrate da Ghio (da non con-
fondersi col medico di Goo) aveva rivolta la sua attenzione al
problema della duplicazione del cubo, e l'aveva risolto in questo
modo: se GA.B e DAB sono due triangoli rettangoli aventi un
lato AB comune, gli altri lati AB BG paralleli e le loro ipote-
nuse AG e BD ad angolo retto, allora se queste ipotenuse s'in-
tersegano in P abbiamo PG:PB=PB PA = PA:PD. Questo teo-
rema era adoperato nella duplicazione del cubo, perchè se si
possono costruire triangoli tali che in essi sia PD = 2PG, il pro-
blema sarà risolto, ma, come osserva Leonardo, con l'aiuto di
seste e di compassi.
GXLIX.
Platone (da Tivoli). Platone tiburtino, ne' tempi più avversi
alle scienze (sec. XII), fu uno dei primi che s'affaticassero ad
accrescere in Italia le cognizioni matematiche. Leonardo da Vinci
in un foglio disperso, gentilmente comunicatomi dal D"" Paul
Mùller Walde, ne rammenta il nome come quello del traduttore
del Libro del misurare le figure piane, che fu scritto in lingua
ebraica dal giudeo Savasorda (2). Platone fu non solo un tradut-
tore dall'ebraico, dall'arabo e fors'anco dal greco, ma fu anche
versato nelle scienze. Oltre l'accennata tradu'zione del Savasorda,
si rammenta la versione dall'arabo del trattato di Astronomia
di Albategno, di quello degli Sferici di Teodosio di Tripoli, di
un'operetta astrologica di Almansor, del Tetrabiblon di Glaudio
Tolomeo, d'altro libro sopra le rivoluzioni delle natività di certo
(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 59 recto. Veggasi su Platone geometra
Allmann, Greeh Geometri/ from Thalet to Euclid, Dublino, 1889, v. I,
p. 148. Gow, Greeck Mathematics, Cambridge, 1884; Bretschneider, Die
Geometrie und die Geometer vor Eucleides, Lipsia, 1880, e Tannery, Geo-
metrie Greeque, Parigi, 1887.
(2) Ecco la nota inedita scritta di pugno del Vinci : « incipit liber em-
€ badorum a savasorda judeo in ebraico compositus et a piatone tiburtino in
€ latinum sermonem translatus anno arabum 510 mense saphar — capitulum
€ primum in geometrie arithmeticeque universalia proposita ».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 235
Alkaseny, e d'un trattato d'Abualcasin, figlio d'Asafar, sopra la
costruzione e gli usi dell'astrolabio (1).
GL.
Plinio. Che Leonardo fosse studioso di Plinio si ricava indi-
rettamente dall'Anonimo, che attribuiva la rovina delia Battaglia
d'Anghiari, la gran pittura vinciana della Sala del Consiglio in
Firenze, alla ricetta di uno stucco, che usavano gli antichi colori-
tori (l'encausto), e che è rammentata nel libro XXXV, e. 41, della
grande opera del naturalista latino (2). I manoscritti vinciani
son oggi venuti a confermare la notizia del biografo fiorentino.
Leonardo non solo possedeva fra i suoi libri, come lo provano il
Codice Atlantico e il Codice Trirulziano (3), V n'istoria naturale
di C. Plinio Secondo tradocta di Itngua latina in fiorentina per
Christophoro Landino, fiorentino, al Sei^enissimo Ferdinando
Re di Napoli, ma ne trascriveva qualche parte nei suoi appunti,
e l'aveva letta e riletta tanto da poterla frequentemente citare,
e talora combattere (4).
(1) A. Fabriqus, Bibliotheca Graeca alla parola Aeneas: « Aeneas qui
« graece scripsit de pulsibus et urinis, quem latinum fecit Plato Tybur-
« tinus ». Platone da Tivoli è uno dei pochi conoscitori del greco nel
sec. XII. Nella dedica, ch'ei fa a Giovanni David, suo serenissimo amico, e
peritissimo nelle quattro discipline matematiche, la traduzione dall'arabo del
Trattato d'Abualcasin, figlio di Asafar, sopra l'Astrolabio scrisse infatti :
« Cura post longam et assiduam observationem, nec apud Graecos, nec
« apud arabos, nec etiam apud latinos tam subtile, artificiosum, tamque per-
« utile, licet mechanicum. invenissem instrumentum, ut est astrolapsus ».
Nella Biblioteca Bodleyana d'Oxford si conservano alcuni Excerpta ex libro
Abohaly translato per Platonem Tyburtinum.
(2) Milanesi, Documenti inediti sulla vita di Leonardo da Vinci, in Ar-
chivio storico italiano, voi. XVI (Firenze, 1872), p. 226. «Di Plinio cavò
« quello stucco, con il quale coloriva ». Gfr. Plinio, Historio naturalis,
L. XXXV, e. 41. < Encausto pingendi, duo fuisse antiquitus genera con-
« stat, ecc. ». Leonardo si servì, probabilmente, del secondo.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 222 recto.
(4) Leonardo, Manoscritto H, f. 2 recto. I passi qui messi a riscontro
son da ritrovarsi in Leonardo, Manoscritto H, f. 19 verso, 20 recto e verso,
21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, e in Plinio, Historia natur., tradotta dal Landino,
L. Vili, e. 4, 5, 7, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 21, 23, 24, 25, 27 (pp. 47 sgg.).
236
E. SOLMI
Leonardo.
Leofante.
11 grande elefante ha per natura
quel che raro negli omini si truova
cioè probità, prudenza, equità e os
servanza in religione. Imperocché
quando la luna si rinnova, questi
vanno ai fiumi, e, quivi purgandosi
solennemente si lavano, e così salu
tato il pianeta, si ritornano alle selve
E, quando sono ammalati, stando
supini, gittano l'erba verso il cielo,
quasi come se sacrificare volessino.
Sotterra li denti, quando per vec-
chiezza gli caggiano; de' sua denti,
l'uno adopra a cavare le radici per
cibarsi, all'altro conserva la punta
per combattere. Quando sono supe-
rati da' cacciatori, e che la stanchezza
gli vince, percotesi li denti l'elefante,
e, quelli trattosi, con essi si ricom-
prano.
Sono clementi e conoscano i peri-
coli ; e, se esso trova l'omo solo e
smarrito, piacevolmente lo rimette
sulla perduta strada: se truova le pe-
date dell'omo, prima che veda l'omo,
esso teme tradimento, onde si ferma
e sofiìa, mostrandola all'altri elefanti ;
e fanno schiera, e vanno assentita-
mente.
(Plinio).
Landino.
Grandissimo è lo elephante et molto
proximano a sensi humani. Preterea
ha quello, che ne gì' huomini è raro
cioè probità, prudentia et equità. Item
religione. Sono auctori e quali scri-
vono che, nelle pasture di Mauritania,
le greggie d'helephanti vengono al
fiume Amelo, quando la luna è nuova,
et quivi, purgandosi, solemente con
l'acqua si bagnano, e così salutato el
pianeta tornano nelle selve... Quando
sono ammalati... supini, gettono l'herbe
verso el cielo, come se sacrificare vo-
lessino
Per la qual cosa, quando per alchuno
caso 0 per vecchiaia gli caggiono di
subito gli sotterrano Gircha e denti
mettono diligentia, et luno di due ado-
perano ha cavare le radici et all'altre
cose; laltro non adoperano per conser-
uarli la punta, con la quale in battaglia
si possono difendere. Atorniati da cac-
ciatori si difendono co primi... ; di poi
quando sono stracchi percotendo e
denti a uno albero se gli chavano, et
con quegli si ricomperano. Che sono
clementi et conoscono epericoli. Di-
cono che se lo helephante truova
Ihuomo, semplicemente vagabondo, è
clemente et piaceuole verso di lui et
mostragli la via. Se uede la traccia
del huomo, prima che Ihuomo, pigia
horrore, temendo aguati. Fermasi
adunque, et soffia per ira, et non cal-
pesta la traccia, ma mostrala a chi,
gl'è appresso, et cholui a quelaltro
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
337
Questi vanno sempre a schiere, e"l
più vecchio va innanzi, e'I secondo
d'età resta l'ultimo, e così chiudono
la schiera. Temano vergogna : non
usano il loro coito, se non di notte,
di nascosto, e non tornano, dopo il
coito, alli armenti, se prima non si
lavano nel fiume: non combattono
ma' femmine, come gli altri animali.
E di tanto clemente, che mal volon-
tieri, per natura, non noce ai men
possenti di sé, e scontrandosi nella
mandria e greggi delle pecore, colla
sua mano le pone da parte, per non
le pestare co' piedi, né mai noce, se
non sono provocati. Quando sono ca-
duti nella fossa, gli altri con rami,
terra e sassi riempiano la fossa, in
modo alzano il fondo, ch'esso facil-
mente riman libero. Temano forte lo
stridere de' porci, e fuggan indirieto,
e non fa manco danno poi co' piedi
a' sua nimici. Dilettansi de' fiumi, e
sempre vanno vagabondi intorno a
quegli, e per lo gran peso non pos-
son notare ; divorano le pietre, i tron-
chi degli alberi son loro gratissimo
cibo, hanno in odio i ratti : le mosche
si dilettano del suo odore, e, posan-
dosele adosso, quello arrappa la pelle,
e fra le pieghe strette, l'uccide.
Quando passano i fiumi, mandano
i figlioli diverso il calar dell'acqua,
e stando loro inverso l'erta, rompono
l'unito corso dell'acqua, acciò che il
corso non li menasse via.
Il drago se li gitta sotto il corpo.
inaino allultimo. Dipoi vanno arri-
guardo, et ordinano la schiera.
Glhelephanti uanno sempre intorma,
el più vecchio guida laschiera. Dipoi
quello, che è proximano allui detta,
é lultimo, per chiudere la schiera.
Quando hanno a passare el fiume
mandano inanzi i minori, accioché
andando innanzi i maggiori corpi non
facessono crescere il fiume per rat-
tenere l'acque. Gran vergogna é in
loro Per vergogna non usano el
coito se non di nascosto In ogni
anno usano cinque di et non più. El
sexto si bagnano nel fiume. Né prima
tornerebbero sgiarraenti. Non com-
battano per femine come, glaltrì ani-
mali.
X. Dilectonsi de fiumi, et intorno
a quegli vanno vagando, ma pel peso
grande non possono notare Divo-
rano le pietre. E tronchi de glalbori
son loro gratissimo cibo Nessuno
animale hanno più in odio, che il
topo... Le mosche si dilectono dello
odore di quello animale: ma quando
se gli pongono adosso essi ranicchiano
la pelle, et le mosche stringono tra
le grinze, e in tal forma lamazono.
XI. Ma maggiore di tutte produce
lindia, dove ancora naschano dragoni
inimicissimiaglhelefauti, e quali sono
di tanta lungheza, che facilmente gli
ricingono, et stretamenteglannodano.
Ma è bataglia la quale luno et laltro
amaza. Imperocché morendo lo he-
lephante cade, et cadendo amazcha
el serpente.
238
E. SOLMI
colla coda l'annoda le gambe, e col-
l'ali e colle branche li cigne le coste,
e co' denti lo scanna, e '1 liofante li
cade adesso, e il drago schioppa, e
così, colla sua morte, del nemico si
vendica.
Il dracone.
Questi s'accompagnano insieme, e
si tessano a uso di ratiti, e, colla
testa levata, passano i paduli, e no-
tano, dove trovan migliore pastura,
e, se così non si unissin, anneghereb-
bono. Cosi fa unione.
Serpente.
Il serpente, grandissimo animale,
quando vede alcuno uccello per l'aria,
tira a sé si forte il fiato, che si tira
gli uccelli in bocca. Marco Regulo,
consulo dello esercito romano, fu col
suo esercito da un simile animale as-
salito, e quasi rotto. Il quale animale,
essendo morto, per una macchina mu-
rale, fu misurato 125 piedi, cioè 64
braccia e */? • avanzava colla testa
tutte le piante d'una selva.
Boa.
Questa è gran biscia, la quale con
sé medesima s'aggrappa alle gambe
della vacca, in modo non si mova;
poi la t€ftta, in modo che quasi la
dissecca. Di questa spezie, a tempo
di Claudio imperadore, sul monte
Vaticano, ne fu morta una, che aveva
Xlll. Draconi. Questi serpenti sin-
trecciono tre o quattro insieme, in
forma di graticci, et col capo alto
nuotano, dove truouino migliori pa-
sture.
XIV. Serpenti grandi et Boie. Me-
gasthene scrive che in India sono si
gran serpenti... Et Metrodoro scriue,
che circa Rindechaco fiume di Ponto
sono si grandi, che tirano a sé gluc-
cegli, che gli uolano sopra capo, ben-
ché alti et veloci siano, et inghiotti-
scongli. Ne la prima guera de carta-
ginesi, M. Regolo, consolo de Romani,
combatté un serpente con balestra et
altri simili instrumenti, come havessi
a combattere un castello, et finalmente
lo mazò. Fu questo a Bagrada fiume,
et el serpente era lungo cento vinte
piedi.
Boie, le quali diventano tanto
grandi che al tempo di Claudio im-
peradore ne fu morta una nel monte
Vaticano, nel uentre della quale fu
trouato un fanciullino intero Queste
da principio si nutriscono di lacte di
uaccha.
J
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
239
un patto intero in corpo, il qnale
avea tranghiottito.
Ma chi pel sonno è giunto.
Questa bestia nasce in Iscandinavia
isola, ba forma di gran cavallo, se
non che la gran lunghezza dello collo
e delli orecchi la variano; pasce
l'erba allo 'ndirieto, perchè ha si
lungo il labbro di sopra che, pa-
scendo innanzi, coprirebbe l'erba. Ha
le gambe d'un pezzo: per questo,
quando voi dormire, s'appoggia a uno
albero; e i cacciatori, intendendo il
loco usato a dormire, segan quasi
tutta la pianta, e quando questo poi
vi s'appoggia nel dormire, per lo
sonno cade; i cacciatori così lo pi-
gliano, e ogni altro modo di pigliarlo
è vano, perchè è d'incredibile velo-
cità nel correre.
Bonaso noce colla fuga.
Questo nasce in Peonia, ba collo
con crini simile al cavallo, in tutte
l'altre parte è simile al toro, salvo
che le sue coma sono in modo pie-
gate in dentro, che non po' cozzare,
e per questo non ha altro scampo
che la fuga, nella quale gitta sterco
per ispazio di 400 braccia del suo
corso — il quale, dove tocca, abbru-
cia come foco.
Lionessa.
XV. Item in Scandinauia isola è
una bestia detta macli, non mai ve-
duta in Italia, ... la quale è simile
alle dectte di sopra, ma non si pos-
sono piegare nelle gambe : 11 perchè
non giace quando dorme : ma appog-
giasi a uno albero. Adunque, chi Iha
Quole pigiare sega glalberi, tanto che
ogni poche pondo gli possa fare ca-
dere. Appoggiasi adunque per dor-
mire : ma cadendo lalbero. cade an-
chora la bestia, et in questa forma si
pigia; perchè altrimenti per una
inaudita velocità non si potrebbe pi-
giare. Ha illabro di sopra molto lungo,
et per questo non pasce se non allon-
drieto : perchè andando inanzi rico-
prirebbe la boccha, et inuiluppereb-
bela, per modo che non potrebbe
pascere.
Dichono che in Peonia naacie nna
bestia chiamata bonaso con crini di
cauallo, et in tutte l'altre chose si-
mile al toro. Ma ha le coma così
ripiegate luna inverso laltra, che non
può cozzare. Il perchè non ha altro
scampo che el fuggire, et fuggiendo
spesso getta stercho per ispatio di
tre iogeri, et ogni iugero è lungo
CCXL piede, el quale toc beandolo non
arde altrimenti che un fuocho.
Quando la lionessa difende i figlioli Quando la leonessa combatte pe
240
E. SOLMI
dalle man de' cacciatori, per non si leoncini : ferma glocchi in terra, ac-
spaventare delli spiedi , abbassa li cicche gli spiedi non la spauentano.
occhi a terra, a ciò che là, per sua
fuga, i figli non sieno prigioni.
Lione.
Questo sì terribile animale niente
teme più, che Io strepito delle vote
carrette ; e simile il canto de" galli,
teme assai nel vederli, e con pauroso
aspetto riguarda la sua cresta — e
forte invilisce, quando ha coperto il
volto.
Pantere in Africa.
Questa ha forma di leonessa, ma è
più alta di gambe, e più sottile e
lunga e tutta bianca e punteggiata
di macchie nere, a modo di rosette ;
di questa si dilectano tutti li animali
di vedere , e sempre le starebbon
dintorno, se non fussi la terribilità del
suo viso: onde essa, questo cono-
scendo, asconde il viso, e li animali
circustanti s'assicurano, e fannosi vi-
cini per meglio poter fruire tanta
bellezza, onde questa subito piglia il
più vicino, e lo divora.
Tigro.
Questa nasce in Ircania, la quale
è simile alquanto alla pantera per
le diverse macchie della sua pelle,
ed è animale di spaventevole velocità.
11 cacciatore, quando trova i sua figli,
li rapisce subito, ponendo specchi nel
loco donde li leva, e subito, sopra
veloce cavallo, si fugge. La pantera,
tornando, trova li specchi fermi in
Questo si grande et si terribile ani-
male niente di meno molto teme gli
strepiti del caro, quando uoto corre,
et le chreste de galli : ma più el canto
et maxime il fuocho. Et certamente
è chosa maraviglosa, quanto tanta
bestia inuilischa , quando con ogni
picchola chosa ha coperto el capo.
E lioni solamente in Syria sono
neri, le Panthere nel biancho sono
indenaiate di nero. Dicono che del
colore de la Panthera si dilectono
tutte le bestie, ma impauriscono per
la terribilità, che dimostra el capo.
11 perchè nascondono elcapo, et le
bestie, che vengono a uedere el resto,
atradimento pigiano.
El Tigre nasce in Hircania et in
India, animale di spauenteuole velo-
cità et maximamente prouata, quando
si pigia. El cacciatore rapisce a un
tracio tutti efigliuoli, e queli li sono
assai, et monta in un cavallo, quanto
più può velocissimo, et di poi nel
correre lo scambia uno più fresco.
Quando la madre truova el couile
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
241
terra, ne' quali vedendo sé, li pare
di vedere li sua figlioli, e raspando
colle zampe, scopre lo *nganno, onde
mediante l'odore de' figli, seguita il
cacciatore, e quando esso cacciatore
vede la tigre, lascia ano de' figlioli,
e questa Io piglia, e portalo al nido,
e subito rigiugne sul cacciatore, e fa
'1 simile, inaino a tanto ch'esso monta
in barca.
QOto, uola cercando e figluoli, et uà
anaso. El cacciatore, quando la uede
apressarai: gitta uno de figliuoli.
Eaa». lorìcoglie, et prestissimamente
ritorna, et lui negetta unaltro inaino
adtanto, che giugnendo al lito, con
furore, arivi non lo può seguitare.
Cammelli.
Quegli Battriani hanno due gobbi,
gli Arabi uno; sono veloci in bat-
taglia e utilissimi a portare le some.
Questo animale ha regola e misura
osservantissima, perchè non si move,
se ha più carico che l'usato, e, se fa
più viaggio, fa il simile, subito si
ferma, onde li bisogna ai mercatanti
alloggiare.
Catopleas.
Questa nasce in Etiopia, vicino al
fonte Nigricapo, è animale non troppo
grande e pigro in tutte le membra,
e ha '1 capo di tanta grandezza, che
malagevolmente lo porta, in modo che
sempre sta chinato verso terra, al-
tremente sarebbe di somma peste alli
omini, perchè qualunque è veduto
dai suoi occhi, subito more.
De quelli sono due spetie, Bactriaoi
et Arabi : quegli hanno due scrigni et
questi uno È animale uelece tra
cavagli: ma ogniuno ha la sua mi-
sura : sì come le forze : né maggiore
peso che il consueto porta : né più
viagio fa.
In Ethiopia è el fonte Nigricapo
del Nilo, come molti credono. Apresso
a questa è una fiera dieta Catoblepa.
Non troppo grande. Pigra in tutte le
membra. El capo ha grave et mala-
geuolmente el porta, et sempre é chi-
nato verso la terra: altrimenti sarebbe
somma peste aglhnomini, perchè qua-
lunche vede e suoi occhi di subito
Basilisco.
Questo nasce nella provincia Cire-
naica, e non è maggiore che 12 dita,
e ha in capo una macchia bianca a
similitudine di diadema : col fischio
caccia ogni serpente, a similitudine
6»»ntaU ttorieo. — Sappi, na 10-11.
Questo nasce nella provincia Cyre-
naica: non maggiore di XII dita, et
ha in capo una macchia biancha, co-
me se fussi un diadema. Gol fischio
caccia ogni serpente: né va come
16
242
E. SOLMI
di serpe, ma non si move con torture,
anzi va ritto dal mezzo innanzi. Di-
cesi che uno di questi, essendo morto
con un'aste da uno, che era a cavalco,
che '1 suo veneno discorrendo su per
l'aste, non che l'omo, ma il cavallo
morì. Guasta le biade, e non sola-
mente quelle che tocca, ma quelle
dove soffia; secca l'erba, spezza i
sassi.
Donnola over bellola.
Questa, trovando la tana del basi-
lisco, coll'odore della sua sparsa orina,
l'occide ; l'odore della quale orina
ancora, spesse volte, essa donnola
occide.
Ceraste.
Queste hanno quattro piccioli corni
mobili, onde, quando si vogliono ci-
bare, nascondono sotto le foglie tutta
la persona, salvo esse cornicina; le
quali merendo , pare agli uccelli
quelli essere piccoli vermini , che
scherzino, onde subito si calano per
beccarli, e questa subito s'avviluppa
loro in cerchio, e sì li divora.
Amphesibene.
Questa ha due teste, l'una nel suo
loco, l'altra sotto la coda, come se
non bastassi che da un solo loco git-
tassi veneno.
Iaculo.
Questa sta sopra le piante, e si
lancia come dardo, e passa attraverso
le fiere, e l'uccide.
laltre serpi auoulgendosi, ma ritto dal
mezo in su. Dicesi, che essendo lui
stato morto con una basta da uno,
che era a cauallo; che, montando
elueleno su per Ihasta, non solo Ihomo,
ma il cavallo morì. Guasta le biade,
et non solo quelle che tocha, ma
quelle nelle quali soffia. Secca Iherbe.
Spezza esaxi.
A sì terribile mostro la donnola è
mortale ueleno... Ammazzangli facil-
mente, quando fanno le loro cauerne
solamente con la bruttura, et essa
finalmente muore per lodore sola-
mente.
Le Ceraste hanno quattro cornicina
mobili, onde spesso nascondendo el
resto del corpo, con quelle invitano
gluccelli.
Amphesibene hanno due capi luno
nel luogo suo, laltro ne la coda : come
se non bastassi, che gittassino el ve-
leno per una bocca.
È una serpe chiamata .Iaculo cioè
dardo: perchè sta in su glalberi, et
da quegli si lancia come un dardo.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
243
Aspido.
II morso di questo animale non ha
rimedio, se non di subito tagliare le
parti morse. Questo sì pestifero ani*
male ha tale affezione nella sua com-
pagna, che sempre vanno accompa-
gnati; che, se per disgrazia l'uno di
loro è morto, l'altro, con incredibile
velocità, seguita l'ucciditore; ed è
tanto attento e sollecito alla vendetta,
che vince ogni difficoltà, passando
ogni esercito. Solo il suo nemico
cerca offendere, e passa ogni spazio,
e non si può schifarlo, se non col
passare l'acque o con velocissima
fuga. Ha li occhi in dentro e grandi
orecchi, e più lo move l'aadito, che
'1 vedere.
Icnumeone.
Questo animale è mortale nemico
all'aspido : nasce in Egitto, e, quando
vede presso al suo sito alcuno aspido,
subito corre alla litta over fango del
Nilo, e con quello tutto s' infanga,
e poi, risecco dal sole, di novo di
fango s'imbratta, e così seccando l'un
dopo l'altro, si fa tre o quattro veste,
a similitudine di corazza, e di poi
assalta l'aspido, e ben contrasta con
quello, in modo che, tolto il tempo,
se li caccia in gola, e l'ammazza.
Cocodrillo.
Questo nasce nel Nilo, ha quattro
piedi, nuoce in terra e in acqua, né
altro terrestre animale si truova sanza
lingua, che questo, e solo morde mo-
EI morso del Aspido non ha rimedio,
se non taglare disubito le parti morse.
Questo si pestifero animale ha senti-
mento 0 più tosto aff'ectione. Vanno
sempre accompagnati, et è incredibile,
se uno è morto, quanta solecitudine
pigia laltro di uendicarlo. Perseguita
adunque quello che Iha morto, et in
qualunche gran turba solo lui cerca
offendere. Vince ogni difficultà e passa
ogni spatio: né si può schifarlo se
non 0 con passare il fiume o con uè-
locissima fuga... A questa bestia ha
dato glocchi di pocha uista et ficti
nelle tempie, informa che pocho vede
pel diricto, et più spesso la muove
laudito che el vedere.
Ha mortale guerra laspido con io
Ichnevimone. Nascie in ^ypto, tuffiisi
nella belletta, et dipoi asciuto al sole,
più et più volte si rituffigi, in modo
che rimane inuolto in molte che-
verte: di poi combatte con laspido,
et da quello con tale armadura si
difende, et sta alla dura, in fino ad-
tanto che a un puncto preso, se gli
ficcha in boccha et nella stroza.
El cocrodillo nasce sul nilo: bestia
di quattro piedi in terra et in acqua
nociva. Né altro animale terrestre si
truova senza lingua, se non questo.
244
E. SOLMI
vendo ìa mascella di sopra, cresce
insino in 40 piedi, è unghiato, armato
di corame atto a ogni colpo, e '1 di
sta in terra e la notte in acqua.
Questo, cibato di pesci, s'addormenta
sulla riva dal Nilo colla bocca aperta,
e l'uccello detto trochilo, piccolissimo
uccello, subito li corre alla bocca e,
saltatoli fra i denti, dentro e fora li
va beccando il rimaso cibo, e così
stuzzicandolo, con dilettevole voluttà,
lo invita aprire tutta la bocca, e così
s'addormenta. Questo veduto dal cu-
mone, subito si li lancia in bocca, e
foratoli lo stomaco e le budella, fi-
nalmente l'uccide.
Delfino.
La natura ha dato tal cognizione
alli animali che, oltre al conoscere
le loro comodità, e' conoscono la in-
comodità del nimico, onde intende il
delfino quanto vaglia il taglio delle
sue pinne, posteli sulla schiena, e
quanto sia tenera la pancia del co-
codrillo, onde nel lor combattere si
li caccia sotto, e tagliali la pancia, e
così l'uccide.
questo solo morde, movendo la ma-
scella disopra et non quella disotto,
et ha i dencti in forma di pectine.
Cresce più che dieciocto gomiti... È
armato dunghie, et ha elchuoio apto
a resistere a ogni colpo. Eldi sta
in terra, la nocte nellacqua, et luno
et laltro fa con certa ragione: ha-
vendo rispecto al tempo. Questo sa-
tollo di pesci et colla boccha sempre
piena, sadormenta nella ripa del fiume,
et un piccolo uccello, quivi chiamato
Trochilo et in Italia Re de gluccelli,
lonuita a aprire la bocha per ingho-
iarlo, et saltandogli spesso al muso
gli netta la bocca, et con saltandogli
in bocca, et ritornando indrecto lo
stuzica con tanta voluptà, che apre
tutta la bocca, et finalmente per questo
piacere sadormenta. Il che quando
vede lo Ichneumone come un dardo
sallancia in boccha, et corre aluentre
et rodelo.
La natura ha dato a ogni bestia
che, non solamente conosca e suoi
commodi, ma ancora glincommodi
delladuersario : intende el delphino
quanto vaglia il taglo delle sue penne,
et quanto sia tenera la pancia del
Gocrodillo. Adunque, fingendo fugire
per paura, si tuffa, et entrando sotto al
cocrodillo con la penna, gli tagla el
ventre
11 cocodrillo è terribile a chi fugge,
e viiissimo a chi lo caccia.
El Cocrodillo è terribile contro a
chi fuge, et per l'opposito fuge, chi lo
caccia.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
245
Hippotamo.
Questo, quando ti sente aggravato,
va cercando le spine, o, dove sia, i
rimanenti de' tagliati canneti, e li
tanto frega una vena, che la taglia,
e, cavato il sangue che li abbisogna,
colla litta s'infanga e risalda la
piaga. Ha forme quasi come cavallo,
l'unghia fessa, coda torta, e denti di
cinghiale, collo con crini, la pelle
non si pò passare, se non si bagna,
pascesi di biade; ne' campi entravi
allo indirieto, acciò che pare ne sia
uscito.
Ibis.
Questo ha similitudine colla cico-
gna, e, quando si sente ammalato,
empie il gozzo d'acqua, e col becco
si fa un cristere.
Lffrvt.
Questo, quando si sente morso dal
ragno falange, mangia de' granchi, e
si libera di tal veneno.
Luserte.
Questa , quando combatte colle
serpe, mangia la cicerbita, e son li-
bere.
Unaltra bestia di maggiore altezza
è nel Nilo, la quale si chiama hipo-
tamo cioè chauallo di fiume. Ha lan-
ghia di due pezzi, come elbue. El
dorso e crini et lo nitrire ha di ca-
uallo: la coda torta. E denti simili
al cinghiale; ma meno nociui. La
pelle non si può passare, se non è
molle. Et per questo ne fanno scodi
et elmi. Pasturasi di biade, che sono
ne campi, et entravi all' indrieto, ac-
ciochè paia che ne sia uscito, et non
vi sia appostato... Quando, per troppo
mangiare, è ripieno et troppo grasso:
esce ariua, et apposta dove di proximo
sia stato taglato el canneto, et a una
dì quelle taglature acosta una vena,
et la tagla, onde uscendo elsangue
rimane col corpo scarico et sano.
È in Egypto uno uccello simile
alla cicogna chiamato Ibis : el quale
quando si sente aggravato: empie el
gozzo dacqua, et col beccho si fa un
cristeo.
Quando ancora el cervo fhssi stato
puncto da una spetie de Ragno ve-
lenoso, chiamato pbalangio, o da altra
similchosa, rimane libero, mangiando
de granchi.
E una herba excellente a morsi
delle serpi, con la quale le lucertole
si ricreano, quando combattono con
quelle.
246
E. SOLMI
Rondine.
Questa rende il vedere alli inorbiti
figlioli, col sugo della celidonia.
BelMa.
Questa, quando caccia ai ratti, man-
gia prima della ruta.
Cinghiale.
Questo medica i suoi mali, man-
giando della edera.
Serpe.
Questa, quando si voi rennovare,
gitta il vecchio scoglio, comenciandosi
dalla testa; mutasi 'n un di e una
nocte.
Pantera.
Questa, poi che le sono uscite le
'nteriora, ancora combatte coi cani
e cacciatori.
Le Rondini monstrarono, che la
celidonia è sanissima allauista: perchè
quando e rondinini hanno male ne-
glocchi, con quella gli medicano.
La donnola, quando caccia a toppi,
mangia prima della Ruta.
La Cicogna medica esuoi mali con
brigano et cinghiali con Ihellera.
Gitta lo scoglo, et, comenciandosi
dal capo, larrovescia infino alia coda
in forma che quello, che era di fuori,
rimane dentro, et questo fa in un di
et una nocte.
Et poiché gli sono uscite lenteriore
ancora combatte.
Camaleone.
Questo piglia sempre il colore della
cosa, dove si posa, onde, insieme colle
frondi dove si posano, spesso dalli
elefanti son divorati.
Corvo.
Questo, quando ha ucciso il cama-
leone, si purga coll'alloro.
El camaleonte pigia sempre el co-
lore della chosa, in che si posa. Onde
interviene, che Ihelephante pasciendo
varie fronde, insieme con quelle lo-
divora.
El corno, quando ha ucciso el Ga-
meleonte, purgha el veleno con lai-
loro (1).
(1) Pli.nio, Hist. nat., L. Vili, e. 27, p, 66 e segg. Si confronti anche Ma-
noscritto E, f. 14 recto: « Pernice. Questa si trasmuta di femmina in maschio,
< e dimentica il primo sesso, e fura per invidia l'ova all'altre, ma i nati
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
247
Notisi ancora, che Leonardo, scrivendo ai Fabbricieri di Pia-
cenza, mette a profitto un passo di Plinio sulla bellezza artistica
di un'opera architettonica : « Ecco uno il quale il signiore per
«fare questa sua opera ha tratto di Firenze, che è degnio
«maestro, ma ha tanta faccenda, che non la finirà mai. E cre-
« dete voi che differentia sia a vedere una cosa bella da una
«brutta? Allega Plinio (1)».
Nel Manoscritto G da ultimo il Vinci combatte l'opinione
espressa da Plinio sull'origine della salsedine marina.
Perché l'acqua è salsa. Dice Plinio
nel 2o suo libro, a 103 capitolo, che
l'acqua del mare è salata, perchè
l'ardore del sole abronza, e secca Tu-
mido, e quello succia; e questo al
mare, che molto s'allarga, dà sapore
di sale. Ma questo non si conciede,
perchè se la salsedine del mare avessi
causa dall'ardore del soie, non è
dubbio che i laghi, stagni e paduli
tanto maggiormente sarebbono più in-
salati, quanto le loro acque son manco
mobili e di minore profondità. E l'i-
sperienzia ci mostra 'I contrario : tali
paduli ci mostran le loro acque essere
al tutto private di salsedine. Ancora
s'assegna da Plinio nel medesimo
capitolo che tal salsedine potrebbe
nasciere, perchè levatone ogni dolcie
Pellardore del sole si secca Ibumido,
et è pianeta masculino el sole : el
quale abruzza ogni cosa, et succia.
Et per questo al mare, elquale molto
sallarga, dà sapore di sale. 0 vera-
mente perchè levatone ogni dolce et
sottile parte: la quale facilmente el
fuocho a sé tira. Rimane la parte più
aspera et più grossa. Et per questo
lacqua, che è nella superficie, è più
dolce che nel fondo (2).
< seguitano la vera madre >, con Plinio, Historia nat., L. X, e. LXXIll,
p. 1 ; Manoscritto E, f. 14 recto : € Rondine. Questa co la celidonia lumina i
* sua ciechi nati >, con Plinio, Hist. nat., L. Vili, e. 27, p. 65 : Mano-
scritto E, f. 48 verso: « Ermellino. Moderanza raffrena tutti i vizi. L'ermellino
< prima voi morire che imbrattarsi », con Plinio, Eist. nat., L. Vili, e. 15,
p. 55.
(1) Leonardo, Cod. Atl., f. 319 verso. A proposito della diflerenza, che passa
fra una cosa bella ed una brutta, il Vinci segna dunque: e allega Plinio».
(2) Plinio, Eist. nat., L. II, e. 13, 14, 15, 16.
248
E. SOLMI
e sottile parte, la qual facilmente il
caldo' a sé tira, rimane la parte più
aspra e più grossa, e per questo
l'acqua, che è nella superfizie, è più
dolcie che nel fondo. Contro a questa
si contradice colle medesime sopra
dette ragioni, cioè che il medesimo
accaderebbe alle paduli e altre acque
che per il caldo s'asciugano (1).
Leonardo.
Plinio afferma che la terra cotta
in aceto è impenetrabile.
Come la prima pittura fu sol d'una
linia, la quale circondava l'ombra del-
l'omo, fatta dal sole ne' muri (2).
Non si sa certo, né anco fa al
proposito nostro, quando la pittura
avesse principio. Ma tutti s'accordano
che nascesse dall'ombra dell'uomo,
fatta ne' muri (3).
GLI.
Plutarco. Reputo non improbabile la conoscenza per parte
di Leonardo del De placitis philosophorum dello pseudo-Plutarco
(Tiepì TuJv dpecJKÓv tujv q)i\oaó(poi(; (puaiKwv òoymcitujv), edito
in Venezia nel 1509. Da nessun'altra opera, in modo cosi spe-
cifico, come (la questa, parrai tratta la notizia, che il Vinci pos-
siede intorno all'opinione di Epicuro sulla grandezza del sole (4).
GLII.
PoRTiNARi Benedetto. La famiglia fiorentina de' Portinari
avea grandi interessi commerciali con la Francia, Fiandra, Ger-
mania e Svizzera, per i quali si servi dopo il 1476 di un Bene-
(1) Leonardo, Manoscritto G, f. 48 verso.
(2) Leonardo, Manoscritto 2307, f. 6 recto. Cfr. 6 verso e 8 recto.
(3) Plinio, Hist. nat., L. XXXV, 5.
(4) Leonardo, Manoscritto F, f. 5 recto, 6 recto, 8 verso, 10 recto. « Mai
1
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 249
detto Dei, autore di una Cronaca molto preziosa, dove son rac-
colte notìzie sui costumi e sugli avvenimenti di molti popoli (1).
A uno di questa famiglia di commercianti e di viaggiatori è
da riferirsi la nota di Leonardo : « domanda a Benedetto Porti-
< nari in che modo si corre per lo ghiaccio in Fiandra » (2).
Si sa che nell'Archivio di Stato di Firenze, Balia, Filza Dei,
V. VI, p. 64, vi son lettere di Benedetto Portinari a Benedetto
Dei, quando questi era in Milano nel 1482, e non vi sarebbe da
stupire, se si trovasi qua e là rammentato Leonardo.
Noto inoltre che di Benedetto Dei, viaggiatore fiorentino, gaz-
zettiere e faccendiere nelle corti italiane, vien messa in satira
da Leonardo stesso nei suoi Manoscritti la mania di spacciare
le più grosse notizie dell'Oriente e dei Turchi, in diversi fram-
menti di lettere giocose, contenute nel Codice Atlantico, f. 311 r.:
«Questo gigante era nato nel mont'Ata laute, ed era nero, ed
« ebbe contro Artaserse cogli Egizi e Arabi, Medi e Persi ; vi-
< veva in mare delle balene, gran capidogli e de' navili. — Caro
«Benedetto Dei, Per darti nuove de le cose qua di levante,
« sappi come del mese di Giugno è apparito un gigante, che vien
« di la diserta Libia. — A similitudine de le formiche, che sfu-
« riandò or qua or là, su pel rogero abbattuto da la scure del
< non posso fare ch'io non biasimi molti di quelli antichi, li quali dissono, che
< il scie non avea altra grandezza, che quella che mostra, fra' quali fu
« Epicuro ». « Contro a Epicuro, che dice : tanto è grande il sole quanto e'
< pare ». « Dice Epicuro il sole essere tanto, quanto esso si dimostra ». e Epi-
< curo disse che '1 sole era tanto grande, quanto esso parca » ecc. « 'L sole è
< un piede » ecc. Cfr. Plutarco, De plac. phil.. Il, 22 : * Eraclito di lun-
< ghezza d"un piede umano. Epicuro dice esser credibili tutte le precedenti
< opinioni, o che sia tanto grande quanto e' pare, o poco maggiore, o mi-
« nore ». Nessuna traccia invece nei manoscritti vinciani dell'altra opera dì
Plutarco : Plutarchi Cheronei Divi Trayani praeceptoris Graecorum
Clarissimi Historici ac Philosophi Problemata eniendalissinia, in-4' pic-
colo, s. 1. n. d. E la prima edizione, posseduta dalla Comunale di Mantova.
(1) Sulla Cronaca di Benedetto Dei, che si conserva nella Biblioteca Ric-
cardiana di Firenze, vedi Uzielli, La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo
Toscanelli (1894), pp. 553 sgg.
(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 225 recto.
250 E. SOLMI
« rigido villano — Caduto il Ger gigante, per la cagione de la
* insanguinata e fangosa terra, parve che cadessi una montagna;
« onde la campagna, a guisa di terremoto, con ispavento a Plu-
« tone infernale; e, per la gran percossa, ristette su la piana
« terra alquanto stordito, onde subito il popolo, credendo fussi
« morto di qualche saetta , tornando la gran barba, a guisa di
« formiche, che scorrano sfuriando per [ ] del caduto rogero,
« cosi questi scorrendo per l'ampie membra, e le traversando,
« con ispesse ferite, onde risentito il gigante, e sentendosi quasi
«coperto da la moltitudine, subito, sentendosi cuocere per le
« punture, mise un muglio, che parve fussi uno spaventoso tono,
«e posto le mani in terra, e levalo il pauroso volto, e postosi
« una de le mani in capOj trovosselo pieno d'uomini appiccati a'
«capegli, a similitudine de' minuti animali, che da quegli so-
« gliono nascere ; onde scotendo il capo , gli omini faceano non
« altre menti per l'aria, che si faccia la grandine, quando va
«con furor di venti; e trovossi molti di questi uomini esser
« morti da quegli, che gli terapestavan adosso. Po' ritto, co' piedi
« calpestando. — E per la gran caduta parve la provincia tutta
« tremassi. — E attenendosi a' capegli , e 'ngegnandosi nascon-
« dere tra quegli, facevano a similitudine de' marinai, quand'àn
« fortuna, che corron su per le corde, per rabbassar la vela a
« poco vento ». Gfr. Codice Atlantico, f. 96 verso. « La nera faccia,
« sul primo oggetto, è mollo orribile e spaventosa a riguardare,
«e massime l'ingrottati e rossi occhi, posti sotto le paurose e
« scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare la terra
«Oh quante infelici madri e padri furono privati de' lor figli!
« Oh quante misere femmine private de' la lor compagnia! Certo,
« certo, caro mio Benedetto, io non credo che, poi che '1 mondo
« fu creato, fusse mai visto un lamento, un pianto pubblico esser
< fatto con tanto terrore ».
Leonardb convinto della grande importanza della esperienza
altrui come integrazione della propria, non fu soltanto in rap-
porto con viaggiatori come Benedetto Portinari e Benedetto Dei,
ma con banchieri, che risiedevano in varie parti del mondo,
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 251
principalmente fiorentini. Un elenco caratteristico contenuto nel
Codiqe Atlantico, f. 367 verso, ci dà il nome di alcuno dei suoi
informatori, dai quali il Nostro ricevette tante preziose notizie
sugli uomini e sulle cose forestiere: < Perpignana: Giuliano Gondi.
« — Roano: Tommaso Ridolfi. — liione: Tommaso Capponi. —
« Anecy: Gerardo Paganelli. — Parigi: Nicolò del Nero. — Granto:
«Simon Zati. — Brugia: Nasi. — Olanda: Redi di Leonardo Ma-
« nelli, Guglielmo di San Martino, Bartolomeo del Tovaglia, An-
« drea Arrigucci, Nicolò Capponi, Giovan Portinari ». Son tutti
banchieri e commercianti, spesso fiorentini, che si possono iden-
tificare facilmente tenendo presente il lavoro del Picot, Les ilaliens
en France au XVI' siècte (in Bulletin iialien, 1902, t. I, p. 124
e t. II, p. 48), dove son ricordati Giuliano Gondi, Tommaso Ri-
dolfi, ecc.
GLIII.
PosTiERLL La nota del Codice Atlantico ' el Cusano medico —
imbasciatore — e denari — el libro del Postieri ' (1) che nella prima
parte si riferisce a Niccolò Cusani, professore di medicina nel-
l'Università di Pavia nel 1486 (2), da non confondersi con Niccolò
Cusano o da Cusa, il famoso filosofo, non si sa, nell'ultima parte,
a che ' libro ' si riferisca e a che Postieri o Postierli, della fa-
mosa famiglia lombarda dei Pusterla (3).
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 89 verso.
(2) Luca Pacioli nomina accanto a Leonardo da Vinci, il reverendo padre
e sublime teologo maestro Gomezio, Fra Domenico Ponsone predicatore, il
reverendo P. M. Francesco Busti reggente il Convento delle Grazie: fra i
secolari Galeazzo Sanseverino, Ambrogio Rosate, Alvise Marliani, Gabriele
Pirovani, Andrea Novarese e Niccolò Cusani.
(3) Su Baldassarre Pusterla e la sua famiglia, fiorente in Milano sulla
fine del XV sec., cfr. Prato, Storia di Milano, in cArch. Stor. It. », t. Ili
(1&42), pp. 223, 224, 225.
252 E. SOLMI
GLIV.
Prete Florenzio. La Biblioteca Trivulzio possiede di questo
dotto sacerdote, musicista del sec. XV, un elegantissimo ms. in
95 fogli di pergamena, di formato piccolo in fol. (tuttora inedito)
dedicato al Cardinale Ascanio Sforza: Florentii musici sacerdo-
tisque ad illustrissiraum ac amplissimum dominura et dominum
Ascanium Mariam sf Vicecomitem ac Sancti Viti Diaconum Gar-
dinalem dignissimum, Libermusices incipit; composto, a quanto
pare, prima del 1492. Appartenne già al conte Paolo Monti. Ha
due frontispizi elegantemente miniati, con piccole figure della
scuola di Leonardo; una di queste si vuole rappresenti il ritratto
del Vinci, che in quel torno era in Milano. Il Milanesi ritiene le
miniature di questo codice del fiorentino Attavante (1).
GLV.
Proporzioni. Non si può stabilire con precisione, se la nota
del Codice Atlantico « fatti mostrare a messer Fazio di propor-
« zione » (2) si riferisca, come è più probabile, all'opera dell'arabo
Alkindi, già accennata , oppure al Tractatus de Proportionibus
di Tommaso Bradwardino, arcivescovo di Canterbury, che era
stato edito a Parigi nel 1495 (3).
(1) D'Adda, Leonardo da Vinci e la sua libreria, p. 24, n. 1. Milanesi
in Vasari, Vite, IV, p. 28 nota 8. Uzielli, Ricerche (1884), p. 386.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 222 recto.
(3) Gli altri scritti del Bradwardino, intorno ai quali vedi Gantor, Gè-
schichte der Math., v. II, pp. 102 sgg., sono il De quadratura circuii edito
in Parigi nel 1495, Y Arithmetica speculativa edita in Parigi nel 1502, la
Geometria speculitiva edita in Parigi egualmente nel 1511. Si noti tuttavia,
che anche Nicola Oresme scrisse un Algorismus proportionum importante
per l'uso delle frazioni ordinarie e per l'introduzione dei loro simboli.
Cfr. GuRTZE, Die mathematischen Schrifien des Nicole Oresme, Thorn, 1870.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 263
CLVI.
Prospettivo Milanese dipinctore. « Antiqicarie prospetiche
Romane. Composte per prospectivo Melanese (iepictore,sA.sX*.
Pongo fra i libri posseduti da Leonardo anche questo, perchè fu
edito fra il 1499 e il 1506 con Dedica al Vinci, che vi è chia-
mato « colle parole un proprio Cato » (1).
CLVII.
Pucci Antonio. Fra i poeti del secolo XIV uno dei più arguti
e dei più popolari fu, senza dubbio, Antonio Pucci, figliuolo dì un
fonditore di campane ed egli stesso operaio, in questo mestiere
manuale, che tuttavìa non gli tolse la vena della poesia (2).
Oltre la Reina di Oriente il Pucci volse in terza rima la Cro-
naca di Giovanni Villani e scrisse un Epistola sulle cose di Fi-
renze del 1373 ed altre Rirr^ argute, in cui coltivò quella ma-
niera piacevole, che fu più tardi perfezionata dal Berni (3). È
singolare, che Leonardo da Vinci leggesse la Historia de la Reina
d" Disiente, e trascrivesse dal Quarto Cantare l'ottava trenta treesima
che alcuni incauti avevan fatta invenzione originale del pittore
fiorentino, a prova delle sue attitudini poetiche, c^gi più che
mai dubbie e discutibili. Il Pucci cosi descriveva il cort^gio di
un gigante, grande quindici braccia e grosso quattro:
Pucci.
Ed era tutto ner come carbone.
Gl'occhi avea rossi, come foco ardente.
(1) Goti G., Intorno ad un Opuscolo rarissimo della fine del sec. XV,
intitolato Antiquarie Prospettiche Romane, composto per Prospettivo Mi-
lanese dipintore e dedicato a Leonardo da Vinci, in Atti della R. Acca-
demia dei Lincei, S. II, voi. 3, Roma, 187(5, p. 13.
(2) TiRABOSCHi, Storia della letteratura italiana (1795), voi. II, 237-238.
(3) Quadrio, Storia della volgar poesia, t. II, p. 551.
254 E. SOLMI
E cavalcava un terribii roncione,
Sei braccia grosso e lungo più di vente,
Quattro leon legati avea a l'arcione,
Mordeva ad arte lor l'anche co' denti,
Semila porci all'intorno con zanne
Fuor della bocca più di sette spanne (1).
E Leonardo, trascrivendo forse da altro codice (poiché cotal
genere di poesìa era destinato ad essere cantato per le piazze e
sulle pubbliche vie a divertimento del popolo, quindi modificata
dai cantastorie secondo il loro genio), annota nel Manoscritto I:
Leonardo.
Era più nero ch'un calabrone,
Gli occhi avea rossi, com'un foco ardente,
E cavalcava sopra un gran ronzone,
Largo sei spanne e lungo più di vente.
Con sei giganti attaccati all'arcione,
E uno in mano che '1 rodea col dente,
E dirieto li venia porci con zanne
Fori della bocca dieci spanne (2).
GLVIIL
Pulci (Luca). Di questo scrittore Leonardo possedeva, oltre
alla traduzione delle Epistole di Ovidio, il « Driadeo » (3) cioè « Il
« Driadeo composto in rima octava da Lucio Pulci ». Firenze,
1478, 1481, 1483, 1487, ecc., donde però nulla trasse.
(1) Pucci, Historia della Reina d'Oriente. Poema cavalleresco del XI Y
secolo, puh. dal dr. Anicio Bonucci, Bologna, 1862, p. 81. Questa edizione
è stata fattasu un God. Vegettiano n. 15 della Bibl. Univ. di Bologna e sul
Cod. Lanzi di Roma.
(2) Leonardo, Manoscritto I, f. 139 recto. Le varianti sono considere-
voli, ma si comprendono in un poemetto d'indole popolare come la Reina
d' Oriente.
(3) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 210 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 255
CLIX.
PoLci (Luigi). Uno degli autori prediletti di Leonardo fu Luigi
Pulci, ammirabile per la semplicità e per la festività del det-
tato. Possedeva il « Morgante »(1), cioè « il Morgante maggiore
* di Luigi Pulci » Venezia , 1488, o alcuna delle edizioni
precedenti e seguenti. Nessuna traccia testuale di quest'opera ho
rinvenuta nei manoscritti.
CLX.
Quadrante. La nota vinciana 'quadrante di Carlo Marmocchi '(2),
può riferirsi tanto allo strumento astronomico, col quale si co-
nosce, e calcola la posizione e l'altezza delle stelle, quanto, come
è più probabile, ad un trattato analogo a quello che Andalone
del Negro fece sull'astrolabio (che spesso viene usato come si-
nonimo del quadrante), e che fu edito in Ferrara nel 1745. (Opus
praeclarissimum Astrolabii compositum a domino Andalo de
Nigro genuensi foeliciter incipit. (In fine): Magister Johannes
Pacardus hunc libì^m impressit et finivU anno Domini 1745.
In fol., in scrittura gotica, in 19 f.) (3).
CLXI.
Riccardo di Swineshead. Questo filosofo inglese, pensatore sot-
tile e vigoroso, benché poco conosciuto dagli storici della filosofia,
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f..210 recto.
(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 12 verso.
(3) Dizionario della Crusca, alla parola «quadrante» Zi6r. Asfr. «Sappi
< la maggiore altezza di quella pianta per l'astrolabio o quadrante o per
« altro strumento ». Su Andalone del Negro ed i suoi scritti cfr. Ximbnss, Bel
vecchio e nuovo gnomone fiorentino, Firenze, 1757, p. lx ; Giustiniani,
Scrittori liguri, Roma, 1667, p. 49 ; Soprani, Scrittori della Liguria, Ge-
nova, 1667, p. 17; Libri, Histoire, i. II, p. 200.
256 E. SOLMI
può considerarsi un precursore di Niccolò Cusano nell'idea, essen-
zialmente pitagorica , di servirsi dei rapporti numerici per arri-
vare alla conoscenza dei rapporti delle cose reali. L'opera sua
più importante è YOpus aureum calculationum, che tratta in
quattro capitoli de motu locali, ma, come osservò giustamente il
Brucker, « his capitibus metapìiysicam magis quam physicam, ra-
« tionis algebricis, explicat » (1). Leonardo citando ' Suisset calcu-
latore ' (2) si riferisce alla edizione dello Swineshead che porta
per titolo: Suiseih Anglici, Opus aureuTn calculationum quod
inscribitur: calculator ex recognitione lohan. Tollentini Pa-
dova, 1498. È notevole che questa edizione contenga un'epistola
'ad Ambrosium Rosatum ', il famoso medico astrologo, che Leo-
nardo conobbe, e avvicinò, forse con disprezzo, in Milano.
Lo Swineshead era stato studiato ai tempi del Vinci principal-
mente dal veronese Giovanni Tollentini, di cui van ricordate qui
le opere: Subtilissimi anglici doctoris Suiseih calculationum
liber emendaius, ecc. Papiae per Fr. Gyrardengum, 1498, in fol.;
Introductorium ad calculationem anglici doctoris Suiseih, ecc.
Venetiis, 1505, in fol.
GLXIL
Rosate da Gio. Ambrogio. La nota ' Johannes Antonio de lo-
hannes, Ambrosius de Rosate (3) ' e l'altra ' Gian de la Rosa toltoli
i danari ' (4) mostrano rapporti, che non poterono essere che fra
avversari, di Leonardo con l'astrologo, e medico di Lodovico il
Moro, Ambrogio Varese da Rosate, nato a Milano nel 1437 e
laureato come ' artium et medicinae doctor ' nel 1461 all'Uni-
versità di Pavia, dove tenne la cattedra ad Lecturam Alman-
(1) Leon'ardo, Manoscritto F, copertina nel verso.
(2) Brucker, Historia critica philosophiae, voi. Ili, p. 849. Gfr. voi. VI,
p. 667.
(3) Leonardo, Manoscritti di Windsor, XII f. r.
(4) Leonardo, Manoscritto L, ì° verso della copertina.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 257
soris. Giacomo Trotti, oratore di Ferrara, scriveva al duca Ercole,
in data 10 novembre 1489, che maestro Ambrogio da Rosate era
stato chiamato « volando» da Lodovico Sforza a Vigevano, «perchè
«il tutto passi bene sotto puncto de astrologia, cum la quale
« astrologia S. Ex' governa ogni sua actione » (1). Filosofo prestan-
tissimo, fisico ducale primario è chiamato il Varese da Giulio
Emilio Ferrari da Novara nella dedicatoria dell'opera « Ausonii
« Peonii Epigrammata*, nella quale vien lodato esageratamente
come medico, filosofo, storico, poeta, e specialmente per i « Phi-
« losophiae et astronomiae tua monumenta, quae brevi editurus»,
che infatti furono stampati a Venezia nel 1494. Il Vinci ben
poco potè trarre d'utile da tali scrìtti (2).
CLXIII.
Rdpicissa Giovanni. Sotto questo nome Leonardo accenna a
Jean de la Roquetaillade, autore di un Liber liccis, del qual libro
si conserva un frammento manoscritto nella Biblioteca civica di
Padova (al n. G R xM 623 e. 95 verso) (3).
CLXIV.
Rustici Giovan Francesco. Il nome di « Francesco » più volte
(1) Gabotto F., L'astrologia nel quattrocento, ecc. (1889), pp. 8 e 9.
UziELLi, Ricerche intomo a Leonardo da Vinci (1897), 1, p. 371.
(2) Varisii de Rosate Ambrosi!, Monumenta philosophiae et astronomiae,
Venetiis, per Magistrutn Johannem de Gereto alias Tacuinum de Tridinum,
1494, in f».
(3) Leonardo, Manoscritto K, f. 128 verso. Un manoscritto del Rapi-
cissa è annoverato anche tra i Godici Palatini al n. 695: Gfr. Catalogo,
voi. II, p. 248. Il Ravaisson Mollien, leggendo il nome « Giovanni Rupi-
« cissa >, ha insinuato che Leonardo conosca VOpus consideratione quintae
essentiae rerum omnium. Giò è poco probabile: 1» perchè si tratta di una
opera di alchimia, poco cara al Vinci ; 2" perchè questo scritto fu edito, in
francese, per la prima volta nel 1549 e in latino nel 1561. Accanto al nome
di Giovanni Rupicissa l'artista segna quello di (Andrea della) Robbia.
GiomaU storico. — Snppl. n» 10-11. " 17
258 E. SOLMI
ripetuto da Leonardo nei suoi Manoscritti, è un ricordo dei rap-
porti strettissimi, che passarono fra il Nostro ed il Rustici, il
quale, stando presso Andrea del Verrocchio, piacendogli la bella
maniera e i modi del Vinci, e parendogli che l'aria delle sue teste
e le movenze delle sue figure fossero più graziose e fiere, che
quelle d'altri, si accostò a lui, e lo servì con ogni amorevole
sommessione. « Gli pose tanto amore esso Leonardo, aggiunge il
« Vasari, conoscendo quel giovane di buono e sincero animo e
« liberale, e diligente e paziente nelle fatiche dell'arte, che non
« facea né più qua, né più là di quello che voleva Giovanfran-
« Cesco, il quale, perciocché, oltre all'essere di famiglia nobile,
« aveva da vivere onestamente, faceva l'arte più per suo diletto
« e desiderio d'onore, che per guadagnare ».
Nel 1501 e nel 1508 il Vinci dimorò presso Giovanfrancesco
Rustici, che stava in casa Piero di Braccio Martelli, nella via
de' Martelli. « Imparò Giovanfrancesco da Leonardo molte cose,
«ma particolarmente a fare cavalli, de' quali si dilettò tanto,
« che ne fece di terra, di cera e di tondo e bassorilievo, in quante
« maniere si possono immaginare » (1). Leonardo lo aiutò anche
del suo consiglio e della sua opera nelle statue bellissime in
bronzo, che si trovano nelle nicchie esterne della chiesa di Or
San Michele in Firenze.
Il Vasari dice del Rustici, che si volle star sempre da sé, e
(1) Vasari, Le opere, p. 912. Leonardo, Manuscrits inédits de Léonard
de Vinci (British Museum London), Sciences physico-mathématiques. Colle-
zione Rouveyre, I, f. 1 recto. « Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio
« Martelli, addi 22 di marzo 1508. E questo fia un raccolto sanza ordine, tratto
« di molte carte, le quale io ho qui copiate, sperando poi di metterle per
« ordine, alli lochi loro, secondo la materia, di che esse tratteranno. E credo
-« che, avanti ch'io sia al fine di questo, io ci arò a riplicare una medesima
« cosa pili volte, si che lettore non mi biasimare, perchè le cose son molte,
« e la memoria non le pò riservare, e dire: questa non voglio scrivere, perchè
« dinanzi la scrissi — e s'io non volessi cadere in tale errore, sarebbe neces-
« sario, che per ogni caso ch'io ci volessi copiare su, che per non replicarlo,
« io avessi senpre a rileggere tutto il passato, e massime stante co' lunghi
« intervalli di tempo allo scrivere da una volta a un'altra ».
1
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 259
far vita quasi da filosofo. E aggiunge : < Non fu mai il più pia-
« cevole e capriccioso uomo di Oiovanfrancesco, né chi più si
« dilettasse d'animali. Si aveva fatto cosi domestico un istrice,
« che stava sotto la tavola com'un cane, e urtava alcuna volta
« nelle gambe in modo, che ben presto altri le tirava a sé. —
< Aveva un'aquila e un corbo, che dicea infinite cose, si schiet-
« tamente, che pareva una persona. — Attese anco alle cose di
« negromanzia » (1).
GLXV.
Sacchetti (Franco). Reputo probabile la conoscenza per parte
di Leonardo delle Novelle di Franco Sacchetti, che si conserva-
vano tuttavia in pochi e rari manoscritti, se pure non si tratta,
per la * facìetia », ch'io riferirò qui sotto, di una sorgente comune
e sconosciuta per noi, alla quale avrebbe attinto tanto il Vinci,
che il Sacchetti medesimo:
Leonardo. Sacchetti.
Sendo uno infermo in articulo di Non istante molto, e venendosi nelli
morte, esso sentì battere la porta, e estremi, che poco area di conosci-
domandato uno de' sua servi, chi era mento, andò a lui una sua vicina,
che batteva l'uscio, esso servo rispose come tutte fanno, la quale avea nome
esser una, che si chiamava Madonna donna Bona, e disse: — Basso, Dio
Bona; allora l'infermo alzate le brac- ti facci sano, io sono la tua vicina
eia al cielo ringraziò Dio, con alta monna Bona. — E quelli con gran fa-
voce, poi disse ai servi, che lascias- tica guata costei, e disse appena che
«ero venire presto questa, acciocché si potea intendere : — oggimai, perchè
potesse vedere una donna bona, in- io muoia, me ne vo contento, che ot-
nanzi che esso morisse, imperocché tanta anni, che io sono vissuto, mai
in sua vita mai ne vide nessuna (2). non ne trovai alcuna bona (3).
ì
(1) Vasari, Le opere, p. 915.
(2) Leonardo, South Kensington Museum, II*, f. 44 recto.
(3) Sacchetti Frango, Delle novelle, Milano, 1804, I, p. 75. Gfr. E. Lbti,
// loico piacevole Basso della Penna, Pavia, 1907.
260 E. SOLMI
GLXVI.
Salmi. Nella libreria di Leonardo non potevano mancare ac-
canto alla Bibbia i « Salmi » (1), cioè : « Il psalterio de david in
« lingua vulgare per Malermi in Venetia nel MCCCCLXXVI,
in fol., s. n. », se pure anche il Vinci non possedeva qualcuna
delle innumerevoli edizioni latine, come risulterebbe dalla cita-
zione: « Domine, ne in furore tuo arguas me, neque in ira tua
« corripias me » (2).
GLXVII.
Sangallo. Nel 1490 Giuliano da Sangallo (1443-1517), recatosi
alla corte di Lodovico il Moro, per ordine di Lorenzo de' Medici,
acciocché gli facesse il modello di un palazzo, entrò nello studio
di Leonardo, che lavorava allora alla colossale statua equestre
per Francesco Sforza. « Nella medesima città (cioè in Milano),
« scrive il Vasari, furono insieme Giuliano e Leonardo da Vinci,
< che lavorava col Duca, e parlando esso Leonardo del getto che
« far voleva del suo cavallo, si ebbe bonissimi documenti » (3).
Né meno cordiali furono i rapporti di Leonardo con Antonio
da Sangallo, di cui il Verino cantava:
Glarior et fuso longe est Antonius aere.
A quest'ultimo, famoso come fonditore, si riferisce l'artista con
la nota: «Dimanda maestro Antonio come si piantan bombarde
« e bastioni di di e di notte » (4).
A Giuliano o ad Antonio si posson riferire gli appunti di Leo-
nardo: « Dov'è Valentino? — stivali — casse in dogana — talleri
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto « Salmi ».
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 394 recto.
(3) Vas.\ri, Le vite, p. 494.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 22 recto.
LE FONTI DI 'LEONARDO DA VINCI 261
« — frate del Carmine, squadre — Piero Martelli — Saln — Bor-
■* gherini — rimanda le sache — sostentaculo delii occhiali — lo
« ignudo di Sangalio — la cappa — porfido — gruppi — squadra
« — Pandolfini » (1).
GLXVIII.
Sansa VINO (da) Andrea. Il nome di ' Sansavino ' (2). ripetuto più
volte da Leonardo in mezzo ad appunti scientifici, rende assai
probabile l'ipotesi che vi sian stati rapporti fra i due grandi
artisti. ' Fu Andrea, scrive il Vasari, oltre alla professione del-
l'arte, persona invero assai segnalata; perciocché fu nei discorsi
prudente, e d'ogni cosa ragionava benissimo. Fu provido e co-
stumato in ogni sua azione, amicissimo d^li uomini dotti e filo-
sofo naturalissimo. Attese assai alle cose di cosmografìa, e lasciò
ai suoi alcuni disegni e scritti di lontananze e di misure: fu di
statura alquanto piccolo, ma benissimo formato e complessionato.
I capelli suoi erano distesi e molli, gli occhi bianchi, il naso
aquilino, la carne bianca e rubiconda, ma ebbe la lingua alquanto
impedita ' (3).
CLXIX.
Saon A (Guglielmo di). « Retorica nova » (4). segna Leonardo fra'
(1) Leonardo, Manoscritto del British Mttseum, f. 202 verso. È qui da
ricordarsi il parere di Leonardo da Vinci, e d'altri, sopra i movimenti del
monte dei Re, ora detto monte a S. Mimato in Firenze. In quanto alle di-
verse persone, che dettero questo parere nel 1499, si può osservare che al-
l'infuori di Leonardo da Vinci e di Giuliano di S. Gallo, gli altri hanno
poca, se non nessuna notorietà. Jacopo del Pollajolo, non appartenne, come
Simone del Pollajolo, citato anch'esso nei documento, alla famiglia dei
celebri artisti Antonio e Piero. Simone del Caprino è nominato fra gli
architetti del Duomo di Firenze in un documento del 1490 (Vasari, Le
opere, ed. Milanesi, IV, p. 307). Frate Lorenzo, Filippo Legnaiuolo, Lionardo
Legnaiuolo e il Giunta, capomastro dell'arte, non sono menomamente noti.
(2) Leonardo. Codice Atlantico, f. 121 recto: « Sansovino ».
(3) Vasari, Le vite, p. 545.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto: € Retorica nova».
262 E. SOLMI
suoi libri, cioè : Laureniius Guilelmus de Saona Rethorica novay
(in fine) Impressum fuit presens opus rethoricae facultatis apud
Villam Santi Albani anno domini 1480, in fol.
GLXX.
Sarcofago d'Otranto. Sul sarcofago dell'arcivescovo Serafino
di Squillace, nella cattedrale d'Otranto (secolo XV-XVI), è incisa
una sentenza latina, che si trova* inaspettatamente riprodotta
nella pagina anteriore del Manoscritto L dell'Istituto di Francia :
Leonardo. Sarcofago.
Decipimur votis, et tempore falli- Decipimur votis; tempore fallimur;
mur, et mo[r]8 deridet curas; anxia mors deridet curas; anxia vita nihil.
vita nihil.
Marcello sta in casa d'Iacomo da
Mengardino (1).
Questo tragico motto, che si riferiva alla strage degli abitanti
di Otranto avvenuta nel 1480, in numero da otto a diecimila, sotto
la guida del Vescovo Stefano Pendinelli da Nardo, ninno era in
grado di ricordarlo, che non l'avesse materialmente avuto sot-
t'occhio. Leonardo, mentre era al servizio di Cesare Borgia, che
si sia spinto fino al territorio di Bari, e di là ad Otranto ed
oltre? Oppure, come è più probabile, dopo il 1510, recandosi a
Napoli, quando vi dipinse il ritratto di Gostanza d'Avalos, visitò
quell'e-stremo e nobile lembo d'Italia, appuntando, insieme con altre
cose, quel motto, quasi come un improvviso ed impressionante
ricordo, di traverso, sulla copertina del Manoscritto L. ?
(1) Leonardo, Manoscritto L, recto della cop. Chi sia questo « Marcello >
e chi sia « Jacomo da Mengardino » non potrei dire. La nota è scritta forse,
giusta l'osservazione di Diego Sant'Ambrogio, nel 1502 (il foglio porta la
nota « dì primo di agosto a Peserò la libreria »).
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 263
Il sepolcro di Serafino di Squillace consisteva in ana statua
marmorea dell'Arcivescovo stesso, effigiato giacente cadavere e
in abito da francescano, colla scritta in basso:
Seraph. Arcb. Divi Frane, ord.* qui Dei templum a Tarcis labefactum
Sarcophago hoc operitor — instaaravit ornavitque.
L'iscrizione probabilmente esisteva già prima del sarcofago di
Serafino da Squillace (il quale mori verso la metà del secolo XVI),
e forse era stata apposta poco dopo il i480, in memoria dei
Martiri d'Otranto.
Il Vinci, seguendo la propria abitudine di segnare nel suo libro
(^ni cosa lo potesse interessare, fermava sulla carta i motti po-
. polari, le parole, le facezie, le sentenze che sentiva pronunziare
intorno a sé. E^li trascriveva talora, come qui si nota, anche
le iscrizioni apposte ai monumenti, benché si possa mettere in
dubbio che egli sia stato nella città più vetusta della Japigia,
dove Pitagora aveva diffuso le suf dottrine. Origine analoga a
questa sentenza ha anche quella del Codice Atlantico: « Theo-
« doricus rex semper augustus >, e l'altra:
Pandite iam portas, missi, et subducite pontes.
Nam Federigus adest, quem ghibellini sequuntur.
Die quid falmineis evertis moenia bombis?
Stabunt prò muris pectora colligenum.
Diruta asserunt nostris tua moenia bombis.
Diruta sic cedent pectora pectoribus (1).
CLXXI.
Savasorda. In un foglio disperso del Vinci, trasmessomi gen-
tilmente dal signor Paolo Miiller Walde, trovo la nota seguente:
(1) Lkonaroo, Codice Atlantico, f. 28 recto. Invano ho cercato questi
versi nei poemi medievali sui vari Federici, re ed imperatori.
264 E. SOLMI
« Incipit liber embadorum a savasorda judeo in ebraico compo-
< situs, et a piatone tiburtino in latinum sermonem translatus,
« anno arabum 510, mense saphar. — capitulum l"" in geometrie
« aritmeticeque universalia proposita ».
Nella biblioteca di San Marco in Firenze, si conservava nel
XV secolo un manoscritto con questo medesimo titolo, oggi se
ne conservano due, uno incompiuto e l'altro perfetto, nella Di-
bliothèque Nationale di Parigi (1) e di essi ha dato ampia, se non
esatta notizia, Guglielmo Libri fin dal 1838 (2). Il Savasorda fu un
ebreo; Platone da Tivoli ne tradusse l'opera nel 1116(3); Leonardo
Fibonacci, Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci si servirono
indubitatamente del Liber embadurum, la cui importanza scien-
tifica è considerevole, se non altro per il tempo a cui risale la
sua composizione, precedendo così tutti gli scritti dello stesso
genere noti fino ai nostri giorni, — in cui si trovino delle ri-
cerche sull'Algebra (4). La parola embada, che si legge nel titolo,
farebbe credere all'origine orientale di quest'opera ; e le citazioni
di Macrobio e della misura della terra di Eratostene confermano
il sospetto. Nessuna traccia nei codici vinciani del metodo per
misurare le profondità del mare, attinto da Leon Battista Alberti
al Savasorda.
CLXXII.
Savonarola Gerolamo. È noto che Gerolamo Savonarola, con
la sua possente voce, preparata dal platonismo mistico, compiva
(1) MoNTFAUCON, BibUotheca bìbliothecariim, I, p. 427.
(2) Libri, Histoire des sciences mathématiques en Italie, T. I, pp. 154-5.5,
T. II, p. 39; 273, 480-486.
(3) Basnage, Histoire des Juifs, La Haye, 1716, voi. 14, p. 541. De Rossi,
Dizionario degli autori Ebrei, Parma, 1802, I, p. 14, 16, 30, 135. La data
del 510, messa in dubbio da alcuni, viene oggi confermata da Leonardo.
(4) GuGLiELMiNi, Elogio di Leonardo Pisano, Bologna, 1813, p. 26 e 174.
Vi sono problemi di Algebra , ma cosi elementari , che non servono
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 265
in Firenze sulla fine del secolo XV quella grande e rapida ri-
voluzione, che riaffermò nella società paganeggiante i diritti della
coscienza religiosa: «Non ti ricordi, Firenze, dirà egli nel 1494,
« (che non sono molti anni !), come tu stavi nelle cose di Dio e
« della fede? non eri tu in molte cose come eretica? tu ti stavi
«là in quelle tue cerimonie estrinseche, e parevati di essere
« santa, e Dio t'ha dimostrato quanto tu erravi, e che quelle non
« valgono cosa alcuna, senza la purità del cuore, e che la vita
«cristiana consiste in altro che in cerimonie! » (1).
Leonardo si era sottratto da quella grande e rapida rivolu-
zione con la sua partenza per Milano nel 1482, ed è difficile
supporre quale sarebbe stata l'efficacia del frate ferrarese sulla
mente limpida e equilibrata dell'artista e scienziato fiorentino. È
certo tuttavia, che i rapporti fra il Vinci e il Savonarola mo-
strano la deferenza del primo verso il secondo. Dovendosi fare
nel 1495 per consiglio di fra Gerolamo Savonarola, allora famo-
sissimo predicatore, la gran sala del Consiglio nel palazzo della
Signoria di Firenze, Leonardo sostenne insieme con Michelangelo
Buonarroti, allora giovane, con Giuliano da San Gallo, Baccio
d'Agnolo e altri, che se ne dovesse affidar l'incarico a Simone
del Pollaiuolo, come ad uomo iagegnoso e capace, ma anche un
po' come ad amico e devoto del grande religioso (2). E fu forse alla
notizia della morte del frate domenicano, che il Vinci segnò sul
libro, che portava sempre seco: * dov'è più sentimento, li è più,
né martiri, gran martire ' (3).
che a far risaltare maggiormente il valore degli scritti del Fibonacci.
Gfr. Libri, Op. cit., II, p. 483. Savasorda non risolse che una sola equa-
zione di secondo grado. Vi si trova, tuttavia, e ciò è notevole, la formula,
che dà l'area di un triangolo qualunque in funzione dei suoi lati, ma non
dimostrata, né spiegata.
(1) G. Savonarola, Scritti scelti (ed. Villari-Casanova), Firenze, 1898,
p. 57.
(2; Vas.ari, Le vite. p. 329.
(3) Leonardo, Codice Trivuhiano, f. 23 verso.
266 E. SOLMI
GLXXIII.
ScARPELLiNO PAOLO. Nessuna traccia ho potuto rinvenire né
negli Archivi, né nelle biblioteche, del Paolo Scarpellino, nomi-
nato da Leonardo nella nota: 'Paolo Scarpellino detto Assiolo é
bono maestro d'acqua '. Che forse si tratti di qualche umile guar-
diano di canali e di conche?
CLXXIV.
SiRiGATTi Francesco. Ho già altrove osservato, che la nota di
Leonardo: « porta al Sirigatto il libro, e fatti dare la regola dell'o-
ca: rologio»(l) si deve riferire a Francesco Sirigatti, traduttore del
Tractatus asb^onomiae di Lucio Ballanti e autore di un libro di
osservazioni celesti, scritto nel 1500 ed edito a Napoli nel 1531 (2),
intitolato De orlu et occasu signorum, di grande interesse per
le accurate osservazioni, che contiene. L'appunto del Vinci é pre-
zioso, benché non si possa determinare qual fosse il libro, e quale
la regola dell'orologio, richiesta a Francesco Sirigatti.
GLXXV.
Sodo (del) Giovanni. Leonardo da Vinci si giovò anche delia dot-
trina di Giovanni del Sodo, ch'egli nomina più di una volta nei
suoi manoscritti. Questo dotto matematico é conosciuto nella
(1) Leonardo, Milano Ambrosiana^ f. 1. Solmi, Leonardo, p. 153.
(2) SmiGA.TTi, De ortu et occasu signorum libri li, cum poetices tum
astronomiae studiosis utilissim,i, auctore Francisco Sirigatti. (in fine) Im-
pressum Neapoli opera Joannis Sultzbachii Hagenorensis Germani VI Kal.
Augusti Anno 1531. « Haec, vi è scritto, observavi Florentie anno 1500 ».
Le ortu et occasu signorum libri duo. Francisco Sirigatti autore, (in fine)
Lugduni apud Seb. Gryphium, 1536, in 8°.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 267
storia delle scienze, come scopritore della risoluzione generale
delle equazioni derivate di secondo grado (1), e il Galigai, che
ne fu discepolo, ci ha conservato i segni e le figure colle quali
egli rappresentava, a servigio del calcolo, le potenze de' nu-
meri (2).
I rapporti di Giovanni del Sodo col Vinci furono probabilmente
di natura scientifica (3); ma spiace che gli scritti del primo siano
ancora sconosciuti, e che nulla possa «leterminarsi circa l'esten-
sione e l'intensità di questi rapporti oggi rivelati dai Mano-
scritti. Possa il nome di Leonardo richiamare l'attenzione degli
studiosi su questo dotto matematico!
GLXXVI.
Strabone. Leonardo da Vinci non nomina mai Strabone, tut-
tavia, quando scrive: «Posidonio ha scritto libri sulla grandezza
« del sole » (4) , è probabile che egli attinga la notizia da Stra-
bonis, Geographia latine. Romae MCGCGLiXIX, MCCGCLXX (ex
inter^r. Ouarini Veronensis et Gregorii TyphematiJ. Venetiis,
MGGGGLXXII; Romae, MGCGGLXXIII; Trevisii, MGGCGLXXX;
Venetiis, MGGCGXGIV, ecc., ecc. Né è improbabile, che da que-
st'opera imparasse, che il flusso e riflusso del mare è paragona-
ci) GuGLiELMiNi, Elogio di Leonardo Pisano, Bologna, 1813, pp. 129,
157, 136, 137, 138.
(2) Ghaligai Francesco, Pratica d'Arithmetica... nuovamente rivista et
con somma diligenza restampata. In Firenze appresso i Giunti, 1552, pa-
gine 71-72.
(3) Leonardo, Codice' Atlantico, f. 121 recto. < Giovanni del Sodo». Fran-
cesco Galigai trasse il X, XI, XllI e XV libro della sua Summa de arith-
metica da Giovanni del Sodo. « Nel decimo e primo di nostra Arcibra, tratto
« del decimo di Euclide, et Leonardo Pisano, et Giovanni del Sodo ». < Nel
« terzo decimo e quarto et ultimo libro dell'Arcibra, tratto dal nostro pre-
< cettore Giovanni del Sodo ».
(4) Si noti tuttavia, che anche Plinio, Historia naturale, \\, 21 : VI, 21 ;
VII, 31, nomina Posidonio, ma per altri argomenti.
268 E. SOLMI
bile al ' respirare della terrestre macchina ' e gran numero delle
sue conoscenze geografiche (1).
CLXXVII.
Taverna Giovanni. Giovanni Taverna è ricordato dall'Argelati
come persona dotta e come padre del giureconsulto Francesco,
che tanta fama ebbe, anche come scrittore, nel secolo XVI. Gio-
vanni insegnò leggi nello Studio di Pavia nel 1476, e sembra che
anche si interessasse di quella, che allora era chiamata filosofia
naturale (2). La nota di Leonardo : « il libro di Giovanni Taverna
« che ha messer Fazio » (3), si riferisce probabilmente ad un
manoscritto posseduto dal primo, e dato in prestito al secondo:
manoscritto che oggi è impossibile identificare.
(1) Da Strabene sono attinte le notizie, che Leonardo dà in questo passo.
Codice Atlantico, f. 95 verso b : « mon e a nonsus come Dorun e Paropanisi,
« insieme congiunti, che tra Batriana e India nascano, Oxus, fiume che in
« essi monti nasce, e corre 500 miglia a tramontana e altrettante a ponente,
< e versa le sue acque nel mare Ircano, e con seco s" accompagna Osus,
« Dragodos. Artamis, Xaricispis, Drajama im Ocus Margus, fiumi grandis-
« simi. Dall'opposta parte, ver mezzo dì, nasce il gran fiume Indo, il quale
« dirizza le sue onde per 600 miglia in un meridie, e per questa linia s'ac-
« compagna con seco i fiumi Zaradrus, Bibabes, Vadris, Vandabal, Bilaspus,
«per levante Suastus, e cioè per ponente, e incorporati tali fiumi, colle sue
« acque, si volta, correndo miglia 800 per ponente, e ribattendosi ne' monti
« Arbeti, fa li uno gomito, e si volta a mezzodì, per la quale linea, infra 500
« miglia, truova il mare d' India, dove, per sette rami, in quello si som-
« merge ». Strabone, Op. cit., I, 3.
(2) Argelati, Bibliotheca scriptorum mediol. (1745), voi. II, 2, p. 1461.
Non si deve confondere il Giovanni Taverna, del cui libro parla Leonardo,
con l'altro Giovanni juniore, fratello di Francesco, conte di Landriano, che,
pei felici suoi progressi nella scienza del diritto fu eletto, a dottor collegiato,
a senatore e, per nomina del 22 ottobre 1552, a decurione. Fu dei dodici
di provvisione nel 1556, e morì, in età ancor fresca, nel 1566.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 222 recto. Messer Fazio, è, come ho
dimostrato nel Leonardo, p. 83, Fazio Cardano padre di Gerolamo.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 269
GLXXVIII.
Tedaldi Lattanzio. Quante volte Leonardo, in mezzo alle sue
ricerche, rammenta Lattanzio Tedaldi, figlio di Francesco, pre-
tore di Certaldo nei 1503, amico degli studi e degli studiosi ! (1).
< Libreria di sco Marco, scrive il Nostro, Libreria di sco Spirito,
« Lattanzio Tedaldi » (2). E il trovare i nomi di due famose librerie
accanto a quello del Tedaldi, giustifica la supposizione, che i rap-
porti fra Leonardo e Lattanzio fossero di natura scientifica.
CLXXIX.
Teoìiosio. Fra i successori di Ipparco e di Erone, i due mag-
giori furono Teodosio e Dionisodoro, fioriti entrambi circa nel
50 a. C Teodosio fu l'autore di un trattato completo della geo-
metria della Sfera, che fu edito in Venezia nel 1518, poi poste-
riormente a Cambridge nel 1675 dal Barrow e a Berlino nel 1852
dal Nizze, e di due importanti trattati astronomici pubblicati dal
Dasy podio nel 1572.
Ijeonardo possedeva forse un manoscritto del De sphetHs cum
commentisi trovo infatti, avventurosamente, nel Codice Atlantico
una coincidenza, che non lascia luogo ad alcun dubbio.
Leonardo. Tbodosio.
La sfera è un corpo solido, da una Sphera est figura corporea una
sola superfizie contenuto, nel mezzo quidem superficie contenta , intra
del quale è un punto, dal quale tutte quam unum punctorum existit, a quo
le linie tirate alla circunferentia sono omnes linee pertracte, que illi super-
eqnali, e quel punto è detto centro ficieioccurrunt, sunt advicem equales,
della spera, e la linia retta, passando et panctum est sphere centram. Dia-
(1) Gamurrini, Famiglie nobili toscane ed umbre, 1, 1.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 120 recto.
270 E. SOI,MI
per detto centro, e applicando la sua meter sphere est quelibet linea, per
stremila alla circunferenza dall'una centrum eius transiens, a superficie
parte e l'altra, è detta assis della sphere extremitatis applicans. Axis
spera, e i 2 punti terminanti esso vero est diaraeter phixa super quam
assis son detti poli del mondo (1). sphera volvit (2).
GLXXX.
Teofrasto da Ereso. Nel Codice Atlantico ritorna più volte
il nome di ' Teofrasto ' (3), senz' altra indicazione , come fa
sempre il Vinci, quando vuol accennare ad un autore, che vuol
leggere o almeno attentamente compulsare. È noto come dei
200 scritti di Teofrasto rammentati da Diogene Laerzio siano
arrivati a noi soltanto due scritti botanici tt. (puiOùv xCiopioLc, e
7T. q)UTa)v akiujv, alcuni piccoli trattati naturali sui venti, sulle
pietre, sul fuoco, sugli indizi della serenità del tempo, sui pesci,
che vivono nel secco, sulla vertigine, sul sudore, sulla stan-
chezza, gli nGiKol xdpaKTTÌpeg, una parte della Metafisica e pochi
altri frammenti (4).
Gli scritti più importanti erano stati editi in Treviso nel 1483,
poi in Venezia nel 1495 e nel 1498, con le opere di Aristotile,
e Leonardo senza dubbio si riferiva a queste edizioni nelle sue
ricerche e nei suoi studi (5).
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 176 recto.
(2) Sphera cum commentis... Venetiis, 1518. Incipit liber primus Theo-
dosis de spheris. 91 verso. Gfr. anche Op. cit., p. 5. « Sphera etiam a Theo-
« dosio sic describitur. Sphera est solidum quoddam una superficie contentum,
« in cujus medio punctus est : a quo omnes linee ducte ad circumferentiam
« sunt equales ». Si vede che il Vinci attinge direttamente al testo di Teodosio,
e forse quando saranno editi tutti i manoscritti sarà possibile notare qualche
altra coincidenza.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 115 recto.
(4) Diogene Laerzio, De vita et moribus philosophorum libri X, Lugduni,
1541, pp. 202 sgg.
(5) Ho dinanzi l'edizione Theophrasti Eresii quae supersunt ed. Jo.
Gottlob Schneider, Leipzig, 1818, 1821. Gfr. gli scritti dell' Usener, Ana-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 271
Un manoscritto di Leicester ci conserva un riferimento leo-
nardesco, ben determinato, al trattato di Teofrasto sui venti :
« Teofrasto, vi scrive il Vinci, de flusso e riflusso del mare * (1).
GLXXXI.
Tito Livio. Leonardo cita fra i suoi libri:
€ Deca prima.
€ Deca terza.
« Deca quarta > (2).
Son dunque le Deche di Tito Livio in tre tomi, e precisamente :
Tito Livio in lingua volgare. (In fine) impresso per maestro
Antonio da Bologna nel 1478 adi X de aprile. Venezia, in-8^ in
tre tomi, cosi distribuiti, in modo corrispondente all'indicazione
del Vinci:
I. Deca prima e seconda.
II. Deca terza.
III. Deca quarta.
Le altre edizioni non corrispondono alla nota leonardesca.
GLXXXII.
Tolomeo (Claudio). Era tanta l'ammirazione, che Leonardo
aveva per Tolomeo da citar la Gec^rafia di quest'ultimo come
il modello, sul quale egli stesso vorrebbe procedere nella descri-
zione del corpo umano: < Adunque qui, con 12 figure intere, ti
« sarà mostra la Cosmografia del minor mondo, col medesimo
* ordine, che innanzi a me fu fatto da Tolomeo, nella sua Cosrao-
lecta Theophrastea diss. Bonnensis. Lipsiae, 1858 e Reinische Museum XVI,
pp. 259 e 470.
(1) Leonardo, Manoscritto di Leicester, f. 16 verso. Diogene Laerzio, ed.
cit., p. 204, rammenta uno scritto di Teofrasto sul mare.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, t. 210 recto.
272 E. SOLMI
«grafia, e cosi dividerò in membra, come lui divise il tutto in
« provincia » (1). Era tanto lo studio, che aveva posto nella grande
opera geografica dell'alessandrino da poter citare a memoria i
passi, che gli interessavano, nelle sue ricerche :
« Una linia principiata dall'un delli stremi del mondo po' ancora essere paral-
« lela e equidistante a un'altra linia, principiata dall'opposita parte del mondo,
« come mostra Tolomeo nella sua Cosmografia, quando mostra le città oposi-
« tamente eituate a' stremi della terra essere 'n un medesimo parallelo » (2).
Il Vinci non ricorda in nessuna parte dei suoi manoscritti ne VOt-
tica, né i frammenti sulle proiezioni ortografiche e stereografiche,
né il libro incerto sul suono. È assodato solo ch'egli conosce l'edi-
zione CI. Ptolomei Cosmographiae Libri Vili, (in fine) Hoc opus
Ptolomei memorabile quidem et insigne exactissima diligenlia
castigatum, jocundo quodam, caractere impressum fuit et cotu-
pletum Romae anno a nativitate Domini 1490, die IV Novembris
arte ac impensis Petri de Tione, in fol. D^WOllica e dei fram-
menti non ho trovato alcun cenno, quindi nulla posso affermare,
0 negare sicuramente. Le opere di Tolomeo non son tanto im-
portanti per ciò che contengono di astronomia, di geografia e di
matematica, quanto per il rigore del metodo, che in esse è ado-
perato. Sono fra le opere metodicamente più perfette, che l'anti-
chità ci abbia tramandate. Leonardo conscio di questa verità le
ritiene come modello insuperabile di scienza, e cerca di imitarle(3).
«Anatomia venarum, scrive il Vinci. Qui si farà l'albero delle
« vene in generalo, siccome fé' Tolomeo in l'universale nella sua
(1) Leonardo, Windsor Anatomy, IV, f. 157 recto (B).
(2) Leonardo, Manoscritto M, f. 5 verso.
(3) A. De Morgan, Ptolomaeus Claudius, nel Dictionary of Greek and
Roman Biography., Londra, 1849, dello Smith ; P. Tannery, Recherches
sur Vhistotre de Vastronomie ancienne, Parigi, 1893. L'Almagesto con la
Geografia, V Ottica, il libro d'incerto autore sul Suono e i frammenti sulle
proiezioni ortografiche e stereografiche ecc. furono editi da M. Halma,
12 volumi, Parigi, 1813-1828; una nuova edizione è ora in corso per cura
di J. L. Heiberg, Lipsia, P. 1, 1898. La prima edizione della Cosmografia si
LE FONTI DI LEONARDO D\ VINCI 273
« Cosmografia^ poi si farà le vene di ciascun membro in parti-
« colare per diversi aspecti ». E nelle sue note e disegni sul mec-
canismo delle funzioni interne: « metti prima, raccomanda il Vinci,
« le notizie delle parti e poi sarà meglio capace del tutto. Tieni
« il modo di Tolomeo nella Cosmografia, contrario ».
GLXXXIII.
Tommaso d'Aquino. Se non ad opere a stampa, ai manoscritti
diffusissimi nel secolo XV del più grande fra gli scolastici, il
Vinci si rivolgeva quando segnava nelle sue note : « Aristotile
« III della fìsica, e Alberto e Tomaso e li altri di risaltatione in
« Vili della fìsica, de celo et mundo ». I richiami sono probabil-
mente alla Expositio super octo libros physicorum e agli In-
teìT>retamenta in libros de celo et mundo dell'Aquinate, editi
in Venezia nel 1517 e 1506. Né è improbabile che Leonardo si
rivolgesse ai commenti di S. Tomaso sul De gener. et corrup-
tione, sui Libri meteororum, sui Paì'va naturalia di Aristotile
e al trattato De motu cordis, di identico titolo a quello di Al-
fredo di Sereshel (Alfredus Anglicus).
CLXXXIV.
Torre (dalla) Marc'Antonio. Nel 1510 e 1511 il Vinci s'in-
contrò, e si legò d'amicizia, col più grande anatomico del tempo,
Marc'Antonio della Torre (1).
Questi, nato in Verona da Gerolamo e Beatrice nel 1481, non
aveva che poco più di sette anni , quando Leonardo il 2 aprile
1489 disegnava quel teschio, e vergava quei frammenti, che do-
crede. che sia stata fatta in Ulma nel 1482. Ma non è vero. Un codice stu-
pendo della Cosmographia di Tolomeo (Jacobo Angeli interprete) miniato
dall'amico di Leonardo, Gherardo miniatore, si conserva nella Bibl. Maglia-
bechiana, classe XIII, n° 16, membr., in car. rotondo, seconda metà del
sec. XV.
(1) Un codice già della collezione Saibante n* 834 contenente lezioni ana-
tomiche del dalla Torre è oggi smarrito.
GiomckU ttorieo. — Sappi, b* lO-U. 18
274 E. SOLMI
vevano far parte del Trattato di figura umana; e, laureatosi
in Padova giovanissimo, insegnava quivi nell'Università degli
artisti, quando Leonardo «ritraeva, come dice l'Anonimo, più
« notomie nello Spedale di Santa Maria Nuova di Firenze ».
Cresciuta la fama della profondità e della esattezza delle sue
conoscenze, il Dalla Torre venne chiamato alla cattedra di scienza
anatomica dell'Università di Pavia; di qui, recandosi frequente-
mente in Milano, e fors'anche a Vaprio, « ut amicorum commodis
« inserviret », conobbe e amò il Vinci.
Tali relazioni non dovettero essere della natura di quelle, che
si stabilirono più tardi fra Eustachio e il Tiziano. Cominciate
forse su argomenti idraulici, come lo proverebbe la nota vinciana
« libro deir Acque a messer Marcantonio » (1), continuarono e di-
vennero vivissime in mezzo alle discussioni di Anatomia. Leo-
nardo e il Dalla Torre si trovarono entrambi in condizioni da
aiutare e scambievolmente di essere aiutati. Leonardo aveva
profonde conoscenze anatomiche, e più di un'idea nuova su ogni
questione si potesse presentare; il Dalla Torre lo stimolò allo
studio della Anatomia come scienza a sé, e staccata dalle limi-
tazioni, che necessariamente le erano imposte dalla pittura. Il
Dalla Torre, alla sua volta, se pure non avrà potuto giovarsi
dell'abile disegno di Leonardo, si senti spinto, per l'esempio del-
l'artista, a muovere dalle opere dei Greci e degli Arabi all'analisi
diretta della struttura animale e vegetale, dalla tradizione antica
allo studio diretto della natura vivente, sempre feconda di nuovi
fatti e di nuove leggi.
CLXXXV.
ToscANELLi Paolo. Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482), mo-
dello di virtù patrie e scientifiche, abitò quasi sempre in Firenze
(1) Leonardo, Manoscritto K^, f. 43 verso. Gfr. anche nel Cod. Atlantico,
f. 19 verso: «Marcantonio » accanto al nome « Archimede».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
fino alla morte. Matematico, astronomo, geografo e medico, ad-
ditato allammirazione del mondo da ingegni delia tempra del
Cusano, del Regiomontano e di Cristoforo Colombo, era avvici-
nato in Firenze « da tutti gli uomini dotti, come dice Vespasiano
« da Bisticci, e con questi erano le sue conversazioni >. Non è
quindi naturale che Leonardo da Vinci appena ventenne, attratto
dal desiderio di conoscere, abbia cercato di avvicinarlo, e abbia
prestato orecchio alle sue parole ? Ciò che il giovane artista do-
veva ammirare nel Toscanelli era la vastità e la precisione delle
conoscenze, il modo strettamente scientifico de* suoi ragionamenti,
il metodo paziente e severo della investigazione della natura,
ch'era qui portato alla piena notizia del cielo e della terra. « Era
« di poche parole, dice Vespasiano del Toscanelli, e istava assai
« a udire sanza parlare ». « Fu amico di tutti gli uomini dotti,
« i quali ebbe la sua età, e con tutti conversò ». « Ragionava
« sempre di cose singolari ». Leonardo ricorda più volte il suo
nomo, scrivendo: « maestro Pagolo medico » (1).
CLXXXVI.
Valla Giorgio. Più volte abbiam dovuto rammentare il nome
di Gioirlo Valla piacentino (? - 1499), che fu a Milano da prima,
dove conobbe Leonardo, poscia in Venezia (1486-1499), dove venne
imprigionato per volontà di Lodovico il Moro.
Fra le sue opere, quali le interpretazioni deW Astrolabio di
Niceforo e di Proclo (Venezia, 1491), degli Elementi di Euclide
(Venezia, 1492), del Trattato delle grandezze e distanze del sole
e della luna di Gustavo Samio (Venezia, 1498), del De mundo
attribuito a Timeo (Venezia, 1498) e di quello attribuito a Cleo-
mede (Venezia, 1498), d^li scritti di Aristotile, Galeno, Ales-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 12 verso. Per maggiori particolari
:<LMi. Leonardo, pp. 13-14.
276 E. SOLMI
Sandro d'Afrodisia, Psello, Rhazes, Gleonide, ecc., dovette attrarre
Leonardo la vasta enciclopedia : Georgii Vallae Piacentini viri
clarissimi, De expetendis et fugiendis rebus, opus in quo haec
contineniur : De Aritmetica, libri III, ubi quaedam a Boertioprae-
termissa tractantur. — De musica, libri V, sed primo de inven-
tione et commoditate eius. — De Geometria, libri VI, in quibus
elementorum Euclidi difflcultates omnes fere exponuntur; ubi
etiam de Mechanicis, spiritalibus, Gatoptricis et Opticis deque qua-
drato circuii habetur tractatus. — De tota Astrologia, libri IIII,
in qua fabrica, ususque astrolabii exaratur, et quae signorum in
exhibendis medicaminibus sit habenda observatio. — De Physio-
logia, libri IIII, ubi et Methapbysices quaedam lectu quae dignis-
sima utilissimaque. — De Medicina, libri VII, ubi de simplicium
natura per ordinem litterarum. — Problematum, liber unus. —
De Grammatica, libri IIII. — De Dialectica, libri III. — De Poe-
tica, liber unus. — De Rethorica, libri II. — De Morali philoso-
phia, liber unus. — De Oeconomia, sive administratìone domus,
libri III, in quibus de Architectura reque rustica suus est locus.
— Politicon, unicum volumen, ubi de iure civili ac pontificio
primum, mox de legibus in universum, inde de re militari
agitur. — De Gorporis commodis et incommodis, libri III, quorum
primus totus de anima, Secundus de corpore, Tertius vero de
urinis ex Hippocrate, ac Paulo aegineta, deque Galeni quaestio-
nibus in Hippocratem. — De rebus externis, liber unus, ac ultimus
ubi de Gloria, Amplitudine et caeteris huiusmodi. Haec sum-
matim ecc. — Venetiis in aedibus Aldi Romani impensa ac studio
.Joannis Petri Vallae filli piculiss. mense Decembri 1501. 2" voi.
in fol.
La grande opera del Valla è un'enciclopedia, la quale si di-
stingue dalle altre, perchè l'autore ne ha presi gli elementi dagli
scrittori. greci e latini, escludendo gii arabi e gli autori medievali.
Nel 3" capo del IV libro della sua geometria il Valla ha dato un
trattato delle sezioni coniche, che è il più antico scritto in Eu-
ropa. Nel sesto libro vi è riconosciuta, analogamente al Vinci, la
forza del vapore come atta a muovere strumenti meccanici.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
277
CLXXXVII.
Valtdrio (Roberto). Fin dal 1898, nei miei studi sulla filo-
sofia naturale di Leonardo da Vinci, designai agli studiosi, che
nel De re militari del Valturio doveva scorgersi una fonte im-
portantissima per i manoscritti vinciani, e indicava, come me ne
veniva l'occasione, alcuni dei passi più notevoli (1). Oggi compio
quei miei accenni, considerando tutti i manoscritti di Leonardo
in rapporto a tutto intero il libro del Valturio (2).
Ms. B di Leonardo da Vinci.
fol. 5 V. — falarica
fol. 6 r. — falarica | falarica
fol. 7 r. — rohmphea
fol. 7 V. — rohmphea
scorpioni è una macchina, la quale
pò trarre sassi , dardi , sagitte , e ,
quando sarà fatta grande, fìa atta a
rumpere le macchine delli nimici.
Altri altori anno per openione li
scorpioni essere una venenosa sagitta,
la quale ognun poco che toca il san-
gue subito dà la morte, e diciesi esser
ritrovata tale arma apresso alli Sciti,
altri dicano da quelli di Candia, e fassi
questa mistura di sangue vmano e
veneno diserpente.
questa arme non debe essere vsata
Valtubio, ediz. Parigi 1534.
p. 223 — Falarica
p. 223 — Falarica
p. 226 — Rompbaea
p. 226 — Romphaea.
p. 227 — Scorpiones Sunt et qui
scorpionum ictibus non sagittas tan-
tum sed et lapides mitti annuant
Et scorpiones quocumque manus p^
ritae duxissent, rotundos lapides evi-
bravant Per scorpiones etiam
hostium machinamenta franguntur:...
Ahi scorpionem sagittam sed ve-
neno oblitam esse aiunt, quae virus
quo fìgitur infundit unde et scorpio
nomen accepit. Scorpiones huiusmodi
a Scythis originem traxisse arbitror,
iili enim vipera sanie et humano
sanguine tinctis sagittis, quolibet vul-
nere laevi tactu sed irremediabili il-
lieo mortem adferunt.
... Ad postremum sive Scytha sive
(1) Solmi, Stttdi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci, p. 21.
^2) Nel Codice Atlantico, f. 210 recto, è ricordato un < De re militari »,
forse l'opera del Valturio. Gfr. De Toni, Frammenti vinciani, p. 41 sgg.
278
E. SOLMI
se non centra a traditori, perchè la cretensis sive alio coelo genitus fue-
è da loro rit, qui scorpionem ad mittendas sa-
gittas primus invenit, aut proditor
sane fuit aut nocendi avidus
Leonardo.
Ammiano Marcellino afferma es-
sere abbrusiati Tcentomila volumi di
libri, nella pugnia alessandrina, al
tempo di lulio Cesare.
Valturio.
Ut Ammiano Marcellino placet ,
septingenta voluminum milia... bello
priore alexandrino... ditatore Cesare...
conflagrasse produntur.
Codice Trivulziano, f. 41 recto. De-
metrio solca dire, non essere diffe-
renza dalle parole e voci delli im-
periti ignoranti, che sia da suoni e
strepiti, causati dal ventre ripieno di
superfluo vento, e questo non senza
cagion dicea, imperocché lui non re-
putava essere differenzia da qual
parte costoro raandassino fuori la
voce, 0 dalle parti inferiori o dalla
bocca, che l'una e l'altra era di pari
valimento e sustanzia.
f. 14 recto, nulla può essere scripto
per nuovo ricercare.
f. 2 verso. Cornelio Celso. 11 sommo
bene è la sapienza, il sommo male è il
dolore del corpo, imperocché, essendo
noi composti di due cose, cioè d'anima
e di corpo, delle quali la prima è mi-
gliore, la peggiore è il corpo; la sa-
pienza è della miglior parte il sommo
bene, il sommo male è della peggior
parte e pessima. Ottima cosa è nel-
l'anima la sapienza, così è pessima
nel corpo il dolore: adunque sì come
Valturio, p. 12.
Quorum voces tumentiaque verba
minime perhorrescens nihilo pluris
ego faciam , quam Demetrius ille
quem dicere solitum accepimus eo-
dem sibì loco voces esse imperitorum,
quo est ventre redditos crepitos: quum
nihil pene intersit qua parte corporis,
sursus an deorsum, turpiter sonent.
Valturio, p. 1.
nihil scribi omnino nova inquisitione
possit.
Valturio, p. 12.
Cornelio Celso (assentiri cogor) qui
ait summum bonum sapientiam, sum-
mum autem malum dolorem corporis.
Nani, quoniam duabus inquit partibus
constamus, animo scilicet et corpore,
quarum prior melior, deterius est
corpus. Summum bonum est melioris
partis optimum, summum autem ma-
lum est pessimum deterioris. Est au-
tem optima in animo sapientia, est
in corpore pessimum dolor.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
279
il sommo male è il corporal dolore,
così la sapienza è dell'animo il sommo
bene, cioè delFuom saggio, e niuna
altra cosa è da a questa comparare
Manoscritto B. fol. 8 r. — Catapulta
come dice Nonio e Plinio, è vno stru
mento ritrovato da quel di Cleti (1),
il quale traeva vno dardo di 3 cubiti
e col ferro di 3 faccie, tratto per ca
gione di legni liberati dal costrigni
mento di nervi retorti.
fol. S V. — Romphea è vno strumento,
il quale gitta fori di sé legni lunghi
infiammati, fu vsata secondo Aulo
Gellio apresso a le gienti di Tracia e
a presso a altre nationi fu chiamata
flamea.
Arco si dicie essersi ritrovata da
quelli di Arcadia, alcuno dice Apollo,
quelli di Candia lo dimandano sci-
tico, quasi di Scitia
[La figura dell'arco disegnata da
Leonardo (fol. 8 v.) corrisponde a
quella stampata nell'opera del Val-
turio].
fol. 9 r. — Murici overo triboli.
Li murici over triboli sono da essere
in campo vsati a seminare da quella
parte, dove l'omo ha sospetto dello
assalto de nemici , e ancora gittare
infra inimici, quando seguitano lor
vettoria.
[Leonardo ne dà due piccole figure.
p. 225 — Catapulta quam Plinius VI
natur. histor. Cretes invenisse per-
bibet iaculum est celer vel sagitta
ut Nonius inquit. Catapultam etiam
organum, bellicumque instrumentum
quo tricubitalia tela iaciuntur... Tri-
fax, telum longitudinis trium cubito»
rum, quod catapulta mittitur.
p. 226 — Romphaea, teste A. Gellio
noct. att. lib. IX genus teli est
Thracae nationis: apud alios frameam
spatbam et gladium licet sonet.
p. 226 — ... sint alii licet... qui videri
velint, quum Arcades in excelsa
parte montis habitassent, derivatum
deinceps ut tutissima urbium, arces
nominarentur. Arcus insuper sagit»
tandique Apollinem ferunt extitisse
repertorem, qua de causa Cretenses
praecipue arcu delectati sunt, quem
scythicum nominarunt.
p. 228. Murices, tribulos aiunt fer-
reos, qui tribus radiis abiecti quo-
quomodo situentur stant et erecto
quarto infesti sunt.
(1) Ravaisson-Mollien interpretò ticleti come Tigelth Phalassar : il con-
fronto eoi Valturio chiarisce, che deVe intendersi di Greti cioè di Creta.
280
E. SOLMI
che somigliano alle tre date dal Val-
turio].
Scalpro era un ferro acuto da fe-
rire, e custodire i liefanti; dicie Livio
nel settimo della guerra cartaginese,
che molti più elefanti erano morti
dalli governatori d'essi, che da li ni-
mici, e questo facievano, quando que-
ste bestie s'infuriavano centra a sua ;
il governatore con un gran colpo li
ficcava lo scalpro acuto infra li o-
recchi, dove il collo si congiugnie
colla nuca, e questa era la più presta
morte si potessi dare a s'i gran bestia.
Vernina, secondo trovo in una co-
media di Plauto, si è una aste lunga
con ferro acuto da lanciare.
Soliferreo (1) è vna sorte d'arme
p. 229 — Scalprum praeacutum ad
feriendum ferrum. Livius belli Pu-
nici lib. VII Elephanti plures ab
ipsis rectoribus, quam ab oste inter-
fecti, fabrile scalprum cum malico
habebant; id, ubi saevire belluae ac
ruere in suos caeperant , magister
Inter aures positum ipso in articulo
quo iungitur capiti cervix quanto
maximo poterat ictu adigebat, ea ce-
lerrima via mortis in tanta molis
bellua inventa erat.
p. 229 — vernina, genus iaculi longi,
teste Fabio Placiade. Plautus in Bac-
chide...
p. 229 — Soliferreum, genus teli, hoc
(1) Riporto per il soliferreo o per la fonda (fionda) il testo della tradu-
zione italiana del Valturio, Opera de' facti e precepti militari di Roberto
Yalturio translata per Paulo Ramusio , Verona , Bonin de Boninis,
MCCCCLXXXIII adi XVII di Februario, in fol. fig. p. 208, per far rico-
noscere che Leonardo segue il testo latino, anziché la versione italiana. « So-
« liferreo e una fatta de basta da frar tutta di ferro perche sicondo la lingua
« de li osci questo uocabulo solo significa tuto. Liuio nel Libro quarto de la
« guerra Macedonica dice : E le squadre stando de dietro con paura reguar-
« dauano: e tratto uia li soliferrei e le falarice nudauano le spade. La Fonda
« he detta perche da quella se tra fuora gli saxi : e questo saxo uoltado in
« torno in torno cum una corda dopia se tra uia el saxo rotundo in modo
« de una glande asetada e ponderata se tra uia a modo se la fusse tratta
«da uno mangano. Liuio nel libro uìgesimo octauo dice: Gli homeni usaua
« molto de le fonde così come anchora adesso alora solamente haueuano
« questo modo de trar ne niuna altra gente tanto sta exceliente in questa arte
« quanto infra li altri li popuii baleari apresso li quali come dice Flauio le
« madre così amaistrano li sci fioli da picoli che non li lassano tochar
« niuna fata de cibo se non quello che loro haueuano gietato dal segno tra-
« giendo uno saxo con la fonda: e impero alcuni dice che li habitatori de
«queste insule Baleare fureno inuentori di trar con queste fonde; benché
« Plinio dica nel vj de la historia naturale che questo medesmo esser sta
« trouato apresso li popuii Syrophenici ». Gfr. De Toni, Op. cit., p. 43.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
281
tutta di ferro, li quali usavano di
trarre li soldati su li primi assalti,
di questo fa mentione Livio nel libro
quarto della gueira macedonica
Fonda è fatto d'una corda doppia e
nella sua piegatura alquanto lai^a,
nel quale è ponderato uno sasso, poi,
voltato col braccio 2 volte intorno si
lascia una delle corde, e* 1 sasso vola
co romore per laria, come se vscissi
d'uno mangano, dice Flavio questa es-
sere ritrovata apresso alli abitatori
delle isole Baleare, e che loro tennono
la eccellenza del trarre, e che le madri
lor [non] lasciavano toccare ai loro
figli di nessuna fatta cibo, se non
quello gittato per loro dal segnio col
sasso vscito dello fonda, benché Plinio
dica questo medesimo essere inven-
àone delli popoli Syropbenici.
Glande sono ballotte di piombo, tratte
con balestri e con fonde.
fol. 9 V. — Auctori, secondo dice Ce-
lidonio, è un arme falcata col taglio
da vn solo lato e di lunghezza di uno
braccio, e vna manica biforcuta, a
modo di rondine, e non si porta in va-
gina anzi si porta nuda appiccata alla
cintura.
Danice sono acette vn poco lunghe,
e diciesi essere molto state usate dalli
popoli Dani, ma quello ch'è da consi-
derare ne li ferramenti bellici si è che
est totum ferreum... Livius beili Ma-
cedo, libro quarto. Et cohortes a
tergo stantes pavidi respiciebant, ut
enussis soliferreis falaricisque gla-
dios strinxerunt.
p. 229 — Funda, quod ea fundantur
lapidea, id est, mittantur. Hoc telum
habena volutatur in iactu, glansque
librata quum sederit, velut nervo
missa exculitur Fundis ut nunc
plurimum, ita tunc solo eo telo ute-
bantur, nec quisquam alterius gentis
unius tantum ea arte quantum inter
omnes alios Baleares excellunt, apud
quos, ut inquit Flavina, matres a
teneris unguiculis ita natos erudisse
produntur, ut nullum cibi genus con-
tingere sinerent, nisi quem ex fonda
immisso lapide percuasissent. Proinde
sunt qui Balearium insularum habi-
tatores hoius teli usum primos inve-
nisse asserant, quamquam Plinius hoc
idem apud Syrophenicas dicat inven-
tom.
p. 229 — Glans vel glandis, telum
est sive massa plumbea instar glan-
dium, quae funda balistare proiì-
citur.
p. 230 — Chelidonium auctores vo-
cant ipsi falcastrum , altera parte
tantum acie tenuissima, sed altiore,
ulna longitudine, cauda bifurca ceu
birundinis, unde et nomen habet; va-
ginis non conditur, sed unco dependet
a cingulo.
p. 230 — Danicae, secures productio-
res quibus acies subtilior, quibusque
non modo Dani sed etiam aliae gen-
tes iam uti coeperunt ; in universum
282
E. SOLMI
quello che sarà amorzato nell'olio fia
di delicato taglio, quello che fia amor-
zato nell'acqua sia crudo e frangibile,
quelli che fiano spenti nel sangue di
becco saranno di somma durezza,
l'olio, la cierusa e la pegola conser-
vano il fero da ogni ruggine.
Falce è vno ferro in forma lunare, e
dall'uno de corni è congiunta una aste,
questa arme fu usata molto apresso
a quelli di Tracia, e non meno nele
pugnie de le navi che in terra, poi si
convertì in uso de li agricoli e villani,
fol. 10 r. — Carro falcato
questi carri falcati furono di diverse
maniere , e spesso ferono non meno
danno sì a li amici che a nemici, e que-
ste che li capitani de li eserciti cre-
dendo con questi perturbare le squadre
delli inimici con questi creon la paura
e danno infra li soi, contra questi bi-
sognia usare arcieri fondatori e lan-
autem quae prò re militari circa haec
consideranda sunt, ferramentorum ge-
nera si oleo restinguantur delicatior
fit acies, aqua duratur in fragilita-
tem. Hircorum sanguinis tanta vis
est, ut ferramentorum subtilitas nec
alio acrius induretur. Ferrum autem
omne a rubigine tuetur oleum, ce-
russa, aut liquida pix.
Falx lunatiim ferrum hastae affixum,
militare quondam nunc agreste telum.
... falx nedum terrestris militiae, sed
et nauticae instrumentum.
p. 230 — A falce falcati etiam cur-
rus dicti: falcibus namque praemu-
niebantur, atque in hunc maxime
modum falcibus armati prodibant in
bella....
His quadrigis ut semper duces ho-
stium acies perturbaturos se crede-
bant, in suas terrorem persaepe ver-
terunt.
ciatori, e trarre ogni maniera di dardi, clamoribus dissonis ita costernavit
lance, sassi, fochi, romori di tamburi,
grida, e tali operatori stieno sparti
acciò le falci non lo trovino, e per
questo si spaventerà li cavalli, i quali
isfrenati si volteranno infra sua, a di-
spetto de' governatori di loro, e fieno
di grande impedimento e danno a sua
medesimi. 1 Romani usavano contra
di questi li triboli seminati di ferro, i
quali impediano li cavalli e caduti in
terra, per la pena, lasciavano i carri
sanza moto.
fol. 30 V. — Flammea è vna balla
conposta in questa forma; sia insieme
equos, ut repente velut effrenati pas-
sim incerto cursu vagarentur.
Romani murices ferreos in terram
fundebant, qua hostes emissuros qua-
drigas arbitrabantur: in quos cum
incidissent, paulo post saucii, pigri,
mutilesque reddebantur.
p. 307 — Ignem graecum appellant
confectionem quandam bullitionem-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
283
que saligni carbonis, salis, ardentis
aquae, vitis, sulphuris picis thuris-
que cum molli Aethiopum lanae filo
et camphora, quae dictu mirabile sola
ardet in aqiia materìam omnem adu-
rentem. Callimachus architectus ab
Helepoli fugiens id Romanos docuit
prìmum, et eo sane Imperatores multi
postea in hostes usi sunt. Tempore
enim Leonis imperatoris quam orìen-
tales populi contra civilatem Ck)stan-
tinopolim navigassent in dromonibus
mille octingentis, Imperator igniferis
navibus contra eos directis. hoc ignis
genere omnes abeumpsit.
bollite queste cose, cioè carbone di
salcio, salnitro, acqua vite, sulfure, in-
censo e pegola con canfora, e vno filo
di lana etiopica, il quale, solo insu-
pato in detta conpositione, s'avolta
informa di balla e con punte acute
e trassi alle navi con corda a vso di
fondo, questo si dimanda foco greco ed
è cosa mirabile, e abrusa ogni cosa
sotto l'acqua. Callimaco architetto fu
il primo, che lo insegniò a Romanj,
da quali fu poi molto usato e mas-
sime da Lione imperadore, quando li
popoli orientali contra di Costantino-
poli venero con infinito numero di
navi, le quali da questa materia fu-
rono tucte abrusate.
Sono quasi d'una medesima sustantia,
el loro foco è simile a quelo ditto di-
sopra cioè della flamea saluo, che ag-
giunto a della compositione, vernice
liquida, olio, petrolio e trementina e
aceto forte, e le dette cose insieme
eonpremute, le seccano al sole; di poi
leuoltano intorne allastopa di canape,
e le riducano in forma rotonda : di poi
alcuno le tra con corda, alcuni li
tìcano dentro la punta d'uno dardo,
traendola... e lassato uno buso in detta
balla overo mesa per dare lo foco,
tutto il resto vestivano di colofenia e
sulfure, e di questa mistura usavano
i nostri antiqui dice Lucano Cie- nec puppìbus ignis incubuit solis.
sunt qui alio igne, et quidem mis-
sili, huicque persimili, sed vehemen-
tius urente utantur, bis additis, li-
quenti vernice ac librario oleo, pe-
troleo terebentina, aceto quam acri,
confectis, compressis, ad solem que
exsiccatis, ac postea stuppa involutis
cum acutis ferris imminentibus glo-
meris instar funiculo contexti, quae
omnia denique sint, uno foramine
praetermisso, colophonia et sulphure
in sequentem modum oblila
Lucanus piceo iubet unguine fin-
ctas Lampadas immitti iniunctis in
bella carinis | ; arsere cheraci |
sare, che questo foco fatto gittare
colle lampade infra le navi de Cerusci
populi di Germania abrusi, non che
dette navi, ma li edifitii edificati sulle
ripe del mare furono consumate da
simile inciendio.
sed quae vicina fuere J Tecla mari,
longis rapuere vaporibus ignem.
284
E. SOLMI
fol. 41 r. — Acinace è il nome di
questo coltello, e cosi clamato fu
apresso alli Sciti e a Medi, secondo
dice Acrone
Ense e gladio sono conditioni d'armi,
e sono una medesima cosa, sì come
vuole Quintiliano nel '/io libro delle
sua institutione che non so dessere. Il
gladio, secondo Plinio nel VI libro
de naturale istorie, fu ritrovato dalli
Lacedemonesi, e come vole Varone
tolto via il gi e'n suo loco messo e. è
dieta a clade perche '1 si fa per la
clade e morte de nimici.
Spada, ense e gladio sono nomi d'ar-
me universalmente noti e massime
apresso alli antichi.
Arpe secondo Lucano nel nono dicie
essere una spada falcata, con la quale
Perseo occise il Gorgone,
fol. 41 v. — Lingula, secondo dice Ne-
vio 'n una sua tragiedia, che Ixione si
dimanda, era dimandato uno picciolo
coltello, in forma di lingua d'ucciello.
Machera è vna sorte d'arme lunga
e da una parte acuta: Giesere ne fa
mentione nel secondo delli sua ce-
mentarli. Stragule è arme. Cimaste da
lanciare, e adoperare manualmente ;
di queste fa ancora Giesere mentione
nel secondo de cementarli.
Doloni sono una specie d'arme, della
quale fa mentione Plutarco nella vita
di Graccho....; alcuni altri anno auto
per openione, che doloni siano fra-
gielli, nella cui verga sia nascosti
pugniali
Sicca è uno picciolo coltello il quale Sica a secando dieta est enim già-
era usato dalli antichi assassini, detti dius brevis quo maxime utuntur qui
p. 218 — Acinacis, gladi us militaris
lingua Parthorum vel Medorum, ut
inquit Acron.
p. 218 — Ensis et gladius huius
naturae sunt , auctore Quintiliano
insti, libro IX. ut idem pluribus vo-
cibus declarent, ita ut nihil signifi-
cationis quo potius utaris intersit.
Gladices , quem auctore Plinio \I
natur. histo. a Lacedaemoniis inven-
tum, teste Varrone, e in g commutato
a clade dicitur, quod fit ob ostium
cladem.
spatha, ensis, sive gladius, nomina
sunt omnibus pene nota.
p. 219 — Harpe falcatus ensis quo
usus est Perseus in occisione Gor-
gonis. Luca, in IX.
p. 219 — Linguam veteres dixere gla-
diolum oblongum in speciem linguae
factum cuius meminit Naevius in tra-
gedia Ixione.
machaera gladius longus ex altera
parte acutus. Gaesar II Gomment.:....
Inter carros rotasq. machaeras et
stragulas subiiciebant
Dolones gladii sunt. Plutarchus in
Vita Gracchi... Dolones aliorum sen-
tentia flagella sunt intra quorum vir-
gam pugiones latent.
1
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
285
BÌccari, per lo nome d'esso coltello, se-
condo Quintiliano nel 9 de le istitu-
tione
fol. 42 r. — Pugione, secondo Pesto
Pompeio, è vno coltello brieue di 2
punte Vairone dicie pugione ancora es>
sere chiamata un' aste lunga con ferro.
Clunade è uno coltello sanguinario.
Secespita è uno coltello lungo, col
manico rotondo ed un pezo d'avolio
e ornato d'oro e argiento, li quali usa-
vano li pontefici e li fiamini a li sa-
crìfitii. Alcuni dicono essere la scara
e altri la manara a coltello.
Mucrone, ense e gladio sono, secondo
Prisciano, nel secondo libro de l'arte
gramatica.
Aclides come vole Servio sono cierte
arme tanto antiche, che non sono
commemorate in guerra, nondimeno
si legie queste essere pezzi di legnio
alcuni lunghi '/s cubiti, e alcuni ro-
tondi, e dentro ferme punte di ferro,
acute e eminenti, le quali si traevano
infra i nimici con corda overcon co-
regie di corame, e quello che ricievea
sua botta, presto ritrova il creatore,
fol. 42 V. — Telo publicamente furono
apresso a li antichi chiamate tutte
quelle cose, che in guerra erano atte
a essere traete co le mani come dardi,
legni, freccie, aste, lance, pali e sassi.
Il veruto, sechondo Nonio Marciello,
è 'n arme picciola e molto strecta.
Fusti sono quelle prime arme, che
usarono l'umana gieneratione, e che
oggi da villani pali son chiamati, e le
lor punte erano alquanto abruciate.
apud italos latrocinia exercent a quo
et sicari! dicti quamquam auctore
Quintiliano IX Instit
Pogio gladius brevis et bisacutus sic
dicto Pesto teste Est et pugio se-
cundum Varronem ingens contus Cam
ferro.
Clunadum cultrum sangoinarium Se-
cespitam cultrum ferream dicunt ob-
longum, manubrio eburneo rotundo
solido, iunceto ad capulum argento
auroque... quo pontifices flaminesque
ad sacrìficia utebantur. A secando
secespita dieta. Alii securìn, alii do-
labram.
Macro ensis et gladius idem sunt
Priscìanas Artis grammaticae lib. II.
p. 220 — Aclides aactore Servio tela
sunt quaedam antiqua adeo ut ne-
qaiquam commemorentur in bello;
legitur tamen quod clave cubito se-
mis eminentibus bine et hinc acu-
minibus in hostes ita iaciuntur reli-
gatae loro vel lino at pwactis vul-
nerìbus possint redire.
p. 220 — Telum vulgo id appellatur
quod ab arcu mittitur manu ut lapis,
lignum, fustis, basta, lanceae, pilum
et quodcumque in longinquam mit-
titur.
Verutum telum breve et angustum
Nonio teste.
p. 221 — Fustes sunt quod palos ru-
stici vocant qui inter prima human!
generis Arma fuere.
286
E. SOLMI
Baculo si è vno bastone, senza gr[o]pi,
col quale erano battuti i tristi servi.
Aste si dice essere ritrovate da li La-
ciedemonesi, sono octime e plestante,
di frassino, di corilo, raa meliori di
sorbo, perchè più lente e flexibiles.
astili sono le lancie minori le quali
per arte colle man siragano.
Baculus virga praetoris qua servi
percussi liberantur.
Hastas Lacedaemonios invenisse di-
citur, fraxinus obedientissima , co-
rylus melior, sorbus lentior.
Hastilia minores lanceae sunt ferro
producto et quas manu iacere ars est.
Conctiasti sono lunghissime e robu-
ste, sanza ferro, ma cola punta acuta.
Lancea, de la quale dice Plinio, essere
ritrovata; dall'Etoli Varone dicie es-
sere vocabolo hispanico.
fol. 43 r. — Il pilo, asta romana,
Giesa è delli galli, larissa delli ma-
chedoni.
Plilo era vna asta in vso de romani,
non altrementi che Giesa a li galli, e
larissa alli maciedoni. E quest' aste
erano segate per lo lungo in 2 equali
parte e furono molto in vso de
b[r]etagni.
ruma, rumice telo, sparo gallico.
Ruma e pilo e rumice e telo sono in-
fra loro conforme, e sono simili allo
isparo gallico.
Jaculo si dice essere ritrovato da
Etolo, figliolo di Marte, e questo da
Erma, Varrone, Pesto Ponpeo ne te-
stimonia, diciendo cosi sono iaculi
agresti e rusticani di vile e bassa con-
ditione,i quali a spergiendo sono detti,
fol. 43 V. — Sarissa come piace a
Ponpeo è vna aste maciedonica.
Gabina è chiamata dalli illirici vna
cierta conditione d" arme, in forma
quasi d'uno venabulo overo ispiede.
Conti hastae longiores sunt et robu-
stae sine ferro sed acuta cuspide.
Lancea, quam Aetolos invenisse VI
nat. hist. testis est Plinius. Scriptum
est in libro Varronis lanceam
hispanicum verbum esse.
p. 221 — Pilum, basta romana, ut
gesa Gallorum , et larissa Macedo-
num.
His Britanni maxime vsi.
p. 222 — Ruma pilum, rumata pilata,
rumex telum, sparo Gallico quam
simile.
Jaculum quod cum amento Aetolum
Martis filium invenisse ferunt telum
etiam, quod ut iaciatar fit, teste Var-
rone, dictum. Spara, Pom. teste, mi-
nimi generis iacula agrestia et ru-
stica, a spargendo dieta.
Sarissa, ut Pomp. placet,... est basta
Macedonica
Gibinam appellant lllyrici telum ve-
nabulo simile.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
La secure è chiamata quasi semicuris
ouer semi quiris.
Tragula è vna asta molto acata, la
quale ia forma di telo over dardo
si pò con mano trarre, secondo Var-
rone e Ponpeo e Ciesere nel 5 de co-
mentari.
Claua è una condì tione d' arme, la
quale fu in vso ap[r]esso a Ercole ed è
detta claua perchè era un grupulente
bastone.
Cathegia — alcuni credono questa
claue essere la categia, quale Oratio
lachiama; caia e cathegia una condi-
tione di teli gallici i quali ritornano
indirieto, a posta di chi li gitta, e
questa secondo Vii^ilio fu molto in
vso delli tedeschi, vsavale molto i
cavalieri contra i pedoni,
fol. 44 r. — dolabra
Questo sichiama 2 labri, secondo che
afferma Livio, nel li libro di bello pu-
nico, dove recita Anibale avere con
queste mandato 500 africani a mi-
nare, insino ai fondamenti, le mura
d'una terra.
La bipenne si dimanda questo stru-
mento, perchè dalluno e da l'altro
canto à lo taglio acato: questo voca-
bulo è con diligienza affermato da
Quintiliano, primo delle institutione.
fol. 45 V . — Maleoli, secondo Àmiano
Marciellino, sono una spetie di dardi e
freccie, che lo loro fusto è di canna, e
doue finisci e lacanna, li si congiugnie
una rocca, come quelle da filare, e
sopra la rocca si è il ferro da ficcarsi,
e nella concavità di detta rocca si de
mettere stoppa, inbeuerata nella pe-
Secaris quasi semicuris vel semi
quiris.
Tragula est basta ferro praeacata et,
ut Varrò inquit, a traiiciendo dieta,
ut pomp. teli genus Caesar lib. Y
Commentarìorum.
Clava teli genus quo Hercules ute-
batur, sic dieta quod sit ola vis fer>
reis ioTicem religata
Hanc quidam Catheiam , quam et
Horatius Caiam vocat, dictam etiam
putant, estque Catheia Gallici teli
genus, quod si ab artifice mittatur,
rursus venit ad eum qui mittit.
Hujus Virgilius meminit, Theutonico
ritu solitos* torquere Catheias.
Dolabra quasi duo labra Livios
belli punici lib. II. Tunc Hannibal
occasionem ratus, quingentos ferme
Afros cum dolabris ad subruendum
ab imo marum mittit.
Bipennis dicitur, quod ex utraque
parte acutam babebat aciem... Quin-
til. lib. L instila.
p. 224 — Malleoli tela sont in ma-
liebris coli formam. Ammianus Mar-
cellinus.... Malleoli autem teli genus
figuratur hac specie, sag^tta est can-
nea inter spiculum et arundinem
multifido ferro coagmentata, quae in
muliebris coli forma quo nentur lintea
stamina concavatur... atque in alveo
288
E. SOLMI
gola, e darle il foco, e gittarla lente-
mente aciò la furia de l'aria non la
morzassi : alcuni dicano in detta con-
cauità fassi un nutrimento inestingui-
bile, il qual si fa con colofenia, sulfore
e salnitro, e queste cose liquefatte con
olio di lavro : alcuni dicano olio, pe-
trolio e grasso d'anitra e midolla di
canna e di ferula e con sulfure, co-
lofonia e canfora, con rasa e stopa,
e questa compositione fu, apresso ali
antiqui, dimandata inciendara, cioè
cosa atta a brusare ancora stoppa,
grasso e petrolio.
fol. 50 V. — Nomi d'ingegnieri.
Callias rodiano
Epimaco ateniese
Diogene filosofo rodiano.
Calcedonio di Tracia
Febar di Tiria
Callimaco architecto,maestro di fochi.
fol. 51 r. — modo di schifare l'ariete
con balle di paglia bagniata in aceto
Heliopolim macc[h]ina murale.
Febar di Tiria per gvastare li muri
de-Gaditenei usò questo strumento
fol. 61 r. — Se l'acqua sarà tanto alta
che fanterie e cavalieri non possine pas-
sare.diminuiscasi il fiume in molti rivi,
come fé Ciro re de Persi alla spugna-
tion di Babilonia sul fiume Gangi (1)
ipso ignem cum aliquo suscipit ali-
mento et sic emissa lentius arcu in-
valido: arcus ictu enim rapidiore ex-
tinguitur aestus incendiorum nec
remedio ullo quam superiecto pulvere
vel amurca consopitur... In huiusmodi
autem malleoli concavo glutinum
ignisque fomentum est inextinguibile
ex colophonio, sulphure, sale quem
nitrum appellant , omnibus in lauri
oleo liquefactis: secundum alios, oleo,
petroleo, adipe anatis, medulla can-
nae ferulae, sulphure: vt aliis visum
est oleae olivo , sefo , colophonia ,
camphora, resina, stuppa. Hanc ve-
teres compositionem bellatores Incen-
diarium appellant.
p. 283 — Callias Rhodum quum ve-
nisset
p. 283 — Epimachum atheniensem...
p. 283 — Diogenes... Rhodius.
p. 282 — Tetras autem Calcedonius.
p. 281 — faber Tyrius, nomine Phe-
sarsemenos.
p. 307 — Callimachus architectus
Ignem graecum... docuit primum.
p. 283 — Simili modo saccos paleis
aceto maceratis refertos...
p. 283 — Helepolim muralem ma-
chinam,
p. 281 — faber Tyrius... deiecit Ga-
ditanorum murum.
p. 309 — Quod si altior unda utrin-
que militem respuat, fossis plurimis
ac diverticulis minuenda est, sicut
Caesar in transita Licoris. Gyrus po-
tentissimus Persarum rex Babylona
(1) Veramente il fiume di Babilonia è l'Eufrate, non il Gange. V'è anche una
confusione fra Licoris (Loira) e Sicoris (Segre). Cfr. De Doni, Op. cit., p. 51.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
289
il quale nel più stretto è braccia 10000,
così Alessandro sul medesimo fiume,
Cesare sui fiume Sicurìs.
S'elli avvenissi, cheilfìvme fussi tanto
profondo, che non si potessi passare
a guazzo, debe il capitano far fare
tanti rivi, i quali piglino l'acqua, e poi
la pendino di sotto al fiume, e a questo
modo il fivme si viene a bassare e con
facilità si passerà. Questo usò Ali-
sandro in Indja contra di Porro, al
passo del fiume Idaspe, questo mede-
simo usò Cesare in Gallia, e così in
Ispagnia sul fiume Liger, ordinate 2
schiere i cavalli, fé passare li soldati ;
per lo mezzo questo medesimo fé
Annibal nel Po co li elefanti.
fot. 62 v. — Le navicule apreeso a li
Assiri furono fatte di virghe sottili
di salice Ciesere vestì dette sorte
di navicule di pelle bouine, nel pas-
sare, Sicuris fivme di Spagna, secondo
ne testifica Lucano.
Li Spani, li Sciti e li Arabi, quando vo-
liono fare vn subito ponte, aligano li
gratici, fatti di salice, sopra le bage
over otri di pelle bouine, e così passan
sicuramente.
oppugnaturu-s, Gangem fluvium adeo
grandem, ut ubi minus occupet, latitu-
dine VII! m. passuum pateat...
p. 308 — Cfr. supra.
Alexandre Indiam vastante quum Por-
ras ei occurrisset, castra inter utran-
que ripam Idaspis fluminis dis{>08ita
sunt... Idem Caesar quum Liger sibi
traiiciendos esset...
geminae nonnunquam equitum a-
cies ac inter utramque milites
transeunt.
Hannibalem per superiora Padi
vada... elephantis in ordinem ad su-
stinendum impetam fluminis oppo-
sitis...
p. 3i6 — Naviculas alii saligno vi-
mine texunt, bonisque corio tegunt,
ut Caesar transitu Sicoris. Lucanus.
p. 318 — Hispani vero, Aschitae
Arabes bubulis utribis contabulatas
crates superim ponunt vectitatique
hoc ratis genere praetereuntes...
Ms. 2037 Bibl. Nat.
fol. 8 V. — Lucretio, nel terzo delle p. 211 — Lucretius libro V de Re-
cose naturale, le mani, vnghie e denti rum natura Arma antiqua manus,
furono le armi de li antichi-163. ungues dentesque fuere.
Leonardo si serviva poi abilmente di questi brani, che andava
raccogliendo. Da una sentenza di Aristotile, citata nel Convivio
di Dante, e da due brani dei Valturio risulta formato il noto fram-
mento leonardesco del Codice Atlantico al foglio 119 recto:
6iomali tiorico. — Snppl. no 10- li. 19
290 E. SOLMI
« Naturalmente li omini boni desiderano sapere. So che molti
« diranno questa essere opera inutile, e questi fieno quelli dei
« quali Deometro disse non faceva conto più del vento, il quale
« nella lor bocca causava le parole, che del vento che usciva
«dalle parti di sotto: uomini i quali hanno solamente desiderio
« di corporal ricchezza e diletto, e interamente privati della sa-
«pienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell'anima, perchè
« quant'è più degna l'anima che '1 corpo, più degne fieno le ric-
« chezze dell'anima, che del corpo ».
CLX XXVIII.
Vegezio. Leonardo cominciava la sua lettera di presentazione
a Lodovico il Moro in questi termini : « Avendo, Signore mio
« Illustrissimo, visto e considerato oramai a suflaicientia le prove
« di tutti quelli, che si reputano maestri e componitori di stru-
« menti bellici, e che le invenzione e operazione di dicti instru-
« menti non sono niente aliene dal comune uso, mi exforzerò,
« non derogando a nessuno altro, farmi intender da vostra ec-
« cellenzia, aprendo a quella li secreti mei » (1). Da queste pa-
role risulta cosi assodato lo studio paziente e compiuto, che
l'artista fiorentino aveva fatto degli autori di libri militari, e
non è da stupirsi se lo strumento da palombaro del Mano-
scrìtto B (2) sia stato preso di peso dal Vegetii Renati, Epitome rei
militaris, s. 1. n. d., in fol., senza cifre né richiami, in carattere
gotico, che comincia : ' Flavij vedati renati viri illustris. Epi-
tome de re militari incipit \
GLXXXIX.
Vespucgi Amerigo. Il Vasari attribuisce a Leonardo un ri-
tratto di Amerigo Vespucci, una superba testa di vecchio, di-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 391 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto B, f. 18 recto II. Gfr. Vegbzio, Op. cit., p 146.
ed anche Aristotele, Problemi, e. XXII, § 5 {Op. omnia, Berlino, 1836,
V. IV, p. 470) ; R. Bacone, De secretis operibus, e. IV, Argentorati, 1659,
V. V, p. 850.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 291
segnata a carbone. Forse la notizia è errata, ed è da riferirsi
ad un nipote del viaggiatore, che fu intimo del Maestro. Non è
tuttavia improbabile invece la conoscenza per parte del Vinci
del libro ' Paesi novamente i^etrovati et novo mondo de Ame-
rico Vesputio Fiorentino intitulaio. Stampato in Milano con la
irapena de Jo. Jacobo et fratelli de Lignano: et diligente cura
et industria de Joanne Angelo scinzenzeler : nel MGGCGCXII
adi XXVII de Mazo ' in-4», di 76 carte num. (Edizioni precedenti
in gran numero si conservano senza data e con le date del 1504,
1505, 1506, 1507, 1508, ecc.). Le notizie vinciane sugli indiani
presentano grande analogia con quelle date dal viaggiatore fio-
rentino (1).
GXC.
Vespucci Bartolomeo. Quando Leonardo scrive: «il Vespuccio
< mi voi dare un libro >, si riferiva senza alcun dubbio a Barto-
lomeo Vespucci, figlio di Ser Nastagio e nipote di Amerigo, che
fu uno dei priori del 1514 e dei dodici buoni uomini del 1520.
È ovvio osservare, che noi non sappiamo qual fosse il libro con-
segnato a Leonardo.
Bartolomeo Vespucci scrisse un'Oratio de laudibus astrologiae
habita in almo Patavino Gymnasio anno 1506, edita col Sacrobosco
e Francesco Capuano di Manfredonia, con « annotationes non-
« nullae eiusdera Bartholomaei Vesputii, hic idem intersertae » (2),
(1) Fra i fogli inediti di Windsor (Fragmentt d'études anatomiques,
Recueil C, f. 3 recto) si trova, ad esempio, questa nota : « L'unghie lunghe
< apresso a delli Europei, son reputate vergognose, e apresso dell'Indi son
< tenute in gran venerazione, e le fanno dipignere con acque essentiative, e
« le tengan con diversi traforamenti, e dicano che quest'è cosa da omini
* gentili, e che l'unghie corte son cose da lavoratori e mecaniei in diverse
< arti ». Leonardo. Manoscritto K, f. .75 verso. Gfr. Solmi, Leonardo, p. 1.53.
Sulla improbabilità dell'incontro del Vinci con Amerigo Vespucci, vedi De
Toni, Il ritratto leonardesco di Amerigo Vespucci, Padova, 1898.
(2) La 2* e il resto della 3' carta contengono il discorso del Vespucci. Il
vei-so della 3* una lettera intitolata: Sylviua Laurentius a portu Caballenus :
292 E. SOLMI
un'OraUo in laudem quadrivii, stampata in Venezia nel 1508, e
commentò la Sfera del Sacrobosco. Inutilmente abbiam posti
questi scritti a riscontro dei codici vinciani ; nulla essi conten-
gono di comune.
CXGI.
Verrogghio(del) Andrea. Andrea Gione del Verrocchio (1438-
1488) fu nel sec. XV maestro eccellentissimo per la singolare sa-
pienza e il rigore del metodo. Dotato, più che di genio, di pazienza,
aiutato più che dalla natura dallo studio, era arrivato, lentamente
e faticosamente, ad una riproduzione profonda ed esatta della
natura, e ad una universalità propria solo delle menti elette. In
giovinezza « aveva atteso alle scienze e particolarmente alla
«geometria*; da orefice divenuto intagliatore, da intagliatore
scultore, da scultore prospettivo, da prospettivo pittore, nello
stesso tempo, che non fu ignaro della musica, toccò tutti i sog-
getti, l'uomo nelle sue diverse età, gli animali e le piante, nelle
loro infinite forme, e, secondo una felice espressione, «intese
« l'arte perfettamente ».
Un concetto Leonardo apprese dal suo maestro fin da prin-
cipio: per fare bisogna anzitutto sapere. « Quelli che s'innamoran
«di pratica sanza scienza, son come '1 nocchiero, ch'entra in
« navilio sanza timone o bussola , che mai ha certezza dove si
« vada ». Il secondo concetto fu questo: per sapere bisogna in-
vestigare con ordine e con pazienza le cose naturali, che si vo-
gliono ritrarre, « e se altro farai, getterai via il tempo e vera-
« mente allungherai assai Io studio ».
Glarissirao ?irtium Doctori : ac Astrologiae consultissimo domino Bartho-
lomaeo Vespucip felicitatem. (in fine) Impressio veneta per Joannem Rubeum
et Bernardinum fratres Vercellenses ad instantiam junctae de junctis fiorentini
Anno Domini 1508 die VI mensis maij. Altra edizione con scritti di Gio-
vanni Léfèvre, Pietro d'Ailly, Roberto Lincoln, Giovanni di Kònisberg, ecc.,
è soltanto del 1518.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 293
Seguendo la professione precipua del maestro, il Vinci fece
da prima in scultura alcune teste di femmine, che ridono, e pa-
rimente teste di putti, fra le quali un Cristo fanciullo di bellis-
sime forme. Il Verrocchio, a sua volta, acquistò nel disegno
quella agilità e dolcezza , che era propria del discepolo. Dalla
maniera rigida e cruda, propria dei suoi lavori antecedenti,
arrivò, come ad esempio nella Incredulità di San Tomaso, a
quella grazia nelle figure e nei panneggiamenti, a quel profondo
sapere psicologico, a quel sorriso misterioso, che furono l'im-
pronta del fare leonardesco.
Lo svolgimento dei due artisti è legato per un certo tempo
così intimamente, che è difficile stabilire con pienezza e preci-
sione, sino a che punto arriva l'efflcacia dell'uno e dove cominci
quella dell'altro.
Leonardo e il Verrocchio collaborano prima e dopo il Bat-
tesimo di Cristo. Un disegno del Louvre, indubbiamente del
Verrocchio, porta la scrittura di Leonardo. Un disegno di Leo-
nardo a Weimar riproduce le forme del grazioso David del
Verrocchio. Il Battesimo di Cristo, famoso per la leggenda nar-
rata dal Vasari, mostra il momento nel quale l'arte del maestro
e quella del discepolo sono in forte contrasto. L'angelo di Leo-
nardo nella grazia del movimento, nelle pieghe naturali e ac-
curate de' panni, nella dolcezza del viso, coi capelli inanellati,
scendenti sulle spalle, si distacca dalle figure senza grazia, dagli
abiti duri, dai visi senza dolcezza dell'angelo, del S. Giovanni
e del Cristo del Verrocchio, «il che fu cagione, aggiunge il
« Vasari, ch'Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi
« che un fanciullo ne sapesse più di lui ». E sebbene questa ag-
giunta si debba considerare un frutto della fantasia magnifica-
trice, è ben certo che il Verrocchio si affrettò ad accostare la
sua arte a quella più profonda e nello stesso tempo più aggra-
ziata, armoniosa e finita del discepolo.
294 E. SOLMI
CXCII.
Virgilio. Dato anche che la citazione: «Virgilio dicie: era
«lo scudo bianco e sanza laude; perchè appresso alli antichi le
« vere laide, confermate da testimoni, erano materia alle pitture
« delli scudi, ed era quale d'osso di cervi collegato e intraver-
« sato e permodiflcato con » (1) sia di seconda mano, è certo
che Leonardo conosce le opere di Virgilio o almeno Virgilio
tradotto in prosa italiana in Vicenza, 1476, per Hermano
Levilapide, in-4°, e Virgilio l'Eneide (tradotta) in Milano per
Ugonem de Rugeriis, 1491, in-4°, e La Bucolica di Virgilio
tradotta per Bernardo Pulci con l'Elegie. In Firenza, 1491, in-8%
che cita più volte nei codici inglesi ancora inediti, come mi co-
munica Giovanni Piumati.
GXGIII.
Visconti Gaspare. Si ritiene che il Vinci abbia concorso ai
disegni, che si trovano in margine ad un esemplare del De Paulo
e Daria amanti di Gaspare Visconti, poemetto edito in Milano
nel 1485, né è improbabile che conoscesse i Rithimi che furon
messi a stampa nel 1493, e che piacquero tanto ai contemporanei
da far sì che taluno di essi osò porre il Visconti al disopra di
Francesco Petrarca.
La copia del romanzo: De Paulo e Daria amanti... impresso
per magistro Pfiilippo Mantegatio dieta el Cassano in la excel-
lentissima Citade de Milano nel Anno Mcccclxxxv. a di primo
de Aprile, in-4°, di III carte già appartenenti al signor Saverio
del Monte in Genova, serba nel margine disegni in rosso di foglie,
teste di uomini, donne e cavalli, di cui uno con le proporzioni
(1) Leonardo, Manoscritto 2037 , ti, verso. Gfr. Virgilio, Aen., IX, v. 548:
« Helenor...ense levis nudo parmaque inglorius alba ».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 295
numerate, ritenuti comunemente di Leonardo. Nessuna altra
traccia nei Manoscritti vinciani (1).
CXCIV.
ViTELLioNE. Nella Summa de aritmetica, geometria, propor-
tione e proportionalità. Luca Pacioli parlando delle leggi mate-
matiche dell'ottica « la qual regola, scrive, io la cavo dal specu-
« lativo autore di Prospectiva, per nome detto Vitellione, qua!
< me recordo haver lecto in la biblioteca de frati de San Marco
« in fìrenza : de l'ordine di San domenico, detto della observantia.
< La qual libreria fece e ordinò il magnifico homo cosmo de'
< medici, in la qual di ciascuna facullà in greco e latino copio-
« sissimamente fece mettere libri boni e belli: e maxime in tutte
« l'arte mathematiche asai si ne fece fare. Li quali in parte in
«quel luogo (per l'umanità di quelli padri) legendo transcorsi,
« secondo quel poco senso, che idio per sua gratia ci a dato,
« senpre qualche utilità reportandone » (2).
Su questo medesimo Codice di Vitellione, che oggi si conserva
ancora nella Mediceo-Laurenziana con una legatura e stemma
del secolo XV, ha studiato anche Leonardo da Vinci, come si
trae dalla nota : < Vitelone in Sa noto Marco » (3).
L'opera del polacco Vitellione, calcata su quella dell'arabo
Alhazen, è uno dei monumenti scientifici maggiori del Medio
Evo. Leonardo non la potè tuttavia che studiare sui manoscritti,
poiché la più antica edizione è quella di Norimberga del 1535
e la migliore quella di Basilea del Rixner compiuta nel 1572 (4).
(1) R. Rexier, Gaspare Visconti in Archivio storico lombardo, Milano,
1886, XIII, pp. 509 sgg. ; 777 sgg.
(2) Fagioli, Sumnui de aritmetica, e. 87.
(3) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 79 verso.
(4) CuRTZE, Ricerche sulla patria e sul nome di Vitellone, in Bullettino
per le scienze matematiche e fìsiche diretto da B. Boncompagni, Boma,
1871, voi. II, p. 52.
296 ■ E. SOLMI
Prima di compulsare il bel codice della biblioteca di San Marco,
il che non avvenne che nel 1500, quando Leonardo ritornò in
Firenze col matematico Luca Pacioli, il Vinci potè servirsi di un
altro manoscritto, che si conservava nella grande biblioteca sfor-
zesca di Pavia. « Fa d'avere Vitelone, che è nella libreria di Pavia,
« che tratta di matematica » (1), Quando l'artista ebbe presa cono-
scenza del volume, s'accorse che alla matematica non è dedicato
che il primo libro, e allora scrisse l'altra nota del Manoscritto B.
« In Vitelone sono 805 conclusioni in prospettiva » (2).
In tempo più tardo, o che l'abbia trascritto egli stesso, o che
se lo sia fatto trascrivere da altri, è certo che egli possedeva un
codice del TTepi òttiikìì^ id est de natura, ratione et proiectione
radiorum visus, luminum, colorum atque formarum quan/i
vulgo Perspectivam vocant Libri X. Infatti in una nota che si
riferisce a preparativi per un viaggio scrive : « tolli il libro di
« Vitolone » (3).
Leonardo.
Ms. 2037, f. 32 verso.
Impossibile è che l'ochio mandi fori
di sé, per li razzi visuali, la virtù vi-
siva, perchè nello suo aprire quella
prima parte, che dessi principio al-
l'uscita, e avessi d'andare all'obietto
non lo potrebbe fare sanza tenpo, es-
sendo cosi non potrebbe camminare in
un mese all'altezza del sole, quando
l'occhio lo volesse vedere, e se la vi
agiugnesse sarebbe necessario, ch'ella
fusse continuata per tutta la via, ch'è
dall'echio al sole, e ch'ella sempre
allargasse : essendo questo e' non
basterebbe, se l'ochio fusse per un
milione di mondi, che tutto non si
consumasse...
Vitellone.
Libro III, prop. V, p. 55 verso.
Impossibile est visum rebus visis
applicari per radios ab oculis egressos.
Si enim aliqui radii egrediuntur ab
oculis, per quos virtus visiva rebus
extra còiungitur, aut illi radij sunt
corporei vel incorporei. Si corporei,
tunc cum visus viderit stellas et eoe-
lum, necessario est, ut a visu aliquid
corporeum exiens impleat totum spa-
cium universi, quod est Inter visum
et partem coeli visam praeter dimi-
nutionem ipsius oculi, quod et im-
possibile est fieri, et etiam tam cito
fieri, substantia quantitate oculi ma-
nente salva...
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto B, f. 58 verso.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 246 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 297
Altre considerazioni sui rapporti di Vitellione e di Leonardo
da Vinci io ho fatte nel mio studio su Leonardo da Vinci e la
teoi^a della visione, dove ho anche notato coincidenze con
YOttica di Alhazen, le quali tuttavia non essendo tali da fornire
una certezza assoluta, qui tralascio di ripetere (1).
GXGV.
ViTRDVio. « Vetrilvio » (2). « Cerca di Vetruvio tra' car-
« tolai » (3). « Messer Ottavian Palavicino pel suo Vetruvio » (4).
« Messer Vincenzo Aliprando all'Osteria dell'Orso ha il Vetruvio
«di Jacorao Andrea » (5). Queste note, segnate dal Vinci, nel
libretto, che portava sempre seco, in vari tempi e in vari luoghi,
mostrano quanto era vivo in Leonardo l'interesse per lo scrittore
classico dell'architettura.
Molte furono le edizioni di Vitruvio nel secolo XV. L'edizione
principe fu procurata da Giovanni Sulpicio da Veroli, in Roma,
fra il 1484 e il 1492; la seconda fu la fiorentina del 1496 in-fol.,
che contiene, oltre al De aqiteductilncs di Sesto Giulio Frontino,
(1) Si potrebbe anche riavvicinare a Leonardo questo passo di Alhazen:
« Omnia ergo ista significant, quod lux operetur in visum aliquam opera-
< tionem. Et invenimus iterum quod, quando aspiciens inspeserit viridarium
€ multae spissitudinis herbarum, super quod oriebatur lux solis : et moretur
< in aspiciendo ipsum : deinde convertat suum visum ad locum obscurum :
« inveniet in ilio loco obscuro formam coloratam a virore illarum herbarum:
< deinde si aspexerit in ista dispositione visibilia alba et fuerint illa visi-
« bilia in umbra, et loco debilis lucis : inveniet colores istos admixtos cum
« virore : et si clauserit oculum suum : iterum inveniet in ipso formam
« lucem et formam viroris : deinde disco operietur illud et auferetur. Et si-
€ militer si aspexerit corpus coloratura colore caeruleo vel rubeo, vel alio
« colore forti scintillante, super quod oriebatur lux solis, et moretur in aspi-
< ciendo ipsum ; deinde auferat visum suum ad visibilia alba in loco debilis
« lucis : inveniet colores illos admixtos cura ilio colore ». Optica, 1, 1.
(2) Leonardo, Manoscritto F, recto della cop.
(3) Leonardo, Manoscritto K. verso della cop.
(4) Leonardo, Manoscritto F, verso della cop.
(5) Leonardo, Manoscritto K, f. 109 verso.
298 E. SOLMI
il Panepistemon e la Lamia di Angelo Poliziano; la terza fu la
veneta del 1497; la quarta la veneta e la quinta la fiorentina,
fatte da fra Giocondo di Verona nel 1511 e 1513, e dedicate a
Giuliano de' Medici, l'amico e protettore di Leonardo.
Il Vinci possedeva, senza dubbio, un esemplare o a stampa o
manoscritto dell'antico architetto, e l'amicizia con Ottaviano Pal-
lavicino, della nobile e ricca famiglia genovese dei Pallavicini;
con Vincenzo Aliprando, il cui nome compare nell'edizione prin-
cipe di Isocrate, con Giacomo Andrea da Ferrara « accuratis-
« Simo sedatore, come scrive il Pacioli, delle opere di Vitruvio »,
servì ad approfondire la sua conoscenza delle regole pratiche e
teoriche del classico.
Nei fogli leonardeschi della Galleria di Venezia si scorge uno
splendido disegno, relativo alle proporzioni del corpo umano, che
ricompare tal quale nelle edizioni di Vitruvio, fatte da Giocondo
nel 1511 e 1513 e dal Cesariano nel 1521. Il disegno è accom-
pagnato dalla seguente scrittura di mano propria del Vinci.
Leonardo. Vitruvio.
Vetruvio architecto mette nella sua Corpus enim hominis ita natura
opera d'Architettura, che le misure composuit, uti os capitis a mento ad
dell'omo sono dalla natura distribuite frontem summam et radices imas Ga-
in questo modo, cioè che 4 diti fan pilli essetdecimae partis: item manus
uno palmo, e 4 palmi fan uno pie, 6 palma ab articulo ad extremum me-
palmi fan un cubito, 4 cubiti fan uno dium digitum tantundem : caput a
uomo, e 4 cubiti fan uno passo, e 24 mento ad summum verticem octavae:
palmi fan uno uomo, e queste misure tantundem ab imis cervicibus : ab
son ne' sua edifizi. Se tu apri tanto summo pectore ad imas radices ca-
le gambe, che tu cali da capo */i4 <li pillorum sextae, ad summum verti-
tua altezza, e apri e alzi tanto le cem quartae. Ipsius autem oris alti-
braccia, che colle lunghe dita tu tochi tudinis tertia pars est ab imo mento
la linia della sommità del capo, sappi ad imas nares : nasus ab imis naribus
che '1 cientro delle stremila delle ad finem medium superciliorum tan-
aperte membra fia il bellico, e lo tundem : ab ea fine ad imas radices
.spatio, che si truova infra le gambe, capilli, ubi frons efficitur, item ter-
fia triangolo equilatero (1). tiae partis. Pes vero altitudinis cor-
(1) Leonardo, Carie di Venezia (121), 20, I. A.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
299
poris sextae : cubitus quartae : pectus
item quartae Item corporis cen-
trum medium naturaliter est umbi«
licus, etc, etc. (1).
Parlando « della quadratura del circolo e chi fu il primo che
* la trovò a caso », Leonardo accenna a Vitruvio :
Leonardo.
Vetruvio, misurando le miglia colle
molte intere revolutioni delle rote, che
movono i carri, distese nelli suoi stadi
molte linie circunferentiali del circulo
di tali rote, ma lui le imparò dalli
animali, motori di tali carri (2).
Hanno li nostri antichi usato di-
versi ingiegni, per vedere che viaggio
faccia un navilio per ciascuna ora,
infra li quali Vetruvio ne pone uno
nella sua opera d' Architettura , il
quale modo è fallace insieme cogli
altri: e questo è una rota da mulino
tocca dall'onde marine nelle sue stre-
miti, e mediante le intere sue revo-
lutioni si descrive una linia retta, che
rappresenta la linia circunferentiale
di tal rota ridotta in rettitudine; ma
questa tale inventione non è valida,
se non nelle superfitie piane e im-
VlTRUVIO, X, 14.
Rotae, quae erunt in rheda, sive
latae per mediam diametron pedum
quaternum, ut, cum iìnitum locum
habeat in se rota, ab eoquc incipiat
progrediens in solo viae facere ver-
sationem, perveniendo ad eam finitio-
nem, a qua coeperit versari, certum
modum spatii habeat per actum pe-
dum XII S. (3).
... Ita Davis cum habuerit impetum
aut remoram aut ventorum flatus
pinnae, quae erunt in rotis tangentes
aquam adversam, vehementi retrorsus
impulsu coactae versabunt rotae; eae.
autem involgendo se agent axem,
axis vero tympanum; cuius dens cir-
cumactus singulis versationibus sin*
gulos secundi tympani dentes impel-
lendo, niodicas efiicit circinationes (4).
(1) Vitruvio, De architectura, Leonardo aveva forse presenti le edizioni
di Giocondo Veronese del 1511, 1513. Solo nel 1521 fu pubblicata la prima
traduzione italiana di Vitruvio « per Magistro Gotardo da Ponte citadino
< milanese », Lib. Ili, e. 1 (Ed. Schneider).
(2) Leonardo, Manoscritto G, f. 95 recto.
(3) Vitruvio, De arch., L. X, e. 13 (8).
(4) Vitruvio, De arch., L. X, e. 14 (9).
300
E. SOLMI
mobili de' laghi, ma se l'acqua si
move insieme col navilio con equal
moto, allora tal rota resta immobile,
e se l'acqua è di moto più o men ve-
locie, che '1 moto del navilio, ancora
tal rota non ha moto equale a quel
del navilio, in modo che tale inven-
tione è di poca valetudine (1).
Nel Manoscritto L il Vinci arriva a conclusioni diverse da
quelle di Vitruvio in riguardo alla grandezza di una macchina
ed alla forza, che occorre per produrre su un'asse piana un foro
di duplicata grandezza di uno dato, usando acutamente il calcolo
delle proporzioni quadrate:
Leonardo.
Dice Vetruvio, che i modelli piccoli
non sono in nessuna operatione con-
formi all'effetto dei grandi: la qaal
cosa qui di sotto intendo dimostrare
tale conclusione essere falsa, e mas-
simamente allegando quelli medesimi
termini, coi quali lui conclude tale
sententia, cioè colla sperientia della
trivella, per la quale lui mostra es-
sere fatto dalla potentia dell'omo uno
buso di cierta quantità di diametro,
e che poi un buso di dupplicato dia-
metro non sarà fatto da dupplicata
potentia di detto omo, ma da molto
più. Alla qual cosa si può molto ben
rispondere, allegando che il trivello
di dupplicata figura non può esser
mosso da dupplicata potentia, con-
ciosiachè la-superfitie d'ogni corpo
Vitruvio, X, 22.
Non enim omnia eisdem rationi-
bus agi possunt, sed sunt aliqua,
quae exemplaribus non magnis simi-
liter magna facta habent effectus ;
alia autem exemplaria non possunt
habere, sed per se constituuntur ;
nonnulla vero sunt, quae in exem-
plaribus videntur veri similia, cum
autem crescere coeperunt, dilabuntur,
ut etiam possumus hinc animadver-
tere.Terebratur terebra foramen semi-
digitale , digitale, sesquidigitale ; si
eadem ratione voluerimus palmare
facere, non habet explicationem; se-
mipedale autem (majus) ne cogitan-
dum quidem videtur oranino. Sic
item nonnulla quemadmodum in mi-
nimis fieri videntur exemplaribus, non
eodem modo in maioribus fiunt (2).
(1) Leonardo, Manoscritto G, f. 54 recto.
(2) Vitruvio, De arch., L. X, e. 22 (16).
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 301
di fìgara simile à di dupplicata quan-
tità alla superfitie, di quadruplica
quantità l'una all'altra, come mostran
le due figure a e n (1).
Gli studi di Leonardo sulla potenza dell'arco, sulle fratture de'
muri, sulla resistenza de' materiali non potranno essere valutati
con equa lance, se non con un confronto delle proporzioni vitru-
viane. Poiché molto il Vinci ha tratto da Vitruvio, persino pic-
cole notizie sparse nei manoscritti, le quali non può sorprendere
che un occhio esercitato nella lettura dell'antico trattatista.
Eccone un esempio:
Leonardo (Ash., II, f, v). Viraimo, X, 22.
Trifone Alessandrino, il quale du- Apollonia quoque cum circumsidere-
ceva sua età in Apollonia città d'Ai- tur,... Tum vero Trypho Alexandrinus,
bania (2). qui ibi faerat architectus, etc. (3).
CXCVL
Viviano (di) Michelangelo. La nota di Leonardo più volte ri-
petuta « catenuzza di Michelagnelo » (4), palesa rapporti del Vinci
con l'orefice Michelangelo di Viviano da Gaiuole. « Ne' tempi
« ne' quali fiorirono in Fiorenza l'arti del disegno pe' favori ed
« aiuti del Magnifico Fiorenzo, vecchio de' Medici, fu nella città
«un orefice chiamato Michelagnelo di Viviano da Gaiuole, il
* quale lavorò eccellentemente di cesello e d'incavo per ismalti
< e per niello, ed era pratico in ogni sorta di graverie. (Costui
« era molto intendente di gioie, e benissimo le legava, e per la
« sua universalità e virtù a lui facevano capo tutti i maestri
< forestieri dell'arte sua, ed egli dava loro ricapito, siccome a'
(1) Leonardo, Manoscritto L, f. 53 verso e recto.
(2) Leonardo, Manoscritto 2037, f. 11 verso.
(3) ViTRUTio, De arch.. L. X, e. 22 (16).
(4) Lbonardo, Cod. Atlantico, 120 recto.
302 E. SOLMI
« giovani ancora della città, di maniera che la sua bottega era
« tenuta, ed era la prima di Firenze. Da costui si forniva il Ma-
« gnifico Lorenzo e tutta la casa de' Medici ; ed a Giuliano fra-
« tello del Magnifico Lorenzo, per la giostra che fece sulla piazza
«di Santa Croce, lavorò tutti gli ornamenti delle celate e ci-
« mieri, ed imprese con sottil ornamento; onde acquistò gran
« nome e molta famigliarità co' figliuoli del Magnifico Lorenzo,
« a' quali fu poi sempre molto cara l'opera sua, ed a lui utile
« la conoscenza loro e l'amistà, per la quale, e per molti lavori
« ancora fatti da lui per tutta la città e dominio, egli divenne
« benestante, non meno che riputato da molti nell'arte sua » (1).
Con questo Michelangelo, da cui nacque Baccio Bandinelii e
che fu intimo con Francesco Rustici, Leonardo si trovò in rap-
porti di amicizia.
CXGVn.
Zenale Bernardo. Gli amichevoli rapporti fra Leonardo da
Vinci e Bernardo Zenale, che è ricordato fra gli scrittori « delle
« proporzioni e trasportazioni dall'un corpo all'altro », e di un
trattato di prospettiva, « delle cui opere, dice il Lomazzo, scritte
« da man sua oscuramente, però io ne ho assai veduto » (2), son
attestati da un notevole episodio concernente il Cenacolo e dai
Manoscritti. «Leonardo da Vinci, pittore stupendissimo, dipin-
« gendo nel refettorio di S. Maria delle Grazie, in Milano, una
«cena di Cristo con gli apostoli, ed avendo dipinti tutti gli
« apostoli, fece Giacomo maggiore, ed il minore di tanta bellezza
« e maestà, che volendo poi far Cristo, mai non potè dar com-
« pimento e perfezione a quella santa faccia, con tutto che egli
«fosse singolarissimo, onde cosi disperato, non vi potendo far
(1) Vasari, Le vite, pp. 778 sgg.
(2) Lomazzo, Trattato dell'arte della pittura, scultura ed architettura, I,
165; II, 39, 47.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 303
« altro, se ne andò a consigliare, con Bernardo Zenale, il quale
« per confortarlo gli disse : — o Leonardo , è tanto e tale que-
« st'errore che hai commesso, che altro che Iddio non lo può
< levare : imperocché non è in podestà tua, né di altri di dar
« maggior divinità e bellezza ad alcuna figura, di quella che hai
« dato a Giacomo maggiore e minore, sicché sta di buona voglia,
« e lascia Cristo cosi imperfetto, perchè non lo farai esser Cristo
« appresso a quegli apostoli. E così Leonardo fece, come oggidì
« si vede, benché la pittura sia rovinata tutta » (1).
Che in altre occasioni, il Vinci abbia ricorso allo Zenale per
aiuto lo prova questa nota dei manoscritti, che risale ai primi
anni del secolo XVI e forse al 1507 : « Va per il Melzo e allo
« Ambasciatore et da maestro Bernardo » (2).
CXCVIII.
Zenofonte MATE.MATicv. ^a^i manoscritti di Leonardo é ram-
mentato più volte un matematico Zenofonte, che sembra si sia
occupato principalmente delle proprietà delle così dette lunule
di Ippocrate. « Adunque, scrive una volta Leonardo, fareno la
•« porzione minore e la mezzana colla regola di Zenofonte » (3). « Il
« parallelo a b, scrive altrove, in sé é quadrabile e a per sé, e
< similmente è quadrabile la lunola h per Zenofonte » (4). E altrove
conclude : *< e arò fatto il bisogno di Zenofonte » (5).
(1) LoiiAZZO, Trattato, I, 80. Cfr. Leonardo, South Kensington Museum,
II', f. 78 verso. « Ghristo = Giovan Conte quello dal Cardinal del Mortaro>.
South Kensington Museum, III, f. 94 recto. < Christoforo da Castiglione
«sta alla pietà ha bona testa ». 5. K. M„ II* f. 78 verso. < Giovannina viso
< fantastico sta a Santa Caterina all'ospedale ». Nel f. 146 recto < Maestro
« Ambrogio de' vetri. Fra Cos(mo) bicchieraio ».
(2) Leonardo, Notes et dessins sur le coeur et sa constitution anato-
mique (Collezione Rouveyre), f. 6 verso.
(3) Leon.ardo, Codice Atlantico, f. 145 verso.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 196 recto.
(5) Leonardo, Codice Atlantico^ f. 201 verso.
304 E. SOLMI
A proposito delle stesse quistioni, ma con speciale riferimento
alle grandezze proporzionali, scrive Leonardo: « Come Zeno fonte
«pt^opose il falso. — Se a cose disequali si leva cose disequali,
« le qual sieno nella medesima proporzione, che la prima ine-
« qualità, il rimanente resterà nella prima proporzione d' ine-
« qualità. — Ma se a cose disequali tu levi cose equale il rima-
« nente resta pure inequale, ma non nella prima proportione.
«Ecco li esempli: sian per la prima levate parte, che sieno
« nella medesima proportione delli sua interi, cioè sian 2 e 4
«per le due cose intere che son dopli, di poi, leva uno al 2
«resta uno, leva 2 al 4 resta due che questi rimanenti son
« nella proportione dell'interi e della parte levati fvolta cmHaJ.
« Adunque se levato uno dal 2 e 2 dal 4 e' resta la medesima
« proportione di prima cioè, 1 e 2, che son 2^' come prima dissi,
« seguiterebbe, che chi levassi cose equali si varierebbe la prima
« proportione, cioè che se a una 2'" come 4 al 2 si levassi cose
« equali, come a levare uno dal 2 e uno dal 4 e' resterebbe uno
« e 3 cioè una 3** ch'è magiore della 3'* in diferencia. Adunque
« tu Zenofonte, che volesti levar parte equali dall'interi inequali,
« credendo che ancora che restassino inequali, che tussino nella
« medesima proportione di prima tu ti ingannasti ! » (1).
Lasciando da parte che in questo frammento polemico Leo-
nardo par che non abbia ben penetrato il concetto di Zenofonte
(che del resto è evidentemente erroneo), osserverò subito che il
nome di questo matematico non compare in nessuna storia delle
matematiche, in nessun dizionario biografico anche il più minu-
zioso, in nessun catalogo di manoscritti e di opere a stampa
giunto a mia conoscenza, in dieci anni di ricerche. Non basta:
(1) Leonardo, Manoscritto K, f. 62 recto. Zenofonte considera il rap-
porto di sottrazione a addizione, il Vinci invece quello di divisione a mol-
tiplicazione. Ippocrate di Ghio ha quadrato soltanto la lunula formata da
mezza circonferenza e da un arco di 90 gradi, e ha affermato (ma non di-
mostrato), che la lunula formata dalla stessa semicirconferenza e da un arco
di sessanta gradi sia pur anche quadrabile.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 305
per mezzo del gentile intervento di Antonio Pavaro e di Gino
Loria, io ho potuto indirizzarmi ai più noti e reputati storici
delle matematiche di Europa e d'America, e tutti ad una voce
mi han confermato che non è mai giunto a loro conoscenza, che
esista un trattato matematico di nessuna specie, e tanto meno
riguardante la quadratura delle lunule d'Ippocrate, di un Ze-
nofonte.
Alcuni mi han suggerito che Leonardo avrebbe potuto scam-
biare Zenofonte per Zenodoro, ma la lettura del Tiepì l(Juu^éTpuJV
(JXnMctTUJV (i), mi ha subito convinto, che ad un'opera di tutt'altro
genere si indirizzava Leonardo. I teoremi zenodoriani, che di due
poligoni regolari isoperimetri, ha maggior area quello che ha
un maggior numero di lati, l'altro che se due figure piane sono
isoperi metro, ed una di esse è regolare, questa avrà l'area mag-
gion» (2), non hanno evidentemente nulla a che fare coi teoremi
zenofontei, riferiti dal Vinci (3).
L'artista accenna di sicuro ad un manoscritto, che egli pos-
siede e che era opera di un Zenofonte per noi sconosciuto, op-
pure, come è più probabile, veniva attribuito ad un imaginario
Zenofonte, per una di quelle tante storpiature di nomi, che fu-
rono una prerogativa speciale degli scienziati medievali, sopra-
tutto in riguardo alle opere degli arabi.
(1) Lo scritto di Zenodoro sugli isoperimetri si trova nelle edizioni di
Teone del 1538 e di Parigi del 1821, fta i commentari alV Almagesto, ed
inoltre nell'ediz. di Pappo curata dalI'Hultsch a pp. 1189-1211. Notisi che
un Zenodoro è citato da Proclo (ed. Taylor, I, 173), come inventore dell'ap-
pellativo KOiXoY»I»via per i quadrangoli aventi un angolo concavo, per quelli
cioè che Leonardo Pisano (ed. Boncompagni, II, Roma, 1862, p. 83) chiamò
figure barbate.
(2) Qui esistono i fondamenti lontani dell'importante teoria sintetica dei
massimi e dei minimi, cui doveva dare definitivo assetto Io Stirner. Gfr. Loria,
Le scienze esatte nell'antica Grecia, pp. 212 sgg.
(3) Tra le carte inedite di Windsor trovo ancora ricordato da Leonardo
questo Zenofonte: Notes et dessins sur le thorax et Vabdomen (Collezione
Rouveyre), f. 11 verso: «Tu hai per Zenofonte la lunula ab essere pari al e.
< Cresci a essa lunula una quantità eguale a lei, e sieno le 2 falcate d e,
« e così raddoppia e con f e avrai e f eguale al ah de^.
Siomale storico. — Snppl. n» 10-11. 20
306 E. SOLMI
Dei molti X-Z-Senofonte non ve n'è alcuno strettamente ma-
tematico. Del massimo ricorrono spesso ricordate nelle istorie
delle matematiche i MemoraMli (IV, 7) per le menzioni che vi
si riscontrano circa le opinioni di Socrate sull'importanza della
geometria, e cosi pure per altre ragioni, si trova nelle storie
medesime accennato il De re equestri. Degli altri Zenofonti an-
tichi e medievali nessuno si occupò di matematica, benché io
abbia trovato sotto questo nome nelle Biblioteche e negli Archivi
de' Zenofonti vescovi, soldati e magistrati. Una famiglia di 'Ze-
nofonti ' viveva nei tempi di Leonardo a Gubbio, donde discese
quell'Andrea Zenofonte, che nel 1535 pubblicava in Venezia un
Formulario nuovo da dettare lettere Amorose, missive et re-
sponsive. Composto per Andrea Zenofonte da Uguhio. Opera
nova intitolata Flos amoris, [in fine] Venezia, per Francesco
Mondovi et Mapheo Pasini compagni, 1535 (e nuovamente per
gli stessi 1544), che si occupa di galanterie o non di matema-
tiche. A questa famiglia eugubina, mi ha assicurato il compianto
Mazzatinti, che per me iniziava alcune ricerche, negli ultimi
momenti della sua vita laboriosa e feconda, non appartenne mai
alcun matematico.
Nei tempi più vicini a Leonardo, perchè vissero in Milano ed
in Pavia, ricorderò un Zenofonte Filelfo, un de' tanti figli di
Francesco e fratello di Mario (1) ; aggiungerò ancora che nel 25
giugno del 1499 Lodovico Sforza ordinava ad alcuni membri
dell'università di Pavia , fra i quali vi era un certo * Domino
Zenofonte ', di comparire davanti a lui perchè gravemente so-
spetti di poca fedeltà, e subito dopo rinnovava l'intimazione
sotto forma più imperativa, concedendo 48 ore di tempo. Che
Leonardo si riferisca a quest' ultimo ? Non oserei affermarlo
perchè nessun « Zenofonte » comparisce nei rotuli dell' Univer-
sità di Pavia né in quel torno, né prima, né poi, e sopratutto
nel prospetto compiuto delle spese, che questo Studio sopportava
(1) Argelati, Script. Med., I, GGLXIII, A
LE Fonti di i.eonari>o l»a vinci 3o7
nel 1498(1). Con questo Zenofonte leonardesco si presenta uno dei
più curiosi problemi, che si ricordino nella storia delle scienze
matematiche.
GXGIX.
Zibaldone. «Gibdone» (2), scrive Leonardo nel Codice Atlantico,
indicando un libro, che possedeva, cioè: « Opei^a del ewcellen-
« tissimo phisico magistro Cibaldone electa fuotn de libnH au-
« tentici de medicina utilissima a consertarsi sano, s. 1. n. a. ».
Nulla ha tratto Leonardo da questo curioso libretto, che tratta
dei frutti, delle erbe, della flebotomia, della medicina, della la-
scivia, del bagno, ecc.
CONCLUSIONE.
I. Le fonti delle favole e delle allegorie. — II. Le fonti dei
frammenti di prospettiva e di ottica: di anatomia, di zoologia,
di botanica e mineralogia; di geologia, geografia e astronom,ia;
di acustica', meccanica, idraulica e tet^mologia; di matematica
e ìnusica; di filosofia e di teoria dell'arte. — III. Le fonti delle
descrizioni e narraziotU; delle poesie, delle profezie e delie
facezie. — IV. Originalità degli scritti di Leonardo. — V. Leo-
nardo, oltre chela natura, intet^roga gli uomini del suo tempo.
— VI. Leonardo concanse ai perfezionamenti dell'arte della
stampa. — VII. Le lacune della coltura di Leonardo. —
Vili, « Vendi quel che non si può portare *. — IX. Caratteri
(1) Archivio di Stato di Milano. Carteggio generale. Equiti Vicecomiti
Papiae. Milano, 2.5 giugno 1499. Questi personaggi sono D. Zenofonte,
D. Aloigi, Maestro Nicolao, Maestro Marsilio, Maestro Dionisio prete. Di pro-
fessori noti non ve che maestro Nicolao D'Arsago ad Lecturam logicae.
(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 210 recto; «Gibdone».
308 E. SOLMI
propri della libreria di Leonardo. — X. L'uomo dotto Umanista
e Vuomo dotto Vinciano. — XI. Leonardo e Vantichità.
I. Arrivali a questo punto, benché forse nessun lettore, per
quanto armato di pazienza, ci abbia seguito fin qui, e benché,.
senza dubbio, l'avvenire aggiungerà nuovi elementi particolari,
a quelli qui trovati e raccolti, possiamo ripeterci la domanda se
l'opera letteraria e scientifica di Leonardo da Vinci, nel suo com-
plesso, sia originale. Fin dove arriva l'originalità di questo artista
universale, la cui anima non fu sensibile solo ad un determinato
aspetto della vita, ma a tutte le forme, le attitudini, le espres-
sioni, onde essa si viene spiegando ? di un artista universale, che
raccomandava a sé stesso nel Codice Atlantico: ' nota ogni
cosa '?(!). Ideale e scopo della sua esistenza non fu solo l'arte;
il Vinci abbracciò tutte le manifestazioni dello spirito e dell'in-
telletto. Assetato di sapienza, toccò tutte le arti, le materie, gli
esperimenti, e nulla lo soddisfece, lo acquetò. Fu in tortura
eterna con sé medesimo e con la sua anima : anima inscrutabile
per la profondità e l'ardore, che si rinnovava continuamente,,
senza posa, come le fonti inesauribili delle vette alpine, che
toccano il cielo. La sua attività s' incanalava ogni giorno per
nuove vie. ' Il torrente portò tanto di terra e pietra nel suo letto,^
che fu costretto a mutar sito ' (2).
È necessario procedere con ordine, ed esaminare l'originalità
delle favole, delle allegorie, dei pensieri innumerevoli sulle varie
questioni della scienza e dell'arte, dei paesi e delle figure, delle
rime, delle profezie, delle facezie e dei proverbi. Le favole nel
loro complesso sono originali. È vero, che si é trovato la materia
di alcune nella Anthologia graeca, in Brunetto Latini, in Leon
Battista Alberti, ma la forma di tutte quante e la sostanza del
maggior numero é propria ed esclusiva del Vinci. Le favole leo-
nardesche sono originali, nel significato umano e comune di
(1) Leonardo, Cod. Atlantico., f. 76 verso.
(2) Leonardo, Manoscr. del Brilish Museum, f. 42 verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 309
questa parola. Io ho esaminato la massima parte delle sorgenti
possibili, antiche e medievali, edite ed inedite, a cui il Vinci
avrebbe i)Otuto attingere questo genere così coltivalo della let-
teratura dei popoli , ma inutilmente ; ed ho rilevato inoltre
caratteri tali in queste scritture da assicurare e tranquillare
l'animo nella affermazione certa e serena della loro origina-
lità (1). Lascio da parte la considerazione, che nelle favole vi è
un modo di epitetare tutto vinciano, che invano si ricerche-
rebbe in altro scrittore, ma, ciò che è più notevole, è che spesse
volte in un punto dei manoscritti troviamo la traccia, che poi
incontriamo svolta in altro punto dello stesso manoscritto oppure
in altri codici. Colui che copia non scrive prima la traccia, e poi
la sviluppa, ma copia addirittura. Invece Leonardo si propone il
tema, e poi lo stende. 'Il vino consumato da esso ubriaco, esso
vino col bevitore si vendica ' (2), è il tema; ed ecco che nel Codice
Atlantico si trova una favola tutta vinciana su Maometto, che l'Ar-
tista ha forse sentito raccontare dagli amici, ma che egli scrive, e
sviluppa per suo conto, con uno stile e una maniera tutta sua (3).
Altre volte il tema e lo svolgimento son tutti dovuti a Leonardo:
* La palla della neve, quanto più rotolando discese dalle mon-
tagne della neve, tanto più multiplicò la sua magnitudine ' (4).
* La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa, e portata via dal
furor de' pesci ' (5). ' Il ragno, credendo trovar requie nella buca
(1) Soltanto un acuto analizzatore dei volo degli accelli poteva scrivere
ad esempio queste linee : < Allora la gazza, fatti e fermi alquanti capitoli
< di novo col salice, e massime che biscie o faine sopra sé mai non accet-
« tassi; alzata la coda, e bassata la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo
-« peso all'ali ». Leonardo, Codice Atlantico, f. 67 verso.
(2) Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 73 verso.
(3) Per leggende analoghe si veda Pridkaux, Life of Mahomet, pp. 82 sgg.:
A. D'Ancona, La leggenda di Maometto in Occidente in Giorn. stor. d.
lett. italiana, Torino, 1897, voi. XIII, p. 238. Gfr. The Gospel ofBarnabas,
Oxford, 1907, pp. 150, 230.
(4) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 42 verso.
(5) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 42 verso.
310 E. SOLMI
della chiave, trova la morte ' (1), ' Favola della lingua morsa dai
denti ' (2). Son tutte traccie. che il fiorentino vuol sviluppare, e
che mostrano la genesi e quindi l'originalità dei suoi scritti.
Ma v'ha di più, colui che copia e trascrive, non ha cancella-
ture e pentimenti. La maggior parte delle favole vinciane son
invece piene di cancellature e pentimenti, quindi originali. Darò
qui un esempio a mio parere evidentissimo, in cui porrò fra pa-
rentesi le parti soppresse da Leonardo con freghi di penna,
mentre egli si trova sotto il travaglio della creazione: « Trovato
« u Rallegrandosi il foco (d'alquante) delle secche legne, che
« fin un) nel focolare trovato avea, e in quelle appresosi (e con
« quelle comincia a scherzare tessendole in sue piccole ftam-
« melle) (infra li intervalli) (ora qua, ora là per li intervalli,
« che infra le legna si trova, traeva). (E scorrendo infra quelle
« con festevole giocoso transito, cominciò a spirare, fra li inter-
« valli delle superiore legne apparia, facendo di quelli a sé di-
« lettevoli finestre, ora qua, ora là, e elevato alquanto le lucenti
« e rutilanti fiamme, già aveva cacciato le oscure tenebre della
« chiusa abitazione, e con galdio già le fiamme nate, scherzavan
«coir aria d'esse (legni) circundatrice, e con dolce (so) mor-
« morio cantando, già creava (s) pia (sonito col quale pronunzia
« e eie) vedutosi già forte (esse) mente essere sopra delle legne
«cresciuto, e fatto assai grande, cominciò a levare il mansueto
« e tranquillo animo in gonfiata e incomportabile superbia, fa-
« cendo quasi a sé credere tirare tutto floj el superiore ele-
« mento sopra le poche legne, cominciato a s,(p) buffare, e em-
« piendo di scoppi e di scintillanti sfavillamenti tutto il circun-
« stante focolare, già le fiamme, fatte grosse, unitamente si
« dirizzavano inverso l'aria. Quando ff altiero foco) le fiamme
«più altiere percosser nel fondo della superiore caldara)».
« Standosi uno (pò) poco. (Ricoverandosi uno poco di già
« quasi morto in uno piccolo carbone) (di foco) in traila tiepida
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 67 verso.
(2) Leonardo, Manoscritto H, f. 44 verso.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 311
« cenere, poveramente, il meglio che potea, con gran carestia Ce)
€ si cibava del poco omore, che nel suo carbone restato era >.
« Un poco di foco che in un piccolo carbone infra la tiepida
« cenere refstatojmaso era ('di quelloj, del poco omore che in
« esso restava (ei*a pj carestiosa e poveramente (si notrivaj sé
« medesimo notria. Quando la ministra della cucina per fp usare
« con quello l'ordinario suo cibario ofizio, quivi apparve, e poste
« le iegne nel focolare e col solfanello già (sj resuscitato (una
• piccola) d'esso, già quasi morto, una piccola fiammella {e s
* sopra ì-o esso i te) e infra le ordinate Iegne (pone la cal-
« darà di II si parti) (senza altro sospetto, sicuramente si parte)
« quella (colle appresa e posta di sopra la caldara , sanz'altro
« sospetto, di li sicuramente si parte). Allora {il foco) rallegratosi
€ il fo[co] delle sopra sé poste secche Iegne, comincia a elevarsi
« {esse e co) [ca]cciando {dolce mente) l'aria delli intervalli d'esse
« legna, (facendosi ora a questo, ora all'altro spiraculo, e con e
« e oltr'a di questo) cominciato a spirare fori di {quelle i) rilu-
« centi e rutilanti fiammelle {già) subito discaccia le oscure te-
« nebre della serrata cucina, e con galdio lo fiamme già cresciute,
« scherzavano coU'aria d'esse circunda {tor^) trice, e con dolce
« mormorio cantando creava soave sonito » (1).
In tale stato ci restano il ma^ior numero delle favole del
Vinci; esse dunque sono originali, perchè chi copia non corregge
in tal modo. E se alcune favolette son scritte di seguito, e senza
pentimenti e cancellature, ciò si deve a Leonardo, che talvolta
trascriveva pulitamente le sue scritture, ricopiandole dalle sue
carte. Il fatto che in nessuna raccolta antica, medievale e con-
temporanea si trovano gli apologhi vinciani; l'epitetare e il co-
struire il periodo proprio^ di Leonardo; il trovar le traccie da
una parte e le favole svolte da un'altra; lo stato in cui ci re-
stano queste scritture nei ManoscìHtti, sono il fondamento in-
(i) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 116 verso.
312 E. SOLMI
crollabile della affermazione sull'originalità di questi frammenti
letterari del Vinci.
Diverse sono le conclusioni, alle quali debbo giungere relati-
vamente alle allegorie, che eran appunti, che dovevan servire
all'Artista per i suoi simboli pittorici, e per le sue imprese, che
egli disegnò e fors'anche dipinse, principalmente in Milano e in
Francia, simboli ed imprese, che furon chiamati erroneamente
rebus, laddove non sono che figurazioni, che venivan espresse
col pennello o con lo scalpello, quali ancor oggi rimangono, per
opera d'altri, negli incantevoli gabinetti d' Isabella nel Palazzo
Ducale di Mantova. Le allegorie sono trascritte (ciò era in parte
già noto) dal Fior di virtù, AdlV Acerba di Cecco d'Ascoli, dalla
Historia naturale di Plinio, tradotta dal Landino, e da altri libri.
Anche qui bisogna osservare che Leonardo non copia, ma piut-
tosto riassume, non trascrive testualmente, ma lascia, anche in
queste scritture non originali, l'impronta del suo ingegno, sempre
vigile e presto, migliorandole per lo più con un certo sapore di
grazia tutta fiorentina. I confronti testuali, in questo studio isti-
tuiti, servono, oltre che a far rilevare le fonti, a dare un'idea
del gusto personale del Vinci.
II. Quanto ai pensieri intorno alla Luce, cioè alla prospettiva
e all'ottica, che primi attrassero l'attenzione dell'Artista, intorno
alle Forme, cioè all'anatomia, alla zoologia, alla botanica, alla
mineralogia ; intorno a quella che il Vinci chiama : l'unione
della Luce e delle Forme, cioè alla geologia, alla geografia e
all'astronomia; intorno alla Forza e alle sue manifestazioni acu-
stiche, meccaniche, idrauliche e termologiche; intorno al Nu-
mero, suprema categoria del reale matematico e musico, giusta
la sentenza di Pitagora, che tanto piacque all'Artista (i); intorno
all'Idea e alla Bellezza — dobbiamo distinguere la parte originale
di Leonardo dalla parte semplicemente derivata.
(1) Pitagora è frequentemente ricordato da Leonardo. Accanto ad un cal-
colo, che dà per risultato il n» 125.000, il Vinci scrive, Cod. Atl., f. 130 recto;
« dalla terra alla luna secondo Pitagora ». E quasi entrando in gara con
l'antico nei Cod. Ined.: « ed io fo qui come fé' Pitagora della superfizie ».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI • 313
Dichiariamo subito che la parte originale è massima, la parte
derivata è minima ; e anche in questa seconda il Vinci piuttosto
che trascrivere interpreta, commenta, trasforma. Un genio è
sempre genio, anche quando imita. È cosa meravigliosa e com-
movente, ricercando le fonti dei pensieri, penetrare nell'intimo
di questo spirito straordinario, assistere ai suoi sforzi e ai suoi
dubbi, alle sue letture e alle sue meditazioni. Quando Leonardo
legge, riflette: cioè interpreta, commenta, trasforma; in una
parola egli non è mai un lettore passivo, ma è sempre un pos-
sente elaboratore, e quando non ò creatore, risuscita e crea per
una seconda volta.
Spieghiamoci meglio. Molte sono le sue fonti prospettiche ed
ottiche, da me faticosamente indicate: Leon Battista Alberti,
Rogero Bacone, Bramante da Urbino, Fazio Cardano, Pier de'
Franceschi, lo pseudo Euclide, il Gaurico, Giovanni Marliani, il
Peckham, il Prospectivo milanese dipintore, Claudio Tolomeo,
Vitellione, Alhazen, Bernardino Zenale, ecc. ecc. Ma, tolti alcuni
frammenti trascritti, il Vinci si lascia tutti costoro lontani, le
proverbiali mille miglia. Il principio della visione binoculare, con
tanta abilità adoperato, è tutto suo. «L'occhio, può dire Leo-
« nardo, che così chiaramente fa sperienza del suo ofllzio, è in-
« sino a' mia tempi, per infiniti alteri, stato definito in un modo,
« trovo per isperienza essere 'n un altro » {i).
Leonardo ebbe delle guide per lo studio della struttura esterna
ed interna dell'uomo, delle forme vegetali, animali e minerali;
le abbiamo rilevate in gran parte: Avicenna, Alberto Magno,
Alessandro Benedetti, Vincenzo Aliprandi, Ugo Benzi, Columella,
Pietro d'Abano, Pier de' Crescenzi, Dioscoride, Marcantonio della
Torre, Egidio Romano, Erbolaro, Frontino, Galeno, Giacomo An-
drea di Ferrara, Guy de Chauliac, Ippocrate. Cristoforo Landino,
Lapidario, Brunetto Latini* Giovanni Marliani, Francesco di
(1) Leoxabdo, Codice Atlantico, f. 119 recto. Vedasi a giustificazione di
questa sentenza del Vinci il mio Leonardo da Vinci e la teoria della vi-
sione in Nuovi studi sulla filosofia naturale.
314 E. SOLMI
Giorgio Martini, Mondino de' Luzzi, Monterocherio, Pietro Monti,
Plinio, Teofrasto, Valturio, Vegezio, Yitruvio, Vincent de Beau-
vais, Zibaldone. Ma tolti alcuni frammenti trascritti, anche qui
Leonardo è straordinariamente nuovo e originale. Nell'anatomia,
nella botanica, nella zoologia, nella mineralogia il Vinci segue
l'esperienza, l'osservazione, la matematica e la potenza espres-
siva del disegno. « E se tu avrai il disegno, e' non sarà accom-
« pagnato dalla prospettiva (scrive Leonardo al precursore), e
« se sarà accompagnato, e' ti mancherà l'ordine delle dimostra-
« zione geometriche e l'ordine delle calculazion delle forze e
« valimento de' muscoli , e forse ti mancherà la pazienza , che
« tu non sarai diligente. Delle quali, se in me tutte queste cose
« sono state o no, i centoventi libri, da me composti, ne daran sen-
« tenza del sì e del no, nelle quali non sono stato impedito, né
« d'avarizia o negligenza, mal sol dal tempo. Vale » (1).
Il Vinci passò dallo studio del paesaggio a quello della terra,
dell'acqua e dell'aria, del mondo e degli astri disseminati nello
spazio. Anche qui le sue fonti son molteplici, ma la sua origi-
nalità non è minore. Alberto Magno, Aristotile, Argiropulo, Bar-
tolomeo turco, Berlinghieri, Boccaccio, Cecco d'Ascoli, Cleomede,
Corsali Andrea, Pietro d'Abano, Dante, Dati, De Crescenzio, Dio-
doro Siculo, la carta d'Elefanta, Federico Prezzi, Brunetto La-
tini, Libro d'acqua, Lucrezio, Leonardo d'Antonii, Mandavilla,
Mappamondo, Marullo, la carta di Milano, il libro di Milano
e sue chiese, Pietro Monti, Platone, Plinio, Plutarco, Posidonio,
il pian di Pisa, il Quadrante, Sirigatti, Strabene, Tolomeo, To-
scanelli, Vespucci, Vincent de Beauvais son tutti maestri più o
meno autorevoli. Ma con tanti maestri Leonardo procede per
vie sue proprie. « Vedendo io non potere pigliare materia di
« grande utilità o diletto, perchè li omini innanzi a me nati,
« hanno preso per loro tutti l'utili e necessari temi, (scrive nel
« proemio aì Di mondo ed acque, giudicando i predecessori) farò
(1) Leonardo, Windsor Anatomy, IV, f. 167 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 315
« come colui, il quale, per povertà, giugne l'ultimo alla fiera, e
« non potendo d'altro fornirsi, piglia tutte cose, già da altri viste,
« e non accettate, ma rifiutate per la loro poco valetudine. Io
€ questa disprezzata e rifiutata mercanzia , rimanente de' molti
< compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella,
«non per le grosse città, ma povere ville, andrò distribuendo,
« e pigliando tal premio, qual merita la cosa da me data » (1).
La forza per se non è oggetto della pittura, ma bensì gran
parte delle sue manifestazioni. Anche in questa sfera, che com-
prende l'acustica, la meccanica, l'idraulica, la termologia, le fonti
di Leonardo da me segnalate non son poche: Alberto di Sassonia,
Alkendi, Archimede, Alberto Magno, Aristotile, Argiropulo, Fazio
Cardano, Pietro d'Abano, Erone, Euclide, Angelo Fosinfronte,
Guglielmo d'Heytesbury, Gafurio, Libro d'acque, Lucrezio, Gio-
vanni Marliani, Marnilo, Pietro Monti, Martelli, Pelacani, Plinio,
Plutarco, il Trattato delle proporzioni, Platone da Tivoli, Sava-
sorda, Sirigatti, Teofrasto, San Tomaso, Vincent de Beauvais,
Vilruvio ; ma ciò non ostante l'originalità di Leonardo non è
scarsa. « Or guarda , o lettore , (grida in principio del Libro delle
« cose naturali) quello che noi potremo credere ai nostri an-
« tichi, i quali hanno voluto definire che cosa sia anima e vita,
«cose improvabili, quando quelle che con isperienza ognora si
« possono chiaramente conoscere e provare, sono per tanti se-
« culi ignorate e falsamente credute! » (2).
Il Vinci fu ancora alla scuola di molti matematici e musici:
Abbaco, Leon Battista Alberti, Alberto da Imola, Archimede,
Alberto di Sassonia, Alkendi, Benedetto aritmetico, Boezio, Piero
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 119 recto. Per l'originalità di Leonardo
in questa parte veggasi nei miei Studi sulla filosofia naturale lo scritto sul
Sistema dell'universo di Leonardo da Vinci e nei miei Nuovi studi quello
su Leonardo da Vinci astronomo.
(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 119 recto. Vedasi ciò che ho avuto oc-
sione di dire a questo proposito nello scritto Leonardo da Vinci e il metodo
sperimentai^ nelle ricerche fisiche nei miei Xuooi studi sulla filosofia na-
turale.
316 E. SOLMI
Borgi, Bramante da Urbino, Fazio Cardano, Dagomari, Giovanni
dal Sodo, Erone, Euclide, Angelo Fosinfronte, Geometria, Gior-
dano Nemorario, Guglielmo di Heytisbury, Leonardo de' Antonii,
Leonardo Pisano, Piero Martelli, Luca Pacioli, Platone da Tivoli,
un libro de propor^zione , Riccardo di Swineshead, Savasorda,
Teodosio, Bartolomeo Vespucci, Vitellione, Vitruvio, Zenofonte.
L'artista anche in questa parte, pur così poco studiata, molto
fece da sé; e mentre compie il suo De ludo geometrico, nel quale
si dà il processo d'infinite varietà di quadrature di superfìcie di
lati curvi, scrive con trasporto: « Finito addì 7 di luglio, a ore 23,
« a Belvedere, nello Studio fattomi dal Magnifico » e può apporre
al suo trattato Di b^as formazione di un corpo in un altro la
nota: « Opra e materia nuova, non più detta » (1).
Quelle, che si potrebbero chiamare le fonti filosofiche di Leo-
nardo, sono: Sant'Agostino, Alberto Magno, Argiropulo, Aristotile,
Rogero Bacone, Boezio, Marco Tullio Cicerone, Chiromanzia,
Pietro d'Abano, Cusano, Diogene Laerzio, Egidio Romano, Ermete,
Francesco Filelfo, Guglielmo d'Hey tesbury , Isidoro di Siviglia,
Lattanzio, Lucrezio, Marliani, Marnilo, Pietro Monti, Platone,
Plutarco, Riccardo di Swineshead, Giovanni Rupicissa, San To-
maso, Vincent de Beauvais. E benché in questa parte, entusiasta
della vera filosofia, fondata non sulla fantasia ma sulla ragione, il
Vinci condivida con i tre quarti dell'umanità il massimo disprezzo
contro i filosofastri parolai, pur tuttavia sentenze originali ne'
suoi manoscritti ve ne sono a sufflcenza per comprendere qual
concetto altamente filosofico egli si facesse del mondo e del-
l'uomo. Contrapponendo il suo metodo a quello scolastico: 'questa,
scriveva Leonardo, è certissima filosofia '. Se si può discutere
sul concetto, che l'artista si fece della filosofia, é certo che egli
se ne fece un concetto suo, e per questo solo merita il nome,
che egli così spesso attribuiva a sé stesso, di filosofo. La filosofia
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 90 verso. Leonardo, Èludes et dessins
sur la chevelure et fragments du tratte de Peinture (Collezione Rouveyre),
f. 3 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 317
è per natura sua tale, che son filosofiche persino le negazioni
delle sue forme particolari, come era allora la scolastica. Anche
qui Leonardo reclama, che vuol procedere per proprio conto: « la
« qual cosa facendo (esclama proclamando la sua originalità) arò
< fatto quel che i nostri passati mai non feceno » (1).
HI. Fra le fonti letterarie io ho segnalato: Bernardo Bellin-
cione, Bernardo Giovanni, Bibbia, Boccaccio, Poggio Bracciolini,
Bramante, Burchiello, Cecco dWscoli, Dante, Dati, Antonio del
Meglio, Donato, Esopo, Falaride, Pesto, Francesco Filelfo, il Fior
ili 'cirtu. Federico Frezzi, Franchino Gafurio, Alessandro Gallo, la
Grammatica, Giustino, Isidoro di Siviglia, Lucrezio, Brunetto
Latini, Cristoforo Landino, il Lapidario, il Manganello, Marullo,
il Medicinale, Nonio, Orazio, Ovidio, Petrarca, Platina, Plinio,
Pucci, Pulci, Sacchetti, i Salmi, Saona, Tito Livio, Virgilio, Ga-
sparo Visconti ecc.; altre saranno palesate dall'avvenire. È certo
che Leonardo molto ha cavato da queste fonti, ma la sua originalità
come scrittore è più unica che rara. La purezza e la potenza
del suo eloquio risulta chiara se non altro da quei Frajn?nenti
lettera^ e filosofici da me raccolti, quando l'opera del Vinci non
era ancor tutta conosciuta, e che non possono dare che una pal-
lida idea della sua vera grandezza (2).
Parecchie opere fra quelle da me segnalate han servito a
Leonardo nelle teorie, da lui tentate e quasi condotte a perfi'zione,
come scultore, come architetto civile e militare e come pittore.
— L'originalità del Vinci, come artista e teorico dell'arte, era tut-
tavia fuori di causa , perchè io me ne dovessi occupare parti-
(1) Leonaudo, Trattato del moto e misura dell' acqtui, p. 363. Leonardo,
Manuscrits inédits de Léonard de Vinci (British Museum, London), Sciences
physico-mathématiques, I, f. 19 verso (Collezione Rouveyre), Fragments
d'études anatomiques, Recueil B, f. 7 verso.
(2) Bisogna tener ben distinta da questa mia la raccolta del Richter, The
literary Works of Leonardo da Vinci, Londra 1882, il quale si era proposto
la ricostruzione del trattato della pittura sui Manoscritti, e aveva poi ag-
giunto nel li volume note sulla scoltura e architettura, e pochi frammenti
di anatomia, fisiologia, astronomia, geografia fisica, geologia, note topogra-
fiche, ricordi personali e miscellanee.
318 E. SOLMI
colarmente. — Sarebbe stato invero un portar vasi a Samo e
nottole ad Atene !
Dopo i pensieri mi son proposto di considerare le descrizioni
e le narrazioni sparse nei manoscritti. I paesi e le figure del
Vinci, specie di traccie, che l'artista arbitrariamente voleva im-
porre 0 consigliare agli altri artisti, sono generalmente originali :
« Descrivi i paesi con vento e con acqua, e con tramontare e
« levare del sole » (1). « Descrivi uno vento terrestre e marit-
« timo, descrivi una pioggia » (2). « Come si deono figurare l'età
«dell'omo cioè: infanzia, puerizia, adolescenza, gioventù, vec-
« chiezza, decrepitudine » (3). Per questo rispetto Leonardo non
aveva ben compreso, che le arti belle son le arti del genio, e
che per quante regole e schemi si traccino, nulla possiamo ag-
giungere all'artista, che giovi veramente all'arte. Tuttavia non
foss'altro che per il loro carattere autobiografico, le descrizioni
e le narrazioni del Vinci portano l'impronta del suo grande spi-
rito (4). Anche il famoso Viaggio in Oriente leonardesco ha in se
la sua verità. Sui principi del secolo XVI era veramente apparso
nell'Armenia un ' vero profeta '. « La predica e persuasione di
« fede — la subita inondazione insino al fine suo — la ruina
(1) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 172 verso.
(2) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 169 recto.
(3) Leonardo, Manoscritto Ash. 2038, f. 27 recto.
(4) Nei Manoscritti di Leonardo vi è una diffusa relazione della Battaglia
di Anghiari, vinta dai fiorentini contro i milanesi, condotti da Niccolò Pic-
cinino (1440). Questa relazione non fu né ideata, né scritta dal Vinci, ma
si deve considerare opera della Segreteria Fiorentina, trasmessa a richiesta
dell'artista, mentre questi stava preparando, d'ordine superiore, nella Sala
del Papa, in Santa Maria Novrfla, il cartone commessogli da Pier Soderini
per la gran pittura guerresca, che doveva adornare la Sala del Consiglio
nel Palazzo della Signoria (ibO'ò). Se pensiamo che in quegli anni Niccolò
Machiavelli era Segretario della Repubblica, abbiamo una spiegazione delle
grandi affinità, che passano fra la relazione della battaglia, quale si trova
nel Cod. Atlantico, f. 74 recto e verso, e quella che è nelle Historie fio-
rentine di Niccolò Machiavelli, Milano, 1823, pp. 318 sgg., scritta in tempo
di poco più tardo. Le narrazioni di Gio. Cavalcanti, di Neri Capponi, di ser
Giusto d'Anghiari (edita in Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, Fi-
LE FONTI : I LEONARDO DA VINCI
« della città — la morte del popolo e disperazione — la caccia
< del predicatore e la sua liberazione e benevolenza — il danno
« ch'ella fece — ruine di neve — trovata del profeta — la prò-
« fezia sua — allagamento delle parti basse di Erminia occiden-
« tale, li scolamenti delle quali erano per la tagliata di monte
« Tauro, ecc. », l'intera narrazione leonardesca, riguarda tutti
fatti abbelliti dalla fantasia, ma nello stesso tempo rispondenti
alla verità : « Copia de una depositione zercha el novo profeta ,
«registrava il Sanuto, in questo mexe di dezembrio 1501. Sere-
« nissimo et clementissimo principe, excelsa et illustrissima Si-
« gnoria. Re veren temente espone el fidelissimo vostro nuntio de
« l'Arta , per esser rechiesto da missier Gasparo, secretano de
«vostra sublimità, a notifichar a quello le infraxripte parole:
« zoè, zuro, per lo eterno Idio, che se leva adesso, Exeth [= Schah-
« Ismael - Sofi] la sua patria è Babilonia, e el suo padre diceva
« esser parente di Mahomet: e po' suo padre è morto, et questo
« puto è de anni 14, et al presente va per 15 anni. Et lui dice che
« mio padre non era mio padre, ma lui era uno schiavo; et lui
« dice esser instesso Dio: e lui ha con esso 40 governatori, i quali
« li fanno chiamar caliphani, i qualli eiiam fano et celebrano
« l'oficio per suo nome, perchè lui dice esser Dio Da poi prese
«uno altro Christian, prete, de Armenia, et lo dimandò dove
« era Dio. Et lui rispose esser in cielo et in terra, et velo qua,
« mostrando lui, che sentava. Et lui respose : Lassatelo andar,
« perchè questui sa dove è Dio. Et poi se levò de lì, et andò ad
« un'altra terra, chiamata Chasteldero, et quella etiam fece sa-
renze, 1907, voi. XVIII, p. 116), le poesie < Serena patria, illustre alma
€ cittade > {Magliah., Vili, 33) « La rotta di Niccolò Piccinino presso An-
« gbiari » (cod. Ambros. C, 35 sup.), il poemetto]* La fuga del Capitano »
(edito dal Fabretti nelle Note e doc. per le hiogr. de' capit. di ventura del-
r Umbria, pp. 249-276), il Trophaeum Anglaricum ò\ Leonardo Dati (cod.
Riccard. i207, f, 47i) non hanno con la narrazione conservata fra le carte
leonardesche lo stretto rapporto di quella di Niccolò Machiavelli, benché
posteriore di tempo. Nessuna traccia nei manoscritti di Leonardo della Hi-
storia Fiorentina di \f. Poggio tradocta (1476) né della Historia Fioren-
tina composta da Leonardo Aretino tradocta in vulgare (14^2).
320 E. SOLMI
« chizar ». Gli appunti di Leonardo relativi al ' novo profeta '
non potrebbero riferirsi a Schah-Ismael-Sofì I, figlio di Sheik
Haidar e di una figlia o sorella o nipote di Usunhassan? Ecco un
nuovo filo conduttore per risolvere la tanto dibattuta questione
del Viaggio in Oriente del Vinci (i).
La corona poetica, che molti biografi, e anche recentissimi
come il Miintz, han voluta ritessere intorno alla fronte dello
sperimentatore, vien da queste mie ricerche sempre maggior-
mente sfrondata. Leonardo, pur essendo il miglior dicitore di rime
del tempo suo, non fu, né poteva essere versificatore. I versi, che
si trovan ne' suoi manoscritti, son opera del Bellincioni, del Bur-
chiello, del Dati, di Cecco d'Ascoli, di Antonio del Meglio, di
Dante, del Petrarca, del Prezzi, del cosi detto Medicinale, del
Manganello, di Orazio, di Ovidio, di Antonio Pucci, di Luca e
Luigi Pulci, di Gasparo Visconti, ecc. Il sonetto illeggibile:
Lionardo mio, non avete d. ?
Lionardo, perchè tanto penate ? (2)
gli fu certo inviato da un amico fiorentino. Forse dalla tradu-
zione di qualche antica o da moderna commedia son tratti i
versi:
Deh non m'avere a vii ch'io non son povero ;
Povero è quel che assai cose desidera (3).
In altro luogo troviamo:
Se di diletto la tua mente pasci (4).
E accanto a uno schizzo, rappresentante alcune farfalle che
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 145 recto e verso, f. 211 verso e 189
verso. Sanuto, Biarii, IV, p. 192. Gfr. 192, 248, 255, 262, 266, 270, 281,
302, 307, 308, 309, 1310, 312, 313, 319, 320, 322, 340, 341, 343, 347, 351,
353, 354, 355, 356, 357, 373, 390, 400 sgg.
(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 71 recto.
(3) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 71 recto. Arieggiano ad alcuni versi di
Plauto.
(4) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 320 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 321
svolazzano attorno a una fiamma, schizzo posseduto dalla Biblio-
teca del Re in Torino, Leonardo scrisse:
Come cieca ignoranza ne conduce!
Vedi, per lo splendor nel fuoco andiamo.
e sotto:
0 miseri mortali, aprite gli occhi ! (1).
E nei fogli inediti di Windsor son questi versi di un poeta
giocoso :
Umana libertà come se' cara.
Guai a colui che vive in servitù ;
E bon per chi ad altrui spese impara !
r mi starei nel letto in dolcità,
E col saccon farei dormire a paro.
Non sendo servo, chi tant'è amaro (2).
E altrove:
Virtù non ha, né poterebbe bavere
Chi lassa onor per acquistare avere.
Non vai fortuna a chi non s'affatica.
Perfecto aver non s'à senza gran pena.
Si fa felice chi Cbristum vestica (3).
Accanto ad un disegno di maschera:
Non iscoprir se libertà t'è cara.
Che '1 volto mio è carciere d'amore (4).
Le profezie erano un genere assai diffuso nella Corte milanese,
(1) Bibl. del Re di Torino, f. 17 verso.
(2) Leonardo, Croquis et Dessins de Physonomie humaine (Collezione
Rouveyre), f. 9 verso.
(3) Leonardo, Croquis et Dessins sur le Cheval (Collezione Rouveyre),
f. 60 recto e verso.
(4) Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 85 recto.
GiornaU tiorico. — Sappi, b* 10-11. 21
322 E. SOLMI
e sembra se ne sia dilettato lo stesso Bramante. Non esito ad
affermare che buona parte di esse sono originali di Leonardo.
In nessuna raccolta del tempo, a stampa o manoscritta, si tro-
vano enimmi identici a quelli del Vinci, dove quella gran mente
non sdegnò di manifestare un buon numero dei suoi. concetti
etici e scientifici (1). Anche qui, come nelle favole, l'artista riesce
ad esprimere il suo concetto solo attraverso ad una serie di
pentimenti e di correzioni, che mostrano lo sforzo di una com-
posizione originale. Leonardo non è mai contento di modificare
e rettificare. Ogni cancellatura deterge una oscurità o un'im-
proprietà, che vela il rapido apprendimento del concetto. « De'
« frati [che] confessano. (Assai fien quelli, che vorranno sapere
« ciò che fanno le femmine nelle lor lussurie con se e cogli altri
«omini; e le meschine converrà, che palesino tutte le lor oc-
« eulte opere vergognose, e premiare li ascoltatori di lor mi-
« serie e (infamie) scelerate infamità). Le sventurate donne di
« propria volontà andranno a (dire) palesare a li omini (da lor)
« tutte le loro lussurie e opere vergognose e segretissime ».
Tutto ciò che è tra parentesi è cancellato, e su 68 parole ben
48 sono annullate, perchè non soddisfacevano all'artista. Qui
siamo in presenza di scritti originali. Ecco altri esempi: «Delle
« chiese e abitazioni di frati. (Questi) Assai saranno che (a) la-
« soleranno (la lor la povera vita e poi) li esercizi e le fatiche
« e povertà di vita e di roba, e andranno abitare nelle ricchezze
« e trionfanti edifizi (i), mostrando (con que) questo essere il
« mezzo (di servire) di farsi amico a dio (di dio e farsi a lui
« benevolo) ». « Del vendere il paradiso. (Infinita moltitudine
«venderanno pubblicamente cosa di grandissima valuta, quel
« che mai non fìa loro, ne in lor podestà e anco). Infinita mol-
« titudine venderanno pubblica e pacificamente cose di grandis-
(1) Il Muntz credette di trovare la fonte di una profezia di Leonardo nel
Le piacevoli notti di Gio. Francesco Straparola da Caravaggio, senza ac-
corgersi, che quando fu scritto ed edito questo libro (in Venezia per Dome-
nico Giglio i558). il Vinci era già morto da circa trent'anni !
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI
323
«Simo prezzo, sanza licenza del padrone di quelle, e che mai
« non furon loro, né in lor potestà ; e a questo non provvedere
« la giustizia umana». «De frati, che spendendo parole, rice-
« vano di gran ricchezze, e danno il paradiso. (Vedrassi grandis-
« sima turba, i quali acquisteran grandissime ricchezze, con prezzo
« d'invisibili monete). Le invisibili monete faranno trionfare molti
« spenditori di quelle » (1). Chi cancella in tal modo non copia,
né traduce, ma inventa e compone originalmente.
Le facezie son state tutte attinte da libri o da racconti di
contemporanei. Una di esse l'abbiam rinvenuta , attribuita a
Basso della Penna, nelle Novelle di Franco Sacchetti, un'altra,
che troviamo attribuita a Dante e a Giotto nelle Antiquitates
italicae medii aevi (I, p. 1186), fu dal Vinci cavata dalla viva
voce de' suoi amici o da Macrobio:
Leonardo.
Fu dimandato un pittore perchè,
facendo lui di figure sì belle, che
eran cose morte, per che causa esso
avesse fatti i figlioli si brutti. Allora
il pittore rispose, che le pitture le
fece di dì e i figlioli di notte (2).
Antiqutates.
Accidit autem semel quod dum
Giottus pingeret Paduae, adhuc satis
juvenis, unam cappellam in loco ubi
fuit ohm theatrum sive Arena, Dantes
pervenit ad locum. Quem Giottus,
honorifice acceptum, duxit ad do-
mum suam. Ubi Dantes videns plures
infantulos ejus, summe deformes et
(ut cito dicam) patri simillimos,
petivit: — Egregie magister, nimis
miror, quod cum in arte pictorica
dicam te non habere parem, unde est
quod alias figuras facitis tam for-
mosas, vestras vero tam turpes? Cui
Giottus subridens, praesto respondit :
— Quia pingo de die, sed fingo de
nocte. Haec responsio summe placuit
Danti, non quia sibi erat nova.
(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 362 recto.
(2) Leonardo, Manoscritto M, f. 58 verso.
324 E. SOLMI
sed quia nata videbatur ab ingenio
hominis (1).
Buona parte dei motti, delle sentenze, dei proverbi leonar-
deschi noi abbiam trovati nelle opere dei contemporanei. Altre
son forse state tratte da Alfabeti di proverbi, che correvano
fin dal trecento, e che ai tempi di Leonardo si trovavano anche
a stampa, fra i libri di prima lettura. Altri infine son stati colti
dal Vinci sulla bocca stessa degli amici, dei compagni, del po-
polo (2). Ben poco in questo genere è originale dell'artista.
IV. Sarebbe vano dissimularlo: la fonte principale dei ma-
noscritti di Leonardo è lo studio diretto della natura: « Se bene
« come loro non sapessi allegare li altori, scrive il Vinci, molto
« maggiore e più degna cosa allegherò, allegando la sperienza,
« maestra ai loro maestri. Costoro (dice degli umanisti) vanno
«sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati non delle loro, ma delle
« altrui fatiche, e le mie a me medesimo non concedono , e se
« me inventore disprezzeranno quanto maggiormente loro, non
« inventori , ma trombetti e recitatori delle altrui opere, po-
« tranno essere biasimati (3). Diranno, che per non avere io
« lettere, non potere ben dire quello di che voglio trattare. Or
« non sanno questi che le mie cose son piìi da essere tratte
« dalla sperienza che d'altrui parole ? la quale fu maestra di chi
« ben scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i
« casi allegherò » (4). « Molti mi crederanno ragionevolmente
« potere riprendere, allegando le mie prove essere contro all'au-
< torità di alquanti uomini di gran reverenza, presso de' loro
« inesperti judizì, non considerando le mie cose esser nate sotto
« la semplice e mera sperienza la quale è maestra vera * (5).
Assorto nelle sue indagini sul volo, Leonardo scende nei fos-
(1) Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, I, p. 1186.
(2) P. es. Leonardo, Codice Atlantico, f. 344 recto: «L'amor onni cosa
vince » ; f. 335 verso : « Amico fideli nulla est comparatio », ecc., ecc.
(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 115 verso.
(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 117 verso.
(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 119 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 325
sati del Castello di Milano, per studiare il volo degli insetti •
< Per vedere il volare con quattro alie, va ne' fossati e vedrai
« le pannicole nere » (1). In Firenze nel 1502 sale sulle colline
circostanti, al medesimo scopo, per osservare < il cortone, uccello
« di rapina, che io vidi andando a Fiesole, in luogo detto Bar-
« bigia » (2). Assorto nei suoi studi di meccanica, si fa fare una
correggia di cuoio per esperimentare. < Domattina a dì 2 di
« Gennario 1496, farai fare la scatta e pruova » (3). « Fa do-
« mani figure discendenti infrall'aria, di varie forme di cartone;
« cadenti dal nostro pontile; e poi disegna le figure e li moti,
€ che fanno li discensi di ciascuna in varie parti del discenso » (4).
« Di' ancora della figura, che tu facesti domenica, che essendo i
« bottini di pari altezza e varia grossezza, che proporzion ara il
« tempo del discenso de l'uno contrapeso, che preme l'altro bot-
« tino, col tempo del descenso con quello dell'altro > (5). «Oriolo
« della torre di Chiaravalle, il quale mostra luna, sole, ore e
«minuti» (6). E vecchio in Roma scriveva ancora: «Fatti rao-
< strare dove sono li nicchi a Monte Mario » (7).
Leonardo non trascrive, non copia, che rare volte, egli ricerca
e investiga direttamente la Natura. Pochi scrittori possono ga-
reggiare con lui per la originalità delle loro opere. Noi quindi
possiam dare, con piena autorità, una risposta pressoché negativa
al Berthelot e agli altri, che hanno affermato tutti gli scritti del
Vinci non essere che appuntì tratti dalle opere altrui. La parte
trascritta è minima rispetto alla parte originale, che è massima.
Certamente altri frammenti nell'avvenire si riconosceranno come
semplici trascrizioni, oltre a quelli indicati in questi nostri con-
tributi, ma possiamo dire a ragione, che tali frammenti non sa-
(1) Leonardo, Codice Atlantico, i. 377 recto.
(2) Leonardo, Cod. del Volo degli ttccelli, f. 18 verso.
(3) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 318 verso.
(4) Leonardo, Cod. Atlant., f. 375 verso.
(5) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 306 verso.
(6) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 399 verso.
(7) Leonardo. Cod. Atl., f. 92 recto : « Et di questi ne vidi molti, massime
nel sasso della Verna ».
326 E. SOLMI
ranno che una quantità trascurabile di fronte alle settemila pa-
gine di Leonardo.
V. Accanto alla natura un'altra fonte dei Manoscritti furono
i contemporanei. Ho segnalato fra coloro coi quali Leonardo
discusse di argomenti scientifici, giusta la sua stessa testimo-
nianza, Giannino Alberghetti, Andrea da Imola, Vincenzo Ali-
prandi, Giovanni Argiropulo, Agostino Vaprio da Pavia, Barto-
lomeo Turco, Bernardo Bellincioni, Benedetto aritmetico, Sandro
Botticelli, Bramante da Urbino, Fazio Cardano, i Crivelli, Mar-
cantonio della Torre, Giovanni del Sodo, Attavante, Gherardo,
Francesco miniatore, Giacomo Andrea da Ferrara, Gianangelo,
Francesco di Giorgio Martini, Domenico Balestrieri, Piero Mar-
telli, Pietro Monti, Luca Pacioli, Giovanni Francese, Benedetto
Portinari, Giovanni Taverna, Paolo dal Pozzo Toscanelli e tanti
altri (1). È però da notarsi che il maggior numero dei passi vin-
(1) Le relazioni di Leonardo da Vinci con Piero di Cosimo, Salai, Gio-
vanni Antonio Boltraffio, Giovanni Antonio de Predis, Galeazzo da Sanse-
verino, Mariolo, Tommaso Valdeg, Salamon, Bonconte, Bernardo de Abiate
0 de Madiis, Giovanni Antonio Amadeo, Salvatore materassaio, maestro
Tommaso, Giorgio e Giovanni tedesco, Chermonino, Cesare Borgia, Luigi
di Lussemburgo eonte di Ligny, Giulio meccanico, Ambrogio Ferrari, Ber-
nardino da Corte, Lodrisio Visconti, Bergonzo, Lorenzo Gusnasco da Pavia,
Pietro da Novellara, Alessandro degli Albizzi, Benedetto di Luca Bichi,
Angelo del Tovaglia, Carlo d'Amboise, Ippolito d'Este, Marcantonio Colonna,
Pier Antonio e Serafino da Possano, Giuliano de' Medici, Lorenzo, Barbai'a
Stampa, Giovanni Martelli, Monsignor de' Pazzi, ser Antonio Pacini, Ber-
nardo di Simone, Salvestro di Stefano, Bernardo d' Iacopo, Francesco di
Matteo Bonciani, Francesco di Giovanni Ruberti, messer Benedetto da Cia-
perello, Gerolamo da Cusano, ecc., saranno da me svolte nel libro su gli
Amici e i discepoli di Leonardo da Vinci. Benché talvolta il Nostro abbia
potuto da loro apprendere qualcosa, tuttavia questi, e simili personaggi de'
manoscritti vinciani, non possono costituire vere e proprie fonti di notizie,
come gli altri da me ricordati. Cfr, Croquis et dessins sur le cheval (Col-
lezione Rouveyre), f. 57 verso: « Medicina da grattature, insegniomela l'Araldo
< del Re di Francia: oncie 4 ciera nova, oncie 4 pece greca, once 2 incienso,
« e ogni cosa està separa<;a, e fondi la ciera, vi metterete l'incienso e poi la
«pece, e fanne peverata, e metti sopra». Codice Atlantico, f. 114 recto:
« Messer Francesco, medico Lucchese, alla Catena, in casa di bolognesi, al
€ cantone appresso al Cardinal Farnese ».
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 287
ciani son accompagnati dalle parole ' sono già stato a vedere '
'vidi' 'ho veduto'; rare volte egli domanda, e ascolta le parole
degli altri. Ciò che è certo è che l'artista per la forza del genio e
là potenza della riflessione, superò tutti quelli che ebber relazioni
di amicizia con lui da vicino e da lontano. Mentre gli uomini del suo
secolo non oltrepassarono le conoscenze del Rinascimento, Leo-
nardo sale oltre il tempo e oltre lo spazio. Come Ulisse dalla
voragine infernale, sembra che egli getti a^^li uomini ed al mondo
l'apostrofe dantesca :
Considerate la vostra semenza ;
Fatti non foste a viver come bruti.
Ma per seguir virtute « conoscenza.
< Io sono già stato a vedere tal multiplicazioni di arie e già
« sopra Milano, inverso lago Maggiore, vidi una nuvola in forma
«di grandissima montagna » (1). < E questo vedrà, come vid'io,
«chi andrà sopra Momboso, giogo dell'Alpi, che dividono la
« Francia dalla Italia » (2). « lo ho già veduto nelli nuvoli e
« muri macchie, che mi hanno desto a belle invenzioni di varie
< cose » (3).
Per questo uomo, che non fa professione di lettere, e che è
tutto intento alla osservazione diretta della natura, i libri degli
antichi scrittori e dei suoi contemporanei non hanno che una
importanza secondaria 1 4). Quante volte nell'ardore della polemica
Leonardo biasima i filosofi in librisi Questi che «non han tro-
ie vate da farsi inventori , per la pigrizia e comodità de' libri,
« attendono al continuo (secondo il Vinci) con falsi argumenti a
(1) Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 46 verso.
(2) Leonardo, Manoscritto di Leicester, f. 4 recto.
(3) Leonardo. Ash. 1, f. 22 verso.
(4) Leonardo, Ettides et dessins sur la cheoelure et fragments du Tratte
de Peinture (Collezione Rouveyre), f. 2 recto: < Ho veduto, nelle percussione,
* della nave, l'acqua sotto l'acqua osservare più integralmente la revoluzione
€ delle sue impressioni, che l'acqua, che confina coU'aria. E questo nascie,
* perchè l'acqua infra l'acqua non pesa ».
328 E. SOLMI
« riprendere li lor maestri » (1). Di lui si poteva dire, come da Vin-
cenzio Viviani fu scritto di Galileo: «Era provvisto di pochis-
« sirai libri, ma questi de' migliori e di prima classe, lodava
« bensì il vedere quanto in filosofia e geometria era stato scritto
« di buono , per dilucidare e svegliar la mente a simili e più
« alte speculazioni; ma ben diceva, che le principali porte per
« introdursi nel ricchissimo erario della naturai filosofia erano
« l'osservazione e l'esperienza , che per mezzo delle chiavi de'
« sensi dai più nobili e curiosi intelletti si potevano aprire » (2).
VI. Grande incremento la coltura del Vinci ricevette dalla
invenzione della stampa. Il Muntz ha voluto erroneamente ve-
dere in Leonardo « une éspece de pudeur ou d'horreur qui lui
« inspirait l'imprimerie » (3). Niente di più falso di questa afferma-
zione! Nel Codice Atlantico l'artista descrive un suo meravi-
glioso ordigno meccanico, il più ingegnoso, eh' egli abbia mai
imaginato e il più utile per l'uomo. Celebrando la sua scoperta
il Vinci dice: « questa (scoperta), è seconda alla stampa delle
« lettere, e non meno utile e esercitata dalli omini e di più gua-
« dagno, e più bella e sottile invenzione » (4). Si è già accen-
nata la parte da lui avuta ai preparativi per la stampa della
Divina proportione e à<ò\V Eixlide del Pacioli, altri han soste-
nuto, che Leonardo ha contribuito alla edizione del 1496 della
(i) Spessissimo Leonardo ricorda le proprie invenzioni. Cfr. Leonardo,
Études et Dessins de Mécanique (CoUez. Rouveyre), f. 3 verso : « 11 vetro pan-
« niculare, da me inventionato ». E talora con vero entusiasmo: cfr. Leo-
nardo, ivi, f. 8 recto: « Avendo io lungo tempo cerco di quadrare l'angolo di
« 2 lati curvi, cioè l'angolo e, il quale ha 2 lati curvi, d'equal curvità, cioè
« curvità nata d'un medesimo cerchio; al presente, la vigilia di Calen di
« Maggio nel 1509, i' ho trovato il proposito, a ore 22, in domenica. Io so
« adunque (secondo che nel riverscio di questa faccia in A si dimostra) che
« la superficie a b levata del suo sito e renduta la medesima valuta colla
« porzione e, che '1 triangolo d e rettilinio vale di punto lo curvilinio e, o vo
« dire lo curvilinio abd, adunque la quadratura del triangolo 2 fia trovata
« nel triangolo rettilino cdì>.
(2) Galilei, Opere (ed. Nazionale), voi. XIX, p. 625.
(3) Muntz, Léonard de Vinci, p. 6.
(4) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 356 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 329
Praciica musicae di Franchino Gafurio e a quella del 1493 dei
Sonetti, canzoni, capitoli, ecc. di Bernardo Bellincioni. È certo
che possediamo scarse prove, che egli si sia occupato dell' inci-
sione in legno, come Diirer, Holbein, Giovanni Cousin o diversi
altri maestri. Al contrario molte incisioni in rame si citano, come
opera del Vinci. Al British Mitseum si conservano le incisioni
di due ' Giovani donne e di quattro cavalieri ', una delle prime
porta la sigla AGHA-LE'VI. A questa stessa Academia Leo-
nardi Vinci si riferiscono sei incisioni d' intrecci geometrici.
Molte teste di vecchi, per lungo tempo attribuite al Mantegna,
sembra abbian avuto origine nell' ' atelier ' del capo della Scuola
milanese.
Interesse più vivo per l'arte della stampa ci vien ora rivelato
dai manoscritti. Alcuni ordigni meccanici vinciani sembrano in-
dirizzati al perfezionamento delle macchine tipografiche, e ciò
che è più notevole, nel foglio 225 recto del Codice Atlantico
conserviamo il calcolo di un'opera, che evidentemente il Vinci
vuol fare stampare, calcolo che mira a stabilire il numero delle
lettere, che son contenute in un volume di 100 carte.
« Una carta è 52 versi, e ogni verso è 50 lettere :
52 160 sono le carte
50 2600
00
260
0000
15600
2600 lettere
2600
416000 » (1).
Un altro calcolo analc^o accompagna la nota « Rugieri Bacon
fatto in istarapa ».
VII. Fa meraviglia che non vi siano traccio evidenti e di-
rette nei ManosciHtti di Leonardo di Eudosso, che stabili il me-
(1) Leonardo, Cod. Atlant., f. 255 recto. Con la parola < verso > Leonardo
intende le « linee ».
330 E. SOLMI
lodo di esaustione e scrisse di astronomia pratica, di Aristarco
di Samo che studiò rrepì lucTéGiuv xaì aTro(JTTi|LidTuuv 'HXiou Kaì
leXnvTiq, di Apollonio di Perga, celebre per il grande trattato
sulle Sezioni coniche, di Pappo alessandrino e della sua mera-
vigliosa luvaTorn, di Diofanto, di Proclo Licio, di Albategno, Fi-
lone di Bisanzio, Michele Scoto, Roberto Lincoln, Pietro di Ailly,
Niccolò da Gusa e Ghuquet (1). Non più evidenti e dirette sono
le traccie del Sacrobosco (Sphaera mundi, 1478, 1499, 1500, ecc.),
del Portolano (Opera necessaria a tutti li naviganti, 1490), di
Solino {Rerum memoràbìlium collectanea, 1480, 1493, ecc.), di
Pomponio Mela {De situ orhis, 1478, 1482, ecc.), di Arato {Phaeno-
mena, 1488), di Modesto {De re militari, de Magistratibus urbis
et Sacerdotiis et de legìbus, s. d. n. a.), di Guglielmo Durante {Spe-
culum, doctrinalis, Pars 1* et 3' 1478), di Paolo Veneto {Summae
naturalium, 1476; Summa Philosophiae, 1477; Expositio super
odo libros phisicorum, 1499), e di tanti altri, che tuttavia Leo-
nardo può aver letti, e consultati, senza che ce ne restino traccie
evidenti (2),
(1) Cito in modo particolare Alphonsii Regis Gastellae Tabulae Astro-
nomicae, (in fine) Per Erhardum Ratdolt, 1483, in-4o, in carattere semigotico,
senza cifre e richiami. Gfr. Freytag, Appar. litter., t. Ili, p. 737. Philippi
Calandri ad nobilem et studiosum lulianum Laurentii Medicen De arithme-
tica opusculum, (in fine) Finis. Impresso nella excelsa ciptà di Firenze per
d. Lorenzo de Morgiani et Giovanni Thedesco de Maganza finito a dì primo
di Gennaio 1491. E uno dei primi trattati di aritmetica a stampa, ed è ra-
rissimo. Leonardo conosce il Cusano solo attraverso al Pacioli. Ciò spiega
alcune coincidenze, ad es. : Cod. Atl., f. 59 recto e Cusano, De docta ign., II,
e. 12: « Omnes motus partis est propter perfectionem ad totum ».
(2) Un riavvicinamento fra Leonardo e Ristoro d'Arezzo fu fatto neW Avver-
tenza degli editori premessa all'ediz. milanese della Composizione del mondo
(1864), pp. xvi-xvii. Nel volume (scriveva da Roma il 5 aprile del 1864 En-
rico Narducci) intitolato Histoire des Sciences mathématiqiies en Italie, ecc.,
par Guillaume Libri, tome troisième. A Paris chez Jules Renounrd, 1840
(p. 54, lin. 3-7, 19) si legge: « li s'occupa (Léonard deVinci) de la scintil-
« lation des- étoiles : phènomene singulier, si diffìcile à expliquer dans toutes
« ses parties; et il avait déjà remarqué qu'il se produit dans l'oeil et non
« pas dans l'astre (1). Voyez la note XIV à la fin du volume ». Infatti
a p. 228 (lin. 1-7) del medesimo volume si legge: « In prima difinisci l'oc-
« chio, poi mostra come il battere d'alcuna stella viene dall'occhio, e perchè
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 331
Vili. Se noi gettiamo uno sguardo alla libreria di Leonardo
da Vinci, quale risulta dalle presenti ricerche, diventa evidente
che la nota del Codice Atlantico, illustrata nel 1872 dal dotto
bibliografo milanese Gerolamo d'Adda, non contiene che una
parte piccolissima delle opere conosciute dall'artista fiorentino,
e ciò che è singolare la sola parte (fatte poche eccezioni) degli
scritti di amena letteratura, e che meno dovevano interessare lo
studioso e il ricercatore.
D'Abaco Fiore di virtù
Plinio Vita de filosofi
Bibia Lapidario
De re militari Pistole del Filelfo
Deca prima Della conservazione della sanità
Deca terza Cieco d'Ascoli
Deca quarta Alberto magnio
Gidone Rettorica nova
Piero Crescienzio Zibaldone
De' 4 regi Isopo
Donato Salmi
Justino De imortalità d'anima
« il battere d'esse stelle è più neirum che nell'altra, e come li raggi delle
< stelle nascon dall'occhio > (Mss. de Léonard de Vinci, voi. I. f. 25). Assai
prima di Leonardo, nel 1282, Ristoro d'Arezzo aveva già fatta la mede-
sima osservazione, come apparisce dal seguente passo della sua Composi-
zione del Mondo (€ Distinzione ovvero particola ottava del libro secondo, ca-
< pitelo quarto decimo. Della cagione perchè le stelle fisse scintillano, e li
« pianeti none scintillano », pag. 148, Un. 29-38;: < Adunque la stella per più
€ perfezione dee avere li suoi raggi fermi e non scintillare, noi le vedemo
€ scintillare, dovemo cercare la cagione, perch'egli pare ch'elle scintillino.
< E la cagione di questo può essere secondo questa via: che quelle stelle
«ne sono molto di lunge: onde, aguardando li lo viso, per la grandissima
« longitudine viene debilitando; imperciò lo viso, per la grande longitudine,
< non può comprendere quelli raggi fermi : e per questa cagione per la de-
< bilità del viso pare che la stella scintilli; e dovemo credere, che questo
€ difetto sia neirocchio e non nella stella ». Riavvicinamento questo per
nulla concludente; perchè anche riscontrati attentamente i due passi, non
se ne può trarre alcuna luce per affermare che il Vinci conosca la Compo-
sizione del Mondo di Ristoro d' Arezzo. Tale conoscenza resta anch' oggi
estremamente dubbia e discutibile.
•à'ó2
E. SOLMI
Guidone
Burchiello
Dottrinale
Driadeo
Morgante
Petrarca (1)
Giovan dimandinella
(d g) De onesta voluttà
Manganello
Cronaca d'Esidoro
Pistole d'Ovidio
Pistole del Filelfo
Spera
Facetie di Pogio
De chiromantia
Formulario di pistole
Nessuna delle opere, sulle quali il Vinci ha fondata la sua
scienza, compare in questa nota. Non vi si trovano né Aristotile,
né Alberto di Sassonia, né Archimede, né Erone, né Euclide, né
Giordano Nemorario fDe ponderibus), né Leonardo cremonese,
né Leonardo pisano, né Luca Pacioli, né il Peckhara, né Tolomeo,
né Vitruvio, né Zenofonte, gli scritti dei quali l'artista cita con-
tinuamente, e senza dubbio possedeva, perché in parte aveva
fatto venire « da Vinegia », e in parte aveva tolto spesso con sé
nell'imminenza de' suoi viaggi. Le stesse opere, fra quelle regi-
strate nella nota, che per lui potevano conservare ancora un
certo interesse, come Plinio, il De re militari del Valturio, il
Fiore di virtù, erano già state saccheggiate e riassunte nei Mano-
scritti. Si potrebbe fare un'eccezione per il solo 'Alberto Magnio '.
Ma non poteva essere quest'opera appunto quella che vuole il
D'Adda, cioè quel Libro della vita composto per Alberto Magnio
filosofo excellentissimo, ecc., Neapoli, Bernardino de Girardinis
de Amelia, 1478, in-4° o altro simile, che non offriva nessun
vantaggio allo scienziato ?
E qui sorge subito una domanda: a che scopo il Vinci segna
le opere, 'che meno lo interessavano, e non registra quelle che
più gli importavano come Aristotile, Alberto di Sassonia, Archi-
ci) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 210 recto.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 333
mede, Erone, Euclide, Giordano, ecc., e che aveva scelti, accanto
alla natura, come autori e maestri ?
Una sola ipotesi può rispondere a questa domanda. Leonardo
in prossimità di uno dei tanti suoi viaggi, forse dell'ultimo in
Francia, o del precedente a Roma o a Napoli, volle o dovè
disfarsi di parte dei suoi libri, che non poteva portar con sé,
sia per la loro mole, sia per il loro scarso valore. Mentre con-
servava gelosamente le grandi opere dei maestri, il Vinci r«^i-
strava i libri, che voleva cedere ad altri, in una nota che oggi
ci rimane, e che fu erroneamente interpretata dal D'Adda il ca-
talogo della libreria di Leonardo. Le nostre ricerche portano
come legittima conseguenza all'ammettere una simile ipotesi.
Da questa osservazione risulta ineccepibile una verità : la nota
del Codice Atlantico non è il catalogo, direm cosi, di tutte le
opere possedute, e tenute presso di sé da Leonardo, ma è la re-
gistrazione di quella sola parte di libri, che più scarso interesse
offrivano ormai al maestro, e di cui voleva disfarsi. Hanno errato
tutti coloro, che ridussero la libreria di Leonardo a soli quaran-
taquattro tomi.
Se non si ammette ciò, come spiegare la mancanza, fra queste
opere, per l'appunto di quelle, da cui l'artista non avrebbe mai
voluto staccarsi, come la Geometria di Euclide, gli scritti di
Leonardo Cremonese, il De ponderibus di Giordano Nemorario,
VOttica di Vitellione? In una nota di preparativi per una par-
tenza, in cui è registrato per esempio < tolli le opere di Leo-
« nardo chermonese, tolli de ponderibus, tolli il libro di Titolone >
è anche detto « vendi quel che non si può portare ». « Truova
« Ligny, e dilli che tu l'aspetti a Roma, e che tu andrai con
« seco in Napoli. — Fatti fare la (ae) donazione e tolli il libro
« di Vitolone, e le misure dalli edifizi publici. Fa fare 2 casse
« coperte da mulattiere ; ma meglio fia le coperte da letto,
« che son 3, delle quali lascierai una a Vinci. Tc^li le fo-
« chere delle grazie. To' da Giovan Lombardo il teatro di Ve-
« rona. Compra delle tovaglie e mantili, berrette, scarpine, calze
< 4 para, un giubbone di camozza, e pelle per farne de' novi.
334 E. SOLMI
« 11 tornio d'Alessandro ! Vendi quel che non si pò portm^e.
« Piglia da Gian di Paris il modo di colorire a secco, e '1 modo
« del sale bianco e del fare le carte impastate , sole e in molti
« doppi, e la sua cassetta de' colori. Impara la tempera delle
« cornage. Impara a dissolvere la lacca gomma. Tolli del seme
« de fotteragi e delle gniffe bianche, delli agli da Piacenza. Tolli
« de Ponderibus. Tolli l'opere di Leonardo Chermonese. Leva
« il fornello di G-iannino. To' della semenza de' tigli, e dell'erba
« stella, delle zucche marine. Vendi l'asse della sosta. Fatti dare
« la fochera a chi la rubò. Piglia il livellare. Quanto terreno
« po' cavare l'omo in un dì » (i).
IX. Nella libreria di Leonardo nel suo complesso non può a
meno di far sorgere la meraviglia un fatto assai raro nel se-
colo XV. Mentre gli umanisti arrestavano la loro coltura ai
greci ed ai latini, Leonardo da Vinci non si limita a investigare
(i) Leonardo, (Jod. Atlantico, f. 246 recto. È il famoso frammento che
fu primieramente edito dal Richter, The literary Works of Leonardo da
Yinci, n. 1379. « Trova ingil (Ligny) e digli che tu l'aspetti a mora (Roma)
« e che tu andrai seco ilopana (a Napoli)». Che il Vinci si sia realmente re-
cato da Roma a Napoli, è reso oggi grandemente probabile dai risultati
delle ricerche di B. Croce, Un canzoniere d'amore per Costanza d'Avalos
Duchessa di Francavilla, in Atti della Accademia Pontaniana, Napoli, 1903,
Memoria n" 6, pp. 1-30. Da tali ricerche risulta assodato, che Leonardo da
Vinci ha compiuto un ritratto di Costanza d'Avalos, probabilmente in Napoli,
poiché a lavóri di pittura principalmente si riferiscono i particolari del fram-
mento citato («piglia da Gian de Paris il modo di colorire a secco, e '1 modo
< del sale bianco la tempera della cornage la sua cassetta de' co-
« lori, ecc. »). Secondo i versi di Andrea Irpino da Parma, il ritratto leo-
nardesco dovrebbe effigiare una donna già matura, in abito vedovile, sotto
un bel negro velo.
Quel bon pittore egregio, che dipinse
Tanta beltà sotto il pudico velo.
Superò l'arte e sé medesmo vinse.
Intorno alla data del viaggio di Leonardo a Napoli, mi sia concesso di
rimanere in una prudente incertezza. Il nome di Ligny ci richiamerebbe a
Luigi di Lussemburgo, conte di Ligny, che aveva accompagnato Carlo Vili
nella spedizione del 1494 e 1495, e che per far valere i diritti personali,
■che i privilegi, i quali aveva ottenuti dal re, gli davano sopra certi feudi
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 335
l'antica scienza, ma si allarga nel Medio Evo e nei tempi suoi.
Platone e Aristotile, Archimede ed Erone, Vitruvio e Frontino,
Diodoro Siculo e Diogene Laerzio, Dioscoride ed Euclide, Galeno
ed Ippocrate, Orazio ed Ovidio, Plinio e Plutarco, Teodosio e Teo-
frasto, Tolomeo si trovano accanto a Sant'Agostino, ad Alberto
Magno, a San Tommaso, ad Alberto di Sassonia, ad Alkendi,
ad Avicenna, all'Argiropulo, a Rogero Bacone, a Leon Battista
Alberti, e agli altri innumerevoli scrittori del Rinascimento e
del Medio Evo, da me esaminati.
È certo che, come l'opera artistica e letteraria di Leonardo è
schiettamente personale, cosi anche la sua coltura è affatto spe-
ciale; è la coltura di un «autodidatta ». Se noi avessimo do-
vuto istituire idealmente la Biblioteca di un autore del secolo XV
e XVI, avremmo dovuto eliminare la maggior parte delle opere
registrate dal Nostro. I libri di Leonardo non sono i libri degli
uomini del suo tempo; fatte poche eccezioni, son libri che avreb-
bero suscitato la critica e il disprezzo del quattrocentista. La
libreria del Vinci e la libreria dell'umanista, che abitava in Fi-
renze 0 in Milano poco lungi dalla casa del Nostro, non avevano
che una somiglianza meramente esteriore e superficiale. Le fonti
di Leonardo non sono le fonti solite, che tutti abbiamo apprese
sui banchi delle Università, son fonti specialissime, oggi in gran
parte dimenticate, e il solo rintracciarle costituiva spesso un'o-
pera quasi direi disperata.
Era una difficoltà , dalla quale è risultata una conseguenza
napoletani, nel 1499 e nel 1500, preparava segretamente una spedizione in
Napoli cercando l'aiuto della Repubblica Veneta. Leonardo si trovava in
quel momento in Venezia, dopo aver abbandonata precipitosamente la Lom-
bardia, e stava cercando un mecenate, che Io reintegrasse nel possesso
della vigna, situata nei paraggi di Porta Vercellina, e donatagli recente-
mente da Ludovico il Moro, e che sopratutto gli desse protezione e aiuto
per l'esecuzione dei grandi progetti artistici, che vagheggiava in cuor suo.
Ritengo però assai probabile, che il Vinci con la sua nota si riferisca al-
l'altro conte di Ligny, di cui parla il Sanudo, Op. cit.. v. X, p. 881, e che si
trovava in Italia nel 1510, desideroso di prender possesso dei feudi di sua
famiglia.
336 E. SOLMI
benefica. Si son messi in luce nomi ed opere, che meritano di
venir studiate e discusse. È inutile dissimularselo. Nel Medio Evo
e nel Rinascimento accanto alla scienza della Scuola vi era
un'altra scienza disprezzata dai Dottori, e trattata da umili stu-
diosi; una scienza a cui appartennero gran numero dei trattati,
che abbiam trovati sotto la penna di Leonardo. E come il ru-
stico linguaggio plebeo fu il più potente fattore delle nuove
lingue, che sorsero, sul principio dei tempi moderni, in Italia, in
Spagna, in Francia e cosi via, egualmente questa umile scienza,
non trattata nelle cattedre, dove si esplicava Aristotile, S. Paolo,
Sant'Agostino e S. Tommaso, fu la causa prima delle nuove
scienze e della nuova filosofia.
Quando Renato Descartes, Francesco Bacone e Galileo e gli
altri tutti si fecero iniziatori della filosofia e delle scienze nuove,
anch'essi dovettero ritrarsi dalla coltura delle scuole del loro
tempo, lavorare con fede nell' intimo del loro spirito, dietro le
traccie di quel rivoletto di sapere extrascolastico e extracatte-
dratico, che si era andato svolgendo nell'Evo Medio, al disotto e
al di fuori dei commenti.
Leonardo scopri questo filone nascosto nelle viscere della col-
tura del suo tempo: e qui son da trovarsi principalmente le sue
fonti, qui i suoi maestri, accanto all'esperienza e alla ragione,
cui seppe dare tanto valore.
Se la libreria di Leonardo non è quella dell'umanista del suo
tempo, è tuttavia quella di un grande spirito, e perciò, qualunque
essa si sia, ha in sé il suo interesse e la sua ragion d'essere. È
la piccola biblioteca di colui, che avendo proclamato che Ma
pittura è una poesia muta ', dal punto di vista dell'arte, e che
nello stesso tempo ' la pittura è filosofia ', dal punto di vista
della conoscenza astratta, s'era creata una libreria ristretta e
perfetta, la piccola biblioteca dell'intimità più raccolta, la colle-
zione dei 'breviari dello spirito, di quei libri soltanto ciascuno
dei quali sapeva risvegliare in lui qualche più profonda eco, e
coi quali più amorosamente sentiva combaciare l'anima sua.
E se, in occasione di un suo viaggio, il Maestro si disfece di
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 337
una parte dei suoi volumi, io abbiam già rilevato, questa parte
fu precisamente di quei libri, che meno parlavano alla sua mente
e al suo cuore. Gli rimasero accanto, amiche uniche e fedeli,
soltanto quelle opere, che più soddisfacevano al desiderio di co-
noscere dell'artista e a quello di operare dell'uomo dalla profonda
meditazione. « E se tu sarai solo, aveva detto Leonardo, tu sarai
« tutto tuo ».
Un'altra caratteristica è la varietà straordinaria delle materie
trattate nei libri, letti e meditati da Leonardo. Vi è nella sua
coltura quell'eclettismo, che Anito collo spirare dell'età di mezzo,
la quale si era esaurita nelle vaste somme, doveva risorgere, tra-
sformato, nei tempi moderni, dopo l'interruzione dell'umanesimo.
Opere ascetiche si trovano accanto a scritti sulle scienze occulte,
opere storiche accanto a composizioni poetiche, opere amene, e
spesso scurrili, accanto a investigazioni filosofiche. Cosmografia,
matematica, meccanica, architettura, ottica e medicina vi ap-
paiono alla rinfusa. Se da una parte si può dire che nessun
secolo di coltura rimase interamente ignoto al Vinci, dall'altra
si deve riconoscere, che nessuna scienza del suo tempo restò per
lui interamente sconosciuta.
X. Rilevate queste caratteristiche, dobbiam chiederci, come
mai il Vinci dica di non ' saper allegar gli autori ', di ' essere
omo sanza lettere ' (1). Il Bandello lo dice « esercitato nella let-
« tura dei buoni autori » (2); Luca Pacioli lo chiama « degnissimo
« pictore, prospectivo, architecto, musico e de tutte virtù doctato »,
per dottrina, < principe oggi fra' mortali ». Angelo del Tovaglia,
scrivendo a Isabella Gonzaga scrive dell'artista ; « dà opra forte
(1) Leonardo, Cod. Atlantico, t. 116 recto.
(2) Le novelle, che il Bandello pone in bocca a Leonardo, di Alessandro
Magno e di Apelle e quella di Filippino Lippi fra i turchi, furono attinte
dalla viva voce. Se Leonardo può accusare, come fa, il cardinale Gurcense
il Vecchio (Perauld Raimondo) « di poco essere esercitato nella lezione de'
« buoni autori > (Bandello, Novelle, Firenze, 1838, v. I, p. 2.57, novella LVIII),
vuol dire che il Vinci si riteneva, e che i circostanti lo ritenevano, esperto
nelle buone lettere.
Giornale storico. — SnppL no 10- 11. 22
338 E. SOLMI
« alla geometria, impacientissimo al pennello ». L'Anonimo Gad-
diano lo rappresenta come conoscitore di Dante e di Plinio; il
Vasari erudito e letterato ; Baldassar Castiglione annunzia che
si è « posto ad imparar filosofia, nella quale ha cosi strani con-
« celti e nuove chimere, che esso con tutta la sua pittura non
« sapria dipingerle ». Il Gellini lo afferma ' grandissimo filosofo ',
conoscitore del greco e del latino. Nei tempi successivi la fama
di Leonardo dotto crebbe tanto, che il Lomazzo non dubitava di
assomigliarlo al «druido Ermete e all'antico Prometeo», e Gof-
fredo Tory in Francia lo definiva « quasi un altro Archi-
mede ».
Il Vinci invece proclama ad alta voce la propria ignoranza
letteraria, tanto per ciò che riguarda la forma de' suoi scritti,
che non è il latino, quanto per ciò, che si riferisce alla sostanza:
«Diranno che per non avere io lettere, non potere ben dire
« quello di che voglio trattare ».
Se si considera l'amore del sapere, che traeva Leonardo allo
studio ' nelli tempi notturni ', se si getta uno sguardo alla sua
coltura e alle sue fonti, non si comprende alla prima, perchè
egli chiami sé stesso illetterato. La ragione di ciò si ha nell'op-
posto concetto, che si facevano dell'uomo colto gli umanisti e il
Vinci. L'uomo di Leonardo non ha a che fare con l'uomo degli
umanisti. Gli umanisti amavano la bella forma, e la cercavano
nei Greci e nei Romani; amavano la verità, ma la credevano
ormai detta da Platone e da Aristotile, da Plinio e da Seneca.
L'uomo di lettere deve proporsi come scopo supremo di imitare
e riprodurre gli antichi, in modo che non sia agevole riconoscere
il vecchio ed il nuovo, l'originale dalla copia. L' ideale del filo-
sofo deve esser quello di porre i propri concetti in pieno ac-
cordo con quelli degli antichi savi, in modo che tutto ciò che è
stato ben pensato dal classicismo ritorni ad essere pensiero vivo
del quattrocento. Fra gli appunti vinciani vi è questa frase di
un umanista, del Valturio: «Nulla può essere scripto per nuovo
« ricercare ».
L'uomo scienziato di Leonardo ha una fìsonoraia assolutamente
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 339
opposta a quella dell'umanesimo. La rivoluzione compiuta dal
Vinci è analoga a quella prodotta da Dante e dallo Stil Nuovo.
La causa del bene scrivere è una naturale disposizione, che non
si acquista imitando gli altri, ma lasciando libero il corso al
proprio pensiero e ai propri affetti. La spontaneità naturale fu
la maestra di chi ben scrisse: «Le bone lettere, son nate da un
« bono naturale, e perchè si dee più laldare la cagion che l'ef-
< fetto, più lalderai un bon naturale sanza lettere, che un bon
< letterato sanza naturale ». Da questa spontaneità deriva la
bellezza della forma e nello stesso tempo la verità della filosofìa.
L'arte e la scienza trovano nella imitazione e nella ripetizione
la loro morte e il loro sepolcro.
Con concetti cosi diametralmente opposti sulla natura dell'arte
e della scienza, gli Umanisti e Leonardo si disprezzarono vicen-
devolmente e cordialmente. Non una sola frase di lode fu dedi-
cata dagli Umanisti incensatori di principi e di dotti al Vinci. In
mezzo ad una moltitudine (come sempre accade) di grandi che
eran piccoli, di sapientissimi che erano ignorantissimi, celebrati
tutti e celebratori, colla frase più eletta e col periodo più tor-
nito di Cicerone, chi si ricordò dell'artista fiorentino? Rievo-
cando la figura del Maestro, nel suo contorno, ci sembra di ve-
dere un uomo, il quale parla in mezzo ad una folla, che non è
in grado di ascoltarlo e di intenderlo. Ed il Vinci ripagò di
egual moneta gli umanisti, che vorrebbe accompagnare * come
recitatori e trombetti ' in fra gli armenti delle bestie , se non
avessero la forma umana, che facesse loro scudo.
XI. Leonardo era tuttavia estimatore e ossequioso agii an-
tichi, ma ciò per lui non equivaleva ad essere imitatore e schiavo.
Sotto la statua equestre a Francesco Sforza, che per opera del
Vinci fu innalzata nella piazza del castello di Milano, soltanto
in modello, nel 1493, egli aveva fatto tradurre, sotto forma di
epigramma, da Piattino Piatti un suo notevole pensiero:
Leonardus Vincia (sic) Florentinus
Statuarius Pictorque nobilissimits de se parce loquiiur.
Non sum Lysippus : nec Apelles : nec Policletus :
Nec Zeusis : nec suro nobilis aere Mvron ;
340 E. SOLMI
Sum Florentihus Leonardus Vincia proles:
Mirator veterum discìpuiusque memor.
Defuit una mihi symmetria prisca: peregi
Quod potui : veniam da mihi posteritas.
Entusiasta dell'arte greca e romana, * mirator veterum disci-
pulusque memor', l'artista si compiacque, secondo la testimo-
nianza del Bandello, che fu presente al discorso, nel desiderio,
« che si potessero vedere di quelle pitture antiche, che tanto dai
« buoni scrittori sono celebrate, per poter far giudizio, se ì pittori
« del tempo nostro si ponno agli antichi agguagliare ». Perchè
visse in un contorno paganeggiante, il Vinci scelse ben spesso
dei soggetti di mitologia classica, per le sue scolture e i suoi
quadri. Nel Codice Atlantico ricorda con trasporto la raccolta
di marmi antichi, che i Principi avevan fatta in Firenze, e che
era forse la più mirabile del tempo: « Fatiche d'Ercole a Pier F.
« Ginori — L'orto de' Medici » (1). Dipinse nella sua giovinezza
una Medusa e un Nettuno, e nella sua vecchiezza una Leda e
una Pomona, e tentò una fusione della forma antica col senti-
mento moderno, presentando San Giovanni sotto le spoglie di
Bacco, come nunziatore di giubilo.
In architettura Leonardo segue gli antichi ordini, dietro la
scorta di Vitruvio, combinandoli solo talvolta con la cupola bi-
zantina. Ricorda l'Arena di Verona (2); « a Tivoli vecchio la
« casa d'Adriano » (3), in un grandioso disegno imita il mausoleo
di Alicarnasso ed in un altro il Castel Sant'Angelo di Roma (4),
(1) Leonardo, Cod. Atl., f. 288 verso, Cod. Atl., f. 147 recto.
(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 264 recto : « To' da Giovan Lombardo
« il teatro di Verona ».
(3) Leonardo, Codice A tlantico, f . 227 v. : « Roma a Tivoli vecchio, casa di
Adriano ». È la villa tiburtina, fatta dopo i viaggi di Adriano, imperatore, già
ricchissima di scolture, che riproduceva il Pritaneo, il Liceo, l'Accademia,
il Pecile, come in Atene, il Canopo, come in Egitto, la Tempe, gli Inferi e
gli Elisi.
(4) RlCHTKR, 11, p. 84.
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 341
costruzioni prettamente classiche. In scultura afferma, che l'imi-
tazione delle statue antiche è più lodevole di quella delle mo-
derne. Imita, negli schizzi per il monumento a Francesco Sforza,
i cavalli del Quirinale, la statua equestre di Marco Aurelio, il
« Regisole » di Pavia (1); e nella sete insoddisfatta di compiere
opere grandiose ricorre forse alle medaglie di Adriano, di An-
tonino, di Settimio Severo, di Lucio Vero, di Probo e ad una
moneta di Patreo (2),
In pittura Leonardo biasima il difetto comune ai pittori italici
di mettere nei quadri delle figure intere di imperatori, imitate
dalle statue antiche o di dare alle loro figure arie, che si notano
negli antichi: ma all'atto pratico ricorre per V Adorazione de'
Magi al Fauno di Prassitele, al Narcisso in bronzo, che oggi si
conserva nel Museo di Napoli, al Sileno classico; per il Cena-
colo al ritratto di Lucio Vero; per la Battaglia di Anghiari al
cammeo degli Uffizi, rappresentante La caduta di Fetonte. Dal-
l'antico è attinto il tripode deìV Annunziazione ; dalla collezione
forse del Giardino di San Marco un busto di vecchio dei Mano-
scritti; come dal cosi detto busto di Pasquino è ispirato un
tentativo di ricostruzione del Codice Atlantico, nel quale ram-
menta anche certi ' vasetti antichi * (3).
Quando il Vinci fa la descrizione del Diluvio universale, la
terminologia biblica si mescola con la pagana: « Nettuno si vedea
« in mezzo alle acque col tridente, e vedeasi Eolo colli sua venti
« ravviliuppare natanti piante diradicate, miste colle numerose
< onde », Quando parla delle diverse specie di bilico della per-
sona, gli sovviene un'antica scoltura, che ha veduta nel Giardino
di San Marco: « Il bilico composto s'intende esser quello che fa
(1) Leonardo, Cod. Atl., f. 147 recto: « Di quel di Pavia si lauda più il
« movimento che nessan'altra cosa. L'imitazione delle cose antiche è più lau-
< dabile delle moderne».
(2) Froehner, Les médaillons de Y Empire Romain, p. 34, 72, 93, 137, 242;
DuRUT, Histoire des Grecs, II, p. 76.
(3) Leonardo, Cod. Atl., f 303 verso.
342 E. SOLMI
« un uomo, che sostiene sopra di sé un peso per diversi moti,
« come nella figura d'Ercole, che scoppia Anteo, il quale sospen-
« dendolo da terra infra il petto e le braccia, che tu gli faccia
« tanto la sua figura di dietro alla linea centrale de' suoi piedi,
« quanto Anteo ha il centro della sua gravità a' medesimi piedi ».
Se l'artista fiorentino parla del modo di vestire le figure, sembra
un antico che discorra : « Il vecchio sia togato, il giovane ornato
« da abito, che manco occupi il collo, dagli omeri delle spalle
« in su ». Classico è il concetto di esprimere coll'arte la figura
umana nelle sue divine proporzioni ideali, senza riguardo al
tempo e allo spazio. Si raccomanda « di fuggire il più che si
« può li abiti della sua età », e non usarli « se non nelle figure
« ch'hanno a somigliare a quelli, che son sepolti per le Chiese,
« acciocché si riservi riso nelli nostri successori delle pazze in-
« venzioni delli omini, ovvero che gli lascino ammirazione della
« loro dignità e bellezza ». Astrarre l'uomo dal contorno storico,
manifestarlo nella costanza e immutabilità delle sue leggi fisio-
logiche e psicologiche è precetto antico e nello stesso tempo
vinciano. Gli schizzi di Leonardo, giusta gli antichi precetti,
sono per lo più uomini ignudi; le vesti, come nelle statue greche,
lungi dal celare le forme, danno loro risalto, idealità e purezza.
« Ed imita quanto puoi, aggiunge acutamente il Vinci, li Greci
« e li Latini nel modo del scuoprire le membra, quando il vento
« appoggia sopra di loro li panni » (1).
(1) Leonardo, Tratt. d. più., L. I e II. Spesso Leonardo ricorreva agli au-
tori classici, medievali e contemporanei, per avere norme e ispirazioni per i
suoi concetti artistici. Fra i fogli inediti di Windsor (Notes et dessins sur
les attitudes de Vhomm'e, collezione Rouveyre, f. 11 recto), il Vinci si propone
di fare un « sito di Venere ». « Farai le scale da 4 faccie, per le quali si per-
« viene a un punto fatto dalla natura sopra un sasso, el quale sia sotto voto,
« e sostenuto dinanzi con pilastri, e sotto traforato con magnio portico, ne li
« quali vadan l'acque in diversi vasi di graniti, porfidi e serpentini, dentro a
« concola, e spandaa l'acqua in sé medesimi, e di ritorno a tal portico in verso
« tramontana sia lago con una isoletta in mezzo, nella quale sia un folto e
« ombroso bosco. L'acque in testa a' pilastri sien versati in vasi a pie de' suoi
« inbasamenti collocati, de' quali si sparga piccoli rivelli ». Per rendere la ri-
LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 343
Lo scopo supremo del fiorentino fu di elevarsi alla simmetria
dell'arte greca, alla «divina proportionalità », e l'artista fece
scrivere di sé a Piattino Piatti:
Mirator veterum discipulusque memor,
Defuit una mihi symmetria prisca : peregi
Quod potui: veniam da mihi posteritas.
Come scienziato la posizione di Leonardo di fronte all'anti-
chità non è diversa. Quando ha da discutere un problema il
Vinci si ricorda sempre che gli antichi V hanno spiegato, o al-
meno discusso. Egli tuttavia non ne accetta le verità, se non ne
confuta gli errori: ma non si appaga mai nelle altrui parole,
quando non son corroborate dall'intima evidenza, derivante dal-
l'analisi diretta dei fatti. Se vuol dimostrare l'utilità della scienza
dell'acqua, gli corrono alla mente gli antichi esempi. « Molte fu-
« rono le terre principali delle provincie, le quali, essendo poste
« sopra li lor fiumi principali, son state consumate e distrutte
« da essi fiumi, come fu Babilonia dal Tigris, per causa di Ciro,
« e cosi infinite regioni, e la scienza dell'acqua dà cognizion
« precisa delli sua ripari ». Se tratta di architettura civile, vuole
alcuna volta dimostrare li effetti per le cagioni, altra volta
affermar le ragioni colle sperienze ' queste accomodando ad
alcuna alturità de li architetti antichi ' . Se tratta di matematica:
« questi rettangoli, scrive Leonardo, e' cerco di farne come fé'
« Pitagora della superfizie ». « Se voi legiete per gli studi, scrive
produzione più esatta Leonardo trascrive dal latino la descrizione dell'Isola di
Cipro (Ivi, f. 11 verso): < Dalli meridionali liti di Cilitia si vede per australe la
«bell'isola di Cipri, la qual fu regno della Dea Venere, e molti incitati
« dalla sua bellezza han rotti lor navili e sarte in fra li scogli, circundati
« delle revertinali onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i vagabondi
« navicanti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le quali i venti ra-
< girandosi empiano l'isola e '1 circustante mare di suavi odori. 0 quante
« navi quivi già son somerse, o quanti navili rotti negli scogli. Quivi si
€ potrebbe vedere innumerabili navili. Chi è rotto e mezzo coperto dalla
€ rena, chi si mostra da poppa e chi da prua, chi da carena e chi da costa.
« E pare a similitudine d'un giudizio, che voglia risuscitare navili morti,
« tant'è la somma di quelli, che copre tutto il lito settentrionale. Quivi i
«venti d'aquilone resonando fan vari e paurosi soniti! ».
344 E. SOLMI
« ai poeti latineggianti , non andate voi a chi più vi premia ?
« fate voi alcuna opera senza qualche premio? benché questo
« non dico per biasimare simili openioni, perchè ogni fatica
«aspetta premio, e potrà dire uno poeta: — io farò una finzione
« che significa cose grande — questo medesimo farà il pittore,
« come fecie Apelle la Calunnia » (1).
Leonardo ammira l'antichità, ma non vuol farsene schiavo ;
studia gli antichi, ma non vuol ripeterne i concetti, persuaso
del progrediente cammino della ragione umana, che gli fa ripe-
tere: ' antiquitas saeculi Juventus mundi ' (2). Nella filosofia si
ricollega ad Aristotile e a Platone; nella cosmografia a Tolomeo
e Strabene, a Plinio e Gleomede; nella matematica ad Euclide
e ad Archimede, ad Ippocrate di Ohio e a Teodosio; nella mec-
canica ad Erone; nell'architettura a Vitruvio e a Frontino; nel-
l'ottica ad Euclide; nell'anatomia a Ippocrate di Goo e Galeno;
nella botanica a Teofrasto e a Plinio. Dovunque gli mancano le
antiche tradizioni, egli sente di errare nel vuoto.
Edmondo Solmi .
(1) Leonardo, Cod. Atl., f. 305 recto, 270 recto, 159 recto, Ash.,\\, 19 verso.
Codice Atlantico, f. 95 v-: «npOùTov... jnèv flj fivòpei;... 'A8rivaiov. Aut Hespe-
« riam solam dicis et significas Italiani, aut addis ultimam et significas Hispa-
« niam, Umbria pars Tuscie ». Cfr. Ioannis Boccacii, De montibus : sylvis:
fontibus: lacubus: fluminibus: stagnis seu paludibus : denominibus maris,
(in fine) Venetiis (per Vindelinum de Spira). Idibus lan. GGGGXXIll in fol.
È la prima edizione di quest'opera.
(2) Si attribuisce a Leonardo una caricatura, che rappresenta Aristotile.
Assai probabilmente la caricatura non è del Nostro, e il rappresentato non
è Aristotile, verso il quale il Vinci, pur combattendolo, adopera sempre pa-
role serie e deferenti. Cfr. Codice Atlantico, f. 279 recto: « Il vento si move
« per retta linia, e non circulare, come vuole Aristotile, e questo c'insegna
« il moto della fortuna del mare ». Leonardo non riconosce altra autorità,
che quella della ragione e dell'esperienza. Gerto che talora adopera frasi
pungenti verso gli scrittori, ma ciò fa principalmente verso quelli del suo
tempo, come Leon Battista Alberti. Gfr. Maniiscrits inédits (British Museum,
111, f. 32 verso): «Riprova contro Battista Alberti ecc. ». E indeterminata-
mente Cod. Atl., f. 270 verso: «Confutare adunque questi matematici, che
« dicono l'occhio non avere virtù spirituale, che s'astenda fori di lui,... e per
« questa ragione assegniano l'occhio ricevere, e non mandare niente di sé ».
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